Quando un evento diventa digital: largo alla tecnologia!

Gli eventi costituiscono un eccellente strumento di marketing poiché rafforzano le relazioni brand-utente e si confermano come particolarmente influenti nella customer experience e nella brand awareness. Un elemento da non trascurare è l’apporto della tecnologia che, presentandosi nella sua veste innovativa, suscita la curiosità e la partecipazione del pubblico, soprattutto quando riesce a proporre contenuti interattivi.
Oggi un apporto digital, sempre più user-friendly, assume un peso decisamente prioritario all’interno delle strategie di marketing e comunicazione delle aziende, il cui scopo è quello di accrescere il valore di un marchio, suscitando emozioni e stimolando l’empatia tra brand e utente.

Scopriamo quindi in che modo tecnologia ed eventi si integrano per un’esperienza vincente!

Il mondo del digital al servizio degli eventi per migliorare la relazione fra brand e utente

Negli eventi il target digital è sempre più quotato, per questo è necessario che un settore come quello del MICE (Meeting, Incentive, Conference and Exhibitions) evolva verso l’adozione di una strategia piena e consequenziale che coinvolga il prima, il durante e il post evento e che quindi accompagni l’utente durante l’intera esperienza. Si tratta di una vera e propria digital strategy ideata per gestire le caratteristiche e le fasi evolutive del progetto il cui fine è quello di rendere la tecnologia protagonista dell’attività e non ridurla un mero supporto.
Concretamente? Parliamo di un ingaggio degli utenti con “soluzioni multi-canale” nel pre-evento, per il quale gli utenti possono accreditarsi tramite portale e rispondere per mail ad un RPSV o scaricare il biglietto attraverso una apposita App. Durante, attività per promuovere l’interazione brand-utente e coinvolgere attivamente il pubblico durante l’evento: è proprio a questo punto che entra davvero in gioco il corpus digital rappresentato da piccoli apparecchi che suscitano la curiosità dell’utente per il loro essere automatizzati e sofisticati e di cui si può fare esperienza “touch” on-site. Per quanto riguarda l’ultima fase, sono state sviluppate delle tecniche di follow-up personalizzate, grazie alle quali l’utente instaura con il brand un dialogo 1to1 poiché riceve comunicazioni a misura delle sue scelte e delle sue preferenze.
Inoltre, il servizio digitale non coinvolge solo l’evento ma anche il suo back office, permettendo di ricevere in tempo reale dati e reportistica grazie a chatbot e avanzate piattaforme di gestione.

Incuriosire gli ospiti attraverso esperienze 3D per implementare la brand awareness

In effetti a chi non piace immortalare esperienze sensazionali ed invidiabili da postare sui social? In questo caso, la presenza di un influencer, blogger o attore che condivida sui suoi canali social contenuti live dell’evento, potrebbe rivelarsi fondamentale al fine di mostrarne il carattere esclusivo. Così facendo, catturando l’attenzione e la fiducia degli utenti, avremo aumentato notevolmente la visibilità del brand nei propri spazi social e nelle rispettive fanbase, approfittando del mezzo pubblicitario più potente al giorno d’oggi.

Ancora una volta il plus tecnologico ha un ruolo importate in questo processo, trasformando l’evento in una proposta accattivante attraverso contenuti interattivi che incuriosiscano gli ospiti portandoli a mettersi in gioco in prima persona. Parliamo per esempio di esperienza 3D come quella della Augmented Reality e dei marker che, con un click sullo smartphone, permettono agli utenti di visualizzare oggetti tridimensionali nello spazio circostante.

