Outdoor advertising: un’esplosione di possibilità

Naso all’insù o sguardo dritto? Il modo in cui siamo soliti muoverci tra vie, piazze e palazzi ci fa accedere a esperienze pubblicitarie diverse. Se oggi ci sembra impossibile non notare certe affissioni è perché sempre più spesso queste sono grandi tanto quanto i fianchi dei palazzi.

 

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Cosa potrebbero vedere sempre più spesso le persone in città e dove si stanno facendo vedere i brand? In questo articolo facciamo una passeggiata tra i trend dell’outdoor advertising. Il semaforo è diventato verde, andiamo.

Una volta erano solo le affissioni statiche. Immobili, magari a scroll, su carta. Poi è arrivato il DOOH, il Digital Out Of Home, un modo per farci vivere la pubblicità fuori casa usando un video, magari su più schermi led connessi alla rete che intercettano un target specifico on the go, proprio lì.

Ma quali sono i trend dell’outdoor advertising oggi? Combinare tecnologie sempre più moderne e contenuti coinvolgenti è quello che prova a fare in più modi la comunicazione di marca per arrivare alle persone e produrre effetti.

Outdoor Advertising, i case studies

Il White Paper IAB Italia – l’associazione che rappresenta l’intera filiera del mercato della comunicazione online – riporta che in Italia, l’84% della popolazione adulta si sposta in ambiti urbani, ovvero ci sono decine di milioni di persone potenzialmente esposte al mezzo Out Of Home.

via GIPHY

L’occasione per i brand è di poter creare delle campagne spettacolari e ingaggianti, di grandi dimensioni e fatte solo per gli umani (nel senso che non rischiano di incrociare un BOT, poiché non esiste un “traffico” di sguardi che non sia umano).

Moda e gaming sono due settori che hanno esplorato questa opportunità. Col progetto “Gucci ArtWall” la casa di moda sta trasformando ciclicamente le mura dei palazzi di opere d’arte, collaborando con artisti diversi, in tutto il mondo. Perdetevi tra gli annali di questa iniziativa cercando l’hashtag #GucciArtWall su Instagram.

Altro brand, altra iniziativa per trasformare le mura delle città nel palcoscenico della propria campagna: lo scorso settembre Prada ha realizzato opere d’arte che sono al tempo stesso incursioni in spazi urbani ordinari (per vedere l’effetto scrollate in su, all’inizio dell’articolo).

I brand non sono più in ogni angolo della città, ma ci sono interi scorci di città brandizzati.

Volete vedere ora qualcosa di impressionante?

via Imgflip

Piazza San Babila a Milano si è animata con immagini che sembrano bucare lo schermo, ma è solo un effetto 3D. In occasione del lancio del suo ultimo album, il rapper Salmo ha fatto incursione tra i passanti con una pubblicità dall’alto effetto scenografico. Eccola (guardate a destra e sinistra prima di attraversare!):

 

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Per lanciare la collaborazione con Fortnite che consiste in una collezione per il game e una per il mondo reale, la casa di moda Balenciaga ha fatto questo:

Il mondo virtuale si inserisce in quello reale perché sembra andare oltre la cornice fisica dentro cui è ospitato. Un’interessante evoluzione dell’outdoor advertising: effetto wow per un contenuto coinvolgente e altamente instagrammabile.

Per secoli i muri delle città hanno raccontato qualcosa di chi la viveva. Continuano, facendo apparire oggetti, merci e idee, su spazi molto grandi. Anche quando di mezzo non c’è la tecnologia, bastano le dimensioni ad amplificare le emozioni che posso vivere i passanti.

È la leva che abbiamo voluto toccare nello sviluppo dello storytelling offline per l’evento di lancio di FIFA 21 di Electronic Arts, coinvolgendo Jorit, street artist di fama mondiale: 100 mq di muro sono diventati la tela su cui l’artista ha unito i volti di un tifoso milanista e una tifosa interista, le due anime della passione e del futuro calcistico della città.

Allora, continuerete a camminare con lo sguardo dritto oppure col naso all’insù?

Evergreen content: viva i contenuti senza scadenza!

Non c’è inizio anno che si rispetti senza tutte le ipotesi e le teorie riguardo a quelli che saranno i trend nel mondo del marketing e dei social network. L’intuizione, si sa, non è una scienza esatta, perciò non è immediato capire cosa possa essere potenzialmente di successo o meno. Con la volontà di voler cavalcare sempre gli ultimi trend ed essere sempre sul pezzo, ci dimentichiamo a volte l’utilità di altri contenuti (qui il nostro articolo sulla stesura di un piano editoriale efficace), i cosiddetti evergreen content, contenuti senza tempo e sempre validi.

