Apple arriva su Twitter e fa scuola di social caring

Ci è arrivato tardi, ma ci è arrivato. Eccome. Fino a un paio di mesi fa il colosso di Cupertino era rimasto uno dei pochi brand a non avere una presenza sui social network, né istituzionale né di social caring. Il servizio di customer care è sempre esistito, efficiente come solo Apple sa fare, ma relegato fuori dai social. 

Poi il primo tweet:

Ed ecco un po’ di dati, a neanche due mesi dall’apertura:

  • 54.500 tweet (una media di 1000 al giorno!).
  • Servizio attivo dalle 5 alle 20, 7 giorni su 7.
  • 290000 follower raggiunti, con un trend di acquisizione di circa 5000 follower al giorno.
  • 1 tweet riceve in media 270 RT e 500 preferiti.

Numeri che darebbero soddisfazione a chiunque e dimostrano il successo dell’account. Qual è dunque il segreto di una strategia vincente per un account di social caring su Twitter?

  • Il tono happy to help. Gli utenti possono essere arrabbiati, maleducati, frettolosi, disperati. L’account sdrammatizza, crea empatia, simpatia, e si spende fino all’ultimo per risolvere i loro problemi.
  • Tempestività. Che paga, sempre, massimizzando la soddisfazione dell’utente che sente su di sé un’attenzione unica.
  • Semplicità. Grafiche immediatamente comprensibili e pulite, che svolgono perfettamente la loro funzione: informare. Il servizio all’utente non rincorre le logiche di engagement di qualsiasi pagina di brand: il contenuto non dev’essere divertente né virale, ma utile. Più lo è, più il tweet avrà successo.
  • Differenziazione. Se non c’è account istituzionale, come fa Apple, specificare che si tratta di un profilo dedicato al social caring, meglio se specificando nella bio orari e giorni di copertura del servizio.
    Se l’account istituzionale esiste, meglio separare gli account, come fa Netflix. Più è grande il network più saranno necessari account differenziati. Tim, ad esempio, utilizza account personali brandizzati:

Ecco alcuni account di social caring che si distinguono per queste caratteristiche:

E in Italia?

Seguite il loro esempio e farete un buon lavoro!

To have, to be, to fit in

To have

Molte cose piccole sono diventate grandi con un appropriato uso della pubblicità. (Mark Twain)


Un prodotto ha piccole caratteristiche tali per diventare desiderabile. Le ha nel DNA, la pubblicità semplicemente le esalta e con la giusta dose di persuasione, le rende attraenti, grandi. È un odore che il brand ha già sulla pelle. Avere. To have. La campagna Volkswagen “Think Small” del 1959, ideata dalla Doyle Dane Bernbach, ne è un esempio. Una riflessione (apparentemente neutra) su pregi e difetti del Maggiolino della Volkswagen.
Pregi e difetti che il Maggiolino, ha.

To be

La pubblicità non è una scienza. È persuasione. E la persuasione è un’arte. (Bill Bernbach)


Attraverso la persuasione subentra, nel processo di percezione del valore del brand, una dimensione sensoriale. Il prodotto è quelle caratteristiche. Non le possiede, ma è. Si veste con quell’outfit, parla con quel tono di voce, ti dà la mano con quella vena timida oppure disinvolta, si muove con quel suo portamento, e risponde con quel temperamento, che è suo, appartiene al suo codice. Quel brand diventa rilevante perché esprime caratteri, ovvero codici distintivi e personali. Ha una personalità, un carattere, una silhouette. Il consumatore rifiuta brand-eroi, ma vuole una personalità in cui riconoscersi. [Ne parlavamo anni fa in quest’articolo Customer engagement storytelling]. Essere. To be. Il commercial della MINI Paceman Sports Activity Coupé può annoverarsi nella lista dei tanti esempi. Un’automobile che è un attore urbano (orientata al go-kart feeling) e anche un’icona di stile.
Ha queste caratteristiche. È queste caratteristiche. 

