UGC nelle Social Media Strategy 2020

Ogni fine anno che si rispetti porta con sé valutazioni sui 12 mesi passati e previsioni sui 12 mesi futuri. Nel nostro ambiente gli occhi sono sempre puntati sui nuovi trend, in questo caso i trend marketing che nel 2020 saranno fondamentali in ogni strategia, come ad esempio gli UGC.

Come sempre ci sono novità ma anche tendenze che vengono consolidate e diventano dei “mai-più-senza”, materiale da tenere d’occhio per la nuova stagione, tra queste è impossibile ignorare gli UGC, User Generated Content. Ma perché sono importanti all’interno di una strategia, e perché proprio nel prossimo anno dovremo tenere d’occhio questo trend? Vediamolo insieme!

Cosa sono gli UGC

Associamo sempre più spesso la parola influencer a campagne di comunicazione, perdendo forse di vista il valore intrinseco delle maggiori piattaforme digitali: i contenuti prodotti dagli utenti.
 Con la rimozione dei like da Instagram, ne avevamo già parlato qui, ci eravamo chiesti quale potesse essere la risposta degli utenti, in termini di quantità.
In questo articolo cerchiamo di concentrare l’attenzione sul valore dei contenuti prodotti dalle persone e del perché valga la pena considerarli per una strategia di comunicazione user/branded oriented.

Ma partiamo dall’inizio, che cosa sono gli UGC? Con User Generated Content si intendono tutti quei contenuti pubblicati spontaneamente dagli utenti su molteplici canali social/digital.
Youtube, Instagram, Facebook, sono tutti degli ottimi esempi di piattaforme che traggono beneficio dalla produzione di contenuti. Dalla varietà multimediale alla presenza attiva di utenti che condividono, dalle opinioni sui locali o prodotti fino alle foto di “testimonianza” che fungono da social proof.
Quando questo flusso di contenuti viene in qualche modo “indirizzato”, possiamo allora discutere di benefici che potrebbero favorire la notorietà di un brand.
Ma prima di discuterne, definiamo i criteri che rendono quel contenuto un UGC:

  • l’accessibilità, il contenuto deve essere pubblicamente prodotto e reso fruibile a tutti;
  • autenticità, deve avere un valore (creativo, di testimonianza, informativo ecc…)
  • deve essere prodotto al di fuori dalle vesti professionali e, quindi, non avere delle pretese economiche (Hey, qualcuno ha detto influencer?!)

Perché tenere d’occhio questo trend

Il meccanismo che sostiene la dinamica degli UGC, soprattutto quando quel contenuto è associato ad un brand o prodotto, è il senso di aggregazione e la voglia di partecipazione. 
Non si tratta semplicemente di contenuti che inquadrano “un qualcosa” o un momento, perché raccontano un punto di vista unico con varie interpretazioni possibili.

In quel momento – quando si sta per postare l’ultimo scatto realizzato con la fotocamera di ultima generazione – si sta producendo un contenuto di valore. Variabile!

A tal proposito, secondo una ricerca condotta da Stakla nella comparazione tra UGC e Branded Content, si rileva che gli utenti ritengono più originale, sincero ed affidabile un contenuto prodotto da un’altro utente.

Questo dato, unito alle dinamiche di cui abbiamo sinora discusso, non fanno che incrementare il valore percepito dei contenuti UGC che, se associati “genuinamente” ad un brand, giocano un ruolo fondamentale nel miglioramento della brand experience.

UGC 2

Un ruolo talmente fondamentale che top brand come Apple e GoPro, solo per fare alcuni esempi noti, hanno lanciato negli anni delle campagne che premiano gli utenti in grado di produrre contenuti originali.
 Monitoraggio mention, creazione di hashtag di campagna (#shotoniphone e #goprotravel, ad esempio), contest digitali, contribuiscono alla creazione di una sfera di unicità associabile unicamente a quel brand.

Impatto per la Brand Communication

Ma quindi a che cosa potrebbero essere davvero utili gli UGC per la strategia di un brand, anche non appartenente alla sfera tech?
I motivi che spingerebbero i brand a valutare modalità di coinvolgimento diretto degli utenti conducono verso l’ottimizzazione della brand experience.
 In dettaglio, sarebbe possibile perseguire:

  • brand awareness: la quantità di contenuti facilita il passaparola, inteso proprio come “parlar di quel brand”. La diffusione del contenuto facilita il raggiungimento di altri utenti;
  • brand desire: creare un legame che collega quell’utente al brand e, nuovamente, favorire l’instaurazione di altri legami;
  • brand loyalty e inspiration: l’utente finale tende a legarsi a quella community, a quell’attività e facilita il coinvolgimento degli altri utenti

Un esempio è il contest realizzato da IAKI per Deichmann, in cui è stato creato un hashtag di campagna, appositi filoni editoriali, call to action esplicite e stickers su IG Stories per coinvolgere le persone a partecipare. Tutte dinamiche che rappresentano validi modi per orientare l’utente alla pubblicazione di contenuti branded.