Cosa sono gli Evergreen Content e che vantaggi hanno all’interno di una strategia?

Come dice la parola stessa sono contenuti sempre verdi, come quegli alberi che, non importa che stagione sia, non perdono mai le loro foglie. In questo caso, sono contenuti la cui validità persiste nel tempo, non hanno nessuna scadenza e quindi non possono diventare obsoleti. Queste tipologie di contenuti saranno validi per gli utenti oggi e manterranno il loro valore anche nel tempo. Per loro natura, inoltre, possono essere considerati estremamente utili come base di appoggio su cui costruire e alternare contenuti più trendy, è essenziale quindi riporre l’attenzione sul fatto che entrambi debbano coesistere e che l’uno non esclude l’altro. Anzi, solo nel momento in cui riusciamo a far convivere le due tipologie di contenuto, avremmo fatto bingo!
La parola d’ordine quindi è omogeneità tra i contenuti “hot” del momento e questi contenuti sempre attuali.
Per quanto riguarda i vantaggi, ce ne sono diversi. Anche a seconda del canale in cui si decide di pubblicarli.

Gli evergreen content nei blog

Se si sta parlando di articoli evergreen da postare all’interno di un blog/sito, uno dei vantaggi è che possono aiutare a generare traffico organico (considerato come il più prezioso) verso una specifica landing page o in generale verso un sito web e attirare di conseguenza più possibile consumatori.
Alcune recenti ricerche dimostrano infatti che questi contenuti generano tramite search, fino al 40% del traffico organico verso un sito.

Qui un esempio di suddivisione del traffico dell’online magazine americano Wired, il quale dimostra che i contenuti “più antichi” continuino a portare il 40% del traffico organico tramite la suddivisione 20+20, che include i contenuti vecchi di una settimana fino a quelli vecchi sei mesi e oltre:

evergreen content 1
Wired

Un’altro esempio di generazione del traffico in modo costante nel corso del tempo viene da un articolo, postato nel 2013 sul New York Times, il quale nonostante sia datato, continua a portare traffico verso il sito:

evergreen content 2
The New York Times

Gli Evergreen content nei social

Similmente, possiamo applicare la stessa logica ai social media, sui quali i contenuti dei blog possono essere condivisi. Secondo una ricerca condotta da Buffer, condividere i contenuti sui social, anche più di una volta ha i suoi vantaggi. Tra le principali opportunità troviamo la generazione del traffico, l’engagement e le impression. Nell’esempio sotto, condotto sulla piattaforma Twitter si può chiaramente vedere come lo stesso articolo condiviso più volte continui a generare numeriche interessanti:

evergreen content 3
Buffer.com

Ma nei social come si sa è importante dare spazio alla fantasia, quindi oltre a ricondividere un contenuto è necessario farlo fruire in diversi modi per non annoiare il pubblico. Basterà semplicemente “riconfezionarlo”, magari usando un altro formato più accattivante, che non sia già stato utilizzato/visto.

Alcune domande per facilitare la stesura di un contenuto sempre verde potrebbero essere: è rilevante questo contenuto per il mio pubblico? Se sì, lo sarà nel tempo?

Evergreen Content: best practices

Nel momento in cui state creando il vostro piano editoriale queste tips sono importanti da tenere a mente. Cosa occorre fare per dare potete alla narrazione?

  1. Scegli un topic specifico su cui focalizzarti
  2. Non usare un vocabolario troppo tecnico e ricaricabile
  3. Rispondi alle domande e le FAQ del tuo pubblico

In conclusione abbiamo visto quanto sia importante diversificare i nostri contenuti. Alternando contenuti “on trend” a quelli evergreen, in modo da ottenere non solo un dialogo tra essi che generi ottimi risultati ma anche una diversificazione interessante dal punto di vista dell’utente finale. Se i primi “esplodono” con performance eccellenti sul breve periodo, i secondo hanno una resistenza migliore nel tempo.

Ora che abbiamo visto l’importanza e la rilevanza nel tempo di questi contenuti senza scadenza noi siamo pronti ad aggiungerli alla tua strategia, e tu?

Story di una rivoluzione: benvenuti nell’era dell’all you can… create!

Facciamo un gioco. Prendi il tuo smartphone e controlla la sezione “Tempo di utilizzo”: hai passato su Instagram almeno 30 minuti (di cui almeno 20 nelle Story) nell’arco della giornata? Perfetto, rientri nella media mondiale.

