Il Social Media Marketing (è) Internazionale

I due recenti post di Alessandro e Davide su questo blog trattano argomenti meno lontani di quanto si possa pensare di primo acchito: il social media marketing internazionale il primo, un (presunto) fail il secondo.

Alessandro spiegava bene il principio base per cui lo stesso contenuto di comunicazione non possa essere trasportato da un paese all’altro limitandosi alla traduzione linguistica, e quanto la necessità di localizzare culturalmente i messaggi sia ancora più forte quando i canali utilizzati sono i social media.

Davide ci raccontava della campagna di Coca-Cola lanciata in occasione del Super Bowl: posizionata su valori alti di patriottismo a stelle e strisce, si era attirata alcune reazioni abbastanza critiche dagli stessi social media che avrebbero potuto decretarne il successo.

Ho pensato che i due argomenti non fossero così lontani quando ci ho riflettuto e mi sono chiesto di che nazionalità fossero gli utenti che hanno criticato la campagna: considerando il contenuto del messaggio, si potrebbe forse parlare di social media crisis internazionale così come parla di social media marketing internazionale?

CocaCola follower statistics
(La composizione della followerbase di @CocaCola – Fonte: Sysomos Map)

A pensarla in questo modo, in questo caso il potenziale errore è l’opposto di quelli da cui metteva in guardia Alessandro, ovvero l’eccessiva localizzazione in un canale che, di fatto, è globale. L’obiettivo del post però non è fare le pulci a quella campagna, che qui è solo un esempio, ma approfondire e verificare un’ipotesi: ad un livello base i social media sono sempre internazionali.

Banalmente perché, a differenza di altri canali (e soprattutto quelli tradizionali), la fruizione dei social media non è legata alla nazione. Le affissioni la stampa e gli spot tv, per intenderci, lo sono decisamente di più, nonostante Google e Youtube abbiano rimesso in gioco le distanze. Continuando a riflettere sul caso di studio, ad esempio, potremmo concludere che lo stesso messaggio aveva meno elementi di criticità – o variabili di incertezza – trasmesso su una TV americana durante il Super Bowl che pubblicato su Twitter.

I Social media, quindi, necessitano sempre di un doppio sguardo, locale e globale, nell’impostazione strategica, nella content strategy e nell’esecuzione.

Che tu sia un brand mondiale o un piccolo artigiano, che tu sia global o local, ci sono cose che non puoi trascurare:

  • la scelta dei canali e del taglio (una pagina unica o più presenze locali?)
  • la conoscenza della community (scrivendo in spagnolo mi rivolgo solo agli spagnoli o tra il mio pubblico c’è una grossa fetta di sudamericani?)
  • gli strumenti migliori per dare alla community contenuto rilevante (il canale scelto ha la possibilità di determinare il target di ogni singolo messaggio?)

Super Bowl e il fail di Coca Cola: che settimana!

Quella appena passata è stata una settimana interessante: c’è stato il Super Bowl, con il suo carico di spettacolo, video, sport, fail  e polemiche. Facebook ha compiuto 10 anni e giovedì è uscito il sole, almeno a Milano.

Per la maggior parte degli italiani, ok per alcuni italiani, va bene forse solo per me, ma era bello partire con entusiasmo, Super Bowl significa principalmente spot. Dai forse possiamo inserire anche qualche americano alla lista. Centinaia. Migliaia? Ok sulle numeriche in questo caso non posso essere preciso. Mettiamola così: a molta gente interessano, oltre alla partita, gli spot che vengono realizzati per questo evento.

Alcuni brand quest’anno hanno giocato d’anticipo facendo uscire nei giorni precedenti al match video teaser degli spot che sarebbero poi stati trasmessi interamente nel corso della partita. È il caso di Bud Light.

http://youtu.be/gKKVQLDYYcw

Il giorno del Superbowl, poi, i tanto attesi commercial, eccone alcuni:

http://youtu.be/zl0zw1YVZd4

http://youtu.be/oUwwZHdx6SU

Non sono mancate le polemiche per lo spot Coca Cola che nel proprio clip “America the Beautiful” ha fatto cantare l’inno americano in diverse lingue scatenando le reazioni indignate di moltissimi utenti.

Questo il video:

http://www.youtube.com/watch?v=443Vy3I0gJs

Questi alcuni dei commenti (via):

1
Fonte: Publicshaming.tumblr.com
2
Fonte: publicshaming.tumblr.com
3
Fonte: pubblicshaming.tumblr.com

Messaggi di odio, razzisti, di disgusto. Tweet per dire addio alla Coca Cola.
Ma si tratta realmente di un fail? Secondo me no. Le intenzioni del brand erano quelle di unire, avvicinare, un popolo sotto il vessillo a stelle e strisce. Ma forse il popolo americano non è ancora pronto. O forse un brand non deve farsi carico di un messaggio così alto, e se lo fa corre dei rischi.

Voi cosa ne pensate? Come avreste reagito a questo tipo di messaggi?

Ho parlato della partita del tempo e di un compleanno. Come direbbe il mio amico Sandro citando Maurizio Milani: “Bon, il pezzo è completo”.
Ah no, non ho detto il risultato della partita. Non voglio spoilerare, magari qualcuno l’ha registrata.

Internet delle cose, cosa?

