Il Virtual Office di Lark: stay hungry, stay smart!

Qualche mese fa per alcune aziende sembrava impossibile poter organizzare il lavoro di ogni giorno da casa, eppure l’emergenza virus ha costretto tutti a cambiare prospettiva e mentalità, verso una delle più veloci digital trasformation degli ultimi anni.
E così, in meno di due giorni, gli uffici di tutta Italia si sono attivati con:

  • Smart working
  • Telelavoro
  • Chat
  • Video-conferenze.

Ogni mattina, davanti al primo caffè della giornata, ci siamo ritrovati ad aprire non solo le email e l’agenda di lavoro, ma anche una sfilza infinita di chat e tool differenti per le video call del giorno.

E così, tra colleghi che a ogni ora ci contattavano su una chat diversa o programmavano call sull’ennesima app, ci è apparso davanti come una visione celestiale proprio lui… Lark!

Virtual Office: una feature per smartizzarli…

No, non si tratta del nome del nostro nuovo cane o animale domestico, bensì di una suite office di nuova generazione in cui abbiamo trovato un alleato perfetto per l’organizzazione del nostro lavoro. In realtà già vi avevamo spillolato tutte le best feature, ma per chi se lo fosse perso, con la piattaforma è possibile gestire i flussi interni di lavoro del proprio team da casa, in un unico workspace.

Pronti quindi a ripulire la memoria del vostro smartphone e PC, perché per calendar, documenti, chat e video-call vi basterà (finalmente!) una sola app.

In particolare, tramite la funzionalità di Virtual Office è possibile avviare una chat room audio che può contenere fino a 50 partecipanti contemporaneamente (per la gioia delle vostre orecchie!).

IAKI - Lark Virtual Office 1

Fonte: larksuite.com

All’interno del tuo ufficio virtuale potrai:

  • Visualizzare l’elenco dei partecipanti
  • Disattivare l’audio
  • Invitare nuovi membri a partecipare

E se avessi bisogno di assentarti per qualche “urgente” motivo (come l’arrivo del corriere che suona al citofono per consegnarti l’ennesimo acquisto online)? Potrai tranquillamente disconnetterti dal Virtual Office, lasciando la sessione in funzione per i membri del tuo team, e raggiungerli nuovamente in qualsiasi momento.

My Virtual Office is better than yours!

Le chiamate o le videochiamate presuppongono una pianificazione degli argomenti da discutere, un orario e dei temi prestabiliti. Insomma una vera e propria comunicazione intenzionale e, in un certo senso, in via più ufficiale.

Il Virtual Office si allontana dal concetto di “riunione” e cerca di replicare l’ambiente di lavoro tramite una comunicazione spontanea che fa sentire il team fianco a fianco, come se tutti i colleghi fossero alla stessa scrivania.
Di’ la verità, non ti manca scambiare due battute con il tuo “compagno di banco” mentre discutete delle prossime idee e avanzamenti di progetto? Beh, con Lark sarà un po’ la stessa cosa, ma potrete rimanere tranquillamente in tuta e senza pettinarvi: il bello del Virtual Office è che nessuno lo noterà!

E quando proprio non riesci a fare a meno delle videochiamate…

Il Virtual Office è fantastico, ma quando il tuo responsabile chiede di mostrargli il progetto a cui stai lavorando è inevitabile fissare un video meeting.
E allora perché utilizzare Lark anche in questi casi?
Semplice, oltre alla normale condivisione dello schermo, il tool permette ai partecipanti del meeting di condividere e modificare allo stesso tempo i propri documenti con diverse modalità di visualizzazione:

  • Modalità Free: i partecipanti possono scorrere il documento individualmente
  • Modalità Follow: i partecipanti seguono l’avanzamento della persona che sta condividendo il file

È inoltre possibile modificare le autorizzazioni del documento permettendo a tutti di apportare direttamente le modifiche su di esso in modalità “live”, in poche parole potrai lavorare sullo stesso file insieme ai tuoi colleghi. Fantastico, no?

IAKI - Lark Virtual Office 2

Fonte: larksuite.com

Pronti a farvi catapultare in un’esperienza di lavoro da remoto a 360°?

Lark: 5 motivi per scaricare l’office suite di nuova generazione

Se avete iniziato a leggere questo articolo, siete di quelli a cui non basta un Google Calendar, odiate Zoom e le chat di Skype vi rallentano. 
Whatsapp? “Mi distrae”.
 Mail? “Fa così 2003”.

E se, come me, soffrite di sdoppiamenti di piattaforme di organizzazione e reperibilità, potete risolvere–alcuni–vostri problemi scaricando Lark.
Cosa è Lark? Segnatevi la risposta che ripeterete ai vostri congiunti quando vi chiederanno come siete sopravvissuti allo smart working: Lark è una cosa che puoi installare nel tuo PC/MAC che, attraverso un sistema di chat, ti permette di:

  • Comunicare con il tuo team
  • Organizzare riunioni
  • Settare reminder
  • Creare riunioni
  • Fare chiamate
  • Archiviare documenti

“Vabbe’’’ – direte scettici – “conosco almeno altri 3 tool che fanno la stessa cosa”. Vero, ma non come la fa Lark.

Ecco perché oggi dedicherò del tempo a convincervi che Lark è diverso dai vostri altri 3 tool elencandovi i 5 motivi per cui, finito questo articolo, scaricherete Lark. 
E se io vi dedico del tempo, potete farlo anche voi arrivando alla fine di questo articolo.

