Insights Instagram: nuovi dati per i Reels e i video in diretta

Instagram rende un po’ meno aleatori i suoi contenuti e decide di dare la possibilità di tracciare alcune metriche finora non disponibili per Reels e Live.

Un’ottima notizia per i creators: la piattaforma ha scelto di rendere disponibili alcune numeriche finora nascoste.

Da poco infatti sono visibili, negli insights Instagram dei Reels:

  • Account raggiunti
  • Like
  • Commenti
  • Condivisioni
  • Saves

oltre alle numeriche relative agli Account raggiunti e Riproduzioni.

Per le Live invece finalmente possiamo conoscere

  • Account raggiunti
  • Apice spettatori in diretta

Oltre a:

  • Commenti
  • Condivisioni

IAKI - insights instagram

Insomma, tutti gli insights Instagram che fino ad ora non erano disponibili e che rendevano le dirette aleatorie e dai risultati difficilmente tracciabili ora sono leggibili.

Questa “operazione trasparenza” consente a Instagram di diventare un media affidabile anche in caso di dirette e di avvicinarsi a Facebook nella lettura delle performance. Instagram spiega infatti di aver voluto “assicurarsi che creators e aziende possano comprendere come stanno performando i contenuti che mettono online”.

Ma c’è dell’altro, e sempre sul fronte “reach”.

All’interno dei dettagli di profilo ora è possibile vedere uno spaccato ancora più interessante sulla reach dei contenuti.
Scegliendo dal menu a tendina si potrà avere una panoramica della reach degli ultimi 7 o 30 giorni che mostra quale formato ha performato meglio (Reels, Post, Storie, Dirette o IGtv) sia sui propri follower sia su un pubblico che non segue l’account.

IAKI - insights instagram

Sempre più strumenti quindi per valutare l’andamento dei contenuti, analizzarli e migliorare il proprio PED.

Avete già dato un’occhiata ai vostri insights Instagram?

Se vi sembra che qualcosa non torni siamo pronti a supportarvi per una nuova strategia di contenuti!

Progettare per l’accessibilità globale

Sono anni ormai che Google si è committata al tema dell’inclusività. All’inizio in sordina, poi con qualche specialista e infine con interi dipartimenti dedicati ai temi di inclusive e equity-focused design. In due parole: accessibilità globale.

Oggi sono attivi nella divulgazione di questi concetti all’interno di workshop e corsi di formazione a cui ho avuto l’opportunità di partecipare e di cui parlerò – spero non troppo didatticamente – in questo articolo 🙂

Accessibilità globale: rendere la nostra comunicazione più inclusiva

L’importanza e la risonanza dell’accessibilità globale è talmente impattante sull’utenza digitale, che molte aziende ed agenzie si sono già da tempo messe nuovamente in gioco: talvolta hanno fatto tentativi cauti, talvolta hanno invece capovolto totalmente il più tradizionale modo di comunicare, quello che ascolta e asseconda la maggioranza, abbracciando una esposizione sempre più ampia e evitando ogni tipo di esclusione.

Quello che è certo è che in Italia siamo indietro, ma di certo già proiettati in avanti. Bisogna lavorare su questi concetti e approcci per non occludere possibilità di business reali e già pronte.

Questo approccio inclusivo contiene in sé infatti un duplice vantaggio:

  1. Possibilità di accedere ai contenuti per molte più persone, amplificando l’awareness aziendale, il network e il conseguente cono di reach, aprendoci a nuovi contatti utili per il business: il bacino di utenze con esigenze particolari ha dimensioni non più trascurabili, se si guarda al mercato globale
  2. Facilitazione nell’uso dei prodotti, che di fatto ne migliora e semplifica l’utilizzo sempre, anche da parte delle persone che non hanno particolari esigenze per l’utilizzo, lavorando su soddisfazione e fidelizzazione del cliente

Ma che cos’è l’inclusività?

Il dizionario ci dice che si tratta della tendenza ad estendere a quanti più soggetti possibili il godimento di un diritto o la partecipazione a un sistema o a un’attività.

Nel mondo, non esistono due persone che siano esattamente identiche, tanto meno due utenti online: disabilità fisiche o cognitive, ma anche fattori sociologici, ambientali, religiosi o esperienziali, portano ad usi differenti degli strumenti digitali, fino a sfociare, in alcuni casi purtroppo, nella totale non-usabilità di un prodotto o servizio.

