Ad-blocking: pubblicitari, non mi avrete mai… forse!

Qualcuno ha detto “Ad-blocking”? Sì, ma partiamo dall’inizio.

Rilasciato il nuovo trailer del film dell’anno. Apri Youtube per vederlo e SBAM, eccolo lì, il video pubblicitario di 10 secondi di cui avresti fatto volentieri a meno. E ti lascia un attimo interdetto (ma come, ho appena comprato delle scarpe, WTF). 
E poi apri il sito per le news sul Fantacalcio, e SBAM ecco pure il popup delle nuove Air Max (di nuovo?!).

Si sprecano ormai gli studi condotti sui comportamenti degli utenti sulle varie piattaforme online e i vari canali social, dai più recenti (sì esatto, ci riferiamo proprio a TikTok) fino a quelli a prova di boomer (qualcuno ha detto “Buongiornissimo kafèeee”?). Ma quanto sappiamo veramente sul “fastidio” causato dagli annunci che popolano le suddette piattaforme?
Riuscite a pensare ad uno qualsiasi di quei canali usati da milioni di persone, totalmente privi di inserzioni o annunci pubblicitari?
Noi, che siamo sempre sul pezzo, vogliamo parlarvi del fenomeno di Ad-blocking e, nel dettaglio, dei Brand Blockers.

Ad-blocking e Brand-Blockers Crew

Il termine brand block e Ad-block condividono le stesse logiche.
 In un caso, quest’ultimo, parliamo di un tool diffusissimo e usato per stoppare la visione di inserzioni mentre navighiamo sui vari siti web. Il brand blocking, invece, è un comportamento ancora poco diffuso che consiste nella segnalazione dei post promossi da parte degli utenti, e a seconda delle possibilità dei vari canali social, dunque nascondere le inserzioni visualizzate nel girovagare per il webbe (inizialmente solo Twitter, sì anche lì ci sono tanti meme da salvare).

Bella la pubblicità, ma non ci vivrei

Gli utenti non usano ad-blocker solo per sospendere la visione di inserzioni sulla maggior parte dei siti che visitano. In molti stanno anche meditando di agire in prima persona dove Ad-block non riesce (Mark protect, Mark defend).

Alcuni temerari utenti, utilizzatori del Twitter, hanno per mesi nascosto e bloccato tutti gli account che promuovevano dei tweet, quasi sfidando le logiche stesse della maggior parte dei social networks (spazi gratuiti che prevedono la visibilità di post/annunci sponsorizzati). Gli stessi utenti hanno poi cercato di replicare questi comportamenti sugli altri canali (semplice quanto archiviare una chat Whatsapp, in effetti).

Ad-blocking vs. brand: endgame?

Esiste addirittura un comitato internazionale che raccoglie tutte le azioni utili per “non” infastidire gli utenti e romper loro le scatole, soprattutto quando i brand vogliono esser diretti con loro.
 Se è vero che molti utilizzino l’ad-blocking e, per adesso opzione remota, questa tendenza dovesse estendersi, si troverebbero quasi costretti a rivedere l’efficacia delle proprie inserzioni (Influencer? Banner? #Ad #Cool #Error404).
L’autenticità del contenuto diventerebbe fondamentale, più che mai.
Così come la capacità di capire dove un messaggio, pubblicitario o meno, debba essere lanciato. I canali scelti da presidiare non sono scontati. Tutto dipende da cosa vogliamo dire agli utenti e del come pensiamo di poterli portare dalla nostra parte.

Chi possiede una pagina social o si attiva in qualche modo con dei canali branded, non può assolutamente prescindere da quanto gli utenti siano diventati attivi a manifestare il proprio gradimento. Creare dei contenuti che non siano freddi come l’ultimo inverno di Winterfell, ma siano sufficientemente sul pezzo (quindi, Drakarys) è il primissimo passo da cui partire per avvicinarsi veramente alle persone.
Il resto? Beh solo un vero drago della comunicazione può essere in grado di capire e reagire a questi scenari!

Digital Transformation per la ripresa post Covid-19

Giorno 52 di isolamento sociale: esco solo per fare la spesa nel pomeriggio. Qualche volta vado sul mio piccolo balcone, per qualche minuto di sole, che prendo in faccia, rigorosamente senza protezione solare. Sono proprio questi minuti di libertà che mi hanno fatto pensare a quanto tutto questo sia davvero incredibile.