Per innescare delle dinamiche di coinvolgimento non basta attivare un contest online o lanciare un hashtag su Instagram allo scopo di raccogliere UGC.

Non possiamo pensare di delegare semplicemente agli utenti – a meno che non si parli di brand iconici come Apple – il perseguimento di quei benefici.

Affidarsi a un team di comunicazione digital vuol dire anche questo: poter analizzare il proprio pubblico, le best case, le modalità e i trend d’interazione. Il tutto per stimolare la produzione di contenuti UGC branded oriented.

La sfida per distinguersi da una comunicazione di massa senza allontanarsi dal proprio pubblico di riferimento è iniziata: cosa aspettate a mettervi in gioco?

Novità per Snapchat. Dalla valorizzazione delle community ai nuovi strumenti di targeting

Vi trovate a New York o a Los Angeles? Allora Snapchat ha una sorpresa per voi: Story Explorer.
Vi trovate ancora nel Vecchio Mondo? Non vi preoccupate, Snapchat ha in programma di rendere disponibile la nuova funzionalità anche qua, solo un po’ di pazienza!

Questa nuova feature vi permetterà di approfondire in real time una storia che vi interessa particolarmente, apparirà in basso sul contenuto che state visualizzando la scritta “explore” e con uno swipe verso l’alto potrete godere di tanto altro materiale.
Lo scopo è quello di valorizzare le breaking news attraverso un racconto che viene da più punti di vista, quelli di tutti gli snapchatter che lo stanno vivendo in quel momento, in quella città e che decidono di condividere la propria esperienza.

Si tratta di un aggiornamento che punta sulla valorizzazione degli user generated content e della community che si è creata intorno al social network e che è formata da un pubblico prevalentemente giovane (13-34 anni) ed estremamente attivo: si contano oltre 100 milioni di snapchatter attivi ogni giorno, ma il dato è in continua crescita (ne avevamo già parlato qualche settimana fa a proposito dei nuovi selfie sponsorizzati).

Guardando questi dati non si può che pensare a quanto sia ghiotta per le aziende l’occasione di potersi rivolgere in prima persona ad una fetta di mercato di questo tipo, che andrà sicuramente ad aumentare grazie alla nuova introduzione. Per questo Snapchat ha individuato alcune nuove modalità per fornire ai brand uno strumento di targeting efficace: ha iniziato a vendere pacchetti di audience raggruppati per tematiche di interesse, individuate attraverso l’uso che viene fatto dai singoli del canale Discover, come racconta Digiday.

Se da una parte si tratta di un passo in avanti per la piattaforma, che riesce così ad andare incontro alla necessità degli inserzionisti di investire in un target quanto più mirato possibile, dall’altra le critiche dei brand sono ancora molte. In particolare, l’impossibilità di misurare il click-through rate, metrica fondamentale per valutare il successo di un’inserzione. Più in generale invece, la piattaforma fornisce scarsa trasparenza in termini di dati: sia sulle performance di Snapchat stessa, sia per l’impossibilità di mettere le mani su una piattaforma di interfaccia dedicata o di analytics.

In ogni caso si tratta di una occasione unica per le aziende di raggiungere un’audience così giovane e ampia, è impensabile quindi lasciarsi intimidire dai seppur evidenti limiti del social network.

E intanto, mentre attendiamo l’arrivo dello Story Explorer, raccontateci: quale tipo di notizia vi piacerebbe approfondire su Snapchat?

I sondaggi tornano di moda su Twitter

Lo scorso ottobre Twitter ha annunciato il ritorno dei sondaggi.

“Se ti interessa scoprire l’opinione che gli altri utenti hanno su un determinato argomento – il nome da dare al tuo nuovo cane, chi vincerà la partita di questa sera o quale aspetto di una campagna elettorale pensano sia più rilevante – non c’è posto migliore di Twitter”.

