Facebook Marketing: le Milestones cambieranno l’immagine di Marca?

Viviamo nel presente e per quanto possediamo una prospettiva storica della Marca, è nel presente che la conosciamo, che ne parliamo, che la giudichiamo, che decidiamo se diventare suoi sostenitori e se comprare i suoi prodotti o meno. Vediamo qual è il ruolo del suo passato in un’ottica di Facebook Marketing.

A cosa servono le Milestones?

La nostra percezione della Marca è influenzata dalla sua storia, questo è certo. Ma è nel presente che operiamo i nostri giudizi, attualizzando le valutazioni sui fatti storici. L’osservazione è banale, ma non scontata: il fatto che si possa cambiare idea consente al brand di non ripartire ogni volta da zero per costruire il valore della Marca. Ogni operazione di riposizionamento, o di mantenimento della posizione, nasconde un atto di revisionismo che nega una parte di passato, costruisce un possibile futuro lavorando sul presente. L’immagine della Marca è dunque un fatto di attualità, è contemporaneità, è pane quotidiano per chi si occupa di Facebook Marketing dalla mattina alla sera.

Facebook e Marca presentano dei paralleli molto interessanti: si basano sulla relazione, o meglio esistono solo in quanto esiste la conversazione tra persone. Non solo, ma pensando al rapporto con il tempo, entrambi consistono in flussi di scambio, i cui contenuti tendono a una veloce obsolescenza.

Facebook Marketing: e l’atterraggio sulla pagina?

La prima cosa che facciamo è valutare se iscriverci o meno. In pochi istanti ogni aspetto contribuisce a influenzare la nostra decisione di aderire, di conversare con la Marca e darle appoggio. Ogni elemento di influenza deve essere sfruttato al meglio.

Spesso ci capita di non accettare perché le Pagine appaiono come mere compilazioni: riempimenti, non comunicazione. Questo aspetto di semplicità delle Pagine, il dover solo compilare dei campi per avere un  profilo e pubblicare contenuti sul web, immediatezza che è parte del successo e dell’insuccesso dei social network, crea in molti l’illusione che basti riempire con testi e immagini un modulo, per ottenere dei risultati. Forse vale per il passaporto, ma per stimolare conversazione tra persone e brand non basta.

Il mestiere di comunicare, quello di fare Facebook Marketing in modo intelligente e maturo, non è fatto di pagine da riempire, break pubblicitari da colmare con video, commenti da buttare lì. Comunicare comporta prima di tutto la comprensione di obiettivi, la scelta di strategie fatte di tempistiche, strumenti idonei, sinergie tra azioni.

Questo aspetto si ritrova in pieno nel tema Milestones che, come discusso sopra, contribuiscono a creare brand reputation e a sua volta customer engagement, e sono quindi uno dei fattori che influenzano la conversione da visita sulla Pagina a Liker: iscritto, utente capitalizzato, contatto aggiunto ai fan. E da qui dobbiamo muoverci per selezionare accuratamente i fatti storici rilevanti, non tanto per l’azienda, ma per il consumatore, questo forma in lui quella percezione che ci interessa avere oggi. Selezione e cura nei dettagli di copy e visual fanno sì la differenza. Ora ancora di più.

Il Social Media Marketing si fa bello e va in TV

Sempre più spesso le persone guardano la TV mentre navigano con il PC o con lo smartphone (secondo una recente ricerca di Yahoo! la percentuale sarebbe dell’84%). Così il Social Media Marketing si fa bello e va in TV. Questo fenomeno ha favorito l’evoluzione del fenomeno della Social TV, ovvero l’interazione, attraverso i Social Network tra utenti e applicazioni, mentre comodamente sul divano si fruisce di programmi televisi. Parliamo di evoluzione, perché quello della Social TV non è un fenomeno recente, ma nasce con l’invenzione della televisione. I primi apparecchi erano pochi, e costringevano le persone ad aggregarsi in gruppi, a casa di chi poteva permetterseli, o nei luoghi pubblici, scatenando dinamiche sociali di condivisione e interazione.

Già film come “Operazione San Gennaro” o “Totò, lascia o raddoppia?” raccontano l’Italia del tempo con le persone strette attorno alle TV per vedere i programmi. Il Social Media Marketing dunque non è poi così giovane a pensarci bene!

