Meta spunta blu a pagamento: vantaggi e requisiti per ottenerla

Il programma Meta Verified per le aziende è un abbonamento a pagamento per gli account business su Instagram e Facebook idonei che prevede la concessione della spunta blu.

Meta spunta blu a pagamento: quali sono i vantaggi?

Gli abbonati hanno questi vantaggi:

  • distinguersi con la verifica migliorata confermando così l’autenticità della propria azienda
  • gestire su WhatsApp contemporaneamente più chat con i clienti, con un massimo di 10 dispositivi collegati
  • proteggere gli account attraverso un monitoraggio proattivo del furto di identità
  • su WhatsApp aumenta la visibilità dell’azienda sul web attraverso un link e una pagina web personalizzati
  • assistenza prioritaria per la risoluzione dei problemi legati all’account
  • permette che il profilo dell’azienda sia visualizzato tra i primi risultati quando le persone ricercano informazioni

Meta spunta blu a pagamento: quali sono i requisiti per ottenerla?

Per poter sottoscrivere questo abbonamento è necessario soddisfare determinati requisiti di idoneità:

  • trovarti in un Paese in cui Meta Verified per le aziende è disponibile
  • avere abilitato l’autenticazione a due fattori sull’account
  • avere il controllo completo di un account business di Meta
  • avere una Pagina business di Facebook e un account Instagram per professionisti
  • rispettare le Condizioni d’uso di Meta Verified per le aziende, Condizioni d’uso di Instagram, Condizioni d’uso di Facebook, Standard della community di Facebook e Linee guida della community di Instagram

Questi requisiti di idoneità sono soggetti a modifiche man mano che il servizio viene implementato nel tempo.

Meta spunta blu a pagamento: le indicazioni per richiederla

Attualmente la spunta blu a pagamento non é disponibile in tutti i Paesi e per tutte le Pagine ed Account, ma è possibile comunque inoltrare la richiesta.

Come? Iscrivendosi in lista d’attesa e aspettando di ricevere un avviso appena sarà disponibile.

La procedura di verifica dell’account si attiva cliccando su “Abbonati subito” a questo link.

Fonte: business.facebook.com

Meta, per ora, non fornisce un listino prezzi per la spunta blu in essendo ancora un servizio in fase di aggiornamento nei diversi Paesi.

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Twitch: la nuova esperienza sociale interattiva

Dopo avervi raccontato TikTok, oggi analizziamo un’altra piattaforma dal grande potenziale di entertainment: Twitch. Dall’intrattenimento videoludico a quello generalista, il passo è breve per diventare una piattaforma strategica all’interno degli asset di digital marketing. Scopriamo insieme cos’è, chi lo guarda e come mai ha portato un nuovo modo di analizzare l’interazione sui media digitali.

C’era una volta

Il “core” della piattaforma è sempre stato rappresentato dallo streaming live di videogiochi, comprese le trasmissioni di competizioni eSport, oltre a contenuti creativi, flussi di “vita reale” e, più recentemente, trasmissioni musicali. Una piattaforma nata con un’anima marcatamente “core” ma che sta strizzando l’occhio all’intrattenimento di tematiche più disparate: vita reale, jam sessions musicali, cooking show.

Twitch: dati e concorrenza

La crescita di Twitch è avvenuta all’interno di un bacino colmo di servizi “potenti” e funzionali: YouTube, Netflix, Google, Amazon Prime Video, Apple TV.

Twitch

Se YouTube è ancora il canale perfetto quando si tratta di guardare video on-demand, quando si tratta di contenuti dal vivo, però, la competizione non è nemmeno vicina.

Twitch 2

Nel momento in cui state leggendo questo articolo circa 100.000 persone stanno guardando partite di League of Legends su Twitch. Nello stesso istante su Youtube soltanto 106 persone seguono lo stesso videogioco.

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Twitch Tracker.com

Al momento Twitch è leader del nuovo intrattenimento digitale legato al videogiochi, con potenziali nuove industry affacciate alle sue potenzialità: brand di automotive, elettronica di consumo e cosmesi.

La stessa piattaforma sta tarando la sua user experience, per ospitare in un futuro probabilmente non lontano, argomenti più mainstream e generalisti, che permettano di farlo diventare un media da “prime time”; un hub dal quale l’utente può scegliere la tipologia di contenuto a lui più affine, guardandolo presentato da uno streamer a lui affine, con cui possa chattare in tempo reale, in un’esperienza sociale ad-hoc e interattiva.

