Moderazione o animazione, questo è il dilemma!

La natura primaria dei social network è quella di mettere al centro le persone (qua un nostro articolo a riguardo) e creare un dialogo tra loro. Immaginatevi una grande tavolata di persone, un po’ alla Ferzan Ozpetek, in cui tutti possono esprimere la loro opinione e scambiarsi consigli e suggerimenti. Se però ognuno è libero di dire la sua, un brand che sceglie di sfruttare i social media deve agire da buon regista e riflettere su come gestire le interazioni che nasceranno all’interno della sua pagina. Perché deve essere chiaro per tutti: c’è in gioco l’immagine del brand anche da come vengono gestiti i commenti. Ma come vengono monitorati questi? Attraverso la moderazione e l’animazione di pagina.

Moderazione e animazione: alla scoperta della Social Media Policy

Ebbene sì, quello dei social network è un territorio ben più impervio della Terra di Mezzo, perciò la parola d’ordine è “Policy“: dato che chi ben comincia è già a metà dell’opera, il primo passaggio fondamentale è quello di scrivere un regolamento aziendale che racchiuda il comportamento da adottare sui Social Media. Questo piccolo punto di partenza è molto importante perché deve rispecchiare il carattere e i valori del brand.
La domanda successiva, quella a cui tutto ruota attorno, è: come vogliamo essere percepiti?
I social media non sono altro che una vetrina attraverso la quale entrare in contatto con il pubblico, quindi non va sottovalutato il linguaggio che si vuole utilizzare: dare del “tu”, del “lei”, se parlare in modo ironico e simpatico o serio e formale. In questo caso vale un po’ il detto della nonna “Parla come mangi”. Nel senso: non confonderemmo mai il tono dissacrante di Taffo, sui cui il brand ha costruito la comunicazione, con quello di un’azienda di assicurazioni. Questo perché figure professionali come i Community Manager (della cui importanza vi avevamo già parlato qui) hanno elaborato una comunicazione in linea con lo spirito del brand.

Moderazione o animazione? Due attività complementari

Moderazione o animazione? No, non vale tirare la monetina. Per quanto ad una persona del settore possa sembrare scontato, la differenza tra le due attività è netta, seppur complementare.
Come suggerisce il termine, se scegliamo di “animare” la pagina vogliamo portare le persone ad interagire tra di loro e con noi. Se è vero che i social ci uniscono in un unico grande ambiente di comunicazione, stimolare la conversazione è fondamentale per diversi motivi:

  • rendere l’ambiente sociale un punto di comunicazione per gli utenti e far sì che siano invogliati a interagire in futuro;
  • avvicinarsi ai consumatori in maniera più colloquiale e meno istituzionale. Indirettamente è quindi un’ottima occasione per la marca di raccontarsi dato che, sempre più, le persone vogliono identificarsi nei brand–Referral Marketing, presente?! Ecco.

Cosa succede però se i termini utilizzati nei commenti sono “poco carini”? Oppure se vengono segnalati problemi?
 Il Community Manager scende in campo con i poteri di Gandalf il Bianco per ristabilire l’ordine.

Modera che ti passa!

Tutto quello che riguarda domande particolari o segnalazioni è parte della moderazione di pagina. Oltre che la gestione di commenti inopportuni o risoluzione di problemi.
 Lo scopo della moderazione è quello di avere il controllo della comunicazione che avviene attraverso le pagine social e di rispondere agli utenti rispettando le indicazioni della Social Media Policy.
La sensibilità di chi ricopre questo ruolo sta nel capire il modo più appropriato con cui rispondere a richieste specifiche e quando un commento negativo può trasformarsi in un’interazione neutrale o addirittura positiva.

Quando si è in fase di redazione della SMP è quindi fondamentale valutare come gestire le pagine social del brand. Infatti non sempre tra i compiti rientrano sia la moderazione, che l’animazione di pagina.
Per capire come muoversi, la strada migliore rimane quindi quella di affidarsi a figure professionali in grado di analizzare e indirizzare i brand verso la scelta più idonea. Cosa aspettate a provare cosa vuol dire “animare” un canale social in modo corretto?

Story di una rivoluzione: benvenuti nell’era dell’all you can… create!

Facciamo un gioco. Prendi il tuo smartphone e controlla la sezione “Tempo di utilizzo”: hai passato su Instagram almeno 30 minuti (di cui almeno 20 nelle Story) nell’arco della giornata? Perfetto, rientri nella media mondiale.

Il successo di Instagram è ormai leggendario, e sembra inarrestabile. Complice di questa ascesa la continua innovazione dei contenuti creabili con il social network più cool del momento. I numeri registrati dal gingillo controllato da Zuckerberg sono da capogiro, soprattutto per quanto riguarda le famosissime story, una delle tendenze più interessanti per chi si occupa di marketing.

Story: il potere della narrazione

Le Instagram Story sono un’arma affilata per il successo di un brand, dando la possibilità di creare una coinvolgente combinazione di immagini e video che hanno il potere di raccontare, ingaggiare, mostrare all’utente un mondo del quale desidererà far parte, se facciamo un buon lavoro!

Abbiamo già parlato dell’importanza di questo strumento: vuoi fare un ripasso? Clicca qui. Ma le Story di Instagram evolvono di settimana in settimana e il loro utilizzo cresce di giorno in giorno, incoraggiando gli utenti non solo a rimanere più a lungo sul social, ma anche ad aggiornarlo frequentemente.

Essere presenti su Instagram, raccontarsi e intrattenere tramite le stories, diventa dunque punto focale di ogni brand che si rispetti.

Parole d’ordine per una strategia che funzioni?