I pochi schermi disponibili degli anni ’50 aggregavano le persone per necessità; oggi i Social Network come Twitter e Friendfeed, e le applicazioni, come Miso e GetGlue, creano Community marketing, per condividere esperienze. Twitter e Friendfeed vengono attualmente utilizzati per seguire i prodotti televisivi, attraverso thread e hashtag dedicati: un esempio è la quinta edizione di X Factor dove è stato utilizzato l’hashtag su misura #XF5.

In sostanza, quello che possiamo dire è che, dalla nascita della televisione ad oggi, sono cambiate le piattaforme, ma non le dinamiche, le quali fin da principio sono da intendersi social. Il pubblico vuole esprimere opinioni e partecipare attivamente, e qui sta anche il futuro della televisione, ed è qui che deve guardare chi crea contenuti, pubblicità e muove le tendenze. Ovvero l’agenzia di comunicazione. Uno dei possibili sviluppi? Avere format televisivi, film e telefilm in grado di evolvere insieme alle scelte di chi sta guardando. Sarà la rivoluzione dei Social Media?

Cosa ne pensate?

Il futuro è nel mobile marketing?

Si parla tanto di geolocalizzazione, servizi geo referenziati e utilizzo di queste tecnologie su mobile per modificare o creare nuovi modelli di business. Ma di cosa stiamo parlando? Mobile marketing. Geolocalizzazione. In poche parole, identificazione della posizione geografica di un oggetto o di una persona, tramite una coordinata geografica di un GPS integrato in uno smartphone o in un laptop. È la nuova frontiera del business, il mobile marketing, il rapporto tra social network e smarphone. Attraverso questi nuovi dispositivi è possibile utilizzare applicazioni (come ad esempio applicazioni Facebook) che consentono di accedere ai propri social network, aggiornare il proprio profilo con foto e video e, ultima novità, condividere con amici informazioni sul luogo (piazza, negozio, ristorante) nel quale ci si trova. Tutto rigorosamente in tempo reale. Sfruttando dunque la tecnologia GPS è possibile determinare la propria posizione, consultare i servizi disponibili nelle immediate vicinanze (trasporti, esercizi commerciali etc.), trovare informazioni, visualizzare immagini dal web come dai social network, seguire tweet in maniera fisica oltre che telematica, ritrovare il parcheggio della propria auto, giocare con un videogame utilizzando un’intera città come campo di gioco, e last but not least, taggare oggetti reali. Queste sono tutte informazioni sovrapposte alla realtà che rivoluzionano il concetto di geo e mobile marketing.

Fenomeni come Foursquare e lo stesso Facebook attraverso Places, hanno cavalcato il trend del mobile marketing con applicazioni che permettono agli utenti di segnalare le proprie posizioni in cambio di punti ed eventuali badge, sfruttando in questo modo la componente ludica, molto cara ai frequentatori della rete. S’innesca così una vera e propria sfida tra utenti, combattuta a colpi di “check-in” , in grado di amplificare enormemente il word of mouth online. Di certo Google non è stato lì fermo a guardare, ha (ri)lanciato Google+Local ricalcando quanto fatto da Places, e tentando di integrare, la semplicità nel reperire e condividere informazioni commerciali, con i vari prodotti Google, come Maps o la pagina standard del motore di ricerca.
In America la geolocalizzazione ha fatto gran passi avanti, offerte economiche speciali e buoni sconto per ogni “check-in”! Non si parla più di condividere la posizione geografica con il proprio network di amicizie, ma di accedere a promozioni su misura. Di conseguenza le aziende oggi sfruttano il buzz e creano operazioni di branding sul territorio, ingaggiando clienti reali, segmentando e profilando il  target di riferimento, rinforzando così la fedeltà con il marchio. Sono moltissimi i casi di successo negli Stati Uniti, da Starbucks fino a Mc Donald’s. Interessiamoci dell’ultima case history ad esempio. L’Associazione americana Planned Parenthood of the Great Nortwest, ha distribuito condom con QR-Code sulle confezioni che, una volta scansionati, permettono di geolocalizzare in modo anonimo il suo uso nel luogo del tête-à-tête. La Planned Parenthood of the Great Nortwest si è spinta anche oltre! Attraverso il servizio di geolocalizzazione è possibile, non solo dare le coordinate geografiche, ma anche altri dettagli come descrizione, sesso e età degli amanti. Questo progetto è stato realizzato per promuovere l’utilizzo del preservativo.

L’Italia non è rimasta con le braccia incrociate, ma aziende come Coin, Trenitalia, Gucci si sono organizzate, e anche altre piccole e medie imprese, si stanno oggi attivando soprattutto nel campo food, travel e general information. Un caso italiano di mobile marketing molto interessante è Qurami: http://www.qurami.com/it/index.html

A questo punto ci chiediamo, sarà questo il futuro del mobile marketing?