1) Lark save the chat

Il sistema delle chat domina Lark, tutto passa attraverso un sistema di messaggistica.
All’interno della vostra “Organizzazione” avete la sotto-organizzazione che è il vostro “Dipartimento” e dentro ancora, i gruppi di conversazione e le chat con le singole persone. Per esempio: IAKI è una organizzazione che al suo interno ha i diversi dipartimenti, uno di questi è il Social Media.
Noi social abbiamo trovato il nostro hype nelle chat di gruppo, dove potete per esempio
fare annunci, che sono dei testi che rimarranno fissati in alto nel titolo della chat e che tutte le persone avranno sempre in primo piano. 
Gli annunci sono editabili da tutti i membri delle chat e possono essere aggiornati nel tempo. Ogni volta che lo aggiornate, in chat compare un messaggio. Questo è un po’ la legge di Lark: qualsiasi azione facciate, si crea un messaggio al gruppo, un po’ come il vostro like su Facebook a quella tipa che avete conosciuto e che poi è visibile alla vostra ragazza nel feed, per intenderci.

IAKI - Annunci Lark

Cosa altro potete fare? Pinnare i messaggi che ritenete importanti, tutti i Pin verranno archiviati a destra della chat per rimanere a portata di mano e essere un-pinnati quando non più importanti, anche dagli altri utenti delle chat.

IAKI - Pinnare Lark

E ancora: creare sondaggi passivo aggressivi nei confronti del resto del team: i sondaggi, come tutto quello che succede, finiscono nella chat e gli utenti possono votare. Addio Google Doodle Poll.
Vedete quell’icona rossa Buzzed? Se qualcuno del vostro team si fosse, involontariamente–si capisce–dimenticato una scadenza, o di rispondervi o mandarvi quel file o avesse fatto orecchie da mercante ai vostri tentativi di connessione, potete lasciare un simpatico Buzz, che emetterà un suono celestiale (anzi, no) nei suoi confronti.
L’abbiamo già detto che Lark è avanti?

IAKI - Sondaggi Lark

2) Lark: Real People in a Virtual Office

Se le feature delle chat non vi hanno ancora convinto tiriamo fuori il pezzone: il Virtual Office, l’eroe che non ci meritiamo.
Avete mai avuto bisogno di rimanere collegati con qualcuno per mantenere uno stream di conversazione sempre aperto? Mentre fate altro o mentre lavorate allo stesso progetto, ma su due documenti diversi, e dovete confrontarvi continuamente lavorando in parallelo. “Come una riunione”? No, come essere compagni di scrivania, ma meglio, perché potete mutare il vostro microfono se vostra madre passa l’aspirapolvere in “ufficio”. 
Il virtual office serve a questo: è una porta aperta nel vostro office con le persone all’interno della chat di gruppo. Fico, no?

3) Non c’è niente di male a parlare con i Reminder

Anche i reminder sono gestiti attraverso le chat, li troverete nell’elenco a sinistra di tutte le vostre conversazioni aperte e potrete “parlarci”: basta dirgli l’oggetto del reminder vi risponderà chiedendovi i dettagli.

IAKI - Reminder Lark

4) Siamo fatti della stessa sostanza delle emoji

Parliamoci chiaro, le emoji sono fondamentali. Quelli di Lark sono di un altro pianeta: potete permettervi di esprimere qualsiasi sfumatura di “OK” in stile Ranma 1/2.

IAKI - Emoji Lark 1

Questo è solo un assaggio delle possibilità a disposizione. La mia preferita? Attualmente oscillo tra “Ciabatta in faccia-slap” e “Fidanzata di Mark Caltagirone”. E buona primavera.

IAKI - Emoji Lark 2

5 – Le estensioni de p*tamadre

Se oltre a chat, video chiamate, calendario, virtual office, reminder, documenti condivisi, poll, avete bisogno anche di una fettina di c*lo, Lark ce l’ha: potete aggiungere estensioni alla app:

  • Assistente vocale
  • BOT
  • Traduzioni automatiche
  • Sistemi di approvazione automatizzati da regole, tutto accessibile dal modulo Workspace nel menù a sinistra

Non vi ho convinto a migliorare la vostra vita in smart working e a scaricare Lark? Your loss, ma non fatevi ingannare dalla mia faccia d’angelo… 👇

Design Thinking e la UX Design

Che cos’è il Design Thinking e come supporta la UX Design? Ogni sito o e-commerce che si rispetti può piacere o meno per estetica ma non può assolutamente prescindere dalla UX (User Experience), e non possiamo non prendere in considerazione questa variabile quando pensiamo a creare un sito web.
La UX Design non è di certo la formula magica che garantisce un incremento delle vendite online, ma, ad oggi, rappresenta un elemento imprescindibile per un e-commerce. Costruire una buona UX Design significa progettare un qualcosa che risponda alle esigenze dell’utente, rendendo la sua esperienza sul Web semplice, immediata e piacevole. Non si tratta quindi solo una questione grafica ed estetica, quanto di creare una struttura “architettonica” user friendly.