L’Augmented Reality per vivere un’esperienza tridimensionale: l’esperienza IAKI

Guardate qui. In questa occasione IAKI ha messo in gioco la propria esperienza in campo digital per realizzare un’App di Realtà Aumentata per un cliente molto importante. Durante l’evento sono stati distribuiti al pubblico alcuni marker piegati a flyer per permettere agli ospiti di utilizzare l’App: ogni foglio, attraverso un disegno grafico, rappresentava un modello virtuale di differenti elementi d’arrendo il quale, una volta inquadrato col proprio smartphone, sarebbe apparso sullo schermo come se realmente presente nell’ambiente circostante.
L’esperienza tridimensionale, da rivivere facilmente anche a casa, ha certamente fatto la differenza e permesso all’azienda cliente di acquisire nuovi lead e costumer, associando la percezione generale del brand al mondo dell’innovazione.

Insomma, nuove e sorprendenti tecnologie vengono testate e messe in funzione con un ritmo ormai velocissimo, spingendo brand e agenzie a ideare ogni giorno nuove soluzioni creative in campo digital al passo coi trend del momento. Per questo, il tentativo di spiccare e proporre soluzioni innovative e sempre più catchy, è un vero e proprio dovere e obiettivo per tutti coloro che lavorano in ambito creativo, ancora di più se l’obiettivo è (come dovrebbe essere) dare vita a un evento a tutti gli effetti indimenticabile.

Un brand per amico: come adeguarsi alla nuova privacy di Facebook

Dopo l’ultima F8, Facebook non sarà più lo stesso. O, per dirla alla maniera di Mark Zuckerberg, sarà al 100% sé stesso: una piattaforma per «connettere le persone tra loro», sempre più sicura nel difendere la privacy degli utenti e affidabile nell’utilizzo.

«Il futuro è privato» sarà infatti il motto che guiderà tutto l’universo social che fa capo a Facebook.

Ed è proprio “Privacy” la parola con cui si è aperta la conferenza. Se tutto andrà come annunciato, siamo di fronte ad un momento di passaggio di consegna tra le prime due epoche social: si chiude l’era della condivisione e della sovraesposzione, per lasciare spazio a quella delle conversazioni private tra utenti.

Sono tante le novità annunciate all’F8, ma che effetti avranno sulle strategie social messe in campo dai brand? Ecco le nostre previsioni.

Nuova parola d’ordine su Facebook: privacy, privacy, privacy

Fino a pochi anni fa, il Newsfeed rappresentava “l’esperienza social” per definizione, il sistema principale con cui gli utenti potevano dialogare, scoprire e condividere contenuti o informarsi su ciò che stava succedendo ai loro amici.

Oggi, è evidente invece quale sia il trend dominante nell’uso da parte degli utenti: conversazioni e condivisioni di contenuti in spazi privati. Questa nuova modalità di “stare sui social” si lega a un modo di pubblicare meno strutturato, non pianificato né permanente, ma molto più frequente. Emblematico è il successo che negli ultimi anni ha ottenuto il formato “Storia” (da Snapchat, a Instagram, a WhatsApp). Ma anche la velocissima crescita di TikTok, in cui la condivisione “random” è uno degli elementi distintivi.

La condivisione in spazi privati (gruppi, chat, Storie) sta insomma diventando un comportamento fondamentale a livello social. E sempre più profondo: la direzione finale sarà quella di considerare l’universo Facebook come un ambiente per sviluppare community, tanto quanto oggi lo conosciamo come un luogo per condividere esperienze. E al centro di tutto questo: i gruppi, come un vero principio organizzativo di tutto l’ecosistema social, andando a privilegiare la privacy.

Facebook come “spazio privato”: il tempo della sovraesposizione è finito

Se fino ad ora ha prevalso l’omologazione social, gli utenti si stanno sensibilizzando sempre di più al tema della privacy e alla comunicazione one-to-one, perdendo interesse nel sovraesporre le loro vite. I piccoli gruppi tutelano di più le persone e consentono di creare un ambiente familiare per esprimersi liberamente, senza timore di reazioni negative o flame umilianti. Pensate alla differenza che c’è tra dire la vostra opinione, ad alta voce, in mezzo a una piazza affollata e dirla tra le mura accoglienti di un salotto conosciuto. Bene: è esattamente questa la metafora usata da Zuckerberg stesso.