  • Spontaneità: adesivi, effetti speciali, GIF. Mostriamo il nostro mondo colorandolo in base ai messaggi che stiamo veicolando
  • Velocità: le story sono volubili, compaiono e scompaiono nell’arco di 24h. È un contenuto che deve catturare l’attenzione dell’utente in pochi secondi.
  • Bellezza: per una modalità di consumo così semplice e rapida, non c’è arma migliore di un buon impatto visivo. L’utente va coinvolto, immerso nel mondo del brand.
  • Scarsità: se non mi segui, potresti perderti i miei contenuti! Portiamo l’utente a desiderare di essere nostro follower, per non rischiare di mancare un appuntamento.

Cosa significa per un brand?

Significa differenziarsi, in un mondo ricco di offerta, qualsiasi sia il tuo prodotto o servizio, una strategia studiata e pianificata che comprenda le Instagram Story ti da la possibilità di distinguerti dalla concorrenza.

Come?
Sperimentando, testando la risposta degli utenti, creando un appuntamento con i nostri fan in grado di intrattenerli ed entusiasmarli.
Il focus sta nei contenuti: creare immagini e video unici, interattivi e cool, in modo tale da raggiungere un importante obiettivo, una fan base attenta e fedele.

La realtà aumentata e i contenuti creati dagli utenti

Ma veniamo alla novità più in voga del momento: i filtri AR creati dagli utenti.

Instagram ha da poco lanciato la possibilità a chiunque di creare i propri effetti di Realtà Aumentata, trasformando gli utenti non solo in fruitori ma in veri e propri creator.

Una nuova era per la creatività? Vedremo. Per ora sappiamo che sono già centinaia gli Instagrammer ed esperti del mestiere che si sono imbarcati in questa nuova sfida, creando effetti niente male!

Come la sfruttiamo in Story?

Viva la creatività, insomma. Ma se si tratta di un brand è sempre meglio affidarsi agli esperti!

Con il software Spark AR, una buona dose di talento e una strategia studiata ad hoc il tuo Instagram potrà diventare punto di riferimento per tutti coloro che amano raccontarsi tramite le Story e che amano postare contenuti accattivanti grazie ai filtri AR, e parliamo di numeri molto alti!

Anche qui, è fondamentale studiare una strategia ponderata, un visual coerente col brand e con i trend del momento. Quale modo migliore per promuoversi e differenziarsi dalla concorrenza?

Se usati nel modo giusto, i filtri AR offrono infinite possibilità: farsi conoscere, farsi usare, farsi promuovere dagli utenti che usano il tuo filtro, grazie alla funzione per la quale il nome del tuo brand apparirà in ogni story in cui è presente.

Abbiamo inoltre la possibilità di inserire loghi ed elementi animati altamente riconoscibili che non possono che ricondurre l’utente al tuo marchio!

Uno dei tanti modi per far conoscere il tuo filtro alla community? Ricorrere all’Influencer Marketing: sono già tantissimi infatti gli Instagrammer super seguiti a cui proporre collaborazioni basate sul filtro AR.

Cosa stiamo aspettando, dunque? Iniziamo a crearne uno?

Selezionare l’influencer perfetto: come fare?

Il 2019 ha consacrato l’Influencer Marketing come una delle priorità di brand e agenzie (se vi ricordate qua vi avevamo già parlato dei micro-influencer). Moltissime marche hanno adottato questa strategia e hanno deciso di sfruttare le voci dei creator per vari canali, tra cui Instagram, YouTube e TikTok. Per il 2020, ci si può aspettare che questa tendenza si consolidi con un incremento di attivazioni social con influencer. È giusto quindi chiedersi quali sono i criteri per selezionare il content creator ideale per raccontare il proprio brand.

Ma cos’è l’influencer marketing?

Vi sarà capitato spesso di entrare su Instagram e vedere una persona che seguite parlare di una marca. A meno che non si tratti del vostro vicino di casa con 200 followers, vi siete imbattuti quasi sicuramente di un contenuto brandizzato e quindi frutto di una strategia di Influencer Marketing. Si tratta di un’operazione di comunicazione in cui un brand decide di far raccontare a un influencer, attraverso un taglio personale e caratteristico, un proprio prodotto o un servizio.

Selezionare l’influencer per il numero di follower: giusto o sbagliato?

Viene istintivo pensare che il numero di followers sia il parametro principale da valutare durante la selezione di un creator. Chi non vorrebbe Cristiano Ronaldo come ambassador del proprio brand? Sicuramente sarebbe una scelta d’impatto. Tuttavia, per quanto possa sembrare paradossale, non è scontato che sia la persona giusta per avere un impatto reale sui potenziali acquirenti.
Anche immaginando un universo in cui Cristiano Ronaldo sia economicamente accessibile e disposto a collaborare con qualunque azienda, sarebbe poco credibile sentirlo parlare di una catena di fastfood, per esempio.
Per selezionare un influencer è quindi necessario occhio critico. Bisogna effettuare alcune valutazioni che vanno al di là dei numeri. In questo modo ci si può assicurare che l’audience del creator sia in target con gli obiettivi del brand. 
Quindi sì: il numero di follower è una base di partenza, ma c’è molto altro da tenere in considerazione.