Il marketing su Twitch

Vlog, recensioni prodotto, influencer marketing, ma anche competitive gaming in sponsorship con altri brand; vere e proprie manifestazioni ed eventi che possono aumentare la visibilità di un brand, proprio come un media, un canale TV, che fa della fruizione e dell’interazione LIVE la sua peculiarità costitutiva: questa è la potenzialità che rappresenta il futuro di Twitch e dell’intrattenimento digitale.

Ciò che i brand possono offrire ai propri followers, aprendo un canale proprio o appoggiandosi a quelli dei creators, è una experience free-to-view, con tutti i contenuti accessibili attraverso più dispositivi e supporti, inclusi PC, console di gioco e dispositivi mobili, ovunque ci si trovi.

Senza dimenticare dell’aspetto unico di Twitch, ovvero la sua community. Proprio questa ha permesso alla piattaforma di crescere ed evolversi, diventando un luogo di conversazione che i brand non possono ignorare, dato che loro stessi sono argomento di conversazione, e si sa, le conversazioni sono fatte della stessa materia di cui è fatto il marketing. È evidente quindi come le conversazioni possano influenzare le scelte di acquisto. Non a caso molti influencer si sono ritagliati degli spazi pubblicitari che vendono ai brand per sponsorizzare i loro prodotti. Senza dimenticare poi che Twitch supporta le più classiche tecniche di marketing, tra cui banner e product placement.

Tra i primi ad avanzare progetti di marketing pionieristici sulla piattaforma sono stati Budweiser e Uber Eats, i quali hanno collaborato con famosi streamer per sponsorizzare i loro prodotti e servizi.

In conclusione, nonostante il canale non abbia ancora una fruizione generalista, ma sia relegata ad un bacino di utenti più limitato, il potenziale della micro-economia nata da questa piattaforma rimane molto alto.

TikTok: il social che fa rima con entertainment

TikTok è senza dubbio l’app del momento e se non ne avete ancora sentito parlare ci dispiace, ma o negli ultimi mesi avete vissuto su Plutone o… no niente, dovete per forza aver vissuto su Plutone. Ecco cos’è e perché è a tutti gli effetti il nuovo social del momento.

TikTok: il social per esprimere al meglio il tuo lato creativo (e divertirsi!)

Internet è un posto meraviglioso, quando pensate di averle viste tutte, ecco che dal cilindro del Web spunta l’ennesima novità, pronta a ridefinire gli standard dei social network e a conquistare gli smartphone il cuore dei teenager–e non solo.
Il fenomeno social del momento si chiama TikTok, arriva dalla Cina e, in pochissimo tempo, si è ritagliata il suo posto d’onore all’interno di App Store, tanto che nel 2018 è stata l’app più scaricata dai centennials.

Ma andiamo per ordine.
TikTok nasce dalla fusione con Musical.ly che, nel 2017, viene acquisito dal colosso ByteDance. 
Con il rebranding che ne consegue, l’applicazione non si presenta più come una piattaforma musicale in cui creare e improvvisare lip sync, ma si trasforma in un social dove mettere in mostra il proprio talento, improvvisare challenge e divertirsi.

Il pay-off dell’app è “Make every second count”, ovvero “Rendi speciale ogni momento”. Ed è così che l’app raggiunge il suo intento di intrattenere le folle, grazie ad innumerevoli features e aggiornamenti costanti. TikTok è diventata, quindi, a tutti gli effetti, una vera e propria app di videomaking, sbaragliando la concorrenza, e adesso vi spiego il perché.

TikTok: tante feature per l’app di intrattenimento che sta spopolando nel mondo

Il meccanismo con cui TikTok appassiona un utente che si approccia per la prima volta all’app è piuttosto immediato: nonostante le tantissime feature che offre, l’app risulta essere molto semplice e, volendo raggruppare le possibilità di utilizzo in macro-gruppi, possiamo dire che TikTok può essere utilizzato per creare video divertenti o semplicemente guardarli e interagire con essi. La creazione dei contenuti è supportata da innumerevoli funzionalità, quali l’uso di maschere, sticker, filtri (anche in realtà aumentata), la possibilità di creare tagli molto veloci e accattivanti che catturano l’occhio e che, volente o meno, ti tengono incollato allo schermo.
Tra potenzialità meno conosciute dell’app c’è inoltre la possibilità di modificare il video frame per frame, rendendo ogni contenuto più unico che raro. I newbie però non si disperino: se ancora non vi sentite creatori contenuti all’altezza, l’applicazione vi dà la possibilità di interagire con i video presenti nel feed e registrare una reaction da postare sul vostro profilo.