Questo è ciò che avverrà dal punto di vista degli utenti. Ma per per le pagine aziendali, che  pubblicano i loro post nel Newsfeed, il ridimensionamento di quest’ultimo significherà una tragedia per la loro comunicazione sui social network?

La risposta è NO, almeno per i brand che saranno pronti a superare gli schemi già rodati e ad adeguarsi alla nuova situazione. Sviluppare contenuti specifici ed esperienze pensati per nicchie e piccoli gruppi di interesse è un passo fondamentale, che può avvenire solo grazie a uno studio delle community di riferimento, dei loro interessi e dei canali che utilizzano. Il risultato vale però lo sforzo: questi spazi di condivisone di interessi e passioni assicurano un grado decisamente maggiore di engagement per i contenuti che vi circolano. E dunque più ritorno in termini di coinvolgimento e conversione per i brand che sanno veicolarli.
Una volta in più, ecco la prova dell’importanza di presidiare questi spazi e sviluppare contenuti e strategie ad hoc per essi  (ne abbiamo parlato qui).

Ma cosa cambia per le aziende? 

Per i brand, questi cambiamenti dovranno spronare un’evoluzione sui modi di sviluppare una relazione con le persone. Prima di tutto, a cambiare dovrà essere l’approccio: soprattutto nei gruppi più piccoli: è importante che ciò che viene proposto sia di valore per le persone, sia a livello personale che di community.

La grande sfida per le aziende sarà, da un lato, quella di creare beni, prodotti e contenuti sempre più personalizzati in base alle caratteristiche del destinatario, individuato da criteri di profilazione più sofisticati.
Dall’altro, ancora meglio se la comunicazione del brand riuscirà a catturare l’attenzione di tutto il gruppo, andando a toccare interessi comuni. Fornire un contenuto in esclusiva (o in anteprima) o permettere di vivere una versione diversa di un’esperienza comune possono essere soluzioni vincenti, spingendo gli utenti a considerare l’iscrizione al gruppo un valore aggiunto all’esperienza offerta dal brand.

È fondamentale infine evidenziare che il “ripiegamento” di Facebook sulla privacy non significa affatto che questi spazi privati rimaranno chiusi a comunicazioni aziendali e inserzioni pubblicitarie, anzi. Gli strumenti di WhatsApp per le aziende presentati alla F8, nonché le recenti modalità di acquisto su Instagram e le sperimentazioni sul trasferimento di denaro via chat, rivelano come Zuckerberg voglia permettere alla pubblicità e al commercio di entrare nella sfera privata degli utenti. Una decisone che dovrà spronare aziende e marketers a trovare nuove e creative soluzioni per un contatto continuo e sempre più personalizzato con gli utenti, simile a quello che abbiamo ogni giorno con i nostri amici.

“Z is coming”: come la Generazione Z detta le leggi della comunicazione

“Ho visto cose che voi Millennials non potreste neanche immaginarvi”

Così potremmo parafrasare un celebre film, se dovessimo parlare di Centennials, iGen, Post-Millennials, Plurals. No, non si tratta né di zombie né di robot provenienti dal futuro. Parliamo invece della Generazione Z, cioè tutti coloro nati dopo i Millennials tra il 1995 e il 2012.

Non si tratta di una semplice questione anagrafica o generazionale, in quanto gli Z sono i fautori e i protagonisti di un vero terremoto nel mondo della comunicazione e dei media.

Gli effetti di questa evoluzione sono sotto gli occhi di tutti. Basta una rapida controllata sui social per vedere il predominio dei video, il formato verticale sempre più presente ad ogni scroll, colori pastello, illustrazioni…

Il perché è presto detto: è la Generazione Z a “dettare legge”. Sono loro che, con le loro modalità di fruizione, stabiliscono i trend visivi e di formato.

