Come la realtà virtuale cambierà i social, il web e probabilmente anche noi stessi

Non c’è niente di apparentemente originale nel parlare di “realtà virtuale”, definizione già vecchia 30 anni fa dopo che plotoni di scrittori di fantascienza e registi ne avevano mostrato la diffusione e le pericolose degenerazioni con i protagonisti delle loro storie. Ma, appunto, di storie si è sempre trattato. Oggi, il concetto di “realtà virtuale” è per la prima volta calato nella “realtà quotidiana” di tutti noi. E se ancora non ve ne siete accorti, ve ne accorgerete molto presto.

Ecco che cosa sta succedendo:

– Nel 2012, in California, viene fondata Oculus VR, piccola ma altamente innovativa azienda tecnologica con l’obiettivo di commercializzare il suo primo prodotto, Oculus Rift, uno schermo da indossare davanti agli occhi che permette di avere un’esperienza visiva virtuale a 360 gradi.

– Nel marzo 2014, Mark Zuckerberg annuncia di avere rilevato Oculus VR per la modica cifra di 2 miliardi di dollari. L’intero studio di progettazione si sposta all’interno della sede di Facebook, in Silicon Valley.

– Il 24 settembre 2015, Facebook annuncia che i video a 360 gradi sono pronti per essere fruiti dagli utenti e – come se non bastasse – ne mostra un assaggio all’interno del mondo di Star Wars, grazie a un accordo con la LucasFilm (ovvero con Walt Disney Company, proprietaria dei diritti della saga dal 2012).

– Contemporaneamente all’annuncio di Facebook, si tiene la convention Oculus Connect 2, durante la quale viene annunciato che a novembre uscirà Gear VR, un dispositivo di realtà virtuale prodotto con Samsung, al costo di 99 dollari. Oculus Rift, invece, ne costerà 300. In entrambi i casi, prezzi sono pensati per essere abbordabili da un pubblico vasto e non elitario.

Fin qui, la cronaca. Ma la cosa interessante, a questo punto, almeno per chi lavora sulla comunicazione, è provare a immaginare come tutto ciò cambierà le possibilità di raccontare e di raccontarsi attraverso lo schermo del computer e del mobile. Proviamo a fare qualche esempio:

– Siete in vacanza in un posto esotico e bellissimo. Scattate foto da tutto il giorno e alla sera create un album su Facebook per fare invidia agli amici. Grazie a Oculus, i vostri amici potranno “entrare” all’interno delle immagini osservando a 360 gradi il luogo in cui vi trovate. Invidia a 360 gradi.

– Avete scoperto un serie tv che vi tiene incollati allo schermo. Bene, sappiate che nei prossimi mesi Netflix avvierà la distribuzione di un’applicazione – in collaborazione con Facebook, Fox, Hulu, Lionsgate, Vimeo, Twitch e TiVo – per la visualizzazione di streaming video in realtà virtuale (anche da mobile).

– Avete consacrato la vostra vita alla passione per i videogiochi? Buone notizie: potete già sperimentare alcuni giochi in realtà virtuale, dal fanta-psichedelico Adventure Time al terrificante Alien: Isolation. E molti altri sono in arrivo, dato che Oculus è in trattativa con Sega, Midway e Namco per portare dentro la VR classici come Pac-man, Spy Hunter e Sonic.

– Non vi interessa postare sui social e neanche guardare film, perché volete creare opere d’arte vostre. Tranquilli, quelli di Oculus hanno annunciato che è previsto per il 2016 il rilascio di un controller “Touch” che servirà per controllare i movimenti delle mani all’interno della realtà virtuale e creare opere d’arte digitali a 360 gradi.

– Infine, non ci vuole un genio per prevedere che migliaia di persone non aspettano altro che provare la realtà virtuale su PornHub. Ma su questo vi lascio immaginare da soli.

Questi sono solo i primi esempi di come la VR sta per cambiare il mondo dei contenuti online. Per cui, cari Web Content / Social Media Manager, tenetevi pronti. Niente sarà più come prima: la realtà virtuale è (quasi) realtà.