Tutti pazzi per TikTok: l’invasione dell’app di intrattenimento è appena cominciata

Sono tantissimi gli utenti di TikTok ed è difficile categorizzarli: abbiamo di fronte un mondo multiforme e composito formato da artisti, cantanti, attori, gamer, ballerini, comici, sportivi. Un buon inizio, per cominciare ad utilizzare l’app, può essere quello di lanciarsi nelle challenge e cercare gli hashtag per trovare i TikTokers da cui si è attratti.
Se l’obiettivo primario di TikTok è quello di far divertire i suoi utenti, possiamo tranquillamente affermare che, fino ad ora, ci sia riuscito benissimo, considerato che molti dei meme e dei video virali che abbiamo visto negli ultimi mesi sono nati proprio da lì.

TikTok mania: 5 motivi per fare marketing sull’app del momento

Il successo planetario di TikTok, come vi avevamo già accennato in questo articolo, non è passata inosservata agli occhi di moltissimi brand i quali hanno sfruttato le potenzialità dell’app per rinnovare la propria strategia social. Tirando un po’ le somme, vediamo 5 motivi per cui i brand dovrebbero continuare a fare marketing sull’app:

  • Solo l’Italia registra oltre due milioni di utenti attivi ogni mese; i numeri, ovviamente, si impennano notevolmente in Europa e in America;
  • Rispetto a tutti gli altri social network disponibili, TikTok ha un tasso di viralità altissimo–e qui non ci sono numeri a parlare, ma solo l’esperienza personale dopo aver aperto un profilo;
  • L’applicazione è popolata da influencer con centinaia di migliaia di follower;
  • La possibilità di coinvolgere community specifiche attraverso il lancio di challenge studiate ad hoc per un determinato target;
  • Il brand takeover, che consente di inserire inserzioni pubblicitarie nel flusso di video riprodotti dagli utenti

Insomma, in pochissimo tempo l’app è riuscita a farsi amare da migliaia di ragazzi/e, e siamo sicuri che non si sia giocata ancora tutti i suoi assi nella manica. Perciò tenetevi pronti, l’invasione TikTok è solo cominciata.

Community Marketing: i gruppi Facebook per migliorare la strategia

Il valore di “fare gruppo”: ecco perché il Community Marketing può rivelarsi un’arma vincente per la vostra strategia

Gestire una pagina Facebook è spesso una sfida difficile per un brand. Accendere conversazioni e fare interagire gli utenti può rivelarsi un’operazione più complicata del previsto.
Come superare questo problema? Con una nuova feature in via di sviluppo? Un tool  di engagement portentoso? Un trucco per aggirare l’algoritmo? No, la risposta potrebbe nascondersi in spazi che esistono da sempre sul social network.

Stiamo parlando dei cari vecchi gruppi Facebook. All’interno di questi “ambienti”, il senso di community e di condivisione di interessi incoraggia gli utenti a sentirsi a proprio agio nello scambiarsi contenuti e commenti a vicenda. È molto probabile, infatti, che gli argomenti delle discussioni siano cari a tutti i membri del gruppo. Quasi come si trovassero in un privé separato dall’affollato locale della newsfeed di Facebook, gli utenti si sentono più incentivati a esprimere la propria opinione, in un’area virtuale che sembra costruita apposta per accogliere la loro “comunità”. E tutti noi sappiamo quanto sia importante oggi lavorare bene sul community marketing nei social network.

Questo valore di confidence che riveste lo spazio dei gruppi (e, avrete immaginato, li rende un campo di osservazione molto interessante per le strategie di digital marketing dei brand) non è sfuggito neanche a Facebook stesso. Infatti, da un paio d’anni, i gestori delle pagine hanno la possibilità di collegare la pagina che amministrano a gruppi Facebook, che passano quindi sotto la loro moderazione. In questo modo si dà a chi amministra una pagina (leggi, un brand) un interessante strumento aggiuntivo per avvicinarsi al proprio pubblico ed entrare nel vivo delle questioni che animano la community.