User, first

Il Design Thinking ci permette di capire a chi stiamo parlando: comprendere cosa questa persona voglia effettivamente sapere (o cosa ancora non sa di voler sapere!) ed essere in grado di formulare una risposta che sia, nei contenuti e nella forma, quella che – proprio quella, perbacco! – stava cercando.
Il Design Thinking non è altro che un approccio orientato al problem solving, a cui ricorriamo nell’UX design, utilizzabile in ogni ambito ove ci sia effettivamente una necessità di una persona che potrebbe essere interessata a quello che diciamo.

Le 5 fasi del Design Thinking

1) Empatizzare con il problema

Non a caso il primo step del Design Thinking è capire con chi vogliamo parlare e delineare quale sia il problema che vogliamo e possiamo risolvere per raggiungere l’obiettivo nostro finale.
Noi dobbiamo comprendere empaticamente il problema, ma attenzione: farlo non è una questione di intuizione, ma frutto di osservazione, fatta da consulenti esperti di comunicazione digitale, in grado di immergersi nell’ambiente fisico per ottenere la consapevolezza più profonda di quelle che sono le persone coinvolte, in quanto “Quello che pensiamo che i nostri clienti pensino, non è quello che pensano i clienti.”

2) Definire il problema

Compreso l’utente e raccolte tutte le informazioni nella prima fase, possiamo definire il problema. Attenzione, non stiamo parlando del nostro problema, stiamo parlando delle persone, che si spostano al centro di ogni nostro singolo pensiero. Questo ci aiuterà a non perdere mai di vista il percorso che dobbiamo intraprendere, che ha, come unica direzione, quella che passa dalla soddisfazione dell’utente e della sua esperienza sul web. I nostri bisogni saranno soddisfatti solo se la soluzione che troviamo risolve i problemi delle persone che, se non avessero il problema, soddisferebbero i nostri bisogni.

3) Idee, idee, idee

Se fatti bene i primi 2 step, abbiamo sicuramente già iniziato anche lo step n. 3: stiamo cioè già producendo, volenti o nolenti, le prime idee. Non ci sono regole per produrre idee, creative o funzionali, ma di certo ci sono numerosi strumenti per stimolare questo processo, alcuni molto noti quali Brainstorming o WPI (Worst Possible Idea) altri semplici, ma singolari, come ad esempio il Brainwriting.

4) Il prototipo

Ma che ci faccio con questa idea? Come capisco se è buona?
Si parte con una progettazione di una versione smart ed economica dell’idea/soluzione individuata come la migliore. Questo procedimento, da solo, può portarci indietro a definire meglio l’idea o crearne una nuova nel caso, già in fase produttiva, si capisse che non può funzionare.

Si pensi alla produzione degli step di un form per chiedere un preventivo o per iscriversi ad una newsletter personalizzata, si pensi alla produzione di un’app commerciale che ti permetta di visualizzare i tuoi acquisti e organizzare il reso: si può produrre un modellino in carta, o wireframe digitali semplici e immediati che ti permettono di comprendere subito quali potrebbero essere le criticità dell’utente nell’utilizzo.

5) Test

Prodotto il prototipo dell’idea più adatta a soddisfare i bisogni delle persone a cui voglio parlare, è il momento di scatenarsi con i test. Nessuno escluso (o quasi).

Si tratta di un processo fluido e rapido in cui arrivare velocemente al punto: stagisti e dirigenti, valutatori interni ed esterni, qualunque persona con le caratteristiche di coloro con cui vogliamo interagire è soggetto perfetto per questa fase e potrà verificare la bontà dell’impostazione del progetto, per poi procedere con più sicurezza alla produzione definitiva. L’unica persona che non deve testare il prototipo prodotto, è chi ha prodotto il prototipo.

Essendo la realizzazione in prototipo dell’idea non necessariamente del tutto corretta o del tutto da rifare, spesso da questo step si potrebbe dover tornare indietro: si può capire che l’idea non va bene e pescarne un’altra tra quelle buone, con cui provare una nuova prototipazione. Oppure può emergere che la definizione del problema è poco precisa e fuorviante nella creazione di idee / soluzioni. O ancora, possiamo comprendere ulteriori aspetti dell’utente finale non considerati precedentemente, nuovi bisogni che non erano emersi o problemi bloccati da risolvere prima di quello che sembrava il primo problema.

Design Thinking e la UX Design_1

Design Thinking e la UX Design fanno parte di un processo dunque non necessariamente sequenziale, iterativo e flessibile, basato sul continuo scambio tra designer e persone, al fine di comprendersi e soddisfare le proprie necessità nella navigazione.

Dopo questa analisi siamo certi che guarderete ogni sito in modo diverso. 😉
Diteci in base ai siti che frequentate di solito: quale secondo voi segue i canoni che vi abbiamo raccontato e quale invece avrebbe davvero bisogno di una bella revisione?

Advertising su TikTok: come e perché farla!

È l’app più scaricata del 2018, territorio della Generazione Z e apprezzata per le numerose feature che permettono agli utenti di esprimere la loro creatività in mille modi.
Insomma, se il vostro brand vuole comunicare a questa fascia di giovanissimi consumatori, dovreste assolutamente conoscere TikTok e incominciare a pensare allo sviluppo di una strategia di comunicazione per questo canale.