Il design, come il resto della comunicazione, si evolve costantemente con l’evoluzione della società. La vera sfida è quindi trovare diverse soluzioni che possano adattarsi ed entrare sempre più nella quotidianità delle persone, nel modo più naturale possibile.

Il design per la Generazione Z

È ormai obbligatorio, per chiunque nel mondo della comunicazione digitale, essere al passo degli Z. Per affrontarli con le giuste “armi”, ecco una serie di consigli utili:

1) Largo al verticale

La Generazione Z è fatta da veri nativi digitali, nati e cresciuti con queste “tate digitali” chiamate social network. Parliamo infatti di utenti che incarnano davvero il mobile-first: lo smartphone è praticamente una “naturale” estensione della loro mano. Ecco perché trovano istintivo visualizzare contenuti che rispettano la struttura verticale del mezzo.

L’orientamento delle creatività passa così dall’orizzontale al verticale, e sono gli stessi social a premiare proprio le modalità e i formati che si adattano alle nuove dinamiche di fruizione (fonte: Buffer).

2) Il design e l’interfaccia

Prendete il vostro smartphone, accedete all’app del social network, scrollate per vedere altri contenuti, fate tap per far partire la gif animata, swipe up per scoprire il link…vi ricorda qualcosa?

Oltre a comunicare con emoji, a mandare messaggi vocali e postare Stories su Instagram, la Generazione Z usa le interfacce social al pieno delle loro capacità. È fondamentale, quindi, utilizzare a proprio vantaggio le gesture introdotte dalle piattaforme, considerandole come azioni naturali e istintive interne alle dinamiche della piattaforma ospite.

3) Messaggi chiari e diretti

È importante comunicare il messaggio in modo esplicito e diretto: stiamo infatti parlando con una generazione caratterizzata da scarsa attenzione. Non per colpa loro, ma per un tale stimolo e bombardamento di contenuti, colori ed emozioni dalle diverse piattaforme che li spinge a saltare i contenuti che risultano essere troppo complicati o invasivi.

Non stupisce che la soglia media di attenzione di questi utenti sia di soli 8 secondi: o il contenuto è immediatamente d’impatto oppure…spettatori persi (vale anche per le nuove anteprime di IGTV introdotte da Instagram).

Il modo più funzionale per veicolare un messaggio e intrattenere allo stesso tempo è sicuramente il video: creare dei contenuti multimediali, infatti, permette di sfruttare più livelli d’attenzione e di catturarla in modi diversi.

Non è quindi un caso che i contenuti premiati maggiormente dalle piattaforme social siano i video, specie quelli studiati per adattarsi al formato verticale. Ancora una volta, è la Generazione Z a influenzare direttamente le dinamiche dei social network.

Il perché è presto detto: gli Z usano Internet prevalentemente come fonte d’intrattenimento. A differenza delle vecchie generazioni non si “ritagliano” un momento per guardare un video su YouTube, ma sfruttano qualsiasi momento libero per fruire contenuti.

4) Creare un ambiente coerente e coeso tra le piattaforme

Una forte immagine coordinata, declinata sulle diverse piattaforme, permette di fidelizzare gli utenti: abituati a usare con dimestichezza i vari social, troveranno sempre un habitat naturale e familiare.

Usare una palette cromatica, uno stile fotografico, illustrato o tipografico è il modo giusto per riuscire a farsi riconoscere e costruirsi un’identità forte e riconoscibile immediatamente su tutti i canali.

È il momento di imparare una regola d’oro: gli utenti della Generazione Z non si fidelizzano con un brand in quanto tale, ma premiano chi sa offrire un valore aggiunto, emozionale e iconico.

Senza dimenticarci una verità assoluta: ogni design deve rispecchiare nativamente il canale su cui è veicolato, utilizzando gli strumenti e le potenzialità che offre.

Bene, vi sentite pronti per affrontare la Generazione Z?