“La Grande Madre” e l’Instagram Call #TeachingToWalk

In occasione della mostra “La Grande Madre”, parte del palinsesto di Expo in Città, a cura di Massimiliano Gioni, progettata dal Comune di Milano e dalla Fondazione Nicola Trussardi, in anteprima italiana, viene presentata la performance Teaching to walk dell’artista slovacco Roman Ondák. Tutti i giorni, nelle sale della mostra, una mamma insegnerà al proprio bambino a camminare.

Sono quei primi passi. Il primo slancio di indipendenza. Quell’attimo in cui mamme a papà improvvisamente snocciolano litri di dolcezza e sguardi mielosi dettati da rughe sulla fronte. Proprio in mezzo agli occhi. E un dizionario fatto di monosillabi onomatopeici: “Ohhhh, Uh, Eh, Gné, Ehi Ehi, Frrr”. 
#TeachingToWalk è un evento dentro l’evento. Una performance fisica e un’Instagram Call. E così, tutto diviene un bel racconto collettivo di un istante imprevedibile e incantevole: i primi passi. L’idea è nata dall’esperienza personale dell’artista che, da padre, si è trovato a osservare l’intimità che si creava tra sua moglie e il loro bimbo proprio nei momenti in cui lei gli insegnava a camminare. Teaching to walk vuole quindi isolare il momento preciso in cui un bambino muove i primi passi verso l’indipendenza e perde gradualmente il contatto fisico con la madre. Catturare l’imprevedibilità, il suo mantra creativo. Non limitandosi a rappresentare quell’attimo, quanto piuttosto creando un vero e proprio coinvolgimento.

Mamme, fatevi avanti quindi. Andate sul sito e scrivete. La Fondazione Nicola Trussardi vi cerca insieme ai vostri bambini (di sesso maschile) per farvi venire una volta al giorno, per qualche giorno e per mezz’ora circa, a visitare la mostra, e a camminare nelle 29 sale in mezzo a oltre 400 opere.

Ma #TeachingToWalk non è solo una performance, è anche una call aperta a tutta la community di Instagram: un invito a condividere, con una foto, i primi passi, i propri o quelli di chi amiamo. Un instante. Uno scatto. Il primo gesto di indipendenza.
 Partecipare è semplice: basta postare su Instagram una o più immagini con l’hashtag #TeachingToWalk. Tutte le fotografie condivise saranno raccolte in un grande album in progress, sfogliabile sul sito www.lagrandemadre.org. La call si concluderà il 15 novembre 2015, con la chiusura della mostra La Grande Madre.

Imprevedibilità, integrazione tra il reale e il virtuale, condivisione, relazione umana, questi gli ingredienti principali di un momento di forte coinvolgimento. C’è un filo che unisce tutti noi. Quel filo si chiama emozione. Che essa sia creata con una tastiera o dalla pelle. Sempre di vibrazione si parla.

Roman Ondak – Teaching to walk, 2015 – La Grande Madre, Palazzo Reale, Milano (26 agosto – 15 novembre 2015) – Photo: Pietro Baroni – Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

Facebook introduce i video a 360°

Facebook è sempre in movimento, da sempre. Cambiano dimensioni delle immagini, layout di pagine e profili, tasti (come il Dislike) e vengono aggiunte funzionalità. Questo per la gioia di utenti e addetti ai lavori [da leggere con tono sarcastico].
L’ultima novità, in ordine di tempo, è l’introduzione dei video a 360°.

Di cosa si tratta?

Come avrete letto nel titolo (lo spoiler era inevitabile) si potranno visualizzare video a 360°.
I clip vengono creati attraverso uno speciale set di videocamere che registrano la scena simultaneamente. Questo significa che, quando il video viene riprodotto sul social network, l’utente potrà scegliere da quale angolatura guardarlo.

Da desktop, potrà farlo muovendosi con il cursore mentre dai dispositivi mobili potrà fare la stessa cosa, ma con le dita o semplicemente ruotando il dispositivo.
I primi publisher ad utilizzare questo formato video saranno: Star Wars, Discovery, GoPro, LeBron James & Uninterrupted, NBC Saturday Night Live, e VICE.