Il successo di Instagram è ormai leggendario, e sembra inarrestabile. Complice di questa ascesa la continua innovazione dei contenuti creabili con il social network più cool del momento. I numeri registrati dal gingillo controllato da Zuckerberg sono da capogiro, soprattutto per quanto riguarda le famosissime story, una delle tendenze più interessanti per chi si occupa di marketing.

Story: il potere della narrazione

Le Instagram Story sono un’arma affilata per il successo di un brand, dando la possibilità di creare una coinvolgente combinazione di immagini e video che hanno il potere di raccontare, ingaggiare, mostrare all’utente un mondo del quale desidererà far parte, se facciamo un buon lavoro!

Abbiamo già parlato dell’importanza di questo strumento: vuoi fare un ripasso? Clicca qui. Ma le Story di Instagram evolvono di settimana in settimana e il loro utilizzo cresce di giorno in giorno, incoraggiando gli utenti non solo a rimanere più a lungo sul social, ma anche ad aggiornarlo frequentemente.

Essere presenti su Instagram, raccontarsi e intrattenere tramite le stories, diventa dunque punto focale di ogni brand che si rispetti.

Parole d’ordine per una strategia che funzioni?

  • Spontaneità: adesivi, effetti speciali, GIF. Mostriamo il nostro mondo colorandolo in base ai messaggi che stiamo veicolando
  • Velocità: le story sono volubili, compaiono e scompaiono nell’arco di 24h. È un contenuto che deve catturare l’attenzione dell’utente in pochi secondi.
  • Bellezza: per una modalità di consumo così semplice e rapida, non c’è arma migliore di un buon impatto visivo. L’utente va coinvolto, immerso nel mondo del brand.
  • Scarsità: se non mi segui, potresti perderti i miei contenuti! Portiamo l’utente a desiderare di essere nostro follower, per non rischiare di mancare un appuntamento.

Cosa significa per un brand?

Significa differenziarsi, in un mondo ricco di offerta, qualsiasi sia il tuo prodotto o servizio, una strategia studiata e pianificata che comprenda le Instagram Story ti da la possibilità di distinguerti dalla concorrenza.

Come?
Sperimentando, testando la risposta degli utenti, creando un appuntamento con i nostri fan in grado di intrattenerli ed entusiasmarli.
Il focus sta nei contenuti: creare immagini e video unici, interattivi e cool, in modo tale da raggiungere un importante obiettivo, una fan base attenta e fedele.

La realtà aumentata e i contenuti creati dagli utenti

Ma veniamo alla novità più in voga del momento: i filtri AR creati dagli utenti.

Instagram ha da poco lanciato la possibilità a chiunque di creare i propri effetti di Realtà Aumentata, trasformando gli utenti non solo in fruitori ma in veri e propri creator.

Una nuova era per la creatività? Vedremo. Per ora sappiamo che sono già centinaia gli Instagrammer ed esperti del mestiere che si sono imbarcati in questa nuova sfida, creando effetti niente male!

Come la sfruttiamo in Story?

Viva la creatività, insomma. Ma se si tratta di un brand è sempre meglio affidarsi agli esperti!

Con il software Spark AR, una buona dose di talento e una strategia studiata ad hoc il tuo Instagram potrà diventare punto di riferimento per tutti coloro che amano raccontarsi tramite le Story e che amano postare contenuti accattivanti grazie ai filtri AR, e parliamo di numeri molto alti!

Anche qui, è fondamentale studiare una strategia ponderata, un visual coerente col brand e con i trend del momento. Quale modo migliore per promuoversi e differenziarsi dalla concorrenza?

Se usati nel modo giusto, i filtri AR offrono infinite possibilità: farsi conoscere, farsi usare, farsi promuovere dagli utenti che usano il tuo filtro, grazie alla funzione per la quale il nome del tuo brand apparirà in ogni story in cui è presente.

Abbiamo inoltre la possibilità di inserire loghi ed elementi animati altamente riconoscibili che non possono che ricondurre l’utente al tuo marchio!

Uno dei tanti modi per far conoscere il tuo filtro alla community? Ricorrere all’Influencer Marketing: sono già tantissimi infatti gli Instagrammer super seguiti a cui proporre collaborazioni basate sul filtro AR.

Cosa stiamo aspettando, dunque? Iniziamo a crearne uno?