Almeno una volta nella vita, tutti noi abbiamo sperimentato lo stress derivante dall’incapacità di usufruire di una app, di un tool o di un sito e ne abbiamo provato sulla pelle la frustrazione più profonda e totale, proprio quella che finisce tipicamente con la frase: “Mai più…”

Quelle occasioni in cui ci si chiede come possa una azienda fare business con tali strumenti digitali, che ti obbligano ad interagire attraverso bottoni piccolissimi, troppo vicini, illeggibili da mobile… Considerando pure il fatto che noi siamo persone senza particolari esigenze visive, nativi digitali e per questo agili sulle piattaforme… magari con anche un iPhone di ultima generazione, con schermo grande e massima definizione… Eppure: lo stress nel chiudere una singola, apparentemente semplice, operazione ha colpito anche noi.

Immaginate ora le persone accanto a voi: i vostri amici, genitori, nonni. Avrebbero avuto le vostre identiche difficoltà? Oppure addirittura maggiori delle vostre, per esigenze fisiche o esperienziali di vario tipo?

Pensate ora a tutta la popolazione globale: le barriere sono tantissime.

Ho pensato ad una macro-divisione utile, che non vuole essere esaustiva, ma prova in qualche modo a ricordarci l’essenziale, dando qualche tip da tenere sempre a mente nella progettazione di un nuovo prodotto in ottica di accessibilità globale.

Le 3 MACRO-BARRIERE globali:

  • La lingua, i linguaggi e l’alfabetizzazione
  • La disabilità fisica o cognitiva (cecità, malformazioni, autismo, dislessia, daltonismo…)
  • La diversità dalla maggioranza (differenti per razza, genere, religione, mancini, albinismo…)

Vivere in un mondo sempre più globalizzato e connesso attraverso la tecnologia, ha aumentato l’evidenza dei divari e della differenza fra le persone, creando una vera e propria necessità di considerare, studiare e implementare prodotti sempre più inclusivi, usabili a livello globale.

Inclusività, lingue, linguaggi e alfabetizzazione

Quando si parla di inclusività non ci si può esimere dal tema delle lingue, che a livello globale è a tutti gli effetti la barriera più importante all’accesso ai contenuti.

Vi do subito un primo dato molto esemplificativo: l’inglese è sicuramente dominante sul web, ma non è la lingua più parlata e compresa. Si trova infatti al 3° posto con 370 milioni di persone madrelingua, dopo il cinese mandarino (con 921 milioni) e lo spagnolo (con 471 milioni), la metà rispetto al cinese.

Per capire ancora meglio fin dove si spinge il tema dell’accessibilità globale, pensiamo per un momento all’India. 22 lingue ufficiali con oltre 1 milione di persone ciascuna e oltre 1/4 di popolazione analfabeta.

Inoltre, pensiamo all’importanza di questi paesi nell’economia mondiale, e forse anche nel piccolo di moltissime singole aziende. E quindi chiediamoci: cosa succederebbe se la nostra App non avesse considerato questi dettagli e proposto un servizio descritto solo in inglese? O, ancora peggio, solo in Italiano?

Non è l’unico tema. All’interno della stessa lingua, tecnicismi o i costrutti troppo elaborati delle frasi possono tagliare fuori un numero impressionante di persone, non solo con deficit cognitivo, ma anche non totalmente preparate ad affrontare temi di altissimo livello specialistico.

Ho una personale lista di accortezze che tendo sempre a mente quando studio un prodotto digitale nuovo. Sembrano piccole cose, ma se pensate subito e implementate fin dal principio, prevengono molto grattacapi da “gap di usabilità” successivi! Eccola per voi:

  1. SEMPLICITÀ. La linearità del linguaggio, l’assenza di gergo o costrutti di frase troppo complessi, ma anzi l’aiuto di icone e simboli per guidare gli utenti alla comprensione, sono sicuramente un’accortezza importante nella progettazione. Ecco che spunti grafici, infografiche e combinazione testo/icona consentono sicuramente un accesso più rilassato e veloce, a tutti i livelli di alfabetizzazione
  2. MULTILINGUA, SÌ.  La diversificazione delle lingue, fin dove è possibile, è un must. Oggi siamo aiutati da strumenti che hanno totalmente facilitato questo processo: si pensi a plugin come quello di Google per WordPress GTranslate, che permettono di tradurre in automatico un intero sito e si migliorano attraverso logiche di machine learning, apprendendo direttamente dal web… Sono strumenti low-cost, che ti permettono però di ampliare considerevolmente il raggio di destinazione del contenuto.
  3. MULTILINGUA, MA NON “A CASO”. Pianificare in anticipo è un MUST. In caso di multilingua, gli opportuni spazi per le traduzioni devono essere previsti anticipatamente (tipicamente l’arabo ingombra molto di più rispetto all’inglese, e se non lo prevedere prima dello sviluppo, avrete dispiaceri – e costi – non previsti). Anche le simbologie devono essere verificate e accertate, da cultura a cultura le differenze sono tantissime!

Accessibilità globale, la disabilità fisica o cognitiva

Oltre a individuare le diversità di lingua, linguaggio e approccio culturale alle comunicazioni, dobbiamo andare più a fondo e osservare ulteriori varianti.

Una volta infatti individuato il nostro destinatario tipo, descritto le Personas di riferimento ed individuato le attitudini e i needs di queste persone, il processo di comprensione di chi abbiamo di fronte non è terminato: vi faccio un esempio.

Ci possiamo rapportare con un target di medici e operatori socio sanitari e aver definito un linguaggio mediamente articolato e tipico. Ma attenzione, all’interno di questa popolazione, che già richiede un’attenzione specifica del linguaggio e dei contenuti, dovremo considerare anche le minoranze all’interno del gruppo.

Infinite le ragioni di questa diversità: aspetti legati alla disabilità o diversità fisica o cognitiva che devono e oggi giustamente pretendono di essere incluse nelle nostre considerazioni, fin dalle prime operazioni di ricerca.

Per fare qualche esempio: una persona dislessica o disgrafica, potrebbe avere serie difficoltà nella lettura. Una persona non vedente o con gravi limitazioni alla vista potrebbe aver bisogno di strumenti di lettura descrittiva oppure la possibilità di ingrandire il font a necessità. Insomma i casi sono davvero molteplici e variegati.

Tornando alla mia lista pre-progetto, ecco alcuni memo da tenere a mente:

  • FIN DALLA RICERCA INIZIALE – Includere fin dai primi step di analisi partecipanti con disabilità (sono oltre 1Miliardo nel mondo)
  • LA PAROLA NON DEVE NECESSARIAMENTE ESSERE SCRITTA – Ridurre al minimo la necessità di digitare testo, inserire input vocale, completamento automatico dei campi e interfacce sfogliabili. Dispositivi e applicazioni con reader vocale, del contenuto della pagina, multi lingua e assistenti vocali a disposizione per i più normali comandi di utilizzo. Scegliere contrasti e dimensioni font adatti ad una comoda lettura e dare la più ampia possibilità di personalizzazione
  • GERARCHIA VISIVA – Ma attenzione ai reader: per permettere una buona lettura, anche i contenuti devono rispettare un ordine prestabilito, in modo da agevolare la lineare comprensione del contenuto. E anche questo ordine deve riflettere sulla diversità del pubblico a cui è rivolto il contenuto: ad esempio, la nostra intuitiva lettura degli elementi da sinistra a destra è capovolta per i paesi arabi con la scrittura che parte de destra e così anche la gerarchia proposta deve esserlo!

La diversità dalla maggioranza

C’è un ultimo punto che vorrei percorrere in questo articolo sull’accessibilità globale. A volte, la differenza all’interno di un gruppo è anche più viscerale, intima e non per forza evidente agli occhi. Si pensi ad esempio alle differenze di classe sociale o di abilità. Si pensi ai mancini, molte volte non considerati nella produzione di prodotti fisici anche di uso comune. Ma non solo.

Le diversità sono di razza, di esperienza oltre che di genere e naturalmente di cultura e inserimento o classe sociale. Trovare un modo per parlare a tutti, senza discriminazioni e includendoli in una comunicazione adatta ad ognuno di loro è e deve essere nostro primo obiettivo, su cui riflettere subito, nelle primissime fasi di progettazione.

Un pensiero deve necessariamente andare a chi ha disponibilità tecnologiche inferiori o insufficienti. Accortezza che ancora una volta amplia e migliora l’uso dei prodotti digitali da parte di tutti.