È un ritorno perché anche in passato si potevano fare sondaggi con call to action, domande aperte, contando le occorrenze su uno o più hashtag, chiedendo agli utenti di fare un favorite o un RT per scegliere una posizione su un determinato quesito, e (last but non least) le Twitter Poll Card che a mio parere erano anche più funzionali, anche se tecnicamente difficili da gestire e non aperte a tutti.

Sky Tg24 Poll Card

Come funzionano i sondaggi?

Semplice: chiunque cliccando sul pulsante blu per creare un nuovo tweet può scegliere la modalità sondaggio con una domanda e due possibili scelte. Il sondaggio rimarrà “vivo” per 24 ore.

A cosa possono servire i sondaggi?

Solitamente le novità Twitter sono disponibili solo agli account verificati, quindi solo a personaggi famosi e handle global di grandi marchi, ma questa volta l’opzione è aperta a tutti. Chiunque può fare un sondaggio sia che si tratti di chiedere ai propri amici “cosa fare stasera” o “chi sarà il nuovo Presidente della Repubblica”. Le opzioni sono solo 2, ma le domande da poter fare sono infinite, i brand possono quindi sbizzarrirsi.

Arriva-Twitter-Poll-e-il-sondaggio-si-fa-a-forza-di-cinguettii
Fonte: pastemagazine.com

Questa “nuova” opzione mostra però diverse lacune:

  • Non è possibile inserire una immagine per aumentare la visibilità del sondaggio.
  • A bordo del nostro tweet-sondaggio è visibile il numero dei voti.
  • Le scelte dei votanti non si trasformano in altri tweet per aumentare la visibilità del sondaggio, come succedeva invece nelle Twitter Poll Card.
  • Come anticipato, non è una vera novità.

Diversamente dai rivali social, Twitter fatica a innovare e rinnovare la sua piattaforma: le ultime vere grandi novità sono stati Periscope, ottima app con un grande potenziale soprattutto per il citizen journalism (ne abbiamo parlato qui), e Twitter Moments (ancora per pochissimi eletti).

I sondaggi sono sicuramente un tool molto interessante per la community Twitter, favoriranno le conversazioni tra utenti, creeranno nuove formule di interazioni sulla piattaforma, ma mancano dell’effetto wow.

Periscope e il giornalismo

Grazie a internet, le notizie si diffondono molto velocemente da un angolo all’altro del globo e per le testate giornalistiche è diventato cruciale mantenere il passo. Per poter offrire servizi di informazione sempre più efficienti e coinvolgenti per il loro pubblico, i giornali sono attenti all’evoluzione della comunicazione e pronti a sperimentare.

A marzo è uscito Periscope, l’app Twitter che permette live streaming video da un qualsiasi smartphone iOS o Android. I video in streaming non sono certo una gran novità, la pirateria, gli hangout Google, YouTube ci hanno abituato a fruire quotidianamente di contenuti video in rete, ma Periscope gode di due vantaggi competitivi rispetto alle altre piattaforme: il primo è l’immediatezza, per poter essere on air basta aprire l’app e iniziare a filmare (niente di più facile); il secondo punto a favore è l’integrazione con Twitter. Questo è particolarmente importante per i giornali perché vivono di fatti che riguardano il presente e nessun canale può raccontarlo come Twitter che ha fatto del real time la sua forza.

Quando l’app iOS di Periscope fu lanciata, già nel suo primo giorno di vita fu utilizzata dai newyorkesi per testimoniare la diretta di un incendio scoppiato nell’East Village di New York. Periscope è così diventato un importante mezzo del citizen journalism: un giornalismo fatto di contribuiti e testimonianze degli utenti che da lettori diventano editori di notizie in grado di raggiungere un pubblico più vasto anche di alcune testate online.

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Fonte: Periscope

Se Periscope può essere utilizzato da chiunque per il citizen journalism, può anche essere utilizzato magistralmente dalle testate per documentare day by day dei momenti o delle crisi importanti come quella dei rifugiati che sta colpendo l’Europa in queste settimane.

Ad esempio, Paul Ronzheimer, un reporter del quotidiano tedesco Bild, ha raccontato e documentato il viaggio in Germania dei rifugiati dell’isola greca di Kos con dei broadcast su Periscope: “È stato interessante vedere quanto interesse c’è stato nel racconto. Alcune volte i live viewer arrivavano a 5-6 mila e un video è stato rivisto 90.000 volte”.

Secondo Paul, Periscope gli ha permesso di utilizzare i commenti del pubblico per arricchire le sue interviste, poter filmare ogni volta che poteva stando al fianco dei rifugiati per tutto il viaggio: il giornalista ha potuto seguire anche le strade illegali percorse dai rifugiati e stare con loro durante situazioni molto delicate in cui non era permesso l’accesso alla troupe.