Incredibile come sia cambiata la vita di tutti in queste settimane, le nostre piccole e importanti abitudini, manie, attenzioni. Tutto è stato capovolto, inglobato in sentimenti misti di dubbi, speranze, paura e fiducia in noi stessi e negli altri. Eppure, mi rendo conto di come siamo stati in grado di attutire il colpo. Le nostre solide ginocchia si sono piegate, compresse, strette dopo la velocissima caduta, ma non si sono rotte. Ci hanno tenuto in piedi.

Abbiamo portato avanti tutte le attività in corsa, senza fermarci un giorno, un’ora, dando continuità ai servizi, assistenza ai clienti. Ci siamo supportati (e sopportati) l’un l’altro tra colleghi, abbiamo accettato compromessi e lavorato verso l’ottimizzazione di tutte le attività lontano dall’ufficio, con l’unico grande e condiviso fine di non mollare o abbandonare nessuna delle promesse fatte.

In questo difficile momento, in cui l’evoluzione della pandemia da Covid-19 ci ha costretti ognuno nella propria casa a guardare il futuro dalla propria finestra, ci si deve rendere conto di come il digitale ci stia permettendo di andare avanti e di come la Digital Transformation sia ormai diventata imprescindibile per tutti.

E forse, proprio in questo periodo, abbiamo tutti un’opportunità.

Digital transformation: cos’è e perché

La Digital Transformation è un modo di fare business, alternativo al tradizionale. Non significa , come si legge spesso in rete, digitalizzare le aziende più tradizionali, ma sfruttare le potenzialità offerte dal digitale per innovare davvero e crescere.

Digitalizzarsi significa infatti adottare un nuovo approccio. Basato sì sulle tecnologie e sistemi informativi di cui dotare l’azienda, ma soprattutto su una serie di cambiamenti organizzativi, culturali e sociali che incidono sull’organizzazione nel suo insieme. Che si tratti di una società che fornisce servizi oppure produca beni di consumo, la digitalizzazione renderà possibile creare, là dove non esistevano, nuovi punti di contatto tra persone e luoghi, facendo vivere esperienze di accessibilità a contenuti, indipendentemente dalle reali disponibilità materiali, umane o economiche.

Questa accessibilità e semplicità di reperimento di informazione e nozione, se veicolata in modo corretto e coerente con le persone che rientrano tra i destinatari del business, avrà la potenza di creare un legame di fiducia, pazienza, affetto e affidamento verso il brand, facilitatore di tutto questo, e una fidelizzazione senza pari.

Guardando all’Italia, sappiamo bene che moltissime realtà non sono veramente pronte per un processo di digitalizzazione. Molti dei requisiti fondamentali dovranno essere prima consolidati o concepiti da zero. Il problema più grave, dal mio punto di vista, è sicuramente la mancanza di una conoscenza profonda e precisa degli interlocutori del brand e non riuscire, pertanto, a disegnare una corretta digital strategy.

Digital Transformation: i 4 pillar user centered

Le aziende dovrebbero quindi attivarsi immediatamente per andare sempre più a fondo nella conoscenza dei propri interlocutori e costruire una nuova strategia digitale adatta a loro. Questo focus permetterà alle aziende di porre il consumatore sempre più al centro, rendendolo complice dell’evoluzione digitale interna e permettendogli un’esperienza digitale a 360° senza uguali, sui diversi canali e con impatto migliorativo alla propria vita.

Questo paradigma presuppone 4 pillar di riferimento.

1) Potenziamento della user experience

L’utente al centro dei pensieri del brand, nella sua specificità e unicità. 
Le persone oggi vogliono sentirsi considerate, guidate, accompagnate. Il web deve essere un’esperienza semplice e piacevole, bella alla vista e intuitiva nei passaggi. Deve essere capace di elevare la percezione di sé, prima ancora che del brand. Una buona User Experience può influire sull’acquisizione di nuovi utenti (come vi avevamo già raccontato qui), sull’aumento di persone che usano il prodotto o servizio, sulla capacità di coinvolgimento a lungo termine e quindi sui ricavi generati dal prodotto o servizio proprio del business che si ha a cuore.
Si deve intervenire subito! Rivedere i flussi di ingaggio e conversione, rinnovare le interfacce di siti e app, potenziare le infrastrutture. Questo per migliorare le performance e, conseguentemente, il posizionamento per migliorare il traffico

