ROI: Rischiare Ogni Iniziativa? Una strategia digitale avanzata

La misurabilità del ROI è un tassello fondamentale per una corretta ed efficace strategia digitale.
Anche se oggi persiste ancora un certo paradosso per cui, invocata e inseguita per anni, in tempi di puro broadcasting, dove sapere l’effetto che faceva la pubblicità era una chimera per le aziende di molti settori, la misurazione del ROI, oggi che nel digital è molto più facile, oggi che esistono strumenti d’analisi e metriche, è ancora ben lontana dall’essere diventata una regola praticata dal marketing delle aziende e dalle agenzie per una strategia digitale realmente avanzata.

E invece, soprattutto in tempi di budget di comunicazione centellinati, dovrebbe essere fondamentale, prima di intraprendere qualsiasi attività o strategia digitale – sito, social, viral marketing, social advertising, community marketing o blog marketing che sia – predisporre un sistema per capire che effetto ha avuto l’investimento e trarre insegnamento dai risultati.

Basterebbe pianificare pochi semplici passi.

  • Fissare obiettivi chiari, raggiungibili, misurabili. Magari concentrandosi meno sul ROI e più sul ROO, Return on objectives, sicuramente la strategia digitale migliore per misurare l’impatto dei social media, individuando una gamma di parametri che sono direttamente e indirettamente economici. Una massa di fan a cui “piace” o che segue il brand, ma non torna mai sulla pagina Facebook o l’account Twitter è molto meno importante di una manciata di fan che però condividono spesso gli aggiornamenti della marca con gli amici.
  • Predisporre gli strumenti per misurare i risultati e il valore di ogni singola iniziativa, sia in termini di generazione di nuovi contatti, conversione in clienti e fatturato, che in un’ottica di medio-lungo termine di loyalty, brand evangelism e CRM.
  • Analizzare. Sapere quali sono i canali più performanti – in termini di visite, contatti e acquisizione di clienti, per ottimizzare il content marketing o per aumentare la pressione su ciò che funziona e tagliare ciò che non funziona.
  • Le fonti. Conoscere quali canali stanno portando più traffico (SEO verso ricerca a pagamento, referral verso traffico diretto). Quali sono le attività che stanno generando un processo di vendita (cosa fanno i contatti prima di convertire, quali pagine li influenzano maggiormente, quanto tempo impiegano prima di decidere? Quale percorso fanno prima di acquistare?
  • Testare, non avere paura di cambiare, anche spesso, se serve ad ottimizzare.
  • Fare comparazione coi competitors.

Regole elementari che fortunatamente qualche azienda comincia a seguire e a praticare, anche grazie all’arrivo o alla crescita di importanza nelle aziende della figura del “digital manager”.  Ma anche una sfida per le agenzie chiamate ad impostare la loro strategia digitale e a venire giudicate dai risultati, obiettivamente oggi più misurabili di ieri e che le aziende devono pretendere come indice di competenza e professionalità.

Anche in ottica di partecipazione ai benefici delle strategie e delle campagne di comunicazione e promozione, oggi resa oggettivamente più possibile.

Crisis management: i social media sono tappeti

Quando il mese scorso è stato il momento di celebrare il miliardo di iscritti, Facebook ha scelto un video con un messaggio molto semplice: chairs are like Facebook.

Facebook è come le sedie (e poi come ponti, campanelli, aerei) perché, cito, sono “tutte cose che le persone usano per incontrarsi e scambiarsi idee, condividere musica e molte altre cose”. Visto il committente, lo spot è stato ovviamente sezionato, parodiato e stroncato, ma mi è tornato in mente riflettendo sui social media in generale. Ovvero luoghi in cui ci sono anche le marche a incontrare le persone, scambiare idee e condividere molte altre cose, sia quando le cose vanno bene che quando vanno male.

Riflettendo sul crisis management, ho pensato che i social media sono tappeti.

Inizio da questa considerazione: i social media sono tappeti perché sono personalizzabili. Chiunque piazzi un tappeto nel proprio salotto può decidere il colore, la trama e l’ordito, la forma, la grandezza e il materiale. Nello stesso modo i social media, ognuno nel suo modo specifico, consentono alle marche infinite modalità di presenza: da quelle istituzionali alle campagne creative al CRM, ogni marca può e deve scegliere la via di customer engagement più appropriata.