Nonostante fosse inizialmente preoccupato di ricevere commenti razzisti, il giornalista ha ricevuto migliaia di commenti, tweet e email di persone che lo ringraziavano per il suo lavoro grazie al quale è stato approfondito il problema dei rifugiati e la loro condizione.

Periscope è quindi la nuova frontiera del giornalismo moderno? 

Vi invito a visitare Periscope ora, aprite la vostra app! Non troverete reportage o notizie di rilievo. Periscope è ancora lontano da essere un tool di informazione pura, ma è sulla buona strada. Come molti social network, Periscope consiste di una grossa percentuale di broadcast di persone che filmano il proprio cane o la propria colazione, ed è esposto a diverse insidie tra cui la pornografia, la pirateria e la questione della privacy.

Gli UGC e le news. Il modello FB Newswire

“Trust in social media” è il motto di Storyful, il servizio per la scoperta e verifica di UGC che sta supportando Facebook nel nuovo servizio offerto ai giornalisti: FB Newswire.

Guerra contro le bufale
La velocità nel dare le notizie è sempre stato il terreno di sfida dei grandi network, ma il pericolo bufala è dietro l’angolo: utilizzare gli UGC senza una puntuale verifica è un rischio che un canale di informazione serio non può permettersi di correre. Il servizio FB Newswire nasce quindi per soddisfare la richiesta di UGC da parte delle newsroom: i contenuti verificati da Storyful sono diffusi grazie ad una fanpage e ad un account Twitter con indicazione del contesto, dei credits, della licenza d’uso del materiale, eventuali contatti del proprietario.

Perché gli UGC?
Le newsroom stanno facendo i conti, ormai da tempo, con rischi e vantaggi nell’utilizzo degli UGC. Ci sono eventi che possono essere documentati con immediatezza solo da persone presenti nel posto giusto al momento giusto, spesso non professionisti che condividono in Rete un contenuto istantaneamente: come batterli sul tempo? Impossibile.

Come utilizzare i contenuti degli utenti
Se è vero che gli UGC sono una fonte inestimabile di notizie, d’altro canto bisogna trattare questi contenuti con la massima attenzione. Il primo passo è organizzare un sistema di verifica della fonte e del contenuto: alla BBC ad esempio c’è un’intera squadra che compie vere e propri indagini sull’origine dei contenuti grazie alle nuove tecnologie. Se un broadcaster decide di diffondere una notizia se ne assume la responsabilità e a poco valgono i disclaimer se commette un errore. Inoltre, è bene ricordare che bisogna sempre chiedere al proprietario dell’opera i diritti di utilizzo. Unica eccezione all’obbligo di richiesta di autorizzazione è il caso in cui il riutilizzo è dettato da un interesse pubblico alla distribuzione della notizia: in questo caso la fonte deve essere citata e il contenuto non può essere alterato.

Imparare da FB Newswire
Il servizio di Facebook per le newsroom, oltre a farsi garante per le notizie diffuse, attribuisce sempre i credits e non commette l’errore dei grandi network di all news che, secondo il report del Tow Center, attribuiscono la paternità dell’opera solo nel 16% dei casi. Può essere quindi molto utile dare un’occhiata a questo servizio per iniziare a familiarizzare con le regole più importanti per l’utilizzo di notizie e contenuti degli utenti.

UGC per le news, al Festival del Giornalismo

Tante voci del mondo dell’informazione sono riunite a Perugia per l’ottava edizione del Festival del Giornalismo. Tra i temi della seconda giornata di incontri, gli UGC hanno dominato la discussione e fornito spunti di riflessione per le newsroom e per tutte le realtà editoriali che utilizzano sul web, sui social o in tv contributi multimediali forniti dagli utenti.

Lo scorso anno, nella stessa sede del Festival, notavamo come il tema centrale della produzione di news fossero i contenuti prodotti dai non addetti ai lavori e il citizen journalism.