Selezionare l’influencer perfetto: la prima fase

Per prima cosa, quindi, si analizza il brief del cliente e si definiscono gli obiettivi e la strategia che si vogliono mettere in atto per una comunicazione d’impatto. L’Influencer Marketing deve entrare come parte di una strategia aziendale più ampia, con lo scopo di raggiungere gli obiettivi di business. Solo quando saranno chiari i punti chiave e l’assetto strategico sarà stato stabilito, si potrà procedere con la definizione del tipo di influencer da coinvolgere nell’attività. Il creator dovrà essere in linea con obiettivi concreti e con il tipo di brand che lo coinvolge nell’attività. L’influencer prefetto, avrà quindi una certa brand affinity.
Quando si parla di followers e influencer, si pensa subito a Instagram. Siamo sicuri che sia il canale che faccia al caso del brand? Se, per esempio, si trattasse in un’azienda che produce videogiochi, si potrebbero tenere in considerazione YouTube o Twitch, piattaforma frequentatissima dagli esperti di questo settore, come vi abbiamo raccontato qui. Ancora: non è detto che personaggi del calibro della Ferragni siano le persone su cui puntare, anzi. Spesso è meglio stringere collaborazioni con micro-influencer. Dopo avere stabilito i punti chiave del progetto, come: cosa comunicare, a chi (quindi il target di riferimento), in che modo e il canale su cui si vuole lanciare l’attività di digital PR, si può procedere con la ricerca degli influencer.

I tool per la ricerca

Una volta chiaro il quadro, si può affrontare una prima fase di ricerca. Per questo primo passaggio, possiamo utilizzare tool specifici per fare influencer scouting. 
Questi programmi sono in grado di fornire una lista di profili in base al canale scelto, al numero di follower che hanno, al paese, alla lingua di comunicazione e, soprattutto, agli argomenti che solitamente affrontano. Molti creator sono infatti ascrivibili ad alcune categorie e sono profilati tramite keyword specifiche: travel, food oppure fashion per dirne alcuni. Altri sono più difficilmente identificabili ed è per questo che bisogna fare un’accurata analisi del loro canale prima del contatto.

L’analisi quantitativa

Per iniziare, si può calcolare il potenziale bacino di utenti che ogni influencer selezionato raggiungerebbe. Utilizzando specifici tool, si calcola poi l’Engagement Rate di ogni profilo. Questo parametro fornirà il tasso di interazione medio dei contenuti del creator. Ora è però necessario passare ad un’analisi qualitativa. Solo con questo passaggio si potrà infatti mettere in atto una comunicazione vincente, che verrà percepita come sincera dagli utenti.

L’analisi qualitativa

Terminato questo primo passaggio, è ora di far entrare in gioco gli esperti. Per selezionare influencer che siano in grado di raccontare creativamente il brand e che producano contenuti percepiti come originali e autentici, bisogna scandagliare il loro profilo in modo critico e qualitativo. È giusto osservare attentamente come parlano, che tono di voce utilizzano, da quale tipo di utente medio sono seguiti e valutare la qualità dei contenuti. Per farlo non esiste un tool migliore dell’esperienza e la capacità critica di un Social Media Manager.

In conclusione, si può dire che, per quanto possa sembrare semplice, trovare gli influencer è un lavoro che necessita esperienza e capacità. Non basta affidarsi a programmi online. C’è bisogno di affidare il lavoro a chi è competente in materia e quindi in grado di comprendere quale sia la soluzione migliore da adottare per soddisfare gli obiettivi del brand.

6 regole d’oro per CTA che convertono

Che mondo sarebbe senza call to action? (semicit.)
Siamo stati tutti bersagliati da una “chiamata all’azione” almeno una volta nella vita, persino chi è convinto che call to action sia il titolo dell’ultimo action movie di Michael Bay.
Questi contenuti grafici e/o testuali brevi e d’impatto sono infatti preziosi alleati quotidiani di copywriter e art director per invogliare le persone a compiere azioni come acquistare, riempire un form o iscriversi a una newsletter.
Per far sì che l’utente non abbia mai dubbi sull’azione da compiere e per creare CTA che convertono, seguite queste 6 regole.

#1 / Colpite l’occhio

Ogni CTA che si rispetti merita di essere rappresentata e posizionata nel modo corretto. Graficamente è meglio utilizzare un bottone di un colore in contrasto con la cromia predominante all’interno della pagina, posizionarlo quindi in modo strategico e con dimensioni ottimali, facilitando il clic anche su schermi ridotti. Ricordatevi: su mobile i pulsanti piccoli creano frustrazione nell’utente. E anche nel cliente, se la CTA non converte.

#2 / Ditelo chiaramente

Vi potrà sembrare scontato, ma sul web si notano sempre più CTA di due righe scritte in tardo aramaico: occorrono sintesi e chiarezza. Sempre, nessuna eccezione. Gli utenti vogliono capire subito cosa succede quando cliccano su un pulsante, non hanno tempo né voglia di decifrare testi all’interno di pulsanti con l’ausilio di un interprete.

#3 / Rassicurate l’utente

Creare CTA che convertono è possibile, farlo con un design familiare all’utente è importante, se è un pulsante deve sembrare un pulsante. Largo dunque a forme semplici da riconoscere e individuare, avvicinandosi al “modello mentale” di come funzionano le cose. Lo sbaglio più grosso sarebbe confondere le persone, che molto probabilmente decideranno di abbandonare la navigazione senza compiere alcuna azione. Perché in fondo la formula è semplice: più tempo di decodifica, meno efficacia.

#4 / Fate ordine

Anche gli elementi e gli spazi attorno al pulsante sono fondamentali per una CTA che funzioni e converta. Meglio non ostacolarne la riconoscibilità e “studiare” anche gli spazi bianchi vicino al pulsante, che hanno un peso consistente nel facilitare la vita agli utenti, facendo loro capire se si tratta di un elemento interattivo oppure no.

#5 / Incoronate la regina

Spesso è sufficiente una sola call to action “regina” per far sì che l’utente compia subito una determinata azione. Meglio evitare situazioni critiche in cui assistiamo a un sovraffollamento di pulsanti, come in uno psichedelico luna park degli imperativi: più opzioni vengono fornite all’utente, meno otterrete in termini di fruizione e conversione. Comanda la regina.