In gran parte sì, a quanto pare. Basta pensare alla possibilità di utilizzare un’applicazione per influenzare i clienti a visitare specifiche location e/o punti vendita.
Si sta creando un nuovo business, un mix tra geolocalizzazione, gaming in real time e pagamento in mobilità per l’acquisto di gift e servizi. Entro il 2016 saranno un miliardo gli smartphone abilitati per queste applicazioni, contro i 150 milioni di unità attuali, con una previsione di fatturato a livello mondiale che passerà dagli 11 milioni di dollari attuali, ai 3,4 miliardi di dollari nel 2016.

Marketing esperienziale nell’era dei Social Network

Dal VIP al Tweet, l’emozione si amplifica e il marketing esperienziale torna ad essere cool. Non lo abbiamo di certo dimenticato. Nell’esperienza di acquisto è fondamentale che ci sia intrattenimento, spettacolarizzazione e coinvolgimento sensoriale che oggi, più che prima, deve avvenire attraverso una forte stimolazione “attiva ed emotiva”. I consumatori, in questa frenesia di input di comunicazione, diventano attori senza copione, con un solo regista: l’agenzia di comunicazione. Vengono stuzzicati, incuriositi, coinvolti e si ritrovano ad andare dagli occhi al cuore in un batter d’ali! Dopo una breve fase teaser di strategia digitale, in cui gli attori vengono affascinati da un’applicazione, un piano editoriale invitante, un’accattivante landing page, si ritrovano improvvisamente a toccar con mano quella stessa emozione. Senza andare troppo indietro con il tempo, basta guardare il progetto di comunicazione integrata di Tommy Hilfiger Eyewear The preppy point of view per capirlo. Una location, un concept creativo, un allestimento e una comunicazione tattica e trascinante che ha portato i consumatori ad immergersi nell’odore nel brand.

Gli attori diventano pertanto opinion leader di un’esperienza totalizzante, all’interno di una location pensata non più come luogo statico, bensì come una community in movimento in cui dialogare, divertirsi, sognare; uno spazio di social media sharing, una dimensione di marketing esperienziale del tutto “plasmante”. Non più solo uno stand e un po’ di musica, ma partecipazione viva degli ospiti: QrCode, applicazioni mobile, buzz kit, e semmai anche un top blogger con cui fare 4 chiacchiere. Ma questa è un’altra storia.

L’obiettivo degli eventi non è cambiato negli anni, le persone vogliono sì emozionarsi, vogliono chiudere gli occhi ed essere trascinate in un altro mondo. Noi ci crediamo in questo. Fare buzz intorno al brand e parlarne è sempre lo scopo dell’agenzia e del cliente. Quello che è cambiato è l’approccio, è il modo di fare marketing esperienziale, il customer engagement che ne deriva. Prima era la notiziabilità sulla stampa a detenere lo scettro, oggi sono le community, i blog, i social network gli spazi favoriti. Il social sharing innesta per di più un gioco di passaparola spontaneo e dinamico, che aumenta il buzz intorno al brand e all’evento in sè. Per questo motivo la sua eco prosegue anche dopo il disallestimento: mini-sito, blog, Flickr e YouTube a gogò! E l’emozione aumenta i suoi decibel fino a far scoppiare il cuore, e la rete!

Social Media Marketing mentor

Molte aziende hanno finalmente compreso l’importanza del Social Media Marketing e hanno mosso passi importanti nella costruzione della propria identità digitale, soprattutto grazie ad una buona strategia digitale da loro utilizzata, cominciando a trarne benefici in termini di brand reputation e di business. Molte invece ancora tentennano, indecise se “assumersi il rischio” o meno, pensando magari solo agli oneri conseguenti e non alle opportunità che si possono prendere. Ecco allora che in azienda può diventare fondamentale il ruolo del Social Media Marketing mentor.
Un Mentore (dal latino Mòneo > mostrare) che faccia da guida, da guru, grazie alla competenza che possiede nel Social Media Marketing, per suggerire le scelte giuste e i passi da compiere, insieme alla passione necessaria per non demordere davanti alle inevitabili resistenze di ogni genere, strutturale, culturale, economico.

Ecco, la tenacia sembra essere una delle caratteristiche oggi più difficili da trovare nelle persone che, in azienda potrebbero o dovrebbero essere gli ispiratori di una corretta strategia digitale e social, e che magari, per ruolo, ne avrebbero anche la responsabilità.