Un luogo d’incontro per la vostra Community: i gruppi Facebook

Considerato quanto detto fin qui, è facile capire perché i gruppi Facebook possono rivelarsi un prezioso strumento a servizio della strategia di community marketing di un brand. Si tratta infatti di un modo efficace per ascoltare e conoscere la propria audience, leggerne opinioni e commenti, ricavare feedback immediati su questioni e “test” che si possono lanciare all’interno di questo spazio. Il quale, è bene ricordarlo, rimane un ambiente chiuso e sotto l’attento controllo degli amministratori. Il che lo rende un terreno molto meno scivoloso per fail negativi a rischio di viralità incontrollata.

Inoltre, le statistiche mostrano che i gruppi Facebook hanno, per i contenuti che circolano al loro interno, valori di engagement mediamente più alti rispetto a quelli delle pagine pubbliche, che possono correre il rischio di essere percepite come mere “vetrine” di un brand. È facile capire come la possibilità di discutere, da pari a pari, di questioni che appassionano tutta la community sia un forte incentivo per decidere di prendere la parola e farsi coinvolgere nelle conversazioni.

Per il brand che gestisce la propria pagina, dunque, il gruppo Facebook collegato può essere un ottimo modo per offrire alla community di follower un valore aggiunto. Una strada per coinvolgere in modo più diretto l’utente che ha mostrato interesse verso il brand, rendendolo protagonista nel test di nuove idee o nell’approfondimento di alcune tematiche.
Il gruppo Facebook si rivela quindi una risorsa in più per creare un forte senso di community. Questo è un elemento chiave per riuscire a fidelizzare i “super fan” che, particolarmente affezionati al brand, hanno deciso non solo di seguire la sua pagina, ma anche di iscriversi al gruppo (magari incentivati, in questo, dall’offerta di contenuti o promozioni speciali riservate ai membri).

Conoscere a fondo la propria community: ecco come utilizzare al meglio le funzioni dei gruppi Facebook

È chiaro che godere di un accesso così ravvicinato alle opinioni dirette del proprio follower/consumatore è utilissimo per sviluppare strategie ad hoc. Queste potranno infatti colpire direttamente gli interessi e le richieste più forti o, viceversa, individuare e migliorare gli aspetti critici.

Grazie agli Insights del gruppo Facebook, infatti, è possibile monitorare quanti utenti hanno visualizzato e interagito con un post, e di conseguenza valutare il potenziale di interesse di quel contenuto per l’insieme dei propri follower.
Si può anche studiare l’attività dei membri, sapere quanti (e chi) sono quelli nuovi e avere una valutazione in termini di engagement dei contenuti che vengono proposti.

Inoltre, con lo strumento dei sondaggi è possibile raccogliere opinioni in modo diretto e sistematico. Su un gruppo Facebook, si possono creare anche album di foto visibili solo ai membri o creare file che possono essere modificati da più utenti in simultanea, promuovendo così lo spirito collaborativo della community.
Inoltre, le chat di gruppo possono essere sfruttate dagli amministratori per dialogare, in questo caso in modo davvero molto diretto, con una cerchia più ristretta di membri. Anche se necessitano di un maggiore controllo e di una moderazione efficace per evitare che le discussioni diventino caotiche.

Proprio a proposito delle chat, negli ultimi giorni Zuckerberg ha annunciato ufficialmente un nuovo sistema unificato di messaggistica per i profili aziendali. Dalla propria pagina Facebook, un brand potrà gestire l’invio dei messaggi Messenger, Instagram e – in futuro – WhatsApp. La funzionalità sarà completa entro la fine di quest’anno o all’inizio del 2020. Si tratta di una novità importante, che potrà sostenere ancora meglio un’efficace strategia di merging della comunicazione tra i diversi canali social di un brand.

Sfruttare lo spirito della community per incrementare la strategia: iniziamo!

Una volta convinti che la strada dei gruppi Facebook possa essere un supporto valido per  la vostra strategia, non vi resta che scegliere quale impostazione dare loro. I gruppi Facebook possono essere infatti aperti (visibili a tutti, non solo ai membri), chiusi (contenuti e membri sono visibili solo a chi ne fa parte, ma ci si può iscrivere) o segreti (non rintracciabili su Facebook, se non su invito di uno dei membri).