#6 / Chiedete a IAKI

 

 

Trend 2020: fate largo alla newsletter!

Il mondo del digital marketing non ha dubbi: il 2020 sarà l’anno della newsletter con una sempre maggiore personalizzazione delle proprie strategie di marketing, cioè la strategia di adattamento e strutturazione della propria comunicazione e offerta attorno ai comportamenti e ai gusti dei consumatori.

Un trend a cui tutti oramai ci stiamo abituando. Basti pensare a piattaforme come Netflix, che in base ai propri gusti propone una selezione di titoli compatibili, o Spotify e le sue playlist studiate sui propri ascolti.

Contenuti, siti e piattaforme sono tutti coinvolti in questo processo: ma la vera protagonista resta sempre la newsletter.

Lunga vita alla newsletter!

Bistrattata, considerata morta a fasi alterne o condannata a finire nella cartella “indesiderata” nella maggioranza dei casi, la newsletter trova una rinnovata efficacia nelle strategie di marketing grazie alle tecniche di personalizzazione.

 Il perché è presto detto: in un’epoca di sovraffollamento di annunci pubblicitari su ogni piattaforma e social network, il minimo comune denominatore della massa di ads giornaliera è la genericità del messaggio.

 La newsletter invece, nella sua immediatezza, è personale. È tua, un appuntamento quotidiano: comoda da fruire, facile da leggere, senza la necessità di accendere il pc o altri supporti. Semplicità, immediatezza e la natura intima della newsletter ne fanno oggi ancor di più uno dei migliori e più performanti strumenti di comunicazione.

Newsletter: personalizzazione “sartoriale”

Perché personalizzare le newsletter, quindi? Perché è possibile costruire newsletter tailor-made, confezionarle su misura di chi si vuole raggiungere e studiarle per coinvolgere addirittura la singola persona.

Quest’attività “sartoriale” passa necessariamente dallo studio del pubblico che si vuole intercettare. Le informazioni sono ricavabili da numerose fonti, per esempio attraverso:

  • i comportamenti su un e-commerce
  • lead raccolti nel tempo
  • dati anagrafici
  • abitudini di consumo e navigazione

Con questi dati si può così procedere alla segmentazione del pubblico: a gruppi ristretti di destinatari individuati con maggior dettaglio, corrisponderanno email dedicate più incisive e di maggior interesse.

I vantaggi? Beh, sono innumerevoli. 

Innanzitutto, la soddisfazione personale: uscire dall’anonimato e dalla massa può appagare il singolo utente (come vi avevamo già anticipato qui), che percepirà il brand come più familiare e più vicino a lui e ai suoi interessi. E questo è il primo passo per una dinamica di fidelizzazione dei clienti.

 Inoltre, grazie alla tecnologia, si può accompagnare e stimolare il pubblico in un’ampia gamma di modalità: oltre alle più classiche, sconti in caso di carrelli abbandonati, prezzi flessibili su prodotti che rientrano nei gusti del singolo destinatario, aggiornamenti su notizie che abbiano davvero valore per chi li riceve.

 Non solo: arriva Natale e giunge propizia la promozione su quel prodotto che da tempo si guardava sognanti? Partenze estive imminenti e costumi scontati “solo per te”? Insomma: una newsletter, un mondo di possibilità.

E alla fine arriva il copy

Soprattutto con le newsletter, dove il rischio spam è sempre alto, la regola d’oro è sempre conquistare l’attenzione del proprio pubblico subito. Ecco perché la personalizzazione è la soluzione giusta, con una buona dose di creatività.
Ogni elemento della newsletter può essere customizzato e contribuire così al suo successo, a partire dall’oggetto della mail. È il primo testo che viene letto, quindi se accattivante ma dritto al cuore dell’offerta riuscirà a invogliare il destinatario all’apertura.

Per il contenuto, invece, la personalizzazione creativa è sempre un’arma in più, purché comunichi sempre un messaggio di valore e reale interesse per l’utente. E le CTA? Uno strumento troppe volte ignorato, ma che può far emergere una newsletter nell’affollato mondo delle mail quotidiane con un tocco di carattere in più.

La personalizzazione delle strategie di marketing sarà uno dei trend del 2020, e la newsletter è pronta a stupirvi: datele fiducia, non vi deluderà!

UGC nelle Social Media Strategy 2020

Ogni fine anno che si rispetti porta con sé valutazioni sui 12 mesi passati e previsioni sui 12 mesi futuri. Nel nostro ambiente gli occhi sono sempre puntati sui nuovi trend, in questo caso i trend marketing che nel 2020 saranno fondamentali in ogni strategia, come ad esempio gli UGC.

Come sempre ci sono novità ma anche tendenze che vengono consolidate e diventano dei “mai-più-senza”, materiale da tenere d’occhio per la nuova stagione, tra queste è impossibile ignorare gli UGC, User Generated Content. Ma perché sono importanti all’interno di una strategia, e perché proprio nel prossimo anno dovremo tenere d’occhio questo trend? Vediamolo insieme!

Cosa sono gli UGC

Associamo sempre più spesso la parola influencer a campagne di comunicazione, perdendo forse di vista il valore intrinseco delle maggiori piattaforme digitali: i contenuti prodotti dagli utenti.
 Con la rimozione dei like da Instagram, ne avevamo già parlato qui, ci eravamo chiesti quale potesse essere la risposta degli utenti, in termini di quantità.
In questo articolo cerchiamo di concentrare l’attenzione sul valore dei contenuti prodotti dalle persone e del perché valga la pena considerarli per una strategia di comunicazione user/branded oriented.