Speed across the Jakku desert from Star Wars: The Force Awakens with this immersive 360 experience created exclusively for Facebook.

Posted by Star Wars on Mercoledì 23 settembre 2015

 

La funzione è fruibile da subito per la versione Facebook da browser e dispositivi con sistema operativo Android. Nei prossimi mesi arriverà anche per iOS.

Quali sono le possibilità per i brand?

Come per ogni nuova funzionalità c’è spazio per la sperimentazione. Creatori di video e storyteller avranno la possibilità di esplorare questo nuovo mezzo e proporre contenuti divertenti e ingaggianti che puntino su un’esperienza dell’utente nuova e immersiva.

Dislike, questo sconosciuto

La scorsa settimana Mark Zuckerberg ha annunciato durante una sessione di Q&A che Facebook è al lavoro su una soluzione che vada oltre il “like” ai contenuti. Questa dichiarazione ha sconvolto le menti degli utenti e dei professionisti del settore, che si sono sbizzarriti nelle interpretazioni più svariate di questa affermazione sibillina.

Quello che è stato realmente detto non è molto, riassumiamo per punti:

  • Facebook sta lavorando a un tipo di interazione diversa dal “like”.
  • La ragione sta nel consentire di esprimere maggiore empatia per le storie, a volte tristi o negative.
  • A breve cominceranno i test di questa nuova funzionalità.
  • Se i test saranno positivi proseguiranno con il rilascio al pubblico.

Quello che si è letto in giro invece è stato libera interpretazione:

  • Non si tratterà di un tasto “dislike”
  • La funzionalità riguarderà solo gli utenti e non le pagine

Fortunatamente possiamo ascoltare le sue stesse parole per renderci conto della vaghezza di quanto raccontato alla sessione di domande.

Nonostante la penuria di informazioni, ci sono diversi aspetti interessanti su cui riflettere:

  • Non è chiaro come questa novità influirà all’interno dell’algoritmo del newsfeed. Sappiamo che nuove metriche sono già state prese in considerazione per misurare il gradimento verso i contenuti, come il tempo speso sulle storie, anche in assenza di interazione. Questo lascia intuire il desiderio di interpretare in maniera più granulare i comportamenti delle persone, andando oltre l’accezione iniziale like-centrica.
  • Un altro aspetto interessante è quello che riguarda l’advertising: questo nuovo approccio verrà impiegato anche nelle campagne a pagamento? Se sì, potrebbe trattarsi di un modo furbo di spingere le persone a interagire in ogni caso anche con contenuti che non gradiscono? In questo caso uno dei risvolti sarebbe quello di un aumento dei costi dell’adv, dal momento che una percentuale maggiore degli utenti interagirebbe con il contenuto, pur non portando valore di sentiment positivo per il brand. Questo sempre nell’ipotesi del tasto “dislike”.

Quello che sappiamo per certo è che l’argomento ha incontrato l’interesse delle persone, quindi primo test superato. Dettagli invece ne abbiamo pochi, quindi non resta altro da fare che aspettare gli sviluppi nei prossimi mesi.

Email marketing e social media: una convivenza possibile

I social media sono ormai uno dei canali principali con cui le aziende parlano al proprio pubblico sul web, ma l’importanza dell’email (seppur con una nuova veste) è cruciale ed ogni piano marketing che si rispetti deve prevederne l’uso (possibilmente efficace).

Back to basics

Partiamo dalle basi: chi si iscrive alla vostra newsletter vi sta dicendo di essere interessato ai vostri servizi o prodotti, vuole seguirvi e probabilmente in futuro deciderà di acquistare qualcosa da voi. Chi vi segue sui social media è interessato alle vostre attività, a quello che il vostro brand rappresenta (e fa) e potenzialmente potrebbe diventare un vostro cliente.