A patto, però, di non dimenticare il secondo punto di contatto tra social media e tappeti, ed è una considerazione ancora più evidente della prima: entrambi esistono perché le persone ci stiano sopra. Altrimenti quella che è una grande opportunità rischia di diventare un bel problema, nell’affrontare una crisi di community management.

Uno dei più grandi errori che si possono fare in questo caso, sia con i social media che con i tappeti, è infatti quello di cedere alla tentazione di coprire e fare finta di niente. Un buco sul pavimento o un prodotto difettoso, una macchia enorme o una crisi aziendale che mette a rischio decine di posti di lavoro: guardate invece quant’è bello questo motivo persiano, quant’è brillante questa campagna, quant’è divertente la nostra app!

Non può funzionare così. Se i social media sono tappeti, vuol dire che riproducono il terreno su cui sono poggiati. Se sotto c’è un buco sarà abbastanza evidente, se si nascondono dei sacchi di spazzatura sembrerà di camminare sulle montagne.

Perché questa è la differenza principale nel crisis management tra social media e media broadcast: le persone ci stanno sopra, tastano il terreno con i piedi e sono tante, se il tappeto è abbastanza invitante e largo per accoglierle. Le persone ci stanno sopra se il padrone di casa ha qualcosa da dire e poco da nascondere, come dovrebbero essere le marche sui social media.

(PS. Anche se quella polvere sembra poca, bisogna essere pronti al fatto che oltre a camminarci sopra le persone possono anche sollevare l’angolo e controllare con gli occhi cosa c’è sotto.)

GIF animate: un medium ad alto tasso di engagement

Venticinque anni di età e non dimostrarli affatto. Il formato GIF, a un quarto di secolo dalla sua introduzione, dimostra potenzialità che lo rendono ancora attuale e in grado di veicolare contenuto ad alto tasso di engagement. Ma partiamo dal principio: Si pronuncia “GIF” oppure “GHIF”? Secondo Steve Wilhite, il creatore del formato, la pronuncia originale è liberamente ispirata al marchio americano di burro di arachidi Jif, quindi si pronuncia con la Gi morbida.

Il lancio avvenne nel 1987 ma è con l’avvento dei browser web di largo consumo come Netscape e Internet Explorer che le immagini in movimento hanno conquistato la popolarità. Scommetto che nessuno di voi ha dimenticato il celeberrimo “under contruction”, vera icona del web 1.0.

Il sorgere delle nuove tecnologie social come MySpace e Facebook ha contribuito al declino della GIF dal panorama web, ma si è trattato di una momentanea uscita di scena più che di una scomparsa vera e propria. I network di seconda generazione come Tumblr, WordPress o Reddit hanno garantito nuova vita al formato, consentendone la riproduzione automatica e scatenandone le potenzialità comunicative. Alla stregua di ogni corrente artistica anche il mondo delle animazioni in loop ha i suoi topos, come la febbre del retro-gaming, che contagia la pixel-art: qui per esempio trovate la storia della musica raccontata per animazioni. I gatti laser senza dubbio controllano la scena, ma come raccontavo qui anche i Cinemagraph e i loop tratti da film e show televisivi vanno un sacco.

I brand possono sfruttare questo mezzo come strumento creativo per illustrare i propri prodotti, i media potrebbero animare i loro contenuti e personaggi. Le possibilità sono infinite, l’importante è non confondere lo strumento e le sue potenzialità con l’impiego che ne è stato fatto fino ad ora. Per dirla con Mies van der Rohe: less is more.

Cosa rende una GIF un veicolo di interazione?

  • Dura poco, quindi non richiede molto impegno per la fruizione
  • È originale ma spesso ricicla dalla cultura pop
  • La facilità di condivisione

Cosa rende una GIF uno strumento di comunicazione?