TikTok: il social che fa rima con entertainment

TikTok è senza dubbio l’app del momento e se non ne avete ancora sentito parlare ci dispiace, ma o negli ultimi mesi avete vissuto su Plutone o… no niente, dovete per forza aver vissuto su Plutone. Ecco cos’è e perché è a tutti gli effetti il nuovo social del momento.

TikTok: il social per esprimere al meglio il tuo lato creativo (e divertirsi!)

Internet è un posto meraviglioso, quando pensate di averle viste tutte, ecco che dal cilindro del Web spunta l’ennesima novità, pronta a ridefinire gli standard dei social network e a conquistare gli smartphone il cuore dei teenager–e non solo.
Il fenomeno social del momento si chiama TikTok, arriva dalla Cina e, in pochissimo tempo, si è ritagliata il suo posto d’onore all’interno di App Store, tanto che nel 2018 è stata l’app più scaricata dai centennials.

Ma andiamo per ordine.
TikTok nasce dalla fusione con Musical.ly che, nel 2017, viene acquisito dal colosso ByteDance. 
Con il rebranding che ne consegue, l’applicazione non si presenta più come una piattaforma musicale in cui creare e improvvisare lip sync, ma si trasforma in un social dove mettere in mostra il proprio talento, improvvisare challenge e divertirsi.

Il pay-off dell’app è “Make every second count”, ovvero “Rendi speciale ogni momento”. Ed è così che l’app raggiunge il suo intento di intrattenere le folle, grazie ad innumerevoli features e aggiornamenti costanti. TikTok è diventata, quindi, a tutti gli effetti, una vera e propria app di videomaking, sbaragliando la concorrenza, e adesso vi spiego il perché.

TikTok: tante feature per l’app di intrattenimento che sta spopolando nel mondo

Il meccanismo con cui TikTok appassiona un utente che si approccia per la prima volta all’app è piuttosto immediato: nonostante le tantissime feature che offre, l’app risulta essere molto semplice e, volendo raggruppare le possibilità di utilizzo in macro-gruppi, possiamo dire che TikTok può essere utilizzato per creare video divertenti o semplicemente guardarli e interagire con essi. La creazione dei contenuti è supportata da innumerevoli funzionalità, quali l’uso di maschere, sticker, filtri (anche in realtà aumentata), la possibilità di creare tagli molto veloci e accattivanti che catturano l’occhio e che, volente o meno, ti tengono incollato allo schermo.
Tra potenzialità meno conosciute dell’app c’è inoltre la possibilità di modificare il video frame per frame, rendendo ogni contenuto più unico che raro. I newbie però non si disperino: se ancora non vi sentite creatori contenuti all’altezza, l’applicazione vi dà la possibilità di interagire con i video presenti nel feed e registrare una reaction da postare sul vostro profilo.

Tutti pazzi per TikTok: l’invasione dell’app di intrattenimento è appena cominciata

Sono tantissimi gli utenti di TikTok ed è difficile categorizzarli: abbiamo di fronte un mondo multiforme e composito formato da artisti, cantanti, attori, gamer, ballerini, comici, sportivi. Un buon inizio, per cominciare ad utilizzare l’app, può essere quello di lanciarsi nelle challenge e cercare gli hashtag per trovare i TikTokers da cui si è attratti.
Se l’obiettivo primario di TikTok è quello di far divertire i suoi utenti, possiamo tranquillamente affermare che, fino ad ora, ci sia riuscito benissimo, considerato che molti dei meme e dei video virali che abbiamo visto negli ultimi mesi sono nati proprio da lì.

TikTok mania: 5 motivi per fare marketing sull’app del momento

Il successo planetario di TikTok, come vi avevamo già accennato in questo articolo, non è passata inosservata agli occhi di moltissimi brand i quali hanno sfruttato le potenzialità dell’app per rinnovare la propria strategia social. Tirando un po’ le somme, vediamo 5 motivi per cui i brand dovrebbero continuare a fare marketing sull’app:

  • Solo l’Italia registra oltre due milioni di utenti attivi ogni mese; i numeri, ovviamente, si impennano notevolmente in Europa e in America;
  • Rispetto a tutti gli altri social network disponibili, TikTok ha un tasso di viralità altissimo–e qui non ci sono numeri a parlare, ma solo l’esperienza personale dopo aver aperto un profilo;
  • L’applicazione è popolata da influencer con centinaia di migliaia di follower;
  • La possibilità di coinvolgere community specifiche attraverso il lancio di challenge studiate ad hoc per un determinato target;
  • Il brand takeover, che consente di inserire inserzioni pubblicitarie nel flusso di video riprodotti dagli utenti

Insomma, in pochissimo tempo l’app è riuscita a farsi amare da migliaia di ragazzi/e, e siamo sicuri che non si sia giocata ancora tutti i suoi assi nella manica. Perciò tenetevi pronti, l’invasione TikTok è solo cominciata.