To fit in

Si passa da un concetto di “star strategy” alla Jacques Séguéla fino ad un concetto di “brand che fa del self branding“.
Obiettivo: trasmettere una determinata immagine affinché possa, il brand, fare networking nell’ambiente in cui desidera vivere. In che modo? Capitalizzando sulle relazioni che è in grado di costruire. E poi? Fare il cantastorie di sé. Non solo il brand ha, ed è, ma “fitta” totalmente con il suo ambiente. E qui un esempio a dir poco sorprendente è lo spot Emirates che in occasione della partita in casa dell’Amburgo contro i rivali del Bayern, mette in mostra il talento calcistico del proprio personale di bordo in modo molto efficace. Un match da “Business Class”.

Quale sarà il quarto step? Lo sapremo dopo la pubblicità.

10 Anni di Festival Internazionale del Giornalismo

Un po’ difficile da raggiungere (5 ore in treno e 2 cambi a Firenze e a Terontola), ma è sempre bello tornare a Perugia, soprattutto per il Festival Internazionale del Giornalismo.

Quest’anno il festival spegne 10 candeline e il modo migliore per festeggiarlo era esserci, anche perché anno dopo anno la lineup degli speaker è sempre più interessante. Solo per fare qualche nome della decima edizione possiamo citare: Lucia Annunziata dell’Huffington Post, Celia Guimaraes di Rai News, Livia Iacolare di Twitter Italia, Pierluigi Pardo di Sport Mediaset, Paolo Barberis (consigliere dell’Innovazione del Presidente del Consiglio), Dino Amenduni, Mafe De Baggis, Riccardo Iacona, Sarah Varetto (direttore di Sky TG24), Craig Silverman di BuzzFeed Canada, Mark Little di Twitter, Peter Gomez, Giovanni Floris, Diego Bianchi, e tanti tanti altri, tutti stipati in una agenda fittissima di appuntamenti in 12 location sparse per la città.

Il Festival Internazionale del Giornalismo è un grande momento per imparare e osservare: imparare perché ogni speach ti arricchisce trasmettendoti nuovo know how; osservare perché gli speaker che arrivano da tutto il mondo fanno il punto su tutto ciò che riguarda un determinato topic condividendo le loro esperienze.

Ho iniziato il mio giro della manifestazione con “Maledetto Storytelling” con Diego Amenduni e Mafe De Baggis. Lo storytelling è una tecnica di comunicazione, molto nota a chi come noi si occupa di digital, che nel corso degli ultimi anni l’ha subita da parte dei politici che ne hanno abusato per fini propagandistici.
Il “maledetto” sta infatti proprio a sottolineare la distorsione che vive oggi lo storytelling. La bellezza di questa tecnica sta invece non in chi la racconta (ad esempio un politico o un potente), ma nella sua missione: raccontare una storia. Una storia è raccontata bene quando tocca degli elementi che sono presenti nella nostra mente e nei nostri ricordi, e il compito dello storyteller deve essere quello di riuscire a toccare questi elementi attraverso un percorso narrativo.

“Accettiamo che lo storytelling sia uno strumento positivo. Contano le storie, altrimenti vengono confuse con la fuffa.”
Dino Amenduni

Al Festival Internazionale del Giornalismo non potevano certo mancare i social. Perché social e giornalismo sono legati a doppio filo: e infatti non è mancato Twitter, fresco fresco di compleanno celebrato con #Twitter10 (a proposito di social, qui abbiamo scritto di come sia possibile fare giornalismo su Snapchat).

Durante tutta la manifestazione l’Hotel Brufani ha ospitato la #BlueRoom di Twitter, uno spazio esclusivo per permettere a degli ospiti speciali di vivere un’esperienza Twitter immersiva e interattiva con il proprio pubblico con interviste, annunci, sessioni di Q&A e molto altro ancora. Tra i tanti passati dalla Blue Room anche Zoro.