2) Approccio digitale omni-channel

L’omnicanalità al centro della strategia di ogni Digital Transformation. 
Questo concetto si differenzia da quello di multi-canalità. Quest’ultima indica lo sviluppo da parte dell’azienda di più punti di contatto offerti ai clienti. Alcuni esempi sono i social, le PWA, i chatbot, che si vanno ad aggiungere agli altri già esistenti vedi il sito, il negozio fisico, la TV.
L’omnicanalità fa un passo avanti: mette il consumatore al centro e prevede un sistema interconnesso tra tutti i punti di contatto. Vi è, quindi, un trasferimento di dati tra i diversi canali e strategie di contenuto coerenti. In questo modo l’utente può vivere le esperienze su tutti i touchpoint senza avere interruzioni nel percorso dall’uno all’altro. Per l’utente è possibile iniziare un’attività su un canale e proseguirla su un altro, senza dover ricominciare da capo. Si pensi ad esempio al retargeting o alle automation generate dal comportamento di un utente all’interno di un canale.
Non basta più, dunque, garantire la migliore esperienza del consumatore ad esempio su un sito o su un’app a sé. È fondamentale lavorare al fine di assicurare continuità all’esperienza dell’utente, che utilizza contemporaneamente, in modo intercambiabile e complementare, tutti i canali a sua disposizione, per recuperare informazioni, esprimere valutazioni, fare comparazioni, acquisti o reperire aggiornamenti o assistenza.

3) Analytics based

Basare ogni azione sui dati. Cercare conferma in essi di tutte le informazioni che si percepiscono o intuiscono è indispensabile per reagire nei modi corretti con le persone. Oggi è possibile raccogliere una grandissima quantità di dati, in misura sempre maggiore come conseguenza dell’Internet of Things, che consente di rendere disponibili dati che servono a comprendere meglio il mondo reale, estrarre informazioni utili ai processi decisionali, aiutare le imprese a intraprendere percorsi d’innovazione digitale dei business. 
I dati che vengono prodotti sono diversi e molteplici. Sono preziosissimi, ma anche pericolosamente inutili se non si comprende il loro valore o non lo si sa maneggiare per un’efficiente analisi del web e per l’ottimizzazione dell’impianto di marketing aziendale. Questi aspetti devono essere attivati subito, per non rischiare di restare troppo indietro rispetto ai competitor e al mercato, sempre più digitale e preparato.

4) Flessibilità di prodotti e sevizi

Avere la flessibilità per adattare i propri prodotti e servizi alle informazioni provenienti dai dati sul comportamento delle persone. Non il contrario.
La società evolve, e con essa cambiano i trend, gli usi, le preferenze. I primi 3 punti sono importanti, ma devono avere margine di manovra. Devono ricevere autorità nell’indirizzare il business o nel far cambiare rotta qualora il prodotto o il servizio non risponda più alle esigenze o ai desideri delle persone, oggi e nel futuro prevedibile.
Mai come in questo momento di incertezza è importante rendersi flessibili nel capire cosa ci è richiesto, per riuscire a dare le risposte giuste.

In questo mese abbiamo visto l’Italia intera collassare a causa di un digital scadente e di una frequente incapacità di reagire alle nuove necessità comuni.

La Digital Transformation è ormai un elemento critico per realizzare obiettivi strategici, quali fornire supporto a una società che oggi annaspa e vuole rinascere in fretta una volta superata la pandemia di questi giorni, e che in futuro dovrà farsi trovare pronta a lottare, sempre, per innumerevoli cause o emergenze, come ad esempio i cambiamenti climatici, i consumi energetici, l’efficienza dei trasporti e la mobilità, la consapevolezza dei pazienti e l’inclusione dei disabili, per lo sviluppo e la crescita della nostra società e per una migliore vivibilità.

Rientro in casa, dal mio piccolo balcone.
Forse questo stop è davvero un’occasione per tutti, per rifletterci e attivarsi ad essere pronti, un giorno.

E se quel giorno fosse domani?

Certe storie fanno giri immensi… e poi arrivano su LinkedIn!

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando LinkedIn era solo una piattaforma per le offerte di lavoro. Adesso con i suoi 14 milioni di utenti attivi, si è trasformato a tutti gli effetti in un vero e proprio social network in cui condividere contenuti corporate (e non). Prima gli hashtag, poi le reaction… adesso sembra sia finalmente arrivato il momento delle Linkedin Stories. Come funzionano e quale ruolo svolgeranno all’interno del canale? Mettetevi comodi, ve lo raccontiamo.

