Il 2016 per Twitter

Ormai da tempo Twitter non naviga in buone acque, sia per quanto riguarda la crescita della base utenti ferma a poco più di 300 milioni, sia rispetto alla quotazione in borsa che ha raggiunto i minimi storici.

Schermata 2015-12-22 alle 16.38.48

Anche per il 2016 le previsioni per la piattaforma di microblogging non sono delle migliori, anzi si direbbero proprio senza prospettive di crescita: per stessa ammissione dell’attuale CEO Jack Dorsey e del CFO Anthony Noto infatti non si attende una crescita significativa della base utenti. Tra le ragioni ci sarebbe l’esperienza d’uso del canale, che fidelizza in maniera meno rilevante le persone, a differenza di Facebook che si è radicato in maniera consistente nella vita e nelle abitudini delle persone.

Tra gli scenari peggiori che possiamo immaginare riguardo il prossimo anno di Twitter c’è anche lo spauracchio di un’acquisizione. L’ipotesi più rumoreggiata in rete sembra essere quella di Alphabet, che per rimettersi sul mercato dei social dopo il fallimento di Google+ potrebbe vedere una nuova prospettiva nei cinguettii.

Twitter dal canto suo ha in serbo qualche carta da giocare nel 2016, vediamo quali.

Nuove emoji
Con un annuncio di qualche settimana addietro è stato introdotto il supporto del sistema alle nuove emoji, avvicinando ulteriormente le possibilità di espressione a quanto le persone sono abituate nella vita quotidiana attraverso smartphone e tablet. Sì, anche il taco e il dito medio.

Immagini più grandi
Ma soprattutto non tagliate. Attualmente infatti viene effettuato un crop delle grafiche caricate insieme al tweet, riducendo l’impatto delle foto, peggiorandone la qualità oppure nel caso di grafiche amputandone porzioni significative che compromettono la corretta e immediata comprensione. In un annuncio risalente all’inizio del mese è stata introdotta la novità.

Logged out user base e advertising
In seguito all’introduzione, o meglio la sottolineatura, di un nuovo concetto relativo alla base di utenti Twitter non registrata o non loggata, si tenta di propagare un’idea diversa riguardo alla costituzione numerica dei fruitori di questo canale. Per dirla in parole povere: secondo Twitter le persone che consultano il sito sono molte di più di quanto viene registrato. Basti pensare ai tweet embeddati su siti terzi (come per esempio in questo articolo). Per questa ragione l’azienda californiana vuole introdurre una nuova tipologia di contenuti sponsorizzati, indirizzata in particolare a quanti non siano loggati.

Screen-Shot-2015-12-10-at-10.22.08-AM

Questo insieme di soluzioni sarà in grado di risollevare le sorti del sistema di microblogging?
È difficile dirlo con certezza, voi che ne pensate?

Noi sicuramente non possiamo che augurare un buon 2016 a Twitter e a tutti voi!

La moda è comunicazione Core Gender

Identità di genere. O identità e basta. Oppure solo genere. A me piace di più il termine neutralità. Il termine Core Gender, o identità di genere, indica “il genere in cui una persona si identifica (cioè, se si percepisce uomo, donna, o in qualcosa di diverso da queste due polarità)”. Essa non deriva dall’identità biologica della persona e non riguarda l’orientamento sessuale. Il focus è “si percepisce”. Paradigma secondo il quale, attraverso la contaminazione, l’integrazione, l’unione di mondi, la sovrapposizione di realtà, le identità sfumate e non nettamente divise, i codici di genere vengono completamente ribaltati. La moda oggi è questo. E la comunicazione ne è supporto, amplificando le potenzialità di corpi che dialogano e narrano storie che non hanno bisogno di etichette. Sono solo corpi. Così come gli abiti, sono solo tessuti che diffondono status, e non status symbol.

Le parole contengono altre parole, così come l’arte contiene altre forme d’arte, la fotografia, il cinema e molte altre forme di comunicazione. Andare in un luogo e fermarsi in altri mille luoghi. Guardare, scoprire, lasciarsi toccare da tutto ciò che ci circonda per disegnare una nostra idea di “cose”, è inquinamento comunicazionale. Questo è ciò che cercano le persone nella moda, un frullato di spunti. In questo contesto calza a pennello l’idea di moda di Alessandro Michele, il nuovo stilista di Gucci. Per lui gli accessori sono reliquie, macchine del tempo, e in passerella non pensa ad una collezione donna e una uomo, ma ad abiti che significano qualcosa solo in relazione alla linea, al corpo che li indossa. Tutto è libero da codici imposti. Qualcuno parla di “genderless” o di “gender free”, altri di “poli-gender“, altri ancora di “agender”. Il concetto è sempre lo stesso. Non sono gli oggetti che usiamo ad imporre un’identità, ma come vengono portati in giro, indossati, che vita loro viene data. Per fare un altro esempio a supporto: da Selfridges in Oxford Street a Londra, una catena britannica di grandi magazzini, viene azzerato il genere. Ci si sbarazza persino dei vecchi manichini che ricalcano l’anatomia femminile e maschile.

