TV ad Targeting nel futuro della social TV

La social TV e l’uso del second screen si stanno ufficialmente diffondendo anche in Italia. Con attenzione e interesse monitoro il fenomeno e ne parlo: l’ho fatto qui e più recentemente anche sul mio blog. Ma non solo: seguo discussioni, commento live e vedo che il numero di utenti che offre pareri e critiche su film, telefilm, varietà e talk show è in aumento. Sì ho usato il termine “varietà”, ma per scommessa dovevo inserirlo in questo post, e direi che qui calzava a pennello. E ho vinto un caffè.

Tornando alla social TV, sarà che i programmi sono sempre meno interessanti, che le trasmissioni televisive invitano la gente a discutere di quel che sta andando in onda o che c’è sempre più voglia di condividere esperienze e commenti, è chiaro che il fenomeno esiste. Perché allora non sfruttarlo a fini promozionali? Detto, fatto.

In maggio Twitter ha annunciato la versione beta di un nuovo prodotto chiamato TV ad Targeting, che permette ai brand di far proseguire le proprie comunicazioni commerciali anche su Twitter. Il risultato di questo test ha rivelato che l’impatto dell’uso di Twitter con l’advertising TV è significativo rispetto al solo uso degli spot televisivi. Da alcuni giorni, quindi, lo strumento è stato messo a disposizione di tutti i soggetti che fanno advertising sulle reti nazionali americane.
Le pubblicità che vediamo sullo schermo della TV vengono sincronizzate con le comunicazioni Twitter ed hanno una prosecuzione digitale attraverso i promoted Tweet, ma anche contenuti Vine.

Risultato: il messaggio risulta essere amplificato.

Twitter ha poi fornito agli inserzionisti un nuovo set di analitycs che permettono di monitorare e capire quali utenti stanno parlando delle campagne, di analizzare i feedback ed eventualmente ottimizzare le comunicazioni.

L’interazione spot, campagna Twitter e comunicazioni degli utenti offrono sicuramente grandissime possibilità per i brand dal lato creativo, della comunicazione e dell’interazione con gli utenti.
Non ci resta che attendere che lo strumento arrivi in Italia. Vado a bere il mio caffè.

Social Media Fail Marketing

Nel 2013 il #fail sui social media può essere considerato uno strumento strategico per i brand, perché aumenta l’awareness e garantisce un boost di partecipazione. Ma fail indica un errore, uno scivolone, qualcosa che naturalmente non gioverebbe a chi lo sta compiendo. Tuttavia uno degli effetti collaterali del commettere errori è la visibilità che si ottiene, perché tutti vogliono correre per essere i primi a fartelo notare. Questo cosa significa in ambito social? Interazione.

In qualche modo questo approccio può essere considerato come uno spin-off di “bene o male, l’importante è che se ne parli”, infatti più tipicamente se ne parla male, anche se tra gli addetti ai lavori e gli utenti smaliziati si è fatta strada da tempo la consapevolezza dell’uso strumentale di questo meccanismo.

È arrivato il momento degli esempi. Il mio preferito è il Pedobear di Kit Kat (l’immagine la vedete in alto all’inizio dell’articolo):

  • Perché c’è Pedobear
  • Perché Pedobear suona la batteria usando due Kit Kat come bacchette
  • Perché è un meme fatto con un altro meme.

Questa vicenda risale al luglio 2012, quando Kit Kat usò questo scatto per lanciare il suo nuovo profilo Instagram, ottenendo tantissima attenzione in effetti, ma per il fatto di aver scelto “qualcosa legato alla pedofilia” in relazione al brand.
Secondo voi, l’obiettivo è stato raggiunto?

  • Nel caso in cui lo scopo fosse l’awareness, direi di SI.
  • Nel caso in cui fosse pubblicizzare il canale Instagram, direi sempre di SI.

L’unico caso in cui l’obiettivo non può considerarsi raggiunto forse riguarda il sentiment dei commenti generati in proposito.