Linkedin Stories: la genesi

Nel lontano 2018 Linkedin aveva testato uno strumento simile alle storie dal nome “Student Voice”, per tutti gli studenti dei college americani.
Questa funzione permetteva agli studenti di pubblicare esclusivamente dei brevi video (non immagini), che restavano online nella piattaforma sopra il feed di ogni utente, per una settimana intera. Lo scopo principale di queste Stories era quello di arricchire il proprio profilo Linkedin personale con le esperienze accademiche svolte, i progetti seguiti durante un percorso di studi o durante un lavoro, gli stage a cui si aveva preso parte e tutte le attività che normalmente vengono inserite all’interno del curriculum vitae. Insomma un vero e proprio biglietto da visita! Per quanto ogni ingranaggio fosse oliato alla perfezione, Linkedin alla fine decise di non lanciare l’aggiornamento… fino ad ora!

Linkedin Stories: feel old yet?

Stando alle ultime indiscrezioni, la piattaforma sarebbe finalmente pronta a far debuttare le sue personalissime LinkedIn Stories!

Dopo una prima fase di test interna, il social ha reso ufficiale che dai prossimi mesi le LinkedIn Stories saranno disponibili (per un primo periodo in una versione beta) per i singoli utenti.

L’utilizzo delle LinkedIn Stories

Il Senior Director of Product Management di Linkedin, Pete Davies dice:
“Abbiamo scoperto che questo formato è perfetto per condividere i momenti chiave degli eventi di lavoro e che il formato full-screen rende facile condividere consigli e trucchi per aiutarci a lavorare in modo più intelligente”.
Le Stories dunque potrebbero contribuire a intrattenere gli utenti sulla piattaforma; contemporaneamente, offrirebbero nuove opportunità di crescita professionale attraverso la condivisione di diversi temi, argomenti o momenti di vita professionale. Inoltre, è fondamentale ricordare che la scelta di introdurre le storie è anche dettata dall’esistenza di un’intera generazione abituata a usare questo sistema comunicativo per interagire.

Storie di business

Ma parliamo di business. In tutta onestà, a cosa potrebbe servire l’introduzione, su una piattaforma professionale, di una feature come le storie nata invece per intrattenere? Possiamo raccontarcela un po’ come vogliamo, ovvero che il tutto possa servire ad incentivare l’engagement, l’interazione e la volontà di offrire nuove opportunità di crescita professionale attraverso contenuti di facile fruizione. Lasciateci però credere che, visto il successo monetario delle storie sulle altre piattaforme (dove per “Altre piattaforme” intendiamo “Instagram”) LinkedIn voglia piano piano trasformare le storie in uno strumento di placement ADV per i professionisti. Alla fine non ci suonerebbe così strana l’ideati poter vedere in futuro sponsorizzati corsi di master professionali. Quale canale migliore per farlo?!

Non sarà una sfida semplice l’introduzione di un format come questo su una piattaforma come LinkedIn. C’è da dire che, al netto delle informazioni, sembra tutto molto sensato e studiato, anche perché è innegabile quanto il format delle stories abbia coinvolto veramente tutti (qui se vi siete persi il nostro articolo a riguardo), dimostrandosi un format vincente su tutti i canali social. Pronti a rilanciare i vostri business su LinkedIn Stories?

Live streaming sui social: perché, dove e come farle

Facebook, Instagram, Twitter, TikTok, Youtube, Twitch: ormai su tutte le piattaforme social abbiamo la possibilità di organizzare una live streaming.

Gli elementi di unicità delle dirette sui social sono: l’idea di vedere qualcosa che sta accadendo in tempo reale, non registrato, e la possibilità di interagire al secondo con il video. Nessun altro strumento offre queste possibilità di connessione tra marca e community.

Bene, ma perché dovremmo fare una diretta sui social? Cosa succederà? Su quale canale è meglio farla? Soprattutto: come si fa?

Dateci solo 5 minuti e risponderemo a tutte le domande a tema “live streaming” che possono venirvi in mente!

Perché inserire nel piano di comunicazione le live streaming?