A chi non è capito di indossare la camicia del fidanzato? Oppure il maglione del papà? O di vedere un amico con la sciarpa dell’amica? Non è un paletto, è un’apertura mentale. Non ci sarebbero le community social se non ci fosse la multi-canalità, la combinazione di canali di comunicazione. Anche questo rientra nell’ambito “core gender”. Durante l’ultima edizione di Pitti Immagine Uomo 88 del 16 giugno, abbiamo assistito a molti esperimenti in questa direzione provenienti da marchi emergenti, italiani e non solo. Il fenomeno “core gender” indica sperimentazione. Io la penso così. Capi che diventano opzioni da combinare tra loro per creare qualcosa di nuovo. Opzioni neutre valide per tutti. In fondo lo stile à la garçonne esiste fin dagli anni ’40-’50. Evviva le sfumature. Evviva l’azzeramento delle etichette e la libertà di contaminazione.

Social TV. Il caso Eni come esempio di crisis management

Quando televisione e social media convergono in uno spazio di discussione ibrido, che sfuma i confini mediali intesi in senso tradizionale, si parla di Social TV. È il fenomeno che ha contribuito a portare il consumo televisivo a crescere di nuovo, dopo qualche pericolosa oscillazione verso il basso.
La possibilità di commentare in diretta e interagire mediante tweet, post e video apre prospettive inedite per il modello televisivo. Il pubblico non vuole più solo guardare uno spettacolo in TV, vuole partecipare ed essere protagonista. Ciò spiega il successo dilagante di format costruiti intorno all’interazione tra studio e casa, come reality, talent e talk show.

Twitter è per definizione lo spazio della Social TV, il social media che condensa la maggior parte delle conversazioni online sul tema televisivo. L’abbiamo visto bene ieri sera, quando Eni ha scelto i 140 caratteri per rispondere in diretta alle accuse della trasmissione di Rai 3 Report.

Report ha mandato in onda “La Trattativa”, il servizio che cerca di ricostruire il presunto affare da un miliardo di dollari dell’Eni per l’acquisto della licenza per sondare i fondali marini del blocco petrolifero denominato Opl245 in Nigeria. Per ribattere alle accuse e tutelare la brand reputation, Eni ha deciso di inserirsi nel flusso di hashtag su Twitter (#report) e documentare le proprie argomentazioni con link, immagini e perfino con un dossier online. Ne è nata una conversazione accesa che ha coinvolto profili privati e profili ufficiali.

Senza entrare nel merito dell’inchiesta, quello che conta sottolineare è l’impeccabile gestione social di Eni, che costituisce un ottimo esempio di comunicazione aziendale in ottica di crisis management e brand reputation. La risposta di Eni è stata puntuale e soprattutto in real-time. È forse la prima volta che nello scenario italiano un brand riesce a sfruttare così sapientemente la Social TV.

A dare maggiore spessore alla propria risposta contribuisce anche il fatto che l’azienda è intervenuta, oltre che dall’account ufficiale, anche dagli account personali di alcuni dirigenti, come quello di Marco Bardazzi (Communication Director di Eni) che ha risposto prontamente ad Andrea Vianello (direttore di Rai 3).

Il dispiegamento di una vera e propria task force social da parte di Eni rappresenta un esempio eccellente di crisis management (anche se in questo caso non si è potuto fare a meno di notare il ritardo con cui Report ha attivato la propria controffesiva, lasciando il fianco scoperto). Ma non solo: testimonia come per i brand sia sempre più necessario muoversi contemporaneamente su più canali e scegliere su quale giocare le carte migliori. Il caso di Social TV di ieri mostra infatti che il second screen vale – almeno – quanto quello televisivo.

Una stanza tutta per sé, la #BlueRoom di Twitter

Da alcune settimane anche in Italia Twitter ha inaugurato la #BlueRoom, uno spazio esclusivo allestito dal colosso dei 140 caratteri, un luogo in cui celebrità italiane e internazionali possono interagire con il proprio pubblico in modo nuovo.

Uno spazio intimo, una stanza tutta per sé, un divano per sentirsi a casa che accoglie gli ospiti con deliziosi cupcake personalizzati (e rigorosamente brandizzati). Ma anche schermi, Periscope e Twitter Mirror per catturare ogni momento e diffondere urbi et orbi questi contenuti esclusivi in tempo reale.

Gli strumenti privilegiati sono due nuove app Twitter, Twitter Q&A, che permette di realizzare (un po’ come la sessione di “Domande e risposte” di Facebook, attiva solo per i profili verificati) video in tempo reale per rispondere alle domande dei fan, e la Twitter Challenger app che consente ai fan di coinvolgere i personaggi in divertenti sfide.

Il primo ospite è stato Marco Mengoni, che ha scelto la #BlueRoom per svelare le date del suo tour.

Poi Fred De Palma, Costantino Della Gherardesca, Il Volo, i finalisti di Pechino Express, Gianna Nannini, Laura Pausini e da ultima Emma Marrone, che proprio nella Blue Room ha lanciato il suo prossimo disco con una grande festa dedicata (anche) ai fan e alla rete.

Ma non è finita qui. Alla serata dei Twitter Awards Antonella di Lazzaro, direttore di Twitter Italia Media, ha parlato della #BlueRoom come di un luogo dedicato sì alle celebrità, ma anche a politici, personaggi televisivi e, perché no, ai brand. Se Twitter confermasse questa direzione, la #BlueRoom rappresenterebbe uno strumento formidabile di amplificazione del messaggio che potrebbe riposizionare più di un brand su un target giovane e dinamico. E sicuramente le aziende non tarderanno a sfruttare le potenzialità di una piattaforma che può arrivare a raggiungere 18 milioni di utenti.

Quale sarà il primo brand a farsi avanti?