Se amministrato con cura, i gruppi Facebook potranno diventare potenti strumenti a vostra disposizione per monitorare e studiare da vicino il vostro target di riferimento e, in questo modo, fidelizzare i followers e proporre loro contenuti già “testati” per essere coinvolgenti e di successo.

CRM, croce e delizia del Social Media Management

Non importa quali account gestirai, se sei un Social Media Manager prima o poi ti occuperai del CRM (Customer Relationship Management) ovvero di rispondere a qualsiasi tipo di richiesta, dalla più alla meno ragionevole.

A prescindere dalle domande che riceverai e dalle situazioni che dovrai affrontare, ci sono pochi semplici comandamenti che ti accompagneranno illeso (a differenza di Sharen’go) fino alla risoluzione di tutte le diatribe social.

 

Sii paziente

Ci sono stati, negli ultimi anni, svariati casi di Social Media Manager (o sedicenti tali) che hanno perso le staffe davanti ad accuse o richieste di clienti, danneggiando così la reputazione del Brand con un pessimo CRM. Va da sé che attaccare chi ti attacca non è una buona tattica. Ma soprattutto, ricorda che l’ironia non è quasi mai una buona idea: percepirla attraverso un computer non è così immediato e spesso rischia di essere travisata.

Lo hanno capito a proprie spese in tanti. Ultimamente è capitato ai gestori della pagina di Burgez che, in seguito alla pubblicazione di un annuncio di lavoro decisamente particolare, hanno risposto ai clienti che li criticavano con insulti e risposte ironiche del tutto fuori luogo. Ad oggi la pagina sembra essere stata chiusa, forse per i numerosi attacchi ricevuti.

CRM

Fonte: Burgez

Sia che tu sia nel torto o nella ragione (ma a maggior ragione nel primo caso, direi) l’unica soluzione è una bella tisana e tanta pazienza: tanto sui social quanto offline, il cliente ha sempre ragione.

 

Sii trasparente

Le cospirazioni sono sempre dietro l’angolo: tra scie chimiche e vaccini. Non alimentare il clima di sospetto dando risposte frammentarie o rispondendo solo in privato.
Rispondendo pubblicamente ogni volta che è possibile si ottengono più risvolti positivi: ci si mostra disponibili e in buona fede e si fornisce un buon servizio di CRM anche al resto della base fan. Una domanda posta da un cliente sarà molto probabilmente sollevata anche da un altro. Dunque meglio una risposta pubblica oggi che dieci risposte private uguali domani.

 

Rispondi a tutti

Non ci sono richieste o domande di Serie A o di Serie B, quindi occhio sempre a tutte le situazioni e a non lasciare indietro nessuno. Se la risposta su un determinato tema richiede tempo per verifiche interne, inizia comunque a comunicare al cliente con trasparenza che la sua richiesta è stata intanto presa in carico.

Secondo alcune recenti stime, circa il 67% dei consumatori usa i Social per risolvere le questioni riguardanti i propri acquisti e l’88% è meno propenso ad acquistare da un Brand che sui social non gestisce le richieste dei clienti. Per questo una domanda senza risposta corrisponde a un cliente insoddisfatto e ad altri 10 che rinunciano in partenza a chiedere chiarimenti. Gli stessi che si rivolgeranno probabilmente ad un altro Brand con maggiore capacità di dialogare.

 

Ascolta e impara

Sì, il CRM è difficile da gestire e a volte sfiancante, ma è anche una risorsa inestimabile. Ti permette di avere sempre il polso della situazione e di sapere cosa si aspettano da te i tuoi clienti. Alcuni tool permettono anche una analisi ulteriore delle interazioni ottenute, analisi che può comunque essere fatta anche manualmente con un po’ di sforzo in più. Ad esempio registrando l’argomento di  ogni commento o messaggio privato ricevuto si possono analizzare quali sono i temi che vengono trattati maggiormente dai nostri clienti, dunque quelli che più gli stanno a cuore o che gli creano maggiori problemi. In ogni caso tutte informazioni preziose che valgono la pena di essere analizzate e comprese.

 

Previeni

Puoi aiutarti con un tool o con un semplice Google Alert e tenere sempre d’occhio le conversazioni in rete sul tuo Brand: se puoi prevenire una eventuale crisi, perché non farlo? Ti permette di risparmiare tempo, energie e non rischi di compromettere la reputazione del Brand.