  • La semplicità di realizzazione
  • È orientato ad essere un meme grazie all’iterazione dell’animazione
  • Occupa poco spazio ed è facile da diffondere

Quali brand si avvalgono già di questo strumento? Coca-Cola e Calvin Klein lo hanno già fatto. Pensate sia solo una faccenda da hipster? I due brand hanno più di 90.000 interazioni, e se non bastasse l’Oxford English Dictionary ha appena nominato “GIF” il vocabolo americano dell’anno.

Couch potato: content marketing o nuova ricetta?

Avete presente il pantofolaio di una volta che insieme alla casalinga di Voghera, passava ore e ore a fare zapping davanti alla televisione con fare da bradipo?
Dimenticate quel termine, imparatene uno nuovo: couch potato (“a person who spends much time sitting or lying down, usually watching television”). A parte il sorriso iniziale dopo aver letto questo termine alquanto bizzarro, focalizziamo l’attenzione sul fatto che l’era del couch potato passivo, che fa più patata da divano che altro, è finalmente finita. Oggi non si conforma più ai dettami dell’industria televisiva senza avere voce in capitolo, non è più spettatore vecchio conio, ma decide, sceglie, personalizza.

Secondo la ricerca di Ericsson ConsumerLab su ‘TV and Video – An analysis of evolving consumer habits – Trend Report 2012’ , il 69% dei consumatori, a livello mondiale, vuole scegliere i propri contenuti video ed è anche disposta a pagare di più per migliorarne la fruizione. Paradossalmente, mentre da un lato trionfano l’on demand e la creazione del proprio palinsesto personale, dall’altro la TV diventa sempre più collettiva e condivisa. La Social TV, lo streaming on demand, il crowdsourcing, stravolgono le abitudini da divano. Si diffonde il live viewing on demand. I couch potato, mentre guardano una Serie TV o un film, interagiscono dinamicamente con i social media, attraverso pc, smartphone o tablet. Dicono la loro, diffondono contenuti utili per le agenzie che gestiscono le piattaforme, insomma, fanno parte di un mega brainstorming.

Capiamoci meglio. Non solo mi sono innamorata della parola couch potato, in quanto copywriter e quindi creativa, vi dirò di più, sono stata totalmente sedotta dall’importanza e dalla versatilità che oggi assume la parola ‘contenuto‘, da quanto sia importante disegnare delle strategie di content marketing credibili e affascinanti. Non mi stupisco certo di quanto siano cambiate le abitudini delle persone, rimango però positivamente colpita da quanto sia indispensabile gestire in modo professionale tutti i canali di comunicazione con il massimo dell’attenzione e della poliedricità.

Innamorata del content marketing. E quel che conta è il dialogo.

Il content marketing esiste per creare legami d’amore, il suo obiettivo è instaurare familiarità, simpatia, fiducia attraverso il contenuto, la parola, il dialogo. Perché senza contenuto non c’è amore, non c’è SEO, non c’è community, non c’è social media marketing, e nemmeno customer engagement. E non ci sarei nemmeno io. Quante cose si perderebbero.

Per questi motivi il couch potato è preso di mira dai big spender, non solo per ingraziarsi un suo tweet o un post su Facebook, ma spesso i suoi contenuti arrivano ad influenzare la produzione e la creazione di un vero e proprio palinsesto. Non spaventatevi dunque se mentre guardate Fox Crime vi compare un hashtag, non è un problema di antenna, ma è una call-to-action all’interazione. Dimmi cosa pensi, e ti dirò cosa vedi.

E l’importanza del content marketing continua a essere in prima linea.
Content is the king. Dalla gente, per la gente, è il motto.

Quello che cambia è il punto di vista: non più da uno a molti, brand versus target; bensì da molti a molti, people versus people. Sono proprio loro, i nuovi couch potato che, utilizzando i social media durante la fruizione della Social TV, diffondono interazioni, condivisioni, stimoli e idee, contenuti che si trasformano da meri “pensieri” a “insight commerciali”, “idee da mettere a tavolino” per le agenzie di comunicazione, allo scopo unico di raggiungere l’inafferrabile e indefinibile social engagement e di creare delle fluide strategie di content marketing, per l’appunto.