Stories e la nuova evoluzione del linguaggio

“Le Stories sono un formato che è sulla via per superare i feed come modo in cui le persone condividono le cose” – Chris Cox, 1 maggio 2018, Facebook F8 Keynote.

La storia delle Stories

Lanciate da Snapchat nel 2011, riprese da Instagram nel 2016 e infine consacrate da Facebook e WhatsApp nello stesso anno, le Stories sono l’ultimo step di un percorso evolutivo di un linguaggio che fa a meno delle parole.

Nel 2008, quando Facebook è stato lanciato, era possibile condividere uno status: l’unica forma di espressione erano infatti brevi frasi, scevre di qualsiasi altro tipo di supporto, visivo o non. “A cosa stai pensando?” significava perciò dover processare un pensiero, un’emozione o un’opinione e trasformarli in parole.

Dopo qualche tempo, è stato possibile condividere anche immagini. Abbiamo dovuto poi aspettare ben 7 anni per poter condividere gif native e, nel frattempo, abbiamo visto l’esplosione delle emoji. Da un anno a questa parte anche gli status sono diventati immagini: l’utente può infatti facilmente customizzarli con sfondi di ogni sorta. Allo stesso tempo il semplice “Like”, si è evoluto in una rosa di reactions, dando modo agli utenti di esprimere diverse opinioni con un solo clic.

Immagini, reactions, emoji e gif dicono tutto da sé: non hanno bisogno di essere accompagnati da testo per essere compresi. Anzi, a volte risultano essere molto più esplicativi e velocemente comprensibili di qualsiasi testo scritto. Velocemente comprensibili e altrettanto velocemente realizzabili.

Se da un lato è questa velocità (e democraticità) di produzione che li rende così popolari, dall’altro lato abbiamo anche una questione di fruibilità. Non serve leggere, interpretare un testo articolato, ma basta un colpo d’occhio per inquadrare il contenuto.

Le Stories oggi

All’insieme di fattori appena illustrato dobbiamo il successo di questa comunicazione non verbale, di cui le Stories sono l’apoteosi indiscussa. E i numeri degli utenti attivi ogni giorno lo confermano:
– WhatsApp Stories: 450 milioni di utenti attivi al giorno
– Instagram Stories: 400milioni di utenti attivi al giorno
– Facebook (Messenger): 300 milioni di utenti attivi al giorno
– Snapchat Stories: 191 milioni di utenti attivi al giorno
(fonte: Tech Crunch)

Il resto del mondo digital non è stato a guardare: Netflix ha introdotto nella sua app mobile un formato Stories per mostrare le anteprime delle ultime uscite e, dalle ultime notizie di settore, traspare la volontà di muoversi verso questa direzione anche da parte di LinkedIn.

Anche per quanto riguarda la possibilità di sponsorizzare le Stories, il mondo dei social network è in continua evoluzione. Già consolidata questa potenzialità per Instagram, da fine settembre è possibile sfruttarla anche su Facebook/Messenger e WhatsApp ha annunciato che la prevederà a partire dal 2019.

E a quanto pare, questo format sta avendo una crescita di visual sharing 15 volte più veloce del classico feed: già nello scorso maggio, Chris Cox ci aveva visto – ovviamente – bene.

Un nuovo tipo di linguaggio

Le Stories ci pongono però di fronte ad diverso tipo di contenuto non verbale perché, a differenza degli altri, si evolve in continuazione. Quanto creato dall’utente può essere customizzato con filtri, geolocalizzazione, emoji, stickers, face masks, gif. Senza contare i polls e l’emoji slider, che alzano decisamente l’asticella, in quanto capaci di creare interazione tra creatore e fruitore.
Proprio per questo è sempre più importante per i brand essere presenti sulle piattaforme con questo tipo di format, non una tantum o in occasione di eventi, ma con un presidio quotidiano, proprio come i normali utenti utilizzano i social. Contenuti accattivanti e innovativi che si allontanino dalla comunicazione istituzionale per creare un reale curiosità nell’utente, portandolo a fidelizzarsi. Anche considerando che, come dicevamo, la sua attenzione sta sempre più abbandonando il Feed in favore delle Stories.