[foto in copertina di Stefano Gizzi #IJF15]

Fare giornalismo su Snapchat

Il futuro del giornalismo è esclusivamente digitale? La questione è apertissima, anche se alcuni indizi sembrano far intravedere una risposta. Una decina di giorni fa, per esempio, l’Independent ha deciso di dire per sempre addio alla carta perché – spiega il proprietario del quotidiano Evgeny Lebedev – “l’industria della stampa è in fase di cambiamento e il cambiamento è avviato dai lettori. Ci indicano che il futuro è digitale”.
E in questo orizzonte, lo sappiamo bene, è il mobile a farla da padrone, mettendo all’angolo il desktop. Il fondatore di BuzzFedd Jonah Peretti spiega che il mobile è l’ecosistema naturale in cui far vivere i contenuti della sua media company, sempre più millenium-friendly e legati a video, listicle e GIF. Del resto, i 200 milioni di utenti unici mensili di BuzzFedd accedono al 70% dei contenuti da dispositivi mobili.

Parliamo comunque di uno scenario incerto e in continua evoluzione, dove si aprono sempre più spazi anche per l’interazione con l’Intelligenza Artificiale. Solo una settimana fa il Guardian ha pubblicato un articolo intitolato AI is already making inroads into journalism but could it win a Pulitzer?. Il titolo sembra provocatorio, ma non lo è affatto se si pensa ai software che vengono sempre più impiegati per impacchettare articoli sportivi e clickbait. Una ricerca della Oxford University va in questa direzione spiegando che quello del giornalista è uno dei mestieri più a rischio nel futuro prossimo.

Futuro prossimo, forse: ma non immediato. Il presente parla ancora altre lingue. Una di queste è quella di Snapchat, il social network popolarissimo tra i millenial, con il 70% degli oltre 200 milioni di iscritti negli USA che sono under 35. I numeri sono impressionanti: secondo Edison Reserach, Snapchat (insieme a Instagram) è secondo solo a Facebook nel numero di volte con cui le persone controllano il proprio account (12% contro 35%).
Qualcuno addirittura considera Snapchat la nuova frontiera del giornalismo. Forse le cose non stanno così, ma se anche colossi dell’informazione come BBC, CNN, Washington Post e New York Times sono approdati su Snapchat, c’è un motivo: la possibilità di comunicare in maniera nuova per raggiungere un pubblico giovanissimo. Perché l’idea che le nuove generazioni non siano interessate alle notizie non risponde al vero, dice il portavoce della CNN Matt Dornic all’American Journalism Review. Quindi, il punto è trovare il modo giusto.

Come spiega un recente articolo del Corriere della Sera, sono sostanzialmente due i mezzi da impiegare se si vuole fare giornalismo su Snapchat: la sezione Discover e le singole Storie.
La sezione Discover è uno spazio esclusivo, aperto nel gennaio 2015 e dedicato a editori partner come BuzzFedd, Mashable, National Geographic, Cosmopolitan, MTV, ESPN, Daily Mail. L’ultimo arrivato (il ventunesimo) è una startup di news video: NowThis. Qui i contenuti – visibili per sole 24 ore – sono gestiti da team dedicati (il Wall Street Journal per esempio ne ha messo in piedi uno di cinque persone per pubblicare otto snap al giorno, dal lunedì al venerdì) e ovviamente curati in base ai diversi tagli redazionali. Temi di attualità per CNN, listicle ironiche per BuzzFeed e star news per MTV. E le possibilità espressive sono enormi: con un semplice swipe si passano in rassegna testi, foto, video e GIF. Ovviamente l’immediatezza è il cardine di tutti questi contenuti, pensati per una fruizione veloce e in movimento.

Altro discorso per le Storie. Non vantano nessuna esclusività e sono accessibili a tutti: quando una persona crea un contenuto può decidere di aggiungerlo alla propria Storia del giorno. La foto o il video verranno conservati per 24 ore, prima di volatilizzarsi. Le Storie rappresentano un’alternativa per fare giornalismo su Snapchat, un’opzione più flessibile per editori e giornalisti che decidono di postare soltanto contenuti speciali. Due esempi: il Washington Post, che ha seguito il Super Bowl, e John Sweeney, il giornalista di BBC Panorama che ha costruito un interessantissimo reportage su Snapchat mentre seguiva la rotta balcanica dei migranti verso l’Europa.