Radio e social network: incontriamo Frank di Radio Deejay

Francesco Lotta, AKA Frank, è una persona curiosa che si interessa di tecnologia, videogiochi, fotografia, cinema e musica. Sperimenta, crea e si dà da fare. Ha fatto questo e quello quando “questo” ancora non lo faceva nessuno e “quello” sembrava fuori dalla portata di tutti.
In questo momento conduce un programma dalle 7.00 nel week end di Radio Deejay, Megajay, insieme a Sarah Jane. Lo abbiamo incontrato per parlare un po’ di social network e, ovviamente, di radio .

Ciao Frank, sei considerato da molti il deejay più “social” italiano, da quanto utilizzi la rete?

In effetti in radio mi prendono in giro per questa mia attitudine “geek – nerd”, ma a me in fondo fa piacere. Uso la rete da così tanto tempo che non saprei dare una risposta corretta. Da tanto, comunque, dagli albori, da quando è nata. Navigavo con un Nokia che aveva un modem interno. Per visitare un sito, aprire la home page, ci mettevo anche 15 minuti! Guardavo i primi siti ma mi piaceva smanettare anche per ascoltare le anteprime di alcuni brani, ci mettevo un’eternità, ma sai che figata!

Una delle caratteristiche del tuo programma è l’interazione con gli ascoltatori. Quale tra i social network ti sembra più adatto al contatto / confronto con gli ascoltatori?

Twitter perché più immediato, ma faccio riferimento anche alla pagina Facebook.
Sono due canali diversi, con caratteristiche distinte, forse dico una banalità ma è così.
Secondo il mio punto di vista e la mia esperienza su Facebook c’è più comunicazione, dialogo, tra me e gli utenti e tra gli utenti stessi. Si crea una sorta di community, le persone interagiscono, parlano e si scambiano pareri.
Twitter, invece, ha le caratteristiche di una chat. Per coinvolgere molte persone devi citare tutti. Il canale è più one to one. Alcuni cercano di interagire inserendosi nelle conversazioni, ma è difficile.
Su FB c’è più dialogo, sia tra chi parla e gli utenti sia tra gli utenti stessi che creano una community, intersagiscono, parlano e si scambiano pareri.

Un esempio concreto. Qualche giorno fa sulla mia pagina Facebook  ho pubblicato la notizia della mia intenzione di intraprendere il cammino di Santiago. Subito gli utenti hanno discusso ed inviato consigli.

Qual è invece il canale di comunicazione più utilizzato dagli ascoltatori?

L’SMS resta lo strumento principale di comunicazione utente – deejay. Questo devo dire che mi ha sorpreso, e continua a sorprendermi, moltissimo.
Io attingo molto dal mondo social per quanto riguarda le notizie, le citazioni e i tormentoni da proporre al pubblico e mi aspettavo risposte maggiori da parte del mondo social.
Una cosa interessante, invece è questa, durante i “fuori onda” abbiamo più interazioni social.
Dopo l’SMS, quindi, direi che in questo momento è Twitter a farla da padrone.

Si parla molto di social TV un fenomeno che sfrutta applicazioni come Getglue e Miso e la rete per commentare programmi, film e telefilm. Fai parte dei “social commentatori”?

Se per social TV intendiamo commentare un programma o un film, credo che questa pratica sia già un dato di fatto. È sufficiente pensare a format come X Factor che hanno dimostrato come sia un dovere integrare la rete per ottenere successo. Se invece intendiamo un dibattito tra chi è sui social e chi la TV la sta facendo, la questione si complica. Io la TV non l’ho mai fatta (a Current utilizzavo molto i social, ma era un’altro tipo di Tv). A me non piace guardarla molto, soprattutto perché c’è questa forma di comunicazione unidirezionale: vengono lanciati dei  messaggi dall’alto, non si crea una discussione tra ascoltatori e protagonisti anche per una questione pratica, non ci sono pause, tempi tecnici. Anche dove sono previste le interazioni con Twitter e Facebook poi non c’è il tempo per un botta e risposta, non si possono attendere le risposte degli utenti.

Pensi che si possa avere lo stesso fenomeno in Radio?

