All-in di Twitter sul live streaming

Twitter tira le somme del secondo trimestre dell’anno e i risultati continuano a non essere del tutto convincenti. La media mensile degli utenti è cresciuta leggermente, ma gli incassi non hanno soddisfatto le previsioni degli analisti (nonostante una crescita del 20% rispetto al 2015).
Le novità introdotte in questi mesi, prima fra tutte la possibilità annunciata a marzo di dire molto di più nei 140 caratteri, non sembrano aver riscosso i risultati sperati, per questo il prossimo obiettivo di crescita che Twitter si pone è legato direttamente ai video, in particolare al live streaming.
Già da tempo Twitter ha manifestato la volontà di rafforzarsi in questo campo. Ne è un esempio la recente acquisizione della startup Magic Pony, specializzata nel machine learning, con cui Twitter punta a offrire foto e video di alta qualità senza che questi elementi incidano sulla piattaforma in termini di peso. La scelta di Twitter di creare un team tecnologico di altissimo livello potrebbe rivelarsi utile per poter sviluppare in futuro soluzioni innovative sulla realtà aumentata.

Restando in tema di novità, Periscope ha recentemente annunciato nuovi strumenti che potenzieranno e renderanno più fruibile il live streaming.
Gli Highlights saranno dei veri e propri trailer che avranno la funzione di mostrare i momenti più salienti di una diretta, per incuriosire gli utenti e fare in modo che si facciano un’idea sull’argomento del video. Un po’ la versione Periscope del “mentre non c’eri” di Twitter per trasmettere i momenti migliori di una diretta live. I trailer saranno disponibili sia per iOS che per Android.
La novità probabilmente più significativa è quella degli Embedded Tweets, i tweet dei live di Periscope che potranno essere incorporati in qualsiasi pagina web e il cui video partirà automaticamente con l’inizio di ogni diretta.

Queste nuove opportunità in campo live streaming potranno essere testate grazie agli accordi siglati per trasmettere live il Torneo di Wimbledon, la Convention Nazionale dei Democratici USA e le partite della NFL. Eventi che potrebbero rivelarsi capaci di offrire una solida risorsa, con lo scopo di mantenere gli utenti sulla piattaforma per più tempo e di riuscire a coinvolgere una fetta maggiore di pubblico.
Il microblog del cinguettio intraprende quindi una direzione sempre più video-centrica: resta però ancora da capire se questa è la strada giusta.

Pokémon Go, una nuova opportunità per i brand

Pokémon Go. Il post potrebbe finire qui per molti di voi e per due motivi: l’argomento non vi interessa oppure l’introduzione vi ha fatto ricordare che ci sono creature da catturare e che non state giocando da almeno 16 minuti.

E invece no, proseguiamo. Proseguiamo perché Pokémon Go è arrivato in Italia e sta mangiando velocemente il tempo, lo spazio su smartphone e di conversazione (on e off-line) e soprattutto l’equilibrio mentale di molti.

Su questo ultimo punto bisogna fare una riflessione seria, guardate questo video di 40 secondi che mostra cosa è successo quando Vaporeon, une dei Pokémon più rari del gioco, è apparso a Central Park (New York):


I brand possono sfruttare il fenomeno?

La mia risposta è sì. I marchi possono cogliere l’opportunità e cavalcare la cosa, non tanto entrando nell’applicazione quanto realizzando contenuti rilevanti per le persone appassionate del gioco ed entrando nel flusso di comunicazione che riguarda Pokémon Go. Ovviamente i contenuti realizzati devono avere l’intuizione giusta, un po’ di umorismo ed essere intelligenti. Non è sufficiente aggiungere un hashtag.

Ecco alcuni esempi interessanti:

Offline invece si possono sfruttare le le opportunità che il sistema offre. Si possono ad esempio creare eventi reali in zone “interessanti per l’App”, e attirare la gente verso questi luoghi fisici attraverso l’utilizzo dei moduli esca. Ovviamente l’azione deve essere coordinata e deve essere fatta una comunicazione corretta dell’attività. Il gioco, da solo, non basta.

Voi utilizzate Pokémon Go? Avete esempi interessanti di marketing legato all’applicazione da segnalare?

Ora mi scuserete, ma ho Rattata sulla scrivania e devo catturarlo. Lo faccio per lavoro, lo giuro.

Il ruolo dei brand tra bufale ed emotività

Internet è per tutti sinonimo di accesso illimitato alle informazioni, ma siamo capaci di distinguere una notizia vera da una bufala? E di distinguere un profilo reale da un fake? Secondo lo studio “Infosfera italiana 2016” dell’Università di Napoli no, ma procediamo con ordine.

L’infosfera viene definita come “lo spazio semantico costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni”, dove per “documenti” si intende qualsiasi tipo di dato, informazione e conoscenza, per “agenti” si intendono le persone e per “operazioni” ogni tipo di reazione delle persone al documento.

L’indagine ha sottolineato come gli utenti, muovendosi tra vecchi e nuovi media e attingendo da questi informazioni a proprio piacimento, creino i propri palinsesti personali in base ai propri interessi, gusti e bisogni. Oltre a creare palinsesti, gli utenti creano dei nuovi contenuti e diventano loro stessi nuove fonti di informazione.

“Questo comportamento supera la dimensione gerarchica, che attribuiva alle fonti tradizionali il ruolo insostituibile ed esclusivo di emittenti dei messaggi professionali e autorevoli dell’informazione mainstream, sostituita dalla prassi dell’autocomposizione delle fonti nell’ambiente web e da una matrice di flussi continui di informazioni propagate in una dimensione orizzontale.”