 

Se ancora hai qualche dubbio su come fare, impara dai grandi, come dal social caring di Apple.

 

Chatbot e Millennials: l’esempio di Facebook Messenger

Un futuro senza robot? Impossibile. Nell’immaginario collettivo il mondo, in un futuro ormai non troppo lontano, sarà governato dai robot e dall’automazione. Zuckerberg ha già iniziato a muoversi in questa direzione introducendo i chatbot all’interno dell’app di messaggistica di Facebook, Messenger.

I chatbot sono dei software che permettono ad un robot di simulare una conversazione reale con noi umani, per capirsi: come Siri di Apple, ma via chat. Questi bot possono essere sfruttati dalle persone per accedere a determinati servizi tramite le conversazioni all’interno di Messenger. Nel video qui di seguito David Marcus, chief di Facebook Messenger, racconta l’introduzione dei primi chatbot:

Secondo alcune ricerche i Millennials sono la fascia d’età più interessata all’uso dei chatbot da parte delle aziende: visto l’uso che facciamo dei social e dei nostri device, l’idea di avere un assistente sempre a disposizione a cui poter chiedere informazioni o grazie al quale effettuare acquisti senza mai dover lasciare Facebook non può che fare gola a molti. Il 60% dei Millennials ha già sfruttato questa tecnologia e il 70% di questi ha trovato l’esperienza positiva.

L’uso di chatbot da parte dei brand è in crescita, una volta sviluppata la tecnologia gli usi possono essere molteplici: dalla gestione del CRM all’assistenza all’acquisto. Ma quali sono i rischi?

È importante che i brand riescano a bilanciare in maniera adeguata l’introduzione e l’uso di questi software, ad esempio se il tool viene utilizzato per la gestione del CRM il rischio è che la conversazione con il brand diventi totalmente impersonale e filtrata solamente dal robot. I brand dunque devono riuscire a dare comunque la possibilità alle persone, qualora il bot non sia in grado di gestire determinate situazioni, di interagire con un rappresentate “umano” dell’azienda. Ancora una volta, i robot non possono prendere il posto dell’uomo in un rapporto del genere. Sicuramente però possono aiutarlo.

Il problema si pone anche quando i chatbot vengono utilizzati per permettere ai clienti di acquistare prodotti direttamente da Messenger senza approdare mai sul sito: c’è ancora diffidenza da parte delle persone a rilasciare i propri dati sensibili, ad esempio quelli della carta di credito, ad un robot. È importante quindi che il brand riesca a rendere affidabile il software e dare comunque la possibilità a chi ancora non ha dimestichezza con il mezzo di acquistare in altro modo.

Un altro campo di sviluppo in cui i bot sono già stati implementati è il giornalismo: alcune testate online hanno realizzato il proprio software che permette ai lettori di ricevere le informazioni direttamente tramite messaggio privato su Facebook. Un esempio illustre è il Guardian che ha lanciato il proprio bot già lo scorso Novembre. Tramite il chatbot è possibile sottoscrivere un abbonamento alle informazioni, scegliere quando le si vuole ricevere, sfogliare le varie sezioni e gli argomenti o visualizzare i titoli del giorno. I segmenti su cui sperimentare sono potenzialmente infiniti, tutto ciò che può semplificare la user experience di un servizio è accolto positivamente dal pubblico.

Quindi alle aziende non resta che testare questo nuovo tool anche sui propri spazi sociali e monitorare i feedback dei propri clienti.

E voi, siete pronti a fare due chiacchiere con un robot?

YouTube vuole la sua Community (e chiede l’aiuto di tutti)

Si chiama Community ed è una nuova sezione a disposizione di (alcuni, per il momento) canali YouTube attentamente selezionati. Come è facile intuire dal nome, si tratta di una bacheca a disposizione degli utenti dove è possibile condividere commenti testuali, foto, gif e ovviamente video (anche live). Obiettivo: migliorare l’engagement, aumentare le interazioni, creare spazio per i commenti relativi ai contenuti postati dai canali YouTube. In sintesi: creare una “community” di utenti legati da interessi comuni. Vi ricorda qualcosa?