Un altro caso interessante è quello legato alla campagna di Shell, Arctic Ready, dove il brand si prodiga per esporre come le trivellazioni artiche possano portare benefici per il pianeta e l’ecosistema. Il vero protagonista però è stato Greenpeace, che con la sua contro-campagna di trollaggio mirato ha costruito un sito copia di Arctic Ready, dove gli utenti potevano comporre immagini di campagna simili a quelle di Shell, ma con messaggi pro-ambiente votati al sarcasmo. Il risultato? Qualche esempio di seguito.

shell - arctic ready
Fonte: Articready.com

 

shell - arctic ready
Fonte: Articready.com

L’iniziativa è proseguita tramite il boost del profilo Twitter creato ad hoc e ormai sospeso @ShellisPrepared, creato di proposito per essere scambiato per un account ufficiale del marchio. Il pubblico ha interpretato questa iniziativa virale di guerriglia comunicativa come un fail del brand in principio, aumentando esponenzialmente la diffusione attraverso i social media. Davanti alla scoperta della verità le reazioni sono state diverse, l’audience si è divisa tra quelli che si sono sentiti raggirati e coloro che l’hanno reputata una mossa brillante. Certo è che questo fail procurato abbia raggiunto i risultati auspicati.

Anche in Italia iniziano a sorgere casi di Social Media Fail Marketing riconoscibili come tali. Uno potreste averlo visto sul Duomo di Milano, oltre che su Facebook. Un altro fautore di questo approccio è un brand che produce latticini, oltre che campagne pubblicitarie con riferimenti sessuali espliciti. È addirittura nata una pagina Facebook che raccoglie molti di questi exploit: Social Media Epic Fails.

Purtroppo questi fail non sempre raccolgono il risultato auspicato, infatti molti dei casi italiani non conducono affatto all’awareness generata per Kit Kat. La domanda da porsi è questa: è giusto per un brand compromettere la propria reputazione nella speranza di fare il botto? Dipende dalla qualità, dalla bassezza e da quanto sia cheap il fail su cui si ha intenzione di puntare.

Ora raccontateci la vostra opinione: per voi questo approccio ha un futuro?

INCREDIBILE! Scoprite tutto sui paginari Facebook!

Cosa non si fa al giorno d’oggi per ottenere risultati migliori su una strategia Facebook? Poco.
Uno dei sistemi più fantasiosi e coloriti è quello dei paginari. Procediamo per gradi, di cosa si tratta?

È un mercato a due vie:

  • Da una parte ci sono i paginari. Sono generalmente giovani studenti, frequentatori del meme più mainstream che ci sia. Programmati come un Terminator per ricevere più like possibile alla pagina e ai post che vengono pubblicati. Ma perché farebbero questo? Per ammonticchiare likers alla pagina Facebook gestita e aumentarne la “quotazione di mercato”. Verdone direbbe: in che senso?
  • Dall’altra parte ci sono i media brand. In genere non parliamo di grandi testate provenienti dalla carta stampata, come Repubblica o Corriere, bensì di testate specializzate in articoli di cronaca nera, cronaca rosa, gossip e contenuti mordi e fuggi in generale, tipo i 10 tuberi da evitare per superare la prova costume. Ma quale interesse avrebbero queste testate ad avvalersi dei paginari? Nell’ottica in cui conta soprattutto la quantità, con poco riguardo alla qualità, i referral al sito devono schizzare alle stelle per valorizzare gli spazi pubblicitari. Quindi è naturale che per il media brand di questo genere il paginaro possa sembrare un buon alleato per aumentare i risultati.

Prima di concentrarci su aspetti più rilevanti, una menzione particolare va fatta all’arte raffinata del naming di queste pagine (o di quelle che sembrano esserlo, dato che ovviamente non vanno a sbandierarlo), ve ne proponiamo di seguito una selezione:

Io… Sono tua Madre
100% CaRoGnA
Le 1001 cose che gli uomini non sanno delle donne
FARI ALTI per sgnalare gli sbirri agli altri
Le 999 cose da fare prima di crepare.