L’utilizzo di questa app è un fenomeno in ascesa anche in Italia e, come tale, non può essere ignorato dai brand che vogliono rivolgersi ai giovanissimi. Abbiamo già elencato i motivi per cui diventerà sempre più essenziale fare marketing su TikTok; oggi approfondiamo una di queste motivazioni: la possibilità di fare advertising. Dall’inizio del 2019 infatti, la piattaforma ha lanciato diversi formati di sponsorizzazione.

I formati di advertising disponibili su TikTok

  • Branded Takeover
    Si tratta di una creatività full screen (animata o statica) che appare all’apertura dell’applicazione.
    Questo formato permette sia di rispondere ad un obiettivo di awareness (es: lancio di una challenge), sia di portare l’utente su una landing page. Solo un brand al giorno per ogni paese può “prendere possesso”di questa tipologia di ad. Da qui il termine “takeover”. I KPI di campagna in questo caso sono: impression, clic e reach.
  • In-feed native video
    Questi contenuti sponsorizzati appaiono nella sezione “Per te”. La creatività è video in autoplay, alla quale si può aggiungere il tasto di call to action più adatto alla propria campagna (gioca, scarica, acquista…). Questo tipo di inserzione è perfetta per rispondere agli obiettivi di traffico o download; le metriche di misurazione delle prestazioni sono impression, clic, CTR, video views a 3 secondi, a 10 secondi e totali, tempo medio di visualizzazione e tasso di engagement.
  • Hashtag Challenge-ad
    Il meccanismo della challenge è diffusissimo su TikTok: un brand lancia un trend e relativo hashtag invitando gli utenti a produrre contenuti in linea con il trend. Il meccanismo ha lo scopo di creare awareness attorno al brand o ad uno specifico prodotto/servizio. Gli spazi sponsorizzati dedicati a questo formato sono diversi:
    – Banner dedicato nella pagina di ricerca e una posizione di rilevanza nella parte inferiore, in cui si visualizza l’anteprima dei video pubblicati con quell’hashtag.
    – Immagine e descrizione della challenge nella parte superiore della Challenge Page, alla quale si accede cliccando sul banner della pagina di ricerca. Subito sotto la description viene inserito  il disclaimer che dichiara la partnership di sponsorizzazione.
    Non è insolito che, per dare slancio all’attività, in una hashtag challenge vengano coinvolti dei TikToker, ovvero creator famosi sulla piattaforma con un numero elevatissimo di follower e soprattutto noti perché capaci di creare video virali.

Tra le case internazionali di rilevanza c’è sicuramente la challenge #wewillrockyou, lanciata in occasione dell’uscita del film “Bohemian Rhapsody” dall’account TikTok ufficiale @borhapmovie.


Tik Tok Bohemian Rhapsody

  • Branded Lenses
    Un formato fortemente customizzabile, creativo e potenzialmente virale per i brand: si tratta della creazione di maschere e oggetti 2D e 3D che gli utenti possono utilizzare inserire nei loro video. Queste feature rimangono a disposizione per 10 giorni, nei primi 5 viene garantita loro una posizione in evidenza nella sezione “Trendings”.

Si tratta di un formato interattivo e divertente, che crea una connessione diretta tra brand e la GenerazioneZ di TikTok, abituata a testare nuove possibilità per esprimersi.

Perché investire in advertising su TikTok?

  1. Per intercettare i giovanissimi, che rappresentano il core target della piattaforma.
  2. Se i vostri servizi e prodotti hanno punti in comune con TikTok: creatività, libertà di esprimersi ed essere se stessi, forte personalizzazione.
  3. Al fine di aumentare la vostra brand awareness, lanciando una challenge e aumentando così il word of mouth sul vostro marchio.
  4. Per le continue ottimizzazioni degli strumenti di advertising, come per esempio le possibilità (attualmente in beta) di targettizzare i contenuti per interessi, creare pubblici personalizzati e tracciare l’attività tramite pixel.

I motivi per pensare ad una strategia di marketing su TikTok sono molti insomma. Se con i nostri articoli vi abbiamo incuriositi e state pensando di aprire un profilo, abbiamo un’ultima tips per voi: passate a trovarci e studieremo insieme la strategia perfetta per il vostro brand!

TikTok: il social che fa rima con entertainment

TikTok è senza dubbio l’app del momento e se non ne avete ancora sentito parlare ci dispiace, ma o negli ultimi mesi avete vissuto su Plutone o… no niente, dovete per forza aver vissuto su Plutone. Ecco cos’è e perché è a tutti gli effetti il nuovo social del momento.

TikTok: il social per esprimere al meglio il tuo lato creativo (e divertirsi!)

Internet è un posto meraviglioso, quando pensate di averle viste tutte, ecco che dal cilindro del Web spunta l’ennesima novità, pronta a ridefinire gli standard dei social network e a conquistare gli smartphone il cuore dei teenager–e non solo.
Il fenomeno social del momento si chiama TikTok, arriva dalla Cina e, in pochissimo tempo, si è ritagliata il suo posto d’onore all’interno di App Store, tanto che nel 2018 è stata l’app più scaricata dai centennials.

Ma andiamo per ordine.
TikTok nasce dalla fusione con Musical.ly che, nel 2017, viene acquisito dal colosso ByteDance. 
Con il rebranding che ne consegue, l’applicazione non si presenta più come una piattaforma musicale in cui creare e improvvisare lip sync, ma si trasforma in un social dove mettere in mostra il proprio talento, improvvisare challenge e divertirsi.