No, credo che le caratteristiche dei due media siano diverse e non ci sia la possibilità di replicare il fenomeno. La radio è già social, crea un contatto intimo con l’ascoltatore, un’intimità che gli altri media possono solo sognare. È per questo che la amo.

Prima di salutarti, dove possiamo trovarti in rete?

Qui, qui, qui, qui e qui. Ciao e grazie a tutti.

Video Mapping: l’irreale prende vita e diventa reale

Chi pensa che la tecnologia sia noiosa, si ricrederà guardando una performance di Video Mapping.
Il Video Mapping è una tecnica di videoproiezione in crescente espansione che permette di trasformare qualunque oggetto in un display, creando coinvolgenti effetti 3D.
Senza il vincolo dello schermo si possono esplorare tutte le dimensione del reale, e dell’irreale. Sul palcoscenico le possibilità creative sono illimitate. È possibile trasformare ogni monumento, edificio, palazzo in un palcoscenico, reinventando il concetto stesso di evento. È la nuova frontiera della comunicazione visiva: arte e tecnologia si sposano perfettamente, e il loro matrimonio è subito alla mercé di grandi brand che disegnano campagne di marketing innovative, notiziabili e di forte customer engagement.

Le proiezioni video sorprendono e stupiscono gli spettatori grazie al forte impatto visivo, e possono trasformare un semplice evento in un’esperienza straordinaria e innovativa.
Il primo passo è scegliere l’edificio sul quale proiettare i contenuti video. Questi vengono studiati e calibrati appositamente per soddisfare ed enfatizzare le caratteristiche strutturali della superficie scelta. In questo modo ogni spettacolo risulta essere unico ed irripetibile. I video vengono disegnati direttamente sull’edificio e poi animati in modo tridimensionale trasformandone i dettagli architettonici. Vengono rilevate le dimensioni, la tipologia e le caratteristiche della facciata dedicata alla proiezione, e in base alla posizione del pubblico, viene poi progettata l’animazione, sfruttando al massimo l’effetto 3D. Oltre a questo si studia anche il posizionamento dei videoproiettori, dei diffusori audio e il design sonoro da applicare, affinché il coinvolgimento dello spettatore sia totalizzante e memorabile.
Sono animazioni complesse definite “intelligenti” perché, grazie alla preventiva scansione e mappatura del piano su cui operano, il sistema le fa interagire in modo realistico con ogni punto della scena, riconoscendo gli spigoli e le forme degli oggetti presenti.

L’aspetto più intrigante di questa tecnica è la possibilità di farla interagire con le persone presenti. Un’installazione originale è stata mostrata al Design Korea 2010. Un paese fatto di carta: gli ospiti interagivano con paesaggi urbani fatti proprio di scatole di cartone attraverso un iPad. Il software riconosceva le forme delle scatole di cartone e attraverso un’animazione rispondeva al movimento fisico dell’utente.
La tecnica del Video Mapping è realizzabile anche in ambienti interni, pensate, è stata utilizzata anche durante una trasmissioni televisiva, su una struttura costituita da un muro di 24 mt di lunghezza e 3,5 metri di altezza. Il programma è stato un vero successo, 22,5% di pubblico e ottime recensioni sulla stampa e sui media.
3D projection mapping H&M

Il confronto, una serata di live tweeting

In queste ore si parla molto del confronto tra i candidati alle primarie del centro sinistra andato in onda ieri sera su Sky Tg24: un momento importante per la politica, forse una svolta per l’informazione italiana, ma non solo. È stato soprattutto un grandissimo evento di partecipazione online, con un volume di messaggi e conversazioni su Twitter impressionante per quantità e qualità.

Come agenzia di Social Media Marketing per Sky Tg24 – dopo aver preparato i canali social all’evento – ieri sera abbiamo partecipato attivamente a tutto questo, curando il live tweeting ufficiale durante il confronto tra i candidati e il dibattito successivo. Una bella occasione per noi che abbiamo da sempre a cuore il tema del rapporto tra giornalismo e social media: spesso ne abbiamo parlato anche qui, ma tutti i giorni portiamo avanti a progetti insieme ai nostri clienti media.