Se provate a visitare qualcuna di queste pagine e a scorrere gli ultimi post pubblicati noterete senz’altro un certo schema:

  • Gli articoli puntano sempre a una testata in particolare
  • I risultati di engagement sui contenuti non sono degni di nota
  • I lanci delle notizie sono scandalistici e spesso in CAPS LOCK

Quali sono i contro di una strategia che si affida ai paginari?
Il punto fondamentale è che in questo modo costruiamo una fanbase che non è basata sulle fondamenta dell’interesse verso i contenuti, ma sull’interesse momentaneo che ha attirato l’attenzione: la trivialità di una notizia, il fatto che si parlasse di sport oppure una bella ragazza/o nell’immagine di anteprima.
Concretamente sugli analytics del sito vedremo un aumento dei referral da Facebook, però aumenterà anche la percentuale di rimbalzo, ovvero questi visitatori tendenzialmente non torneranno più e non creeranno nessun valore per la pagina sul lungo periodo. Il brand si troverà quindi in una situazione dove per mantenere il volume di referral è vincolato a questo tipo di soluzioni.

Voi quanti paginari seguite? Scrivetecelo nei commenti!
La nostra preferita del momento è Google Maps Fail, anche se attualmente sembrano non essersi ancora tuffati nel business.

Tra sito e social media. Il ruolo del blog aziendale.

Un blog aziendale è un owned media che si colloca a metà tra il sito e i canali social: è dinamico, aggiornato periodicamente, affronta tematiche specifiche in modo completo, prevede l’interazione degli utenti, si presta alla viralizzazione dei contenuti grazie ai pulsanti di share.
Tra i canali utilizzati dai brand, si distingue sia dal sito aziendale (strutturato in modo da conservare una sostanziale fissità nel tempo) sia dai social media (dedicati alla conversazione con gli utenti e, generalmente, proiettati sul real time).

Perché costruire un blog aziendale?

Quanto più un argomento è complesso (pensiamo ai servizi bancari o alla consulenza legale) tanto più è difficile orientarsi tra i contenuti presenti in rete e trovare informazioni attendibili, soprattutto per gli utenti che non sanno destreggiarsi tra la miriade di forum, social media e blog. Se poi scarseggiano le notizie in lingua madre, il livello di difficoltà aumenta.

La rete sembra satura di informazioni, ma in realtà ci sono ancora molte conversazioni in cui le aziende potrebbero inserirsi mettendo a disposizione il proprio know-how. In quest’ottica, il blog corporate può diventare un vero e proprio servizio per rispondere alle esigenze degli utenti disorientati: un’occasione per i brand che vogliono costruirsi una reputazione e conquistare l’attenzione del  target.

Se occupa una nicchia ancora scoperta, il blog si candida a diventare un punto di riferimento per gli utenti, aumentando l’awareness e facilitando la diffusione dei propri valori, prodotti e servizi. Uno strumento in più per instaurare un dialogo con gli utenti e coinvolgere gli influencer.

Quante aziende investono sui blog?

Non si spiegano allora i risultati della ricerca di Technorati media, secondo i quali solo il 32% delle aziende investe sui blog, pur essendo la terza fonte online che influenza le persone nell’acquisto di un prodotto.

Technorati Media Digital Influence Report 2013

 

Non solo, sempre secondo Technorati media, i blog sono tra le cinque fonti considerate più attendibili in rete dagli utenti: perché non sfruttare questa opportunità?

 

 

Aggiungi un hashtag a Facebook, avrai opportunità in più

Metti un #hashtag e non ti sbagli. Questo ormai è il trend. Dove metterlo? Non importa. Su una maglietta, un cartellone pubblicitario, nel titolo di un programma TV, in uno spot televisivo e in un Pin di Pinterest. Tu metti un hashtag, la gente capirà. E in effetti “la gente”, complici i media che usano e abusano dello strumento, comincia a prendere confidenza con la parola con il cancelletto davanti, e se fino a qualche mese fa nessuno sapeva a cosa servisse quel simbolo sulle tastiere di computer e telefonini, oggi è tutta un’altra storia. O quasi.