Il Social Media Marketing mentor si informa, pratica i social network in modo assiduo, quasi assillante, partecipa a convegni, seminari, incontri, e per non cedere alla “dura realtà” della routine di ogni giorno, ci crede, ci crede, e ci crede. Dedica tempo, spesso al di fuori di quello lavorativo, e ha tanta volontà e intelligenza per approfondire, capire le dinamiche, le intersezioni, i giochi, le applicazioni, le innovazioni, le implicazioni, le metriche. Il Social Media Marketing mentor è al passo con i tempi in tutto, e per tutto.
Ma in azienda molte volte, è proprio il tempo che manca, e questo importante asset strategico del Social Media Marketing mentor, passa in secondo piano rispetto a piani di business, andamento delle vendite, piani di marketing e quant’altro. Per questo motivo i Social Media Marketing mentor diventano una risorsa preziosa, e le agenzie di comunicazione specializzate, hanno tutto l’interesse a incoraggiarli, a diventare loro alleati, per abbattere i freni e gli ostacoli che impediscono lo sviluppo del business in rete.

PR digitali in evoluzione

Raccontiamo le PR digitali partendo da ieri. I personaggi pubblici passavano davanti agli occhi e ai volti delle persone, con una frequenza tale da dargli riconoscibilità anche al di fuori delle ‘quattro mura’ e fuori dal piccolo schermo. Erano loro a fare chiacchiera, a fare PR, a promuovere un prodotto, un servizio. E il pubblico li ascoltava, seguiva i consigli, si fidava. Basta guardare al Carosello. Loro, le star della TV, influenzavano gli acquisti e i consumi. Le PR digitali cominciavano a farsi spazio. Le attività di comunicazione venivano gestite esclusivamente tramite i mass media generalisti, pronti a ottimizzare il rapporto tra costi e visibilità, aumentando così il numero delle vendite. Schema che, rimane accettabile fino a quando il principio “dell’uno-a-molti” crolla, passando a paradigmi di conversazione sociale, basati su veri e propri network di condivisione delle informazioni tra utenti e, successivamente, tra brand. Anche sulle reti sociali come nella vita vera, cominciano a definirsi i profili di persone più conosciute di altre, persone che diventano star. Non perché presenti in qualche film, non perché testimonial di campagne pubblicitarie on air da tempo, ma per un numero alto di followers nei loro messaggi, e per essersi costruiti una personalità molto “influenzante” all’interno dei social network. La capacità di attirare la massa varia in base al tema di riferimento, della piattaforma, del contesto, dal device che usa il lettore per fruire dei contenuti.

Ma facciamo un passo indietro. Prima di parlare di tweet e ‘status update’, la socialità sul web sociale prima veniva espressa attraverso i blog e/o i domini a carattere personale e i forum.
Lì venivano trovate le penne migliori, le persone che avessero quella capacità, tra un capoverso e l’altro, di tenere incollate migliaia (all’epoca) di persone che non aspettavano altro che l’uscita del prossimo articolo; ops, post, del loro ‘blogger’ preferito.
Ma l’evoluzione è continua e costante, e dallo scrivere per se stessi o per pochi altri, si passa al condividere, con frequenze sempre più maggiori, attimi della propria esistenza, istantanee del proprio quotidiano, interagendo in tempo reale con tanta altra gente, spesso contemporaneamente. Facebook, Youtube, Flickr, Twitter, adesso Pinterest tra i primi nomi da poter citare.
Nominati in molte discussioni, presenti in altrettante, gli Opinion Leader (appellativo tra i tanti), cominciano ad essere notati dalle prime agenzie ‘digital’ sulla scena nazionale, per iniziare a proporre i primissimi momenti di partecipazione nei confronti di lancio di prodotti o di singole operazioni commerciali.
“Ma perché tutto questo?”, si chiedevano i primi utenti italiani coinvolti in invio di plichi presso il proprio domicilio. La risposta: perché “il tuo parere potrebbe avere ‘influenza’ nella scelta di un marchio.