Il pay-off dell’app è “Make every second count”, ovvero “Rendi speciale ogni momento”. Ed è così che l’app raggiunge il suo intento di intrattenere le folle, grazie ad innumerevoli features e aggiornamenti costanti. TikTok è diventata, quindi, a tutti gli effetti, una vera e propria app di videomaking, sbaragliando la concorrenza, e adesso vi spiego il perché.

TikTok: tante feature per l’app di intrattenimento che sta spopolando nel mondo

Il meccanismo con cui TikTok appassiona un utente che si approccia per la prima volta all’app è piuttosto immediato: nonostante le tantissime feature che offre, l’app risulta essere molto semplice e, volendo raggruppare le possibilità di utilizzo in macro-gruppi, possiamo dire che TikTok può essere utilizzato per creare video divertenti o semplicemente guardarli e interagire con essi. La creazione dei contenuti è supportata da innumerevoli funzionalità, quali l’uso di maschere, sticker, filtri (anche in realtà aumentata), la possibilità di creare tagli molto veloci e accattivanti che catturano l’occhio e che, volente o meno, ti tengono incollato allo schermo.
Tra potenzialità meno conosciute dell’app c’è inoltre la possibilità di modificare il video frame per frame, rendendo ogni contenuto più unico che raro. I newbie però non si disperino: se ancora non vi sentite creatori contenuti all’altezza, l’applicazione vi dà la possibilità di interagire con i video presenti nel feed e registrare una reaction da postare sul vostro profilo.

Tutti pazzi per TikTok: l’invasione dell’app di intrattenimento è appena cominciata

Sono tantissimi gli utenti di TikTok ed è difficile categorizzarli: abbiamo di fronte un mondo multiforme e composito formato da artisti, cantanti, attori, gamer, ballerini, comici, sportivi. Un buon inizio, per cominciare ad utilizzare l’app, può essere quello di lanciarsi nelle challenge e cercare gli hashtag per trovare i TikTokers da cui si è attratti.
Se l’obiettivo primario di TikTok è quello di far divertire i suoi utenti, possiamo tranquillamente affermare che, fino ad ora, ci sia riuscito benissimo, considerato che molti dei meme e dei video virali che abbiamo visto negli ultimi mesi sono nati proprio da lì.

TikTok mania: 5 motivi per fare marketing sull’app del momento

Il successo planetario di TikTok, come vi avevamo già accennato in questo articolo, non è passata inosservata agli occhi di moltissimi brand i quali hanno sfruttato le potenzialità dell’app per rinnovare la propria strategia social. Tirando un po’ le somme, vediamo 5 motivi per cui i brand dovrebbero continuare a fare marketing sull’app:

  • Solo l’Italia registra oltre due milioni di utenti attivi ogni mese; i numeri, ovviamente, si impennano notevolmente in Europa e in America;
  • Rispetto a tutti gli altri social network disponibili, TikTok ha un tasso di viralità altissimo–e qui non ci sono numeri a parlare, ma solo l’esperienza personale dopo aver aperto un profilo;
  • L’applicazione è popolata da influencer con centinaia di migliaia di follower;
  • La possibilità di coinvolgere community specifiche attraverso il lancio di challenge studiate ad hoc per un determinato target;
  • Il brand takeover, che consente di inserire inserzioni pubblicitarie nel flusso di video riprodotti dagli utenti

Insomma, in pochissimo tempo l’app è riuscita a farsi amare da migliaia di ragazzi/e, e siamo sicuri che non si sia giocata ancora tutti i suoi assi nella manica. Perciò tenetevi pronti, l’invasione TikTok è solo cominciata.

Creare un sito web: lo starter pack per cominciare

L’altro giorno mi sono imbattuta nell’articolo di Davide Pozzi, dal titolo “Quanto costa un sito web?”, un pezzo semplice e chiaro per chiunque, addetti o non addetti ai lavori.
Ho letto l’articolo tutto d’un fiato perché, per noi project manager del digitale 3.0, questo quesito fa parte delle 10 grande domande dell’esistenza, alla pari di “Perché viviamo?”, “Cos’è l’amore?” e “C’è la vita dopo la morte?”.

Diversi sono i fattori determinanti, concordo con Davide: in base alle decine di siti che ho visto e condotto alla nascita e alla rinascita (talvolta dalle ceneri) in questi anni, provo a razionalizzare anche io.

Gli step necessari per la creazione di un sito: da che parte cominciare?

Sia che si voglia procedere alla produzione di un sito da zero, che al rinnovo di un sito già esistente, si procederà con le seguenti attività:

  • Analisi del settore di riferimento
  • Analisi dei siti dei competitor
  • Analisi UX e proposta di funzioni
  • Alberatura e organizzazione dei contenuti
  • Produzione wireframe di template
  • Layout grafico
  • Sviluppo tecnico frontend e backend
  • Test e Fine-tuning
  • Project Management

Questo blocco di attività necessarie si dilata o si comprime a seconda della dimensione e profondità di un sito: un sito istituzionale statico richiederà uno sforzo minore rispetto ad esempio ad un e-commerce complesso. Un portale web, invece, richiederà potenzialmente un effort maggiore rispetto ad un sito dinamico di news.