Una ciliegia tira l’altra

L’email marketing può essere quindi sfruttato per allargare il reach delle attività che promuovete sui social, come ad esempio i tanto amati contest. Se qualcuno dei vostri iscritti si fosse perso qualche contenuto su Facebook o Twitter, con una bella newsletter vi assicurerete che gli utenti rimangano aggiornati.

Dall’altra parte, i vostri canali social possono essere la vetrina per i contenuti delle newsletter del brand, oltre a rappresentare un luogo dove pubblicizzarla.

L’email è morta?

Se pensate che i social network abbiano soppiantato l’email in termini di brand communication, vi sbagliate. Indubbiamente il panorama è cambiato, ma basta seguire delle semplici regole per dare una bella rinfrescata al vostro email marketing e il gioco è fatto. Ecco qualche consiglio:

1) Siate consapevoli del vostro target e disegnate i contenuti attorno ad esso.

2) Restate aggiornati sulla vostra mailing list, in modo da assicurarvi che dietro ad ogni indirizzo ci sia effettivamente qualcuno che vi legge e non una serie di email obsolete.

3) Date priorità al “mobile”, molti dei vostri affiliati vi leggeranno dallo smartphone, e qualsiasi contenuto (per quanto favoloso e interessante possa essere) se non è mobile-friendly sarà ignorato. Garantito.

4) Invogliate il vostro pubblico a compiere un’azione, non limitatevi a fornire informazioni. Stimolatelo e catturerete la sua attenzione.

5) Infine, ricordatevi dei vostri canali social, e soprattutto ricordate della loro esistenza al vostro pubblico (“social buttons” vi dice niente?).

Ora che sapete tutto (o quasi) di email marketing, datevi da fare e realizzate una newsletter con i fiocchi.

Instagram, una nuova sfida per le aziende

Dove eravate il 27 Agosto? Con i piedi nell’acqua e la mente in vacanza, scommetto. Instagram invece, noncurante dell’estate o sperando di approfittare delle vostre foto in spiaggia, annunciava il nuovo formato rettangolare.

A partire dallo scorso mese infatti è possibile pubblicare immagini e video di formato rettangolare: niente più minuti persi a inserire bordi laterali con applicazioni terze o a pensare l’inquadratura al momento dello scatto cercando di far entrare ogni particolare.

Ma si tratta di una innovazione o di un passo indietro? La diatriba è già aperta tra chi sostiene che si tratti di una rinuncia alla cifra stilistica che ha contraddistinto l’applicazione e chi invece accoglie a braccia aperte la novità. Sta di fatto che si conserva una continuità con il passato, perché il formato tradizionale rimane quando si visualizza il proprio profilo o la sezione Ricerca (aggiornata recentemente).

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Fonte: about.instagram.com

Ma non è l’unica novità introdotta da Instagram negli ultimi giorni: oltre ad un potenziamento dell’opzione di messaggistica diretta è arrivata anche la pubblicità. L’azienda ha annunciato l’imminente sbarco con un post sponsorizzato in cui sono state spiegate agli utenti le modalità con cui avverrà questa introduzione, complice ovviamente l’integrazione con Facebook che ha acquisito la nota applicazione nel 2012.

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Didascalia: ninjamarketing.it

Pare quindi che il nuovo formato fotografico sia stato la premessa per l’apertura alla pubblicità, assieme alla possibilità di utilizzare quattro immagini per le inserzioni. Di fatto in questo modo si moltiplicano le opportunità per le aziende, che si trovano ora a affrontare la sfida più complessa: sperimentare. Si rivolgono ad un pubblico nuovo, guadagnando quindi un’occasione unica per distinguersi proponendo contenuti di qualità ad una community già solida.

Instagram intanto ha pubblicato alcuni significativi risultati riguardo le prime inserzioni portate avanti durante l’estate, ad esempio il sito americano di shopping online Gilt Groupe ha visto aumentare dell’85% i download della propria app. Si tratta forse di numeri alimentati dalla curiosità iniziale da parte degli utenti, ma che in ogni caso sembrano non lasciare dubbi sulla reale opportunità che, dopo anni di rumors, si è finalmente aperta a piccole e grandi aziende.