PR digitali: one more step

La rete sociale impazza, i numeri galoppano e subito dopo intere comunità, ognuna con le proprie regole di interazione, si formano. Ognuna con i suoi amici su Facebook, i suoi follower su Twitter, i suoi ‘mi seguono’ su Instagram. Gli influencer, vengono così definiti portatori sani di informazione, diffusori di contenuti in quella che è stata definita la versione 2.0 della rete, dove passioni o interessi comuni agiscono come collante per la creazione di comunità virtuali. In principio era un comunicato stampa ‘classico’ quello affidato alle mani di chi già dialogava con la comunicazione tradizionale, poi le prime mail di gruppo, fino ad arrivare alle comunicazioni personalizzate.
Poco si sapeva all’epoca, se non che, far provare l’esperienza di un prodotto a un ‘blogger’ fosse cosa “buona e giusta”, e che condividere con lui il lancio sui canali ‘alternativi’, avrebbe fatto bene alla brand reputation. In tutto ciò l’originalità e la creatività non stanno certo con le mani in mano! E dai plichi rudi e grezzi con all’interno istruzioni per la prova prodotto, si passa a buzz-kit più seducenti stuzzicanti recapitati direttamente sulla scrivania dell’incallito comunicatore virtuale. Un linguaggio sempre meno ingessato e agile veniva utilizzato già fin dal primo ‘contatto’ via mail.
Un’evoluzione percepita anche nel modo di affrontare i primi eventi che nell’off-line si mescolavano con tempistiche e regole dell’online.
“Influencer Marketing” ovvero quella capacità di muoversi nei territori del marketing sotto forme più svariate, insieme al ‘popolo della rete’, guidati proprio dagli influencer.

Proprio loro cominciavano ad essere presi di mira da aziende interessate a coinvolgerli in operazioni commerciali, realizzando un’interazione anche in forme numericamente interessanti e su ‘larga scala’ attraverso veri e propri ‘blog-tour’, dove l’esperienza veniva offerta in modalità aggregata, pronta chiaramente ad alimentarne in maniera esponenziale il suo potere comunicativo.
Tanti i settori interessati, delle più disparate aree merceologiche. Fashion, auto, profumi, food, accessori, techno-gadget, telefonia, hotel, viaggi, turismo e sport. Universi così eterogenei, che devono però essere localizzati in base alle aree di attività del singolo comunicatore.
Non tutti parlano di tutto, e importante, fin da sempre, è avere la capacità di definire con una certa precisione di informazioni il ‘target’ a cui può essere indirizzato il singolo coinvolgimento.
Profilare nella maniera più attenta possibile i vari cluster di riferimento era ed è, uno dei comportamenti base da dover rispettare per poter solamente partire ad avere un dialogo con il singolo influencer. Ma non basta. Dietro ogni singolo “nickname” c’è sempre una persona (o gruppi di) che corrispondono a differenti profili caratteriali, atteggiamenti, capacità percettive che vanno comprese, e che vanno trattate con la massima capacità di analisi.

Pr digitali: non solo prove prodotto

L’influencer è diventato un ‘testimonial’, affidando alla propria immagine pubblica sulla rete il compito di lanciare, su vasta scala, quel singolo prodotto.
Non solo: le collaborazioni e il dialogo con il brand, spesso si traducono in occasioni di sinergia editoriale, e momenti di guest-blogging, dove è la firma dell’influencer a raggiungere l’obiettivo desiderato. 
Scelte che, a livello comunicazionale, sono molto importanti, e per le quali i settori di marketing di agenzie e aziende affrontano sessioni di riunione dal ritmo spesso estenuante.
Al volto degli influencer, al numero di utenti che li segue, ai loro canali, viene affidato il compito di far passare messaggi che, avvolti in involucri tradizionali, non avrebbero la benché minima speranza di approdare a bacini di utenti tanto desiderati. L’influencer ha la facoltà talvolta di riuscire a trasferire curiosità per quel singolo prodotto e di tradurre la propria esperienza in qualcosa di positivo facendoli identificare anche “cine attivatori” di comportamenti latenti o potenziali.
Fan e follower che sono pronti a ricondividere decine e decine di volte, l’ultimo scatto della loro fashion-beniamina con la borsa di grido dello stilista noto.
Un mondo intorno al quale ruotano interessi, budget e attività di comunicazione digitale e non, spesso molto strutturate.

PR digitali: a che punto siamo

Il mercato dell’Influencer marketing, sembra essere arrivato ad una sua fase di prima maturazione, con il definirsi di comportamenti consolidati o meccaniche riconosciute.
Per qualcuno è il segnale di un cambiamento radicale e necessario, per altri solo il normale assestamento di scelte già fatte. Quello che è certo e comune per tutti, è che la continua evoluzione del settore della comunicazione online, anche grazie al differente assetto economico del pianeta, modificherà con profondità la capacità dei brand di relazionarsi con il proprio audience percepito e non.