Ma partiamo dall’inizio, che cosa sono gli UGC? Con User Generated Content si intendono tutti quei contenuti pubblicati spontaneamente dagli utenti su molteplici canali social/digital.
Youtube, Instagram, Facebook, sono tutti degli ottimi esempi di piattaforme che traggono beneficio dalla produzione di contenuti. Dalla varietà multimediale alla presenza attiva di utenti che condividono, dalle opinioni sui locali o prodotti fino alle foto di “testimonianza” che fungono da social proof.
Quando questo flusso di contenuti viene in qualche modo “indirizzato”, possiamo allora discutere di benefici che potrebbero favorire la notorietà di un brand.
Ma prima di discuterne, definiamo i criteri che rendono quel contenuto un UGC:

  • l’accessibilità, il contenuto deve essere pubblicamente prodotto e reso fruibile a tutti;
  • autenticità, deve avere un valore (creativo, di testimonianza, informativo ecc…)
  • deve essere prodotto al di fuori dalle vesti professionali e, quindi, non avere delle pretese economiche (Hey, qualcuno ha detto influencer?!)

Perché tenere d’occhio questo trend

Il meccanismo che sostiene la dinamica degli UGC, soprattutto quando quel contenuto è associato ad un brand o prodotto, è il senso di aggregazione e la voglia di partecipazione. 
Non si tratta semplicemente di contenuti che inquadrano “un qualcosa” o un momento, perché raccontano un punto di vista unico con varie interpretazioni possibili.

In quel momento – quando si sta per postare l’ultimo scatto realizzato con la fotocamera di ultima generazione – si sta producendo un contenuto di valore. Variabile!

A tal proposito, secondo una ricerca condotta da Stakla nella comparazione tra UGC e Branded Content, si rileva che gli utenti ritengono più originale, sincero ed affidabile un contenuto prodotto da un’altro utente.

Questo dato, unito alle dinamiche di cui abbiamo sinora discusso, non fanno che incrementare il valore percepito dei contenuti UGC che, se associati “genuinamente” ad un brand, giocano un ruolo fondamentale nel miglioramento della brand experience.

UGC 2

Un ruolo talmente fondamentale che top brand come Apple e GoPro, solo per fare alcuni esempi noti, hanno lanciato negli anni delle campagne che premiano gli utenti in grado di produrre contenuti originali.
 Monitoraggio mention, creazione di hashtag di campagna (#shotoniphone e #goprotravel, ad esempio), contest digitali, contribuiscono alla creazione di una sfera di unicità associabile unicamente a quel brand.

Impatto per la Brand Communication

Ma quindi a che cosa potrebbero essere davvero utili gli UGC per la strategia di un brand, anche non appartenente alla sfera tech?
I motivi che spingerebbero i brand a valutare modalità di coinvolgimento diretto degli utenti conducono verso l’ottimizzazione della brand experience.
 In dettaglio, sarebbe possibile perseguire:

  • brand awareness: la quantità di contenuti facilita il passaparola, inteso proprio come “parlar di quel brand”. La diffusione del contenuto facilita il raggiungimento di altri utenti;
  • brand desire: creare un legame che collega quell’utente al brand e, nuovamente, favorire l’instaurazione di altri legami;
  • brand loyalty e inspiration: l’utente finale tende a legarsi a quella community, a quell’attività e facilita il coinvolgimento degli altri utenti

Un esempio è il contest realizzato da IAKI per Deichmann, in cui è stato creato un hashtag di campagna, appositi filoni editoriali, call to action esplicite e stickers su IG Stories per coinvolgere le persone a partecipare. Tutte dinamiche che rappresentano validi modi per orientare l’utente alla pubblicazione di contenuti branded.

Per innescare delle dinamiche di coinvolgimento non basta attivare un contest online o lanciare un hashtag su Instagram allo scopo di raccogliere UGC.

Non possiamo pensare di delegare semplicemente agli utenti – a meno che non si parli di brand iconici come Apple – il perseguimento di quei benefici.

Affidarsi a un team di comunicazione digital vuol dire anche questo: poter analizzare il proprio pubblico, le best case, le modalità e i trend d’interazione. Il tutto per stimolare la produzione di contenuti UGC branded oriented.

La sfida per distinguersi da una comunicazione di massa senza allontanarsi dal proprio pubblico di riferimento è iniziata: cosa aspettate a mettervi in gioco?

Design Thinking e la UX Design

Che cos’è il Design Thinking e come supporta la UX Design? Ogni sito o e-commerce che si rispetti può piacere o meno per estetica ma non può assolutamente prescindere dalla UX (User Experience), e non possiamo non prendere in considerazione questa variabile quando pensiamo a creare un sito web.
La UX Design non è di certo la formula magica che garantisce un incremento delle vendite online, ma, ad oggi, rappresenta un elemento imprescindibile per un e-commerce. Costruire una buona UX Design significa progettare un qualcosa che risponda alle esigenze dell’utente, rendendo la sua esperienza sul Web semplice, immediata e piacevole. Non si tratta quindi solo una questione grafica ed estetica, quanto di creare una struttura “architettonica” user friendly.

User, first

Il Design Thinking ci permette di capire a chi stiamo parlando: comprendere cosa questa persona voglia effettivamente sapere (o cosa ancora non sa di voler sapere!) ed essere in grado di formulare una risposta che sia, nei contenuti e nella forma, quella che – proprio quella, perbacco! – stava cercando.
Il Design Thinking non è altro che un approccio orientato al problem solving, a cui ricorriamo nell’UX design, utilizzabile in ogni ambito ove ci sia effettivamente una necessità di una persona che potrebbe essere interessata a quello che diciamo.