Già, proprio come su Facebook il gestore del canale potrà utilizzare la bacheca per comunicare con gli iscritti al canale e dare spazio al dibattito. E gli utenti potranno iscriversi per ricevere notifiche ed essere aggiornati sulla pubblicazione di nuovi contenuti. La novità è ancora in fase beta ma sarà presto di dominio comune. Per il momento è online per canali molto popolari come John & Hank Green, AsapSCIENCE, The Game Theorists, Karmin, The Key of Awesome, The Kloons, Lilly Singh, Peter Hollens, Rosianna Halse Rojas, Sam Tsui, Threadbanger e VSauce3.

A questa novità Big G ne affianca un’altra, e si rivolge così a tutti coloro i quali hanno intenzione di aiutare a gestire il flusso di conversazioni. La seconda novità si chiama Youtube Heroes e, come spiegato qui, si tratta di “una community globale di collaboratori il cui scopo consiste nel creare la migliore esperienza possibile su YouTube per tutti”. In qualità di YouTube Hero, si potrà quindi segnalare contenuti inappropriati, aggiungere sottotitoli ai video e condividere le proprie conoscenze con altri utenti sul forum di YouTube. E ogni volta che sarà fornito un contributo, l’utente guadagnerà punti che danno diritto a una serie di vantaggi.

 

Il ruolo dei brand tra bufale ed emotività

Internet è per tutti sinonimo di accesso illimitato alle informazioni, ma siamo capaci di distinguere una notizia vera da una bufala? E di distinguere un profilo reale da un fake? Secondo lo studio “Infosfera italiana 2016” dell’Università di Napoli no, ma procediamo con ordine.

L’infosfera viene definita come “lo spazio semantico costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni”, dove per “documenti” si intende qualsiasi tipo di dato, informazione e conoscenza, per “agenti” si intendono le persone e per “operazioni” ogni tipo di reazione delle persone al documento.

L’indagine ha sottolineato come gli utenti, muovendosi tra vecchi e nuovi media e attingendo da questi informazioni a proprio piacimento, creino i propri palinsesti personali in base ai propri interessi, gusti e bisogni. Oltre a creare palinsesti, gli utenti creano dei nuovi contenuti e diventano loro stessi nuove fonti di informazione.

“Questo comportamento supera la dimensione gerarchica, che attribuiva alle fonti tradizionali il ruolo insostituibile ed esclusivo di emittenti dei messaggi professionali e autorevoli dell’informazione mainstream, sostituita dalla prassi dell’autocomposizione delle fonti nell’ambiente web e da una matrice di flussi continui di informazioni propagate in una dimensione orizzontale.”

In questo scenario la rete è lo strumento primario per accedere alle informazioni, ma è anche uno spazio che sovrabbonda di informazioni, creando 3 problemi:

– Si danno per certi i contenuti presenti nella prima pagina dei risultati di Google.

– La nostra capacità di percepire una fonte o un contenuto come “autorevole” è in continuo mutamento.

– Abbiamo sempre più fretta e questo ci fa tendere a velocizzare le scelte di decisione.

“L’affermarsi e il dispiegarsi della diffusione della tecnologia digitale, ci ha proiettato in una nuova era: attraverso la fase dell’informazione veloce siamo passati alla fase dell’accumulo e del capitalismo informazionale”.

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Fonte: slideshare.net

Riceviamo ogni giorno molte più informazioni di quante ne possiamo effettivamente processare (tra televisione, radio, giornali, caselle postali reali e virtuali, social network e blog, cartelloni pubblicitari nelle vie delle città, tele-promotrici di servizi per telefono etc.), ciò ci porta a fare economia sul nostro livello di attenzione e dunque siamo orientati al cosiddetto “confirmation bias”, la tendenza a rimanere legati ad un’idea che ci siamo fatti sulla base di informazioni preliminari, anche quando contenuti successivi la smentiscono.

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Fonte: slideshare.net

In questa cornice qual è il ruolo dei brand? Nell’ultimo anno alcune “notizie” sono rimbalzate da una pagina Facebook all’altra intasando i nostri feed. Basti pensare al vestito oro/blu, a “petaloso”, alla Santanché alla Scala di Milano, al balletto di Zaza prima di calciare il rigore… e potrei continuare per ore.