Analisi del sito e customizzazione: tutti i fattori da tenere in considerazione per un sito web

Qualunque sia l’intervento (fare un sito, rifarlo o rinnovarlo) la fase di analisi è comune.
Il web sfreccia velocissimo sotto ai nostri piedi e, se non si impara a correre, si rischia di rimanere molto indietro. Per questo motivo, per ogni intervento importante sul proprio sito, sia anche di sola modifica grafica dell’interfaccia, vale la pena di investire alcuni giorni di pura analisi del trend di mercato e di settore, nonché della user experience per arrivare alla conversione, qualunque essa sia.

Occorre esaminare e catalogare tutto il contenuto e verificarne la fruizione attraverso i tool di analisi (ad esempio Analytics e i suoi diagrammi di flusso di navigazione) per cercare di capire le aree di miglioramento e le nuove tendenze di comportamento sul sito. Vi renderete conto di quanto non conosciate mai a sufficienza i vostri utenti: non a caso, si tratta pur sempre una “relazione”!

In tutto questo, dobbiamo tenere in considerazione due importanti fattori per la costruzione di un sito:

  1. Ormai i clienti sono più o meno digitali e vogliono poter intervenire in autonomia
  2. La possibilità di customizzazione del frontend

Per questo, in fase di creazione, è ormai imprescindibile l’uso di un CMS (rigorosamente open-source) che è completamente personalizzabile e permette, tramite l’editor, di accedere facilmente ai contenuti e attuare con facilità l’intervento voluto.

L’uso di CMS ha diversi ulteriori vantaggi: alleggerisce in parte la produzione tecnica e i relativi costi del sito. Quanto? Ancora una volta dipende. Dalla profondità della customizzazione, dalle necessità di intervento del cliente e dal CMS stesso scelto per il proprio sito. Sì, perché i CMS non sono tutti uguali. Il consiglio però sempre lo stesso: fidatevi dei più conosciuti. WordPress, Drupal, Joomla, Magento, Typo3 sono i più diffusi, i più testati ed aggiornati.

Semplificare per ottimizzare i tempi di produzione di un sito: libertà artistica e atomic design

Al netto delle esigenze di comunicazione e di efficacia del messaggio, per un sito le priorità di oggi sono: velocità di caricamento, responsività totale, qualità e coerenza nella presentazione dei contenuti.

Oggi, la moltitudine di dispositivi in circolazione e la crescente necessità di velocità nel passaggio fra le diverse pagine, ha totalmente cambiato la prospettiva: non è più pensabile lavorare pagina per pagina, si deve procedere per elementi che poi vengono assemblati tra loro per creare, prima il template, poi la pagina.
Questa ulteriore ottimizzazione è possibile solo con una stretta collaborazione e intesa tra reparto art e reparto tech che, come in un balletto, fin da subito si scambieranno materiali, opinioni e ottimizzazioni, nella piena consapevolezza che, alla fine delle danze il sito sarà più veloce e coerente nelle diverse pagine, mantenendo la qualità dell’idea creativa.
Dal momento che alcuni siti hanno qualche decina di elementi, mentre altri addirittura superano il centinaio, il costo non sarà calcolato per pagina, sezione o template, ma soppesando volume e complessità degli elementi in gioco. Semplificare è sempre e comunque la parola chiave dell’ottimizzazione di tempi e costi!

I tre elementi fondamentali (e obbligatori) per la gestione di un sito

Una volta creato il vostro sito, dovrete tenere a mente tre elementi imprescindibili:

  1. La produzione di contenuti: un aspetto molto importante, che potrà essere seguito direttamente dall’azienda cliente oppure essere demandata all’agenzia e al suo Team di Copywriters, SEO friendly.
  2. La consulenza SEO: a meno che il vostro sito non abbia un nome altisonante, diffidate sempre da chi offre questo servizio come facoltativo. SEO significa analisi del posizionamento, delle keyword più utilizzate per raggiungere il sito in modo organico e quindi gratuito, garantendo un posto sicuro nell’Olimpo di tutti i siti.
  3. Last but not least, la basic maintenance: i CMS sono strumenti imprescindibili, abbiamo visto, ma richiedono un minimo di manutenzione tecnica che non può essere sottovalutata. I plugin da aggiornare sono un insidioso esempio, dietro cui si insinuano labirintici bug capaci di mettere a rischio il funzionamento dell’intero sito.

Extra budget: l’importanza di gestire i costi extra per la felicità degli utenti

Tutto ciò che non è stato menzionato è da considerarsi budget extra e facoltativo.
Questi costi possono aumentare in modo considerevole l’effort per la produzione del sito, (fino anche al +50%!) ma spesso fanno parte di un progetto più ampio e a larghe vedute. Prendiamo ad esempio la marketing automation e i chatbot.

In un’era in cui tutte le attenzioni si stanno finalmente spostando sull’utente, è necessario procedere passo passo con lui, in modalità one-to-one: messaggi personalizzati sui canali più performanti, raccolta dati del singolo utente, lettura e utilizzo di questi dati per fornire una tra le più efficaci esperienze dell’utente sul sito. Un utente sarà perciò sempre più guidato verso la conversione, in quanto sarà il sito stesso a dare anticipatamente tutte le risposte evitando eventuali ripensamenti.

In conclusione, la creazione e la gestione di un sito web sono, come in tutti i casi, un investimento che può aiutarvi a raggiungere i vostri obiettivi, rendendo i funnel-bounce più radi, migliorando le conversioni e rendendo gli utenti più felici. Così, anche voi!