Le 5 fasi del Design Thinking

1) Empatizzare con il problema

Non a caso il primo step del Design Thinking è capire con chi vogliamo parlare e delineare quale sia il problema che vogliamo e possiamo risolvere per raggiungere l’obiettivo nostro finale.
Noi dobbiamo comprendere empaticamente il problema, ma attenzione: farlo non è una questione di intuizione, ma frutto di osservazione, fatta da consulenti esperti di comunicazione digitale, in grado di immergersi nell’ambiente fisico per ottenere la consapevolezza più profonda di quelle che sono le persone coinvolte, in quanto “Quello che pensiamo che i nostri clienti pensino, non è quello che pensano i clienti.”

2) Definire il problema

Compreso l’utente e raccolte tutte le informazioni nella prima fase, possiamo definire il problema. Attenzione, non stiamo parlando del nostro problema, stiamo parlando delle persone, che si spostano al centro di ogni nostro singolo pensiero. Questo ci aiuterà a non perdere mai di vista il percorso che dobbiamo intraprendere, che ha, come unica direzione, quella che passa dalla soddisfazione dell’utente e della sua esperienza sul web. I nostri bisogni saranno soddisfatti solo se la soluzione che troviamo risolve i problemi delle persone che, se non avessero il problema, soddisferebbero i nostri bisogni.

3) Idee, idee, idee

Se fatti bene i primi 2 step, abbiamo sicuramente già iniziato anche lo step n. 3: stiamo cioè già producendo, volenti o nolenti, le prime idee. Non ci sono regole per produrre idee, creative o funzionali, ma di certo ci sono numerosi strumenti per stimolare questo processo, alcuni molto noti quali Brainstorming o WPI (Worst Possible Idea) altri semplici, ma singolari, come ad esempio il Brainwriting.

4) Il prototipo

Ma che ci faccio con questa idea? Come capisco se è buona?
Si parte con una progettazione di una versione smart ed economica dell’idea/soluzione individuata come la migliore. Questo procedimento, da solo, può portarci indietro a definire meglio l’idea o crearne una nuova nel caso, già in fase produttiva, si capisse che non può funzionare.

Si pensi alla produzione degli step di un form per chiedere un preventivo o per iscriversi ad una newsletter personalizzata, si pensi alla produzione di un’app commerciale che ti permetta di visualizzare i tuoi acquisti e organizzare il reso: si può produrre un modellino in carta, o wireframe digitali semplici e immediati che ti permettono di comprendere subito quali potrebbero essere le criticità dell’utente nell’utilizzo.

5) Test

Prodotto il prototipo dell’idea più adatta a soddisfare i bisogni delle persone a cui voglio parlare, è il momento di scatenarsi con i test. Nessuno escluso (o quasi).

Si tratta di un processo fluido e rapido in cui arrivare velocemente al punto: stagisti e dirigenti, valutatori interni ed esterni, qualunque persona con le caratteristiche di coloro con cui vogliamo interagire è soggetto perfetto per questa fase e potrà verificare la bontà dell’impostazione del progetto, per poi procedere con più sicurezza alla produzione definitiva. L’unica persona che non deve testare il prototipo prodotto, è chi ha prodotto il prototipo.

Essendo la realizzazione in prototipo dell’idea non necessariamente del tutto corretta o del tutto da rifare, spesso da questo step si potrebbe dover tornare indietro: si può capire che l’idea non va bene e pescarne un’altra tra quelle buone, con cui provare una nuova prototipazione. Oppure può emergere che la definizione del problema è poco precisa e fuorviante nella creazione di idee / soluzioni. O ancora, possiamo comprendere ulteriori aspetti dell’utente finale non considerati precedentemente, nuovi bisogni che non erano emersi o problemi bloccati da risolvere prima di quello che sembrava il primo problema.

Design Thinking e la UX Design_1

Design Thinking e la UX Design fanno parte di un processo dunque non necessariamente sequenziale, iterativo e flessibile, basato sul continuo scambio tra designer e persone, al fine di comprendersi e soddisfare le proprie necessità nella navigazione.

Dopo questa analisi siamo certi che guarderete ogni sito in modo diverso. 😉
Diteci in base ai siti che frequentate di solito: quale secondo voi segue i canoni che vi abbiamo raccontato e quale invece avrebbe davvero bisogno di una bella revisione?

Shopping Social e Realtà Aumentata: come cambiano gli acquisti?


Che si tratti di un paio di scarpe o di un elettrodomestico, tutti, almeno una volta, abbiamo fatto acquisti online; ora lo shopping online passa anche dai social.
Certo è più semplice quando si tratta di un oggetto da utilizzare, ma come si comportano le persone quando si trovano di fronte a un accessorio più personale, come un paio di occhiali o make-up?

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Global Online Consumer Report KPMG International 2017

Una delle principali barriere all’acquisto online per gli utenti è proprio il fatto di non poter provare su di sé l’oggetto del desiderio, vivendo l’esperienza diretta del prodotto.
 È vero, molte aziende offrono il cambio di merce gratuito entro qualche giorno, ma volete mettere il tempo necessario per restituire gli articoli e ricevere un nuovo ordine?

Social e Realtà Aumentata: l’AR sbarca su Instagram per “provare” i prodotti

Questo meccanismo è stato ben compreso da Facebook che, da settembre 2019, ha introdotto per le aziende la possibilità di sfruttare la tecnologia di Realtà Aumentata, per dare la possibilità agli utenti di “provare” i prodotti prima di acquistarli. Un noto esempio è quello del brand di cosmetici WeMakeUp, che consente di testare sulle proprie labbra le diverse tonalità di rossetto grazie alla fotocamera dello smartphone, per poi passare se soddisfatti direttamente all’acquisto online.