Il live tweeting di #ilconfrontoSkyTg24 è stato un caso particolarmente felice, un bel momento di Twitter marketing e un caso di riuscita integrazione tra tutti i canali di SkyTg24, che ha permesso alle persone di partecipare alla discussione potendo contare su un interlocutore autorevole, interessante e attento. I numeri lo dimostrano: entrambi gli hashtag dedicati all’evento di ieri (quello ufficiale #ilconfrontoSkyTg24 e quello spontaneo #csxfactor, senza dimenticare #uni2rmfactchecking) sono entrati nei trending topic mondiali con assoluta prepotenza, con una frequenza di tweet che durante i picchi ha sfiorato i 1500 al minuto.

Questi risultati restituiscono una serata in cui un evento importantissimo è stato seguito con gli strumenti giusti: da una parte, le persone ne avrebbero parlato comunque; dall’altra la presenza social di SkyTG24 gli ha dato gli strumenti per farlo.

Fonte ufficiale di notizie
Il live tweeting ha garantito un flusso di notizie ufficiali che ha scandito il confronto permettendo agli utenti di avere un aggiornamento continuo sul suo svolgimento.


Stimolo della conversazione
Nello stesso tempo, i tweet sono spesso diventati i nodi attorno a cui si sono addensati commenti e osservazioni degli utenti, sollectitati a dire la loro e gratificati dalla crescita stessa della discussione.


CRM
Infine, il monitoraggio delle interazioni ha permesso di trovare i punti in cui fornire informazioni di servizio, approfondimenti e tutto ciò che poteva servire per garantire una fruizione migliore al pubblico di Sky Tg24.


Oltre a questo, è stata fondamentalmente una diretta, piena di insegnamenti e di lezioni, ma anche di esperienze divertenti: ve lo dice uno di quelli che il confronto l’hanno passato incollati alla tastiera, anziché allo schermo. Con i sistemi perennemente a rischio crash per il flusso incredibile di tweet dagli utenti – soprattutto da quando #Giannetto è entrato prepotentemente nel dibattito politico – ma anche con l’occhio ai Trending Topic, e ai commenti degli utenti quando #Tabacci è entrato nei TT universali.

E non so se concludere con l’orgoglio di aver contribuito a questo evento, o con il pensiero con cui mi sono addormentato: “dai alle persone un hashtag e ti solleveranno il mondo”.


 

Se questo post fa 1 milione di like divento rosa

Non so se sia un record, ma non avevo mai visto un post con più di un milione di like sulla pagina di un’azienda.
Coca-cola potrebbe essere orgogliosa della sua straordinaria capacità di customer engagement, ma il fatto è che il post non l’ha scritto il suo onnipotente team social media, ma un ragazzo dal buffo cappello che si chiama Austin Webb e che gioca terza base in una squadra di baseball sconosciuta.

Il post è questo: “Coca, ho una proposta. Tu hai nove milioni di follower, se io ricevo un milione di like, devi cambiare uno dei colori delle tue lattine in rosa. E devi donare il 30% dei profitti alla ricerca per la cura del cancro al seno. 
Quindi gente dateci dentro!!!”
Oltre ad aver raccolto 1.196.877 like (compreso il mio) e 10.120 commenti, il post sulla lattina rosa ha generato migliaia di post simili, che hanno ingolfato la pagina di Coca-Cola per giorni. Forse hanno perso tempo a contarli, perché i ragazzi della Coca-Cola ci hanno messo dieci giorni a rispondere.

Mi piace immaginare che in quei dieci giorni sia successo di tutto: progetti e controproposte, gente sveglia fino a notte fonda a disegnare draft per la lattina rosa, o argute risposte diplomatiche per sventare la minaccia, una guerra tra team per accaparrarsi l’eventuale megaprogetto.
So che qui noi ci abbiamo pensato, ipotizzando tra le altre cose lattine rosa virtuali come enormi salvadanai.
Suppongo che con le energie e le risorse della Happiness Factory di Atlanta, più una generosa porzione del loro oro magico di leprecauno, ne avremmo cavato fuori un buon progetto.
Purtroppo tutto finisce con il post di risposta ufficiale.