Il momento della diretta sui social rappresenta un appuntamento privilegiato con la community. Possiamo paragonarlo a un vero e proprio evento in cui diamo la possibilità alla nostra fan base di incontrare virtualmente il nostro brand e, soprattutto, poter parlarci.
Già, perché l’elemento chiave delle dirette social è proprio lo scambio con gli utenti, la possibilità di poter rispondere alle loro domande, raccogliere feedback o studiare meccaniche di gaming che li ingaggino.
Non dimentichiamo un altro punto forte delle live streaming: il fatto di poter amplificare la comunicazione oltre qualsiasi limite geografico. Se, ad esempio, scegliamo di organizzare una dirette durante l’evento di lancio di un prodotto, avremo modo di coinvolgere anche chi non sarà fisicamente presente.
Inoltre su alcuni social le live possono essere salvate, continuare a generare visualizzazioni, e quindi dare visibilità al brand, oltre il loro termine.

Scegliere il tema della vostra diretta sui social

Le occasioni per organizzare una live streaming possono essere diverse:

  • Amplificare un evento off line
  • Intervista di approfondimento su temi importanti per la nostra comunicazione
  • Q&A con la community
  • Tutorial
  • Stream di eventi pensati proprio per vivere esclusivamente sul web
  • Sessioni di intrattenimento o gaming

Insomma, tutto dipende dalla marca e dall’obiettivo di comunicazione che vogliamo raggiungere. Sarà questo elemento a determinare il format creativo live più adatto e ingaggiante per il brand.

Per esempio, per la rivista IlLibraio ci siamo occupati di diverse dirette Facebook legate all’uscita di particolari libri del gruppo editoriale GeMS. Durante la live, l’autore risponde a domande, curiosità ma anche semplici complimenti fatti dai lettori.
Tra le dirette ricordiamo quella con la scrittrice Monica Pais, che ha generato più di 20.000 visualizzazioni e oltre 700 interazioni, di cui 233 commenti.

Dove trasmettere la vostra live streaming?

Lo abbiamo detto all’inizio, ormai tutte le piattaforme social ci permetto di organizzare delle live streaming. Attenti però: la scelta del dove è importante tanto quanto il contenuto della diretta.
Già, perché possiamo pensare alla meccanica più coinvolgente, creare un appuntamento imperdibile e ingaggiare testimonial d’eccezione ma se scegliamo di fare la nostra diretta social sul canale sbagliato i risultati non saranno quelli sperati.
Qui la domanda da porci è solo una: “Qual è il canale in cui troviamo il target che volgiamo colpire?”.
Chiaramente questa scelta influenzerà anche le meccaniche della live streaming, quindi è bene scegliere con strategia la piattaforma più adatta alle esigenze.

Come organizzare una diretta sui social?

Abbiamo capito perché fare una live, cosa dire e su quale canale. Ma in pratica: come si fa?
Dalla nostra esperienza di molti anni, abbiamo stilato una to do list che comprende:

  • Fare dei test e settare i canali in maniera adeguata, grazie alla collaborazione tra i nostri team social e team tecnico;
  • Organizzare la produzione, dalle luci alle riprese fino alla regia, scegliendo una soluzione light o più strutturata in base alle esigenze;
  • Preparare nel dettaglio la scaletta di quanto accadrà: diretta sì, ma le gaffe meglio evitarle! Fondamentali in questa fase saranno il team copy e il project manager;
  • Pensare alla gestione della community e delle interazioni: moderare, inoltrare domande e commenti a chi conduce la diretta, animare la conversazione con gli utenti saranno le attività in carico al community manager. Non dimentichiamo infatti che la partecipazione della fan base è fondamentale per la buona riuscita della della live streaming;
  • Studiare e realizzare un piano di comunicazione di teasing per la diretta e un follow-up per dare spazio al contenuto anche quando avremo spento le camere.

Questi sono solo alcuni dei dettagli da affrontare nell’organizzazione di una live. Altri dettagli dipenderanno dal format pensato per l’evento.

Non fatevi quindi ingannare dal temine “diretta”: non c’è nulla di improvvisato in una live streaming!
Ecco perché è meglio non correre rischi ma affidarsi a noi! Volete una prova?
Guardate cosa abbiamo pensato per il lancio di Fifa20, per il quale abbiamo gestito tutta la diretta YouTube: dall’idea creativa alla produzione.

Follower building, per una community di veri affezionati!