  • La parola SEMPLICITÀ torna anche in questo contesto e aiuterà sempre a progettare prodotti accessibili
  • Per includere chi non ha disponibilità infinita di rete low-cost, prevedere contenuti consultabili anche offline e ridurre al minimo la larghezza di banda necessaria. Il test in modalità aerea è l’ideale per rendersi conto di come diventi universalmente usabile un prodotto in assenza di linea
  • Per lo stesso motivo mantenere gli aggiornamenti al minimo e pertinenti all’uso finale del prodotto e prevedere un sistema di cache locale

Mostriamo tutte le diversità di pubblico nelle nostre rappresentazioni visive: pelle di diverso colore, protesi o occhiali. Siamo tutti parte di un mondo diversificato e meraviglioso dove la tecnologia è riuscita davvero a raggiungere e accogliere davvero tutti.

L’accessibilità globale è il presente e il futuro. Non complichiamole le cose 😉

Facebook Podcast, Soundbites e Live Audio Rooms: ecco cosa ci aspetta quest’estate!

L’ultimo aggiornamento in casa Facebook riguarda una nuova esperienza per coinvolgere gli utenti all’interno del social: quella degli audio.

Dopo il successo di Clubhouse (che, nonostante le macumbe lanciate dai miscredenti, non demorde), e dei podcast sulle diverse piattaforme, che prendono piede sempre di più, anche Facebook, preso di invidia e in ritardo nella tabella di marcia, ha deciso di giocare con il trend degli ultimi mesi.

Sembra infatti che Zuckerberg e il team di Facebook siano ormai pronti a portare all’interno della piattaforma social la possibilità di creare conversazioni di soli audio in stanze private, esattamente come accade già su Clubhouse.

Qual è la differenza?

Rispetto agli altri social, Facebook vuole offrire un servizio “Premium” con molti valori aggiunti. Come Zuckerberg ha affermato, con “strumenti potenti come quelli usati dai professionisti, messi a disposizione di tutti. Questo vi darà la sensazione di portare in tasca, sul vostro smartphone, uno studio del suono”.

Si tratta, infatti, di una specie di studio di registrazione digitale a disposizione di chiunque. Uno strumento di editing che permetterà di modificare, migliorare il suono, di mixare le tracce e di applicare effetti vocali agli audio.

L’intelligenza artificiale verrà messa a disposizione degli utenti anche per registrare un audio pulito dai rumori esterni.
Il tutto si traduce in Soundbites, ovvero clip audio di breve durata, per catturare “aneddoti, barzellette, momenti di ispirazione, poesie e molto altro che fino a ieri non eravamo in grado di immaginare”.

IAKI - Facebook audio

Facebook Audio, non solo Soundbites

Oltre ai Soundbites, che potranno essere facilmente registrati dal proprio smartphone e pubblicati nella timeline, saranno presenti anche le Live Audio Rooms. Si parla quindi di stanze private per le conversazioni audio, in cui sarà possibile accedere da Messenger. Ma non è tutto…

Le novità infatti non finiscono qui. Dalle parti di Menlo Park non potevano mettersi il cuore in pace se all’interno della loro piattaforma social non fosse stato introdotto anche un altro strumento che sta diventando sempre più popolare, soprattutto tra i millennials: il podcast.

Zuckerberg promette infatti che dalla prossima estate sarà possibile ascoltare podcast direttamente dall’app di Facebook, anche in modalità background.
A dispetto degli altri social, avendo memorizzato per anni i nostri gusti personali, ci proporrà di volta in volta i podcast che sono maggiormente in linea con i nostri interessi. Praticamente come accade già su Netflix o Prime Video con i film e le serie tv.

IAKI - Facebook audio

Ciò renderà più facile agli utenti individuare nuovi podcast in base alle proprie esigenze, mentre ai creator di raggiungere e connettersi con nuovi ascoltatori.
Tutte queste esperienze audio permetteranno anche di inserire i sottotitoli e renderle così accessibili a chiunque con la possibilità di seguirle anche in modalità muto (come accade già per i video di Instagram).

Come sempre Facebook è pronto a cavalcare l’onda. D’altronde sembra che la sua specialità sia proprio quella di replicare le funzionalità di maggiore successo delle piattaforme concorrenti (e riuscirci).