Alla battuta va Celeste Bottorff, vice-presidente Living Well The Coca-Cola Company, che parafraso così:
“Signori, grazie per il vostro supporto! Siete due milioni (vi abbiamo contati). Missione compiuta! Abbiamo realizzato che tra l’altro noi facciamo già quello che ci avete chiesto, attraverso Powerade, Sprite e l’associazione Living Well.
Quindi sharate duro quella roba! Doneremo un euro per ognuno di voi che lo fa. (Ma la lattina rosa ve la scordate)”

Un post che ha generato un solo commento:


Io ci ho messo like, al commento. Per ora è a quota uno anche quello.
Vice-president: 1
Terza Base: 1.198.877

C’è una lezione sul customer engagement sepolta in questa vicenda, ma se ve la devo spiegare voglio almeno un milione di like.

Capire i social media a un concerto folk

Martedì scorso sono stato a un concerto che aspettavo da mesi e alla fine ho anche capito qualcosa sui social media.

La scena chiave è quella che chiunque abbia familiarità con i concerti ha visto più volte: tantissime mani in alto che tengono saldamente uno smartphone e riprendono quello che sta accadendo sul palco. Non ero in prima fila e non sono molto alto, per cui mi sono trovato a vedere quella scena in una versione moltiplicata e reinterpretata da mille schermi, di forme e altezze diverse, contemporaneamente. Mi ha fatto riflettere, e a distanza di qualche giorno ho capito che questo comportamento nascondeva degli insegnamenti anche per chi si occupa di social media marketing e per le marche che vogliono instaurare un rapporto sincero con le persone.

Ogni persona ha una rete sociale attorno a sé.
Il concerto era sold out, ma a conti fatti stavano assistendo molte più persone di quelle che riuscivo a vedere: foto e video erano condivisi con una minima differita in quei luoghi digitali che hanno valore sociale per chi li frequenta. E se pensiamo che un utente Facebook ha mediamente più di 200 contatti, è evidente in che proporzioni cambi il numero dei destinatari in seguito a una condivisione.

Per questo le marche non devono mai dimenticare che non stanno parlando soltanto ai loro interlocutori diretti (siano essi fan, follower, subscriber), ma a community allargate, che includono le rispettive reti sociali.

Non tutti i contenuti sono uguali.
C’erano dei momenti ben precisi in cui tutte queste mani si alzavano a cambiarmi la visuale. La cosa strana è che non erano sempre i momenti più belli o i ritornelli più famosi: erano i momenti più condivisibili. Nel caso di un concerto può essere una questione di luci, atmosfera, interazioni estemporanee, elementi di tutto quello che in altre sedi (come questa) può chiamarsi viralità. Detto in altri termini, la forma del contenuto incide in maniera decisiva sulla reazione delle persone.

Per questo le marche devono adeguare la forma dei contenuti che offrono alle proprie community allargate ai luoghi in cui li diffondono, per favorire uno dei comportamenti più naturali: rendere partecipi gli altri di ciò che si ama.

Online e offline non sono più separabili.
Questi primi due punti, uniti alla familiarità della scena da cui sono partito, rendono l’idea di quanto sia pervasivo e importante per le persone internet su mobile. Se non bastasse, ci sono i dati sulla penetrazione degli smartphone, il numero di utenti mobile dichiarato da Facebook, o il recente report su adv e mobile. Ma l’aspetto su cui riflettere è la circolarità di questi processi. Nella forma più semplice possibile: molte persone hanno saputo online di un concerto che hanno visto offline e aveva una forma adatta alla condivisione online. Se quello show avesse fatto parte di una social media strategy, sarebbe stato perfetto.

Per questo le marche devono coordinare tra di loro i luoghi e i modi in cui diffondono adeguati contenuti. La comunicazione deve essere integrata, non la somma di presenze incoerenti, e ogni canale può essere coinvolto a questo scopo: online o offline.

Nel mio piccolo, anch’io ho condiviso quel concerto attraverso questo post.
Era un contenuto di valore, in una forma che mi ha coinvolto e fatto riflettere, che ho vissuto offline e di cui adesso state leggendo su un blog. Era Bon Iver, e se non c’eravate questo è quello che vi siete persi.