Tirando le somme, con le Stories abbiamo a che fare con un nuovo modo di comunicare, alla portata di tutti e letteralmente a portata di mano, visto che per farlo basta avere in tasca uno smartphone. Che ormai di “phone” ha sempre meno, ma che invece si fa veicolo di un’espressione del sé che esclude quasi del tutto le parole.

La riflessione che potrebbe quindi sorgere spontanea è: questa rivoluzione del linguaggio non verbale rischia di lasciarci, prima o poi, senza parole? 🤔

Il ruolo dei brand tra bufale ed emotività

Internet è per tutti sinonimo di accesso illimitato alle informazioni, ma siamo capaci di distinguere una notizia vera da una bufala? E di distinguere un profilo reale da un fake? Secondo lo studio “Infosfera italiana 2016” dell’Università di Napoli no, ma procediamo con ordine.

L’infosfera viene definita come “lo spazio semantico costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni”, dove per “documenti” si intende qualsiasi tipo di dato, informazione e conoscenza, per “agenti” si intendono le persone e per “operazioni” ogni tipo di reazione delle persone al documento.

L’indagine ha sottolineato come gli utenti, muovendosi tra vecchi e nuovi media e attingendo da questi informazioni a proprio piacimento, creino i propri palinsesti personali in base ai propri interessi, gusti e bisogni. Oltre a creare palinsesti, gli utenti creano dei nuovi contenuti e diventano loro stessi nuove fonti di informazione.

“Questo comportamento supera la dimensione gerarchica, che attribuiva alle fonti tradizionali il ruolo insostituibile ed esclusivo di emittenti dei messaggi professionali e autorevoli dell’informazione mainstream, sostituita dalla prassi dell’autocomposizione delle fonti nell’ambiente web e da una matrice di flussi continui di informazioni propagate in una dimensione orizzontale.”

In questo scenario la rete è lo strumento primario per accedere alle informazioni, ma è anche uno spazio che sovrabbonda di informazioni, creando 3 problemi:

– Si danno per certi i contenuti presenti nella prima pagina dei risultati di Google.

– La nostra capacità di percepire una fonte o un contenuto come “autorevole” è in continuo mutamento.

– Abbiamo sempre più fretta e questo ci fa tendere a velocizzare le scelte di decisione.

“L’affermarsi e il dispiegarsi della diffusione della tecnologia digitale, ci ha proiettato in una nuova era: attraverso la fase dell’informazione veloce siamo passati alla fase dell’accumulo e del capitalismo informazionale”.

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Fonte: slideshare.net

Riceviamo ogni giorno molte più informazioni di quante ne possiamo effettivamente processare (tra televisione, radio, giornali, caselle postali reali e virtuali, social network e blog, cartelloni pubblicitari nelle vie delle città, tele-promotrici di servizi per telefono etc.), ciò ci porta a fare economia sul nostro livello di attenzione e dunque siamo orientati al cosiddetto “confirmation bias”, la tendenza a rimanere legati ad un’idea che ci siamo fatti sulla base di informazioni preliminari, anche quando contenuti successivi la smentiscono.

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Fonte: slideshare.net

In questa cornice qual è il ruolo dei brand? Nell’ultimo anno alcune “notizie” sono rimbalzate da una pagina Facebook all’altra intasando i nostri feed. Basti pensare al vestito oro/blu, a “petaloso”, alla Santanché alla Scala di Milano, al balletto di Zaza prima di calciare il rigore… e potrei continuare per ore.

Alcuni brand decidono di cavalcare questi trend del momento perseguendo la strategia del real time marketing. Esagerare in questa strategia significa a lungo termine assecondare i 3 problemi sopracitati, perdendo però autorevolezza nei confronti degli utenti e diventando sempre meno credibili.

E un brand non credibile non piace a nessuno.

Facebook Slideshow. Il video advertising per i mercati emergenti

Prosegue la crescita esponenziale dei video online, che secondo le previsioni costituiranno già entro il 2017 il 69% del traffico internet. L’immediatezza e la forza d’impatto li rendono sempre più adatti a soddisfare le esigenze di informazione e intrattenimento delle persone. È quindi del tutto naturale che i video siano ormai considerati come il futuro del content marketing.