L’espressione “Internet delle cose” è stata coniata nel 2009, quando i dispositivi RFID lasciavano presagire un futuro distopico in stile Minority Report e IBM (qualche anno prima) immaginava nuove prospettive per la spesa nei supermercati.

http://www.youtube.com/watch?v=eob532iEpqk

Questo neologismo si riferisce agli oggetti fisici che hanno una rappresentazione virtuale, all’interno di una rete informatica. L’evoluzione tecnologica e la miniaturizzazione hanno condotto questo trend verso altre soluzioni rispetto ai chip RFID, considerando ipotesi che prima non erano immaginabili.

L’esempio più vicino di Internet delle cose è il QR Code, che alla stregua di un codice a barre permette di scansionare il codice grafico rappresentato, abbinandolo a un contenuto univoco sul web. Anche se tralasciamo le considerazioni sull’uso indiscriminato e improduttivo di questo strumento, i limiti appaiono evidenti:
– Deve essere inquadrato frontalmente e in parallelo, con condizioni di luce ottimali
– È necessario prevedere l’ingombro dell’elemento grafico
– Può collegarsi a un solo contenuto

Il sostituto più promettente del QR Code sembra essere Clickable Paper, che scalda i motori dal 2012. Il funzionamento è semplice, si seleziona l’area dove inserire i collegamenti ipertestuali, si assegnano i link e si stampa. Già da un paio di anni esiste l’applicazione per il mercato giapponese, mentre di recente è stata rilasciata anche in altre localizzazioni.

Come mai il mondo non è ancora pieno di carta cliccabile? Attualmente pare non esistere uno strumento di authoring autonomo, quindi è necessario interpellare l’azienda produttrice e farselo fare da loro.

Possibili applicazioni? Penso subito al settore food. Immaginate di comprare una confezione di pasta e inquadrando la scatola vi vengono suggerite diverse ricette, così da permettervi di comprare subito gli ingredienti necessari.

Questi sono solo gli albori dell’Internet delle cose, perché il futuro riguarderà sempre di più gli oggetti in grado di connettersi e non solo di suggerire ipertesti sotto interrogazione. Il mio esempio preferito è Tile, una startup che produrrà questi portachiavi in grado di essere localizzati oppure di emettere suoni, oltre a essere inventariati tramite apposita applicazione mobile. Una rivoluzione per le persone disordinate insomma.

I brand che utilizzo possono fare dell’Internet delle cose? Immaginate delle flûte di cristallo dotate di questa tecnologia, così da poter condividere un brindisi sui social tramite app Facebook…

Ma se esiste l’Internet delle cose, esisteranno anche i social network delle cose?

Da Johnny Dorelli a Mark Zuckerberg: è tempo di social eating

O food surfing, se ci piace di più. Il principio di base, quello della condivisione, è lo stesso del couch surfing: “ti affitto il divano in low cost, lo vuoi”? Solo che, al posto del divano, questa volta c’è un tavolo, una cucina, un piatto di pasta o una pizza. Il mondo social sposa così il cibo. E sposa anche la crisi.

“Aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più…” da Johnny Dorelli a Mark Zuckerberg. Nulla di più centrato. Da molto tempo capita in Inghilterra, e oggi anche in Italia si organizzano i pranzi e le cene “sociali” tra estranei, o tra persone che si conoscono solo “per sentito dire”. Ci si dà appuntamento online, c’è chi cucina e chi si fa ospitare, chi fa il padrone di casa e chi il trascinatore. Un piccolo contributo tra i 20 e i 50 euro, una location accogliente, e sicuramente un amico in più non solo su Facebook, ma nella vita.

Il passaparola avviene online o sui social network. Condividere è la keyword. Si crea un evento e si invitano persone. L’idea nasce come reazione alla crisi e si è trasformata con il tempo in una modalità alternativa di ristorazione. Con il tempo sono nati siti e associazioni portavoce di questa nuova tendenza: Gnammo, Ploonge, Kitchen Party, Ma’ hidden kitchen supper club, le “Cesarine” , sono alcuni esempi. Quest’ultima, è un’associazione senza scopo di lucro nata a Bologna nel 2004, nella quale si sono cimentate semplici appassionate di cucina tradizionale che di volta in volta aprono le porte della propria casa ad altri associati. Un modo alternativo per inventarsi un lavoro e per non dimenticarsi del significato dell’autentica ospitalità.

Ma a cosa ci fa pensare questo nuovo trend del social eating?

Ad un modo intelligente di miscelare tradizione e contemporaneità. Offline e online, detto in “pubblicitese”. Fin dagli antichi romani l’evento culinario ha fondamentale importanza, e Robin Fox in un suo saggio “Food and Eating: An Anthropological Perspective” ce lo spiega così : “We have to eat; we like to eat; eating makes us feel good; it is more important than sex. It is also a profoundly social urge”.

By the way, lo stare a tavola tutti insieme, il piacere di raccontarsi la giornata e di guardarsi negli occhi, sentendosi empaticamente coinvolti è un microuniverso fatto di sensazioni. Un momento irrinunciabile di convivialità, uno spazio di condivisione eccezionale. E sulla sua irrinunciabilità pare non ci sia alcun dubbio. Il puro valore semantico della parola “sociale” è stato estratto. I social network hanno estrapolato l’essenza dello stare insieme, usando il food quale mezzo. E ne è uscito un gran bel progetto. Differenziato e differenziante. Persone diverse fra loro, con usi e occasioni di consumo totalmente differenti basati su stili di vita e tempi di dedizione spesso opposti e contrastanti, si prendono tempo e si ritrovano in un unico luogo. Un luogo fatto di quello che sono. Si fermano. Spostano la sedia. Si accomodano e si leccano i baffi.

Per chi non dovesse ricordare la canzone di Johnny Dorelli:
httpv://youtu.be/rzar5Yfkw80