È proprio WeMakeUp uno tra i primi brand italiani a sfruttare la possibilità di creare personali filtri AR (Augmented Reality) per approdare anche su Instagram (per il momento rimanendo però solamente tra l’elenco dei tanti filtri).

Il canale ha infatti da poco inaugurato l’AR: alcuni brand che vendono i propri prodotti su Instagram potranno aggiungere un’opzione di prova in realtà virtuale ai propri profili. Inizialmente la funzione sarà disponibile solamente per alcuni marchi di cosmetici e occhiali, ma in futuro sarà disponibile anche per oggetti differenti.
 Insomma, un vero e proprio camerino virtuale per uno shopping social al 100%.

“Puoi condividerlo attraverso Stories con gli amici, i marchi possono creare Stories – questo è sicuramente uno dei modi principali in cui pensiamo che la gente farà acquisti.” spiega Srilatha Raghavan, product manager per il commercio AR di Facebook (Fonte: Mashable)

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Ray Ban

La speranza del canale, oltre a massimizzare le vendite, è infatti proprio che gli utenti condividano le proprie “prove” di prodotto attraverso le Stories, portando ulteriori consumatori a sperimentare la funzionalità per poi passare all’acquisto senza uscire da Instagram. Quale pubblicità è più credibile se non i contenuti (semi-reali) prodotti dagli utenti?

Shopping social e Realtà Aumentata: un rapporto destinato al successo?

Secondo i dati forniti da Facebook, l’utilizzo degli annunci pubblicitari con AR ha fatto registrare +27,6% per gli acquisti online, con un tempo medio di interazione degli utenti per il post pari a 38 secondi. 
Quindi al momento pare che sì, la novità stia piacendo agli utenti, che oltre a fruire di un contenuto di intrattenimento sono maggiormente invogliati a comprare un prodotto online che probabilmente non avrebbero mai acquistato senza prima “provare”.

Per quanto riguarda Instagram questo è un ulteriore segno di come il canale si stia sempre di più dirigendo verso la funzione di e-commerce, iniziata a marzo con l’introduzione delle funzione acquisti in-app.
Grazie quindi alla nuova modalità di acquisto e alla possibilità di interagire con il prodotto, anche Instagram riuscirà a catturare sempre di più l’attenzione e, probabilmente, le carte di credito.

Twitch: la nuova esperienza sociale interattiva

Dopo avervi raccontato TikTok, oggi analizziamo un’altra piattaforma dal grande potenziale di entertainment: Twitch. Dall’intrattenimento videoludico a quello generalista, il passo è breve per diventare una piattaforma strategica all’interno degli asset di digital marketing. Scopriamo insieme cos’è, chi lo guarda e come mai ha portato un nuovo modo di analizzare l’interazione sui media digitali.

C’era una volta

Il “core” della piattaforma è sempre stato rappresentato dallo streaming live di videogiochi, comprese le trasmissioni di competizioni eSport, oltre a contenuti creativi, flussi di “vita reale” e, più recentemente, trasmissioni musicali. Una piattaforma nata con un’anima marcatamente “core” ma che sta strizzando l’occhio all’intrattenimento di tematiche più disparate: vita reale, jam sessions musicali, cooking show.

Twitch: dati e concorrenza

La crescita di Twitch è avvenuta all’interno di un bacino colmo di servizi “potenti” e funzionali: YouTube, Netflix, Google, Amazon Prime Video, Apple TV.

Twitch

Se YouTube è ancora il canale perfetto quando si tratta di guardare video on-demand, quando si tratta di contenuti dal vivo, però, la competizione non è nemmeno vicina.

Twitch 2

Nel momento in cui state leggendo questo articolo circa 100.000 persone stanno guardando partite di League of Legends su Twitch. Nello stesso istante su Youtube soltanto 106 persone seguono lo stesso videogioco.

Twitch 3
Twitch Tracker.com

Al momento Twitch è leader del nuovo intrattenimento digitale legato al videogiochi, con potenziali nuove industry affacciate alle sue potenzialità: brand di automotive, elettronica di consumo e cosmesi.

La stessa piattaforma sta tarando la sua user experience, per ospitare in un futuro probabilmente non lontano, argomenti più mainstream e generalisti, che permettano di farlo diventare un media da “prime time”; un hub dal quale l’utente può scegliere la tipologia di contenuto a lui più affine, guardandolo presentato da uno streamer a lui affine, con cui possa chattare in tempo reale, in un’esperienza sociale ad-hoc e interattiva.

Il marketing su Twitch

Vlog, recensioni prodotto, influencer marketing, ma anche competitive gaming in sponsorship con altri brand; vere e proprie manifestazioni ed eventi che possono aumentare la visibilità di un brand, proprio come un media, un canale TV, che fa della fruizione e dell’interazione LIVE la sua peculiarità costitutiva: questa è la potenzialità che rappresenta il futuro di Twitch e dell’intrattenimento digitale.

Ciò che i brand possono offrire ai propri followers, aprendo un canale proprio o appoggiandosi a quelli dei creators, è una experience free-to-view, con tutti i contenuti accessibili attraverso più dispositivi e supporti, inclusi PC, console di gioco e dispositivi mobili, ovunque ci si trovi.

