Internet delle cose, cosa?

L’espressione “Internet delle cose” è stata coniata nel 2009, quando i dispositivi RFID lasciavano presagire un futuro distopico in stile Minority Report e IBM (qualche anno prima) immaginava nuove prospettive per la spesa nei supermercati.

http://www.youtube.com/watch?v=eob532iEpqk

Questo neologismo si riferisce agli oggetti fisici che hanno una rappresentazione virtuale, all’interno di una rete informatica. L’evoluzione tecnologica e la miniaturizzazione hanno condotto questo trend verso altre soluzioni rispetto ai chip RFID, considerando ipotesi che prima non erano immaginabili.

L’esempio più vicino di Internet delle cose è il QR Code, che alla stregua di un codice a barre permette di scansionare il codice grafico rappresentato, abbinandolo a un contenuto univoco sul web. Anche se tralasciamo le considerazioni sull’uso indiscriminato e improduttivo di questo strumento, i limiti appaiono evidenti:
– Deve essere inquadrato frontalmente e in parallelo, con condizioni di luce ottimali
– È necessario prevedere l’ingombro dell’elemento grafico
– Può collegarsi a un solo contenuto

Il sostituto più promettente del QR Code sembra essere Clickable Paper, che scalda i motori dal 2012. Il funzionamento è semplice, si seleziona l’area dove inserire i collegamenti ipertestuali, si assegnano i link e si stampa. Già da un paio di anni esiste l’applicazione per il mercato giapponese, mentre di recente è stata rilasciata anche in altre localizzazioni.

Come mai il mondo non è ancora pieno di carta cliccabile? Attualmente pare non esistere uno strumento di authoring autonomo, quindi è necessario interpellare l’azienda produttrice e farselo fare da loro.

Possibili applicazioni? Penso subito al settore food. Immaginate di comprare una confezione di pasta e inquadrando la scatola vi vengono suggerite diverse ricette, così da permettervi di comprare subito gli ingredienti necessari.

Questi sono solo gli albori dell’Internet delle cose, perché il futuro riguarderà sempre di più gli oggetti in grado di connettersi e non solo di suggerire ipertesti sotto interrogazione. Il mio esempio preferito è Tile, una startup che produrrà questi portachiavi in grado di essere localizzati oppure di emettere suoni, oltre a essere inventariati tramite apposita applicazione mobile. Una rivoluzione per le persone disordinate insomma.

I brand che utilizzo possono fare dell’Internet delle cose? Immaginate delle flûte di cristallo dotate di questa tecnologia, così da poter condividere un brindisi sui social tramite app Facebook…

Ma se esiste l’Internet delle cose, esisteranno anche i social network delle cose?

Festival Internazionale del Giornalismo. Il secondo giorno.

La seconda giornata del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia è trascorsa all’ombra dei big, ombra si fa per dire, visto il diluvio pomeridiano. I keynote di Emily Bell del Guardian, e Harper Reed, CTO per la campagna di Obama, sono stati i main event di oggi.
Ma partiamo dal principio. Abbiamo imparato che Scribble Live può essere un ottimo strumento per il content aggregation, soprattutto quando i contenuti sono concessi in syndication ad altre testate in tutto il mondo. Un esempio? Durante i tragici avvenimenti della maratona di Boston, la testata Boston.com ha usato Scribble Live per aggregare sul proprio sito i contenuti provenienti dai propri reporter e dai cittadini, uniformandoli in un flusso unico regolato da un approccio strettamente giornalistico di verifica delle informazioni. Il coinvolgimento degli utenti, misurato in User Engangement Minutes, è volato da cinquanta mila minuti a sette milioni di minuti. La necessità di informazione è stata corrisposta da un’etica giornalistica nei confronti del citizen journalism, i contributi degli utenti sono stati valorizzati dal filtro dei professionisti.
Per dirla con una citazione di Andrew Sparrow del Guardian: “If journalism is the first draft of history, live blogging is the first draft of journalism”.
Emily Bell ci ha confermato che la qualità del lavoro di informazione dipende in ampia parte dal sistema di organizzazione e dai processi, oltre al fatto che sul tema di integrazione di vecchi e nuovi media la sua posizione sia molto chiara: DISINTEGRAZIONE!
Il seminario sull’open source intelligence ci ha istruito su alcuni strumenti utili per verificare la veridicità dei contenuti e delle fonti. Tra i più interessanti c’è Foca Forensics, uno strumento focalizzato sull’analisi dei metadati di una vasta gamma di documenti testuali, in grado di fornire dati sull’autore del documento, la data di creazione, il sistema operativo e tante altre informazioni interessanti. Molti di questi dettagli sono accessibili già dalle informazioni dei file raggiungibili dal proprio sistema operativo. Questo tool però esegue l’operazione in batch su un numero molto maggiore di file. Se invece desideriamo curiosare riguardo le immagini, su fotoforensics.com possiamo eseguire l’error level analysis, che ci dirà se l’immagine è originale oppure è stata sottoposta a editing di varia natura.
Harper Reed ci ha conquistato con il suo keynote travolgente, l’attitudine hipster e il successo incredibile riscosso con la campagna Obama. A quanto pare l’esperienza in Threadless sul modello del crowdsourcing gli è servita anche per le elezioni presidenziali, ma a detta sua assegnare le diverse mansioni all’elite dei professionisti delle maggiori aziende mondiali come Reddit, Twitter e Facebook è stato utile, noi non fatichiamo a dargli credito. Il suo consiglio al mondo dei giornalisti? “Fucking do math!”.