In linea con questo trend è giunto qualche giorno fa l’annuncio di Facebook Slideshow, il nuovo servizio del colosso di Menlo Park per il video advertising. Si tratta di una piattaforma che consente di creare video pubblicitari “ultraleggeri” e low cost. Il target principale è evidentemente rappresentato dai mercati emergenti, in cui la connettività si mostra ancora labile e precaria.
L’obiettivo primario sembra infatti quello di incrementare l’accesso ai contenuti anche dalle reti più deboli, dove spesso non esiste nulla oltre il 2G. Facebook ha del resto costituito i “2G Tuesdays” per aiutare i propri dipendenti a immedesimarsi negli utenti che utilizzano una connessione molto lenta, navigando per un’ora a velocità ridotta.
I video di Facebook SlideShow sono fino cinque volte più leggeri di quelli che si impiegano ora e rappresentano quindi un contenuto fruibile da qualsiasi connessione e dispositivo (si prevede che il prossimo miliardo di nuovi utenti internet accederà per la prima volta alla rete da mobile).

Sul piano tecnico, il meccanismo è estremamente semplice: si caricano dalle tre alle sette immagini, si decide la lunghezza di uno “show” (compresa tra 5 e 15 secondi) e il gioco è fatto. Facebook Slideshow confeziona un vero e proprio video pubblicitario, minimal ma estremamente efficace, anche se privo di audio.

Facebook Slideshow è già stato testato nei mercati emergenti africani. Coca-Cola ha lanciato per il suo Coke Studio Africa in Kenya e Nigeria una campagna pubblicitaria di video ultralight con risultati eccezionali: “We are pleased – spiega Ahmed Rady, Regional Marketing Director di Coca-Cola – with how the Facebook slideshow campaign performed across our key markets in Africa, particularly in Nigeria and Kenya. The campaign over-delivered on reach by one million and had a 10 point increase in ad awareness in Kenya”.

Chissà se il nuovo servizio di Facebook verrà utilizzato soltanto in quei mercati che, nel giro di 5 anni, rappresenteranno il 60% della crescita economica a livello mondiale. Facebook Slideshow potrebbe costituire un’opzione nuova e con ampi margini di sperimentazione anche per gli inserzionisti dei “vecchi mercati” sempre più orientati al mobile. Del resto, la spesa per il mobile video advertising continua a crescere: finora nel 2015 si è registrato un incremento del 190%.

Newsletter: ma non dovevamo rivederci più?

Oggi parliamo di uno spazio di comunicazione molto diffuso: le Newsletter. Non vi dirò però che i brand possono utilizzarle per comunicare con utenti e clienti, né che sono uno strumento importante per chi ha un blog. Né vi ammorberò con dati come i tassi di apertura. Vi dirò solo che in questo periodo molte persone le stanno usando per diffondere contenuti. In modo diverso.

Questo fenomeno sta prendendo piede grazie all’esistenza di strumenti gratuiti per la creazione di Newsletter come ad esempio Tinyletter. Queste sono piattaforme funzionali e flessibili che hanno avvicinato questo tipo di spazio editoriale a molte persone, sono nati quindi spazi di comunicazione alternativi ai social e piattaforme di blogging anche “leggero” come Medium o Tumblr.

Anche se utilizzate in un modo un po’ diverso, le mail inviate devono comunque tener conto delle regole delle Newsletter tradizionali ovvero:

– Devono avere un progetto/contenuto interessante da proporre.
– Non devono essere promozionali o, nel caso, i contenuti promozionali devono essere minimi.
– Non devo ammorbare i miei lettori con decine di invii.

Perché una Newsletter?

I motivi per preferire questo strumento sono diversi: sono i lettori a cercare gli argomenti, chi scrive quindi è in grado di parlare ad un pubblico interessato e in target.
Chi legge, invece, ha la possibilità di ricevere i contenuti via mail, evitando ricerche e feed, o affidandosi alla serendipity del social (leggo la notizia perché è apparsa nel mio stream) e sfruttando a pieno le potenzialità del mobile.

Mi sono iscritto ad alcune Newsletter perché interessato agli argomenti trattati, le cito qui sotto:

“Una cosa al giorno” di Rocco Rossitto e Claudia Vago. “Una cosa inviata via email per stupirti e farti scoprire qualcosa di nuovo. Ogni giorno, tutti i giorni.”

“Polpo” di Simone Tolomelli. “Dovrebbe essere una cosa più o meno in cinque/otto punti (da cui il nome della newsletter stessa), cioè: di solito una volta al giorno mi succede una roba che mi fa riflettere e ve la racconterò volentieri. Poi immagino potrei aggiungere un consiglio di lettura, un video, sicuro qualche cosa che arriva da un podcast, e altre cose del genere. Comunque molto molto estero e poca Italia, per capirci”.

“Bring Your Own Set Of Ears” anche se in italiano, così come arriva nella mia casella di posta, mi piace di più: “Portatevi le orecchie” di Andrea Tassi. È una raccolta di segnalazioni di podcast.