Senza dimenticare dell’aspetto unico di Twitch, ovvero la sua community. Proprio questa ha permesso alla piattaforma di crescere ed evolversi, diventando un luogo di conversazione che i brand non possono ignorare, dato che loro stessi sono argomento di conversazione, e si sa, le conversazioni sono fatte della stessa materia di cui è fatto il marketing. È evidente quindi come le conversazioni possano influenzare le scelte di acquisto. Non a caso molti influencer si sono ritagliati degli spazi pubblicitari che vendono ai brand per sponsorizzare i loro prodotti. Senza dimenticare poi che Twitch supporta le più classiche tecniche di marketing, tra cui banner e product placement.

Tra i primi ad avanzare progetti di marketing pionieristici sulla piattaforma sono stati Budweiser e Uber Eats, i quali hanno collaborato con famosi streamer per sponsorizzare i loro prodotti e servizi.

In conclusione, nonostante il canale non abbia ancora una fruizione generalista, ma sia relegata ad un bacino di utenti più limitato, il potenziale della micro-economia nata da questa piattaforma rimane molto alto.

Fridays For Future: il social listening della green wave

Il Web Listening, come vi abbiamo già raccontato qui, è un importante strumento per tracciare le conversazioni degli utenti sul web e capire cosa dicono su un determinato argomento. Ci è sembrato interessante analizzare un trend attuale come Fridays for Future. Ecco cosa abbiamo scoperto.

Fridays for Future: tutte le numeriche sul movimento

Il movimento Fridays for Future, lo sciopero scolastico per il clima, è apparso online sul Guardian il primo settembre 2018, quando Greta Thunberg era descritta come “a Swedish 15-year-old girl” ( The Swedish 15-year-old who’s cutting class to fight the climate crisis) , articolo ripreso poi da La Repubblica lo stesso giorno. Non è importante se si sposi o meno la causa del climate change, ma è interessante vedere quali sono state la ricadute nel web.
Nel corso di un anno l’interesse sull’argomento su Google ha raggiunto due picchi in concomitanza con le due manifestazioni a marzo e a settembre.

Google Analytics

Il totale delle conversazioni su Twitter, Blog e News con citazioni al Fridays for Future e Climate Strike si aggira nell’ultimo anno intorno ai 26 milioni di mentions pubbliche.
In Italia, in particolare, il valore è salito del 600% solo in 3 giorni (26-27-28 settembre), con un picco alle 12 di venerdì.

Google Analytics

Chi sono le persone interessate al Fridays for Future?

Secondo Google, la maggior parte di ricerche sono arrivate dalla Germania, in particolare dalla regione a nord di Amburgo, Schleswig-Holstein.

Google Analytics

In Italia la regione più interessata è stata il Trentino-Alto Adige: la classifica è tutt’altro che corta, in Molise Google non ha registrato abbastanza ricerche per poter inserire questa regione in classifica.

Incrociando i dati con una analisi di Social Listening si conferma il silenzio anche sui social della regione del Molise e più conversazioni nel nord d’Italia.

Brandwatch

Gli autori di queste conversazioni sono uomini (46%) e donne (54%), risultano abbastanza bilanciati, e, in base agli elementi pubblici all’interno dei profili Twitter, solo il 14% è uno studente, la maggior parte risultano essere giornalisti e artisti (dato fortemente interpretabile). Curioso notare come effettivamente l’aspetto “giovane” emerga parecchio dai contenuti condivisi: i termini “giovane”/“studente” e affini sono molto ricorrenti tra le conversioni, saranno più i media a parlare di movimento giovane più del movimento stesso?

Brandwatch

Effettivamente, chi ha raggiunto più impression, su Twitter, escludendo i politici, sono stati i media stessi: tra i top tweeter ritroviamo il Corriere, Le Iene e la Repubblica.

Il sentiment dei contenuti è stato principalmente positivo, ma la crescita di quello negativo è stata quasi del doppio durante i tre giorni presi in esame: in termini relativi, la manifestazione ha acuito la negatività attorno al tema più che sedarla.

Brandwatch

Fridays for Future: dillo con un’emoji!

Eppure, se dovessimo descrivere il Friday for Future Italiano con una emoji, l’emoji cloud parla chiaro: ❤️

Brandwatch

Perché dovrebbe interessarci come interpretano le persone un fenomeno come il Fridays for Future?

Perché, per esempio, Treedom, azienda che mette in vendita alberi da adottare a distanza, con 11 Tweet ha ricevuto quasi 66K impression in 3 giorni.

Certo, Treedom la filosofia green ce l’ha insita nel suo manifesto ed è scontato che partecipi a movimenti di questo tipo, ma la green wave è fonte di ispirazione per molti brand, e conoscerne i numeri ha aiutato molti a capire già anni fa da che parte si stavano muovendo le nuove generazioni (vedi “i giovani” sopra, la Generazione Z).

Come il Web Listening può orientare i brand e i consumatori

L’ascolto delle conversazioni in rete è una delle fonti per conoscere in anticipo cosa arriverà dall’estero e influenzerà il mercato italiano nel futuro, in modo da posizionarsi prima dei competitor su segmenti di comunicazione precisi. 
Arrivare prima degli altri non è solo un fattore puramente di posizionamento, ma è anche battere il ferro prima che diventi troppo caldo.
L’impennata di sensibilità nei confronti di alcuni temi come il green o la privacy influenza le scelte dei consumatori e lo sanno bene i mezzi di comunicazione, che, sopratutto digital, si adeguano molto in fretta: oggi Facebook per trasparenza rende visibile (a chiunque) il budget investito dai brand nei temi “about social issues” e richiede obbligatoriamente di inserire nelle inserzioni che toccano la “pancia” degli utenti il nome dell’azienda o brand che veicola determinati contenuti attraverso investimenti.

Patagonia

L’ascolto della rete è una importante arma in tasca ai brand che incaricano le agenzie di analisi periodiche, misurate e approfondite.