Ve la ricordate quella canzoncina che diceva: “Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero […]”? Ecco! Anche il mondo dei social media funziona nello stesso modo: per costruire una community forte e affezionata la chiave è avere gli elementi giusti e tanta costanza. Scopriamo perché l’attività di follower building è cruciale nella crescita della comunità digitale.

Parola d’ordine: community!

Il cuore pulsante dei nostri amati social networks è la community, un gruppo di persone che si ritrovano su una stessa pagina, gruppo o a seguire lo stesso hashtag perché interessate a quel determinato tema. Il mondo digitale ci permette di comunicare attraverso gli schermi, alimentando i nostri interessi e le nostre passioni. Anche in un periodo come questo, nel quale non possiamo incontrarci, se non virtualmente, il digital è venuto in nostro soccorso, come vi abbiamo raccontato in questo articolo.

Follower building: uno su mille ce la fa!

L’audience virtuale di una pagina cresce gradualmente se accompagnata da una corretta strategia di comunicazione. La community si sviluppa nel tempo grazie alla fiducia che l’utente ha verso il brand. Quest’ultima si può sviluppare giorno dopo giorno anche attraverso l’animazione di pagina, ma non solo.
Alcuni conoscono già i nostri prodotti o servizi e il nostro lavoro è quello di far capire quanto siamo affidabili e quanto la nostra pagina sia il luogo giusto dove riunirsi davanti a un caffè per parlarne.
Ma cosa succede quando il pubblico non ci conosce in profondità o ci vede solo come uno fra mille?
È semplice: dobbiamo farci notare! Scopriamo come.

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Come dice il termine stesso follower building, l’obiettivo di questa attività è quello di costruire un gruppo di follower (possibilmente affezionati) sui nostri profili. La chiave di volta sta nel dialogare con gli utenti, mostrando loro le nostre qualità e i nostri punti di forza.
Per rendere tutto più semplice proviamo a dividere questa attività in due categorie.

Sponsorizzazioni

Attraverso le attività di sponsorizzazione possiamo scegliere il pubblico con cui ci interessa comunicare. Immaginatevi un arciere con l’arco e le sue frecce, che sceglie con calma il bersaglio e colpisce chi vuole, in modo mirato e preciso. Sponsorizzando i post e i contenuti possiamo arrivare a comunicare agli utenti i nostri valori, i nostri prodotti e i temi intorno ai quali vogliamo instaurare una relazione con loro.

Crescita organica

La crescita dei follower è diversa quando non ci si affida alle sponsorizzazioni. Ci vuole un lavoro di ricerca più accurato che parta da una conoscenza del brand e degli elementi che possono far brillare gli occhi ai nuovi utenti. Qualità, customer service, messaggio condiviso dal brand, etc. Il follower building organico richiede sicuramente qualche abilità degna di Sherlock Holmes, per decifrare gli indizi e capire chi sono gli utenti che più facilmente potranno diventare dei follower affezionati. Come fare?

  1. Rispondere sempre ai commenti: all’ utente che pone una domanda o a colui che inciampa in uno dei nostri post per pura casualità, bisogna riservare il trattamento da star. Cerchiamo di essere sempre disponibili e rispondere ai commenti più svariati;
  2. Osservare chi interagisce con il nostro profilo anche in maniera più “discreta”, per esempio mettendo like o taggandoci in un post dove vengono citati i nostri prodotti o servizi. Sarà felicissimo di essere stato notato e di ricevere degli apprezzamenti o domande da parte nostra;
  3. Se usa il vostro hashtag è da sposare: non esitiamo a commentare e a mettere like. Infatti, usando il nostro hashtag, soprattutto se molto specifico, dimostrerà di seguirci o al contrario sarà un buon metodo per il brand per scoprire chi potrebbe diventare un follower più affezionato;
  4. Abbiamo sentito dire condivisione? Ebbene sì! Tutti i contest o le challenge che richiedono agli utenti di re-condividere un proprio contenuto, sono un ottimo modo per farsi conoscere da chi non seguiva la nostra pagina.

Il consiglio che fa la differenza: al follower piace essere ascoltato, coccolato e notato. Per queste ragioni quando atterra sul nostro profilo, dovrebbe trovare facilmente le informazioni che cerca. Noterà subito come sono le risposte agli altri utenti, il linguaggio che utilizziamo e la nostra disponibilità. Per questa ragione un buon Customer Relationship Management (CRM) è sempre un’ottima strategia per costruire le relazioni con i follower.

E voi, applicate già il follower building sui vostri profili?

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