In occasione di eventi speciali (dal Siblings Day al GP delle Americhe della MotoGP), poi, un team dedicato di Snapchat seleziona i migliori snap e li raccoglie un collage.

Fare giornalismo su Snapchat è possibile? A questo punto, la risposta è chiara: sì, ma in modo nuovo. Resta comunque ancora da capire a pieno come evolverà il comportamento degli editori. Anche in relazione al discorso advertising, che Snapchat sta portando avanti in tutta fretta (perché il tempo di battere cassa è arrivato: basti pensare che un editore della sezione Discover come Cosmopolitan polarizza 3 milioni di utenti al giorno). I giornalisti quindi hanno fra le mani un grande strumento: secondo Chris Snider della Drake University, “a great storytelling platform”. Perché immediatezza non significa necessariamente sacrificio della qualità.

Facebook Vs Snapchat: ai posteri l’ardua sentenza

Di lotte tra il vecchio e il nuovo, tra il gigante e il bambino, tra il cattivo e il buono è pieno il mondo, si sa che l’antagonista è ciò che rende il protagonista tale. Quello che ci chiediamo adesso è se si può già considerare Snapchat come antagonista di Facebook o se si tratta ancora di un lontano spauracchio.

Per schiarirci le idee niente di meglio di un po’ di dati.
Dal white paper di comScore “2016 US Cross-Platform Future in Focus” emerge chiara (negli Stati Uniti, ma il dato si può estendere) la netta supremazia di Snapchat nelle fasce d’età 18-24 e 25-34 rispetto a tutti gli altri social network.

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Fonte: comscore.com

Che Snapchat fosse popolare tra il pubblico più giovane non è certo una novità (ne abbiamo parlato anche qui), certo è che una tale polarizzazione può allo stesso tempo favorire e rallentare la crescita della piattaforma stessa. Il pubblico giovane è quello che si appresta ad entrare nel mondo del lavoro, ad alimentare il mercato con la propria domanda e diventare quindi una fetta particolarmente golosa per gli inserzionisti. Ma Snapchat non può permettersi di esaurire la propria offerta su questo segmento, per questo si aprirà presto una nuova sfida: riuscire a raggiungere anche una fascia d’età più adulta.

Ed è forse proprio questa differenza che tiene ancora Snapchat lontano dalla portata di Facebook. Certo, Facebook non è più una novità, ma ha dimostrato negli anni di essere in grado di rinnovarsi costantemente, sapendo ascoltare le esigenze del proprio pubblico e acquistando altre realtà che hanno reso l’esperienza sulla piattaforma sempre più completa e interessante per le persone e per le aziende. Qui di seguito un dettaglio sulla demografica di Facebook a confronto con quelle delle altre piattaforme: oltre ad essere maggiormente radicata in più segmenti d’età è anche quella che riscuote maggiore engagement da parte delle persone.

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Fonte: comscore.com
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Fonte: comscore.com

Secondo il report di Salesforce sullo “State of Marketing” relativo all’anno 2015, l’82% delle persone che si occupa di marketing sostiene che i Social Media siano oramai una componente fondamentale per il proprio business. Una recente ricerca di Morrison Foerster inoltre ritiene che Facebook sia il Social Network più popolare, tra chi si occupa di marketing a livello B2B e B2C.

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Fonte: salesforce.com

Per questo la crescita di Snapchat, anche se sicuramente da osservare e studiare, non preoccupa il colosso Facebook, che può ancora vantare una netta superiorità in termini di pubblico e di engagement.

L’ultima minaccia di Snapchat a Facebook riguarda invece l’advertising: è di poco tempo fa la notizia che anche Snapchat si sta preparando all’apertura agli inserzionisti, un’occasione che alletta le aziende e intimorisce gli iscritti alla piattaforma. Ma con la promessa da parte delle aziende per il 2016 di investire circa il 70% del budget totale nel digital marketing, Snapchat non poteva sottrarsi a questo ulteriore salto. E mentre testiamo la nuova chat 2.0 di Snapchat aspettiamo fiduciosi di vedere cosa ci riserveranno le prime inserzioni dedicate alla piattaforma.