Voi avete una Newsletter da consigliare?

Social Content Marketing e il tasto Salva di Facebook

Facebook ha lanciato una nuova funzionalità che offre nuove chance per gli utenti di fruire contenuti che non si ha il tempo di consultare live. Ma quali possibilità si prospettano per i brand?

Su questo blog abbiamo parlato spesso di Social Content Marketing, in relazione a canali specifici come Vine, oppure in merito a format come le infografiche. Quello che abbiamo sempre sostenuto è l’importanza per il brand che opera sui canali social di impegnarsi a produrre contenuti rilevanti per l’utente, non solo perché è cosa buona e giusta, ma anche perché altrimenti Facebook ce la fa pagare attraverso l’EdgeRank dei post.

Facebook ha introdotto la funzione “Save”, “Salva” in italiano, che consente di archiviare i diversi tipi di contenuti disponibili sulla piattaforma per una visione successiva.Come utenti capita spesso di essere invitati a un evento o di imbattersi in un video di cuccioli, ma non sempre si ha il tempo di guardare o approfondire in quel preciso momento. Altri canali sono dotati di questa feature anche se in forme diverse, su Twitter consultando i nostri Favorites possiamo scorrere l’elenco dei tweet in un secondo momento, così come accade su Tumblr con i Post piaciuti.

L’introduzione di questo strumento deve essere un’occasione per i brand di pensare ai propri contenuti editoriali secondo un’ottica di rilevanza per l’utente, misurando costantemente l’efficacia di quanto pubblicato attraverso analisi periodiche. I motivi che possono spingere un utente a voler conservare un contenuto sono diversi: condividere un post buffo con qualcuno, consultare una ricetta al momento della preparazione oppure leggere il parere su un film al momento della scelta al cinema.

Voi salverete questo post su Facebook? (Magari no, però sarebbe buffo salvare un articolo sul salvataggio, come una sorta di Inception)

Gli UGC e le news. Il modello FB Newswire

“Trust in social media” è il motto di Storyful, il servizio per la scoperta e verifica di UGC che sta supportando Facebook nel nuovo servizio offerto ai giornalisti: FB Newswire.

Guerra contro le bufale
La velocità nel dare le notizie è sempre stato il terreno di sfida dei grandi network, ma il pericolo bufala è dietro l’angolo: utilizzare gli UGC senza una puntuale verifica è un rischio che un canale di informazione serio non può permettersi di correre. Il servizio FB Newswire nasce quindi per soddisfare la richiesta di UGC da parte delle newsroom: i contenuti verificati da Storyful sono diffusi grazie ad una fanpage e ad un account Twitter con indicazione del contesto, dei credits, della licenza d’uso del materiale, eventuali contatti del proprietario.

Perché gli UGC?
Le newsroom stanno facendo i conti, ormai da tempo, con rischi e vantaggi nell’utilizzo degli UGC. Ci sono eventi che possono essere documentati con immediatezza solo da persone presenti nel posto giusto al momento giusto, spesso non professionisti che condividono in Rete un contenuto istantaneamente: come batterli sul tempo? Impossibile.

Come utilizzare i contenuti degli utenti
Se è vero che gli UGC sono una fonte inestimabile di notizie, d’altro canto bisogna trattare questi contenuti con la massima attenzione. Il primo passo è organizzare un sistema di verifica della fonte e del contenuto: alla BBC ad esempio c’è un’intera squadra che compie vere e propri indagini sull’origine dei contenuti grazie alle nuove tecnologie. Se un broadcaster decide di diffondere una notizia se ne assume la responsabilità e a poco valgono i disclaimer se commette un errore. Inoltre, è bene ricordare che bisogna sempre chiedere al proprietario dell’opera i diritti di utilizzo. Unica eccezione all’obbligo di richiesta di autorizzazione è il caso in cui il riutilizzo è dettato da un interesse pubblico alla distribuzione della notizia: in questo caso la fonte deve essere citata e il contenuto non può essere alterato.

Imparare da FB Newswire
Il servizio di Facebook per le newsroom, oltre a farsi garante per le notizie diffuse, attribuisce sempre i credits e non commette l’errore dei grandi network di all news che, secondo il report del Tow Center, attribuiscono la paternità dell’opera solo nel 16% dei casi. Può essere quindi molto utile dare un’occhiata a questo servizio per iniziare a familiarizzare con le regole più importanti per l’utilizzo di notizie e contenuti degli utenti.