Pokémon Go, una nuova opportunità per i brand

Pokémon Go. Il post potrebbe finire qui per molti di voi e per due motivi: l’argomento non vi interessa oppure l’introduzione vi ha fatto ricordare che ci sono creature da catturare e che non state giocando da almeno 16 minuti.

E invece no, proseguiamo. Proseguiamo perché Pokémon Go è arrivato in Italia e sta mangiando velocemente il tempo, lo spazio su smartphone e di conversazione (on e off-line) e soprattutto l’equilibrio mentale di molti.

Su questo ultimo punto bisogna fare una riflessione seria, guardate questo video di 40 secondi che mostra cosa è successo quando Vaporeon, une dei Pokémon più rari del gioco, è apparso a Central Park (New York):


I brand possono sfruttare il fenomeno?

La mia risposta è sì. I marchi possono cogliere l’opportunità e cavalcare la cosa, non tanto entrando nell’applicazione quanto realizzando contenuti rilevanti per le persone appassionate del gioco ed entrando nel flusso di comunicazione che riguarda Pokémon Go. Ovviamente i contenuti realizzati devono avere l’intuizione giusta, un po’ di umorismo ed essere intelligenti. Non è sufficiente aggiungere un hashtag.

Ecco alcuni esempi interessanti:

Offline invece si possono sfruttare le le opportunità che il sistema offre. Si possono ad esempio creare eventi reali in zone “interessanti per l’App”, e attirare la gente verso questi luoghi fisici attraverso l’utilizzo dei moduli esca. Ovviamente l’azione deve essere coordinata e deve essere fatta una comunicazione corretta dell’attività. Il gioco, da solo, non basta.

Voi utilizzate Pokémon Go? Avete esempi interessanti di marketing legato all’applicazione da segnalare?

Ora mi scuserete, ma ho Rattata sulla scrivania e devo catturarlo. Lo faccio per lavoro, lo giuro.

L’evoluzione del mercato degli acquisti online

Cresce sempre di più il mercato degli acquisti online, per il 2014 sono stimate oltre 100 milioni di nuove esperienze d’acquisto (fonte Netcomm), ovvero acquisti fatti su siti web o attraverso delle App che gli acquirenti non avevano mai utilizzato prima. È quanto emerge nella terza rilevazione trimestrale dal titolo “Net Retail – Il ruolo del digitale negli acquisti degli italiani”, realizzata da Netcomm con il supporto di Human Highway.

Da quante persone è popolato il mondo dell’e-commerce del nostro Paese? 21,8 milioni di italiani hanno comprato online almeno una volta nella vita, di questi 10 milioni sono clienti online abituali ed acquistano la media di una volta al mese.

Tra i tanti interessanti dati della ricerca, ci preme sottolineare che tra 16 milioni di acquirenti online degli ultimi tre mesi si rileva che il 18% ha fatto almeno un’esperienza di acquisto utilizzando un’app su Smartphone e l’11% almeno un acquisto utilizzando un’app su Tablet. Inoltre, chi acquista tramite app, spende importi medi più elevati e con frequenza maggiore della media degli altri utenti che popolano il mondo degli acquisti online.

Il device utilizzato influenza dunque la frequenza d’acquisto? Sì, la ricerca sottolinea che chi acquista da smartphone lo fa più frequentemente, a parità però di importo medio speso che è sovrapponibile a quello di chi utilizza altri dispositivi. Ogni 100 acquisti online, 15 sono originati da un dispositivo mobile.

Chi sono gli e-shopper del 2014?
40 anni è l’età media, uomini per il 55,4%, tra questi molti i laureati e per lo più i clienti del web vivono nei grandi centri urbani. Gli e-shopper hanno le idee molto chiare su ciò che desiderano perchè giungono all’acquisto dopo essersi informati e confrontati con gli altri utenti, hanno quindi desideri lucidi e concreti, oltre ad essere molto esigenti.

Le richieste alle aziende riguardano gli sconti sui prodotti, la possibilità di provare e poter restituire subito il prodotto se non si è soddisfatti, la consegna gratuita e quella su appuntamento. Gli acquirenti del 2014 hanno inoltre un totale controllo del processo di acquisto anche grazie alla multicanalità che oggi permette di fare acquisti in qualsiasi momento della giornata da qualsiasi luogo e attraverso molteplici mezzi, che sia uno smartphone o la vetrina di un negozio in strada abilitata a essere un touch screen attraverso cui fare shopping. Tra i settori più gettonati come sempre spiccano viaggi e turismo, seguiti dall’elettronica, dai servizi assicurativi, dall’abbigliamento e dagli accessori.

Per le aziende diventa sempre più imprescindibile sviluppare una strategia digitale che comprenda la realizzazione di un e-commerce, è fondamentale puntare sulle versioni responsive dei siti per garantire una miglior user experience ed ampliare il customer engagement, è strategico sviluppare applicazioni ad hoc data la crescita di questo nuovo fenomeno per gli acquisti online.

E voi, avete già iniziato a comprare i regali di Natale sul web?

I dispositivi indossabili e il mobile advertising

Spopolano i “wearable device“, ovvero i dispositivi indossabili, gadget tecnologici in grado di raccogliere informazioni e archiviarle su Internet per gli utilizzi più disparati. Questo tipo di dispositivi utilizzano software che combinano principalmente quattro tipi di servizi: la geolocalizzazione, la connessione ad Internet, gli archivi cloud e le comunità social.