Alcuni brand decidono di cavalcare questi trend del momento perseguendo la strategia del real time marketing. Esagerare in questa strategia significa a lungo termine assecondare i 3 problemi sopracitati, perdendo però autorevolezza nei confronti degli utenti e diventando sempre meno credibili.

E un brand non credibile non piace a nessuno.

Apple arriva su Twitter e fa scuola di social caring

Ci è arrivato tardi, ma ci è arrivato. Eccome. Fino a un paio di mesi fa il colosso di Cupertino era rimasto uno dei pochi brand a non avere una presenza sui social network, né istituzionale né di social caring. Il servizio di customer care è sempre esistito, efficiente come solo Apple sa fare, ma relegato fuori dai social. 

Poi il primo tweet:

Ed ecco un po’ di dati, a neanche due mesi dall’apertura:

  • 54.500 tweet (una media di 1000 al giorno!).
  • Servizio attivo dalle 5 alle 20, 7 giorni su 7.
  • 290000 follower raggiunti, con un trend di acquisizione di circa 5000 follower al giorno.
  • 1 tweet riceve in media 270 RT e 500 preferiti.

Numeri che darebbero soddisfazione a chiunque e dimostrano il successo dell’account. Qual è dunque il segreto di una strategia vincente per un account di social caring su Twitter?

  • Il tono happy to help. Gli utenti possono essere arrabbiati, maleducati, frettolosi, disperati. L’account sdrammatizza, crea empatia, simpatia, e si spende fino all’ultimo per risolvere i loro problemi.
  • Tempestività. Che paga, sempre, massimizzando la soddisfazione dell’utente che sente su di sé un’attenzione unica.
  • Semplicità. Grafiche immediatamente comprensibili e pulite, che svolgono perfettamente la loro funzione: informare. Il servizio all’utente non rincorre le logiche di engagement di qualsiasi pagina di brand: il contenuto non dev’essere divertente né virale, ma utile. Più lo è, più il tweet avrà successo.
  • Differenziazione. Se non c’è account istituzionale, come fa Apple, specificare che si tratta di un profilo dedicato al social caring, meglio se specificando nella bio orari e giorni di copertura del servizio.
    Se l’account istituzionale esiste, meglio separare gli account, come fa Netflix. Più è grande il network più saranno necessari account differenziati. Tim, ad esempio, utilizza account personali brandizzati:

Ecco alcuni account di social caring che si distinguono per queste caratteristiche:

E in Italia?

Seguite il loro esempio e farete un buon lavoro!

Da “utente” a “persona”. Il cambiamento radicale nella comunicazione delle aziende

Che i Brand facciano sempre più uso dei Social Media non è certo una novità.
Sempre di più in azienda si ricercano programmatori, grafici e web designer, ma anche specialisti della comunicazione.
Da comunicazione a persuasione, infatti, il passo è breve: attraverso i Social Media la comunicazione avvolge il consumatore, assume toni familiari, ne comprende i bisogni.
Per avere una qualità ottimale della comunicazione, il primo passo è quello di eliminare il concetto di utente.

Questo significa per l’azienda fare un cambiamento radicale di mentalità e di gestione delle proprie risorse. Perché la parola “utente” va sostituita con “persona” e la persona dev’essere messa al centro.
Uno svecchiamento non solo di linguaggio: le persone hanno aspettative concrete, giudizi e opinioni personali, una vita reale in cui il prodotto aziendale deve poter inserirsi secondo i bisogni veri.

Provate a pensare quante volte siete stati voi i protagonisti di questa storia.
Il vostro gestore telefonico, ad esempio, vi ha lasciato a piedi e per voi questo significa una perdita di lavoro e di soldi non indifferente.
Usare i Social Network per chiedere aiuto è la prima cosa da fare. Il Customer Care – se riuscite a raggiungerlo e se vi ascolta – apre un ticket, una pratica, un numero, e voi vi ritrovate fermi come prima, con un sentimento in più che può essere solo di frustrazione e impotenza.

Tutt’altra cosa – e tutt’altra sfida – sarebbe se l’azienda ponesse al centro la persona, con lo scopo di corteggiarla, sedurla, conquistarla e accompagnarla nel tempo.


francesca-ungaro

Francesca Ungaro
Webwriter e Content Manager. Psicologa. Ho lavorato come Responsabile della Comunicazione Corporate. Psicologia e scrittura sono le realtà che si intrecciano da sempre nella mia vita.