Da qualche giorno lo strumento è arrivato anche su Facebook e la cosa non poteva che ripercuotersi sul lavoro dei social media manager di tutto il mondo. Ma cosa cambia esattamente nel quotidiano degli operatori e nelle comunicazioni dei brand?

Aumenta la visibilità e la vita dei post che possono essere ricercati, ripescati, riletti e rivisti.

I brand possono monitorare conversazioni e trend e inserirsi nel flusso comunicativo proponendo contenuti ad hoc. Un’opportunità in più per allargare piani editoriali.
Gli hashtag possono poi essere utilizzati per catalogare contenuti di uno stesso tipo e creare rubriche, si può scatenare la creatività per cercare parole nuove ricche di significato per il brand e presidiare parole interessanti.
Per ricercare un hashtag e visualizzare quel che si dice intorno ad un determinato argomento è sufficiente utilizzare la stringa https://www.facebook.com/hashtag/nomehashtag.
La ricerca fornisce anche hashtag correlati, in questo modo si ha una visione ancora più ampia delle conversazioni.

Ma non è finita qui. Facebook diventa, o potrebbe diventare, una piattaforma utile per la discussione di eventi live, programmi TV e avvenimenti sportivi aprendo nuovi sbocchi per la social TV anche se su Facebook manca la brevità dei messaggi che rendono Twitter uno strumento migliore per questo tipo di attività.

Insomma, mettete un #hashtag, anche su Facebook, e non vi sbaglierete. #sapevatelo.

Cannes Lions: come sta la creatività Italiana?

Si è da poco conclusa la 60° edizione del Festival della Creatività dei Leoni di Cannes, i riflettori si sono spenti sull’evento internazionale più importante dell’anno che riunisce i professionisti (circa 9.000 l’anno) che lavorano nel settore della pubblicità e nei settori relativi. A qualche giorno di distanza, finito lo champagne di chi ha festeggiato e smaltita la delusione di chi si aspettava di più, è possibile fare un bilancio dei risultati della creatività italiana.

I riconoscimenti ottenuti sono stati 19, il medagliere italiano raccoglie quest’anno 1 leone d’oro, 3 d’argento e 15 di bronzo: 2 riconoscimenti in più rispetto al 2012, ma qualitativamente un risultato peggiore rispetto alla scorsa edizione, dove i leoni furono si complessivamente 17 ma di questi 9 erano d’oro, ai quali si aggiungeva il Grand Prix assegnato nella sezione Press alla campagna Unhate per Benetton.

Il numero 19 è la costante di questa edizione, l’Italia si piazza infatti al 19° posto della classifica mondiale. Gli Usa hanno come sempre il ruolo di protagonista principale, ma la vera novità 2013 sono stati i Brics, ovvero Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, che risultano essere tra i paesi più premiati a Cannes.

Degni di nota gli ottimi risultati per il bel paese per ciò che concerne le candidature in shortlist, 51 progetti in gara contro i 41 dell’anno scorso, numero importantissimo considerata la numerosità dei competitor e dei lavori iscritti (35.765 candidature provenienti da 92 paesi). La creatività italiana evidentemente fa strada, totalizzando il 10,5% del totale dei lavori iscritti (487).

In alcune sezioni l’Italia è stata purtroppo fantasma, come ad esempio nelle sezioni Creative Effectiveness, Innovation, Mobile e Press (li dove lo scorso anno venne vinto il Grand Prix!), categorie dove nessun progetto ha superato la prima selezione.

L’Italia resta a bocca asciutta anche nel concorso Young Lions, iniziativa dove negli anni passati erano stati ottenuti diversi riconoscimenti.

Tirando le somme i risultati lasciano comunque ben sperare per le sorti della creatività italiana, vi è infatti stata una ripresa negli ultimi 2 anni rispetto al picco negativo del 2011 (con soli 4 leoni ottenuti, ben 10 in meno rispetto al 2010).

Staremo a vedere. Noi faremo il possibile affinchè i risultati siano sempre migliori.