E voi, avete già visto le prime inserzioni? Cosa ne pensate?

Real Time Marketing VS De Gea 1-0. La giocata vincente di un brand

David de Gea è un giovane calciatore spagnolo, ha 25 anni ed è considerato uno dei più forti portieri sulla piazza, tanto che quest’estate il Real Madrid l’ha acquistato dal Manchester United. Anzi, quasi. Sì, perché David alla fine è rimasto bloccato a Manchester nonostante l’accordo già stipulato con il team spagnolo. La causa è di natura insolita: la documentazione non è stata depositata entro i tempi previsti dalla finestra di calciomercato.

La notizia ha fatto il giro del mondo sulle testate sportive ma è diventata anche un caso di real time marketing.

Pizza Hut, a distanza di un anno dal caso ”Pink Fat Lady”, torna a far parlare di sé sui social network, questa volta per un’abile intrusione in uno degli argomenti più discussi del 1° settembre, ricevendo anche gli elogi del pubblico per avere trollato in maniera geniale il portiere spagnolo.

Non sono però mancate reazioni negative da parte dei tifosi (e non solo) nei confronti del post ironico.

L’operazione di real time marketing compiuta dalla famosa catena di ristorazione americana è stata davvero efficace in termini di risultati, fruttando più di 6.000 retweet e svariati articoli, ma non per questo si mostra priva di criticità.

Come potrebbe prenderla David De Gea?
Una questione da analizzare, per esempio, è se lo sfruttamento della popolarità delle persone, anziché di un avvenimento, da parte di un brand, possa considerarsi una partnership non richiesta da parte del personaggio coinvolto, che si vede accostato a una marca a cui magari non vuole essere associato, o almeno, non gratuitamente.

Gli avversari non approfittano per andare in contropiede.
Appare però evidente la disattenzione dei competitor, che avrebbero potuto invitare il portiere a consolarsi con la loro pizza in una delle loro sedi di Manchester, ma non ne hanno approfittato per pareggiare.

Cinque consigli per fare un buon social caring (senza impazzire)

Non me ne voglia Share’ngo, mi sono simpatici. Ma sono giovani, appena nati e poco esperti.

È anche per questo che questo nuovo servizio di carsharing mi è sembrato perfetto per stilare una lista degli errori da non fare per un buon social caring.

1) Tante teste, un’unica voce.

Mi fanno sorridere quelli che pensano che dietro un servizio di social caring, magari per un’azienda di grandi o grandissime dimensioni e attivo H24, ci sia un’unica persona (l’omino di Twitter).

Tuttavia mai agire secondo la propria individualità: a monte vanno stilate le linee guida, che comprendono il tono di voce, le casistiche di intervento e tutti i do e i don’t del caso: in modo da dare l’impressione di essere un’unica persona.

Più è affiatato il team più sinergico sarà il risultato.

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2) Si risponde a tutti i commenti.

Tutti quelli che fanno parte delle casistiche di intervento di cui sopra. La prima attività da fare al mattino è evadere le richieste arrivate fuori dall’orario di copertura, cronologicamente e per priorità, senza lasciarne di inevase.

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3) Don’t feed the troll.

Non sprecate tempo ed energie a rispondere a chi ha deciso che tanto vi attaccherà comunque, solo per il gusto di farlo.

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4) Non fatevi coinvolgere.

Cari Share’ngo, lo stavate facendo bene. Un plauso per aver citato Enjoy sulla vostra pagina, a dimostrazione che spesso i brand sbagliano a considerare i competitor uno spauracchio innominabile, e avete risposto con grande dignità ed intelligenza all’utente che vi chiedeva perché fare pubblicità ai concorrenti. Ma perché esagerare, aggiungendo figli a carico e incombenze domestiche?

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5) Mai troppo friendly.

Purtroppo per voi, gli utenti non hanno per niente il senso dell’umorismo.

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Sono solo alcuni punti di partenza, ma per un ottimo social caring serve tempo, esperienza e affiatamento. Un augurio al social team Share’ngo e anche un pat pat sulla spalla per il loro lavoro tutt’altro che facile.