Quest’anno la discussione si è spostata dal citizen journalism all’accidental journalism, per citare Claire Wardle del Tow Center for Digital Journalism, che ha partecipato alla panel discussion “User generated content (UGC) per le news” per presentare con il collega Sam Dubberley uno studio sull’utilizzo degli UGC da parte di otto canali broadcast. Si tratta infatti di contenuti che l’utente non ha prodotto perché diventassero contenuto informativo nelle mani di un canale tv o di un giornale. A questo proposito sono interessanti gli spunti sul piano giuridico (e i casi e le limitazioni previsti dalla Direttiva 2000/31/CE): l’embedding di un contenuto non comporta responsabilità, mentre l’utilizzo di disclaimer vaghi e che non fanno riferimento all’autore può comportare problemi sul piano giuridico. È anche importante valutare qual è la fonte cui rivolgersi per chiedere i credits: l’autore del contenuto o il sito su cui il contenuto è stato postato, al quale l’utente iscrivendosi ha ceduto la licenza d’utilizzo se non la proprietà? Le diverse fattispecie sono da verificare caso per caso, ma si tratta di un tema etico e di responsabilità su cui è urgente dibattere se, come emerge dallo studio del Tow Center, solo il 16% dei contenuti UGC presi in analisi riportavano credits completi.

Un altro tema importante e trasversale è quello della verifica delle fonti e del fact-checking: le prime fasi consistono nel controllo di authority e affidabilità dell’utente, data di caricamento e data di iscrizione al social su cui è stato caricato il contenuto, geo-localizzazione e orario di pubblicazione.

La verifica delle fonti su Internet e i social non è una scienza esatta e spesso appare come uno sforzo che richiede tempo e risorse non sostenibili per una redazione. In realtà si tratta di adottare alcuni accorgimenti semplici e la risposta talvolta può essere trovata con una semplice ricerca su Google Images. Gli autori del Verification Handbook, presentato ieri a Perugia, si rivolgono proprio ai giornalisti che hanno paura di soccombere di fronte alla mole di informazioni e rumore che i social possono offrire. Il rumore, se ben gestito, può diventare lo spazio per creare una rete di fonti affidabili: si tratta di gestire la folla, come sostiene Mathew Ingram di GigaOm.

Una maggiore verifica sulle fonti degli UGC è un’operazione fondamentale, soprattutto per prevenire la pubblicazione di bufale e notizie false che in sede di smentita saranno attribuite alle testate che hanno condiviso un contenuto erroneo. I tweet sbagliati si possono cancellare, ma è bene ricordare una massima che vale per tutti i fail dell’Internet: verba volant, screenshot manent.

Instagram, la forza delle immagini e il caso Nike

Se mi guardo indietro di un anno ricordo come il social media del momento fosse Pinterest, che al tempo era al massimo della sua fase di maturazione. Oggi invece c’è un altro social, una nuova pietra miliare che sta cambiando il modo di usufruire i contenuti fotografici: Instagram.

Instagram ha accelerato quella tendenza già in atto su Facebook di creare e condividere contenuti di qualità (in poco più di un anno la percentuale di foto presenti nei newsfeed delle persone è cresciuta dal 20% al 50% come testimonia una recente ricerca di PostRocket). E senz’altro l’acquisto di Instagram da parte di Facebook è stato lungimirante. Era solo questione di tempo perché anche i brand si rendessero conto dell’importanza di sfruttare al massimo i contenuti visivi per aumentare awerness e per stimolare la partecipazione attiva degli utenti.

Un caso molto interessante da prendere ad esempio è quello di Nike che recentemente ha realizzato una collaborazione con Instagram e ha dato vita ad un nuovo modo di utilizzare l’UGC per far vivere ai consumatori un’esperienza diversa. Nike è un brand che da anni ha fatto della personalizzazione uno dei suoi cavalli di battaglia e ora ha mosso un altro passo nell’evoluzione di questo concept che unisce la personalizzazione “classica” del disegnare la propria scarpa con Instagram.

Post instagram

Fonte: Nike PhotoID

L’idea nella sua semplicità è geniale, e Nike potrà senz’altro contare sull’effetto virale che può nascere dalla fusione della funzione “share” presente sul suo sito o su Facebook, e le potenzialità di condivisione di Instagram.

Basta accedere al sito Nike PhotoID e con soli 4 click le proprie Nike saranno ispirate alla propria foto di Instagram preferita. Sul sito si possono sfogliare la gallery con tutte le versioni create dagli utenti in base alle proprie foto su Instagram.

Si aprono grandi orizzonti per il binomio brand-Instagram, quello che sarà interessante capire è se in futuro ci sarà un’ulteriore integrazione con Facebook, non soltanto a livello di condivisione delle immagini (oggi il 98% delle immagini pubblicate sono condivise anche su Facebook), ma anche a livello di funzionalità. Il ruolo dei brand è quello di offrire alle persone un’esperienza continua a prescindere dai canali, dai momenti e dai dispositivi con cui entreranno in contatto con i contenuti.