In questo scenario la rete è lo strumento primario per accedere alle informazioni, ma è anche uno spazio che sovrabbonda di informazioni, creando 3 problemi:

– Si danno per certi i contenuti presenti nella prima pagina dei risultati di Google.

– La nostra capacità di percepire una fonte o un contenuto come “autorevole” è in continuo mutamento.

– Abbiamo sempre più fretta e questo ci fa tendere a velocizzare le scelte di decisione.

“L’affermarsi e il dispiegarsi della diffusione della tecnologia digitale, ci ha proiettato in una nuova era: attraverso la fase dell’informazione veloce siamo passati alla fase dell’accumulo e del capitalismo informazionale”.

Schermata 2016-07-12 alle 11.59.27
Fonte: slideshare.net

Riceviamo ogni giorno molte più informazioni di quante ne possiamo effettivamente processare (tra televisione, radio, giornali, caselle postali reali e virtuali, social network e blog, cartelloni pubblicitari nelle vie delle città, tele-promotrici di servizi per telefono etc.), ciò ci porta a fare economia sul nostro livello di attenzione e dunque siamo orientati al cosiddetto “confirmation bias”, la tendenza a rimanere legati ad un’idea che ci siamo fatti sulla base di informazioni preliminari, anche quando contenuti successivi la smentiscono.

Schermata 2016-07-12 alle 11.59.49
Fonte: slideshare.net

In questa cornice qual è il ruolo dei brand? Nell’ultimo anno alcune “notizie” sono rimbalzate da una pagina Facebook all’altra intasando i nostri feed. Basti pensare al vestito oro/blu, a “petaloso”, alla Santanché alla Scala di Milano, al balletto di Zaza prima di calciare il rigore… e potrei continuare per ore.

Alcuni brand decidono di cavalcare questi trend del momento perseguendo la strategia del real time marketing. Esagerare in questa strategia significa a lungo termine assecondare i 3 problemi sopracitati, perdendo però autorevolezza nei confronti degli utenti e diventando sempre meno credibili.

E un brand non credibile non piace a nessuno.

Quattro chiacchiere su Instagram e le case editrici del fumetto

“Il fumetto è morto, chi legge ancora i fumetti? I fumetti sono per bambini. Io leggo solo ZeroCalcare.”

Quante volte vi sarà capitato di sentire frasi così, soprattutto se siete appassionati della nona arte?
Rispondo io: molte, moltissime.

La realtà è ben diversa, il fumetto non è morto, non è forse popolare come lo era 40-50 anni fa ma ha un pubblico di fedelissimi che non abbandona mai le imprese dei suoi (super)eroi.
Così come quelle di quotidiani, magazine e libri, anche le case editrici del fumetto sono sbarcate già da tempo su Instagram.
La cassa di risonanza del social fotografico è ampia e permette di arrivare ad un pubblico più ampio e meno di nicchia come notoriamente è quello dei fumetti.
Le case editrici hanno la grande opportunità di sfruttare la visibilità ottenuta grazie a serie tv (DareDevil) e film di successo (Batman). Una grande opportunità che viene ripagata soprattutto in termini di notorietà da sfruttare su tutti i canali di comunicazione.

Passiamo a qualche esempio concreto analizzando il mercato americano delle nuvole parlanti.

Partiamo con una delle più famose case editrici: la Marvel.
Il colosso Marvel non produce solo comics, si occupa di cinema, gadgets e videogiochi. Il suo prodotto di punta rimane però il fumetto, anche se non è il più redditizio.
Instagram è senza dubbio un’ottima vetrina per arrivare ai più giovani senza deludere le aspettative dei vecchi fan.
L’utilizzo di mini-video qui è largamente diffuso, un buon modo per riassumere in pochi secondi le caratteristiche dei suoi personaggi abbinando anche scritte a immagini.
Le nuove uscite settimanali vengono fotografate tutte insieme, quasi come un promemoria.

Analizziamo anche la DC comics che, proprio grazie a dei brevi filmati, promuove i suoi fumetti dando una maggiore visibilità (e freschezza) al prodotto. Un modo per far ingolosire e incuriosire i lettori e farsi conoscere a dei potenziali nuovi fan.

Qui le similitudini con l’eterna rivale Marvel, sono parecchie: minivideo, sketchbook, presentazione dei personaggi. Qui però c’è anche il coinvolgimento degli appassionati con il “DC VERIFIED FAN”.

Rimanendo sempre sul mercato americano diamo un’occhiata anche alla IDW Publishing, una casa editrice “minore” ma pur sempre molto influente sul proprio mercato. Qui il coinvolgimento dei fan e della redazione è decisamente più presente rispetto a Marvel e Dc. Il profilo ospita molte foto scattate alle convention e propone regram degli utenti. Il legame con i propri lettori si fa più forte.
Lo stesso discorso vale anche per la DarkHorse comics. In entrambi i casi passa quasi in secondo piano il prodotto e si punta a costruire una community più forte. Un’idea sicuramente condivisibile ma che personalmente non apprezzo molto. Avrei preferito vedere più anteprime e sketchbook che cosplayer divertiti alle feste!

IDW is in full effect at #BotCon2014. We will be here all weekend, come see us.

Una foto pubblicata da IDW Publishing (@idwpublishing) in data:

Così come i libri e i giornali, anche il fumetto, sui social, cattura l’attenzione degli utenti e crea coinvolgimento e aiuta a vendere di più. Quello che molti definiscono un prodotto di nicchia potrebbe spiccare il volo (come Superman) e diventare più fruibile e vicino alle masse. Sempre che non arrivi la Kryptonite a rovinare tutto.