Il precursore di tutti i dispositivi “wearable” è stato “Google Glass”, i famosi occhiali che forniscono un servizio di realtà aumentata prodotto in collaborazione con Luxottica che ha già fatto la sua comparsa negli Usa.

Oltre agli occhiali, sono tantissimi i dispositivi indossabili oggi disponibili sul mercato: orologi (in arrivo nel 2015 l’Apple Watch), scarpe, cinture, apparecchi acustici, capi da abbigliamento, braccialetti, fasce toraciche. A livello mondiale nel 2013 sono stati venduti 6,2 milioni di wearable device ed entro la fine del 2014 le consegne nel mondo raggiungeranno quota 19,2 milioni, con una crescita del 209%. Nel 2018 si stima che saranno consegnati 111,9 milioni di dispositivi indossabili, il che porterà la crescita media annua (CAGR) nel periodo 2013-2018 ad assestarsi sul 78,4% (fonte IDC).

Quali nuove prospettive si aprono per la pubblicità su questo tipo di dispositivi?

I messaggi pubblicitari del mobile advertising assumeranno nuove forme, presumibilmente più coinvolgenti ed interessanti perché potranno essere inseriti anche degli elementi di realtà aumentata all’interno delle campagne pubblicitarie. Ikea ad esempio ha reso il proprio catalogo interattivo mostrando in tempo reale ai propri clienti, attraverso la tecnologia Google Glass, come si potrebbe trasformare la propria casa con i mobili scelti.

I dispositivi indossabili ci “accompagneranno” dunque negli acquisti, guidandoci direttamente nel punto vendita. Attraverso questo tipo di dispositivi sarà possibile targettizzare al meglio le campagne, facendo sì che gli utenti raggiungano il massimo del coinvolgimento.

Google qualche mese fa ha inviato una lettera alla SEC – Securities and Exchange Commission, l’autorità americana di vigilanza sulla Borsa, annunciando che in un prossimo futuro grazie alla diffusione dei dispositivi indossabili, degli elettrodomestici domotici e all’impiego dei sistemi Android sulle automobili, potrebbero arrivare sul mercato tipologie di advertising che renderebbero obsolete le classiche adv sul web. Annunci pubblicitari dunque non solo negli smartwatch e smart glass, ma anche a casa sui frigoriferi intelligenti e all’interno della propria auto.

Un altro settore che trarrà vantaggio da questo tipo di dispositivi sono gli sviluppatori di software, che produrranno nuove applicazioni realizzate ad hoc per i wearable device.

Tra i settori merceologici che saranno maggiormente coinvolti quello sportivo, considerati i tantissimi dispositivi a disposizione (dai cronometri ai contapassi, dai cardiofrequenzimetri ai contavasche per il nuoto) e il settore dell’intrattenimento, con la musica e la fotografia in cima alla lista delle applicazioni più usate.

Credits: Dan Leveille CC BY-SA 3.0

Yahoo! compra Flurry per imporsi nel mobile advertising

Yahoo! ha acquistato, pare per 300 milioni di dollari, la società californiana Flurry, specializzata in web analytics, mobile e app; si tratta della maggiore acquisizione di Yahoo! dai tempi di Tumblr e potrebbe essere una straordinaria opportunità per il mobile advertising.

L’obiettivo dell’azienda guidata dal Ceo Marissa Mayer è evidente: consolidare il proprio business sui dispositivi mobili e monetizzare le app mobile attraverso la realizzazione di soluzioni pubblicitarie ad hoc.

I concorrenti Google e Facebook controllano i due terzi del mercato delle spese in mobile advertising a livello mondiale, e per Yahoo! è evidentemente arrivato il momento di recuperare terreno.

Che opportunità offre questa acquisizione? Consente a Yahoo! di attingere ai molteplici dati raccolti dalla piattaforma Flurry, moltissime informazioni grazie alle quali gli sviluppatori mobile potranno ottimizzare le loro applicazioni. In questo modo Yahoo! potrà progettare e realizzare applicazioni utili e efficaci, che punteranno in modo mirato agli utenti, così da accrescere il loro valore in un’ottica di investimento pubblicitario.

I sistemi di analytics di Flurry sono utilizzati da 170 mila sviluppatori per un totale di oltre 540.000 applicazioni sulla piattaforma, dato in crescita da quando nel 2008 è nata la società.

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Fonte: Flurry Analytics

Il mondo degli investimenti pubblicitari sul mobile continua a crescere inarrestabile. Secondo Gartner, società multinazionale leader mondiale nella consulenza strategica, ricerca e analisi nel campo dell’Information Technology, il settore della pubblicità mobile varrà 18 miliardi di dollari alla fine di quest’anno (fonte Sole24ore).

Cosa ne pensate, Yahoo! riuscirà davvero a scalare il settore del mobile advertising, garantendosi una fetta maggiore del mercato al momento capitanato da Google e Facebook? I dati sono a suo favore, da quanto dichiarato da Yahoo! i ricavi del display advertising sono infatti cresciuti di oltre il 100% anno su anno, trainati dal numero crescente di persone che accedono al sito da un dispositivo mobile.

Staremo a vedere.


[Fonte foto Marissa Mayer: Lionel Cironneau / Associated Press]