Cinemagram: un nuovo canale per il Viral Marketing

La produzione di contenuti user-generated provenienti da mobile costituisce una risorsa importante per i brand per due ragioni strettamente legate tra loro: l’immediatezza e la portabilità dello strumento. Nel mercato delle applicazioni mobile l’eccellenza è rappresentata da Instagram, che ha spianato la strada alla successiva ondata di cloni e spin-off.

Nei primi mesi del 2012 debutta una nuova applicazione chiamata Cinemagram, inizialmente a pagamento, viene resa gratuita e guadagna nelle prime sei settimane il primo milione di utenti. La sua peculiarità in termini di contenuto è focalizzata su una soluzione ibrida tra foto e video, le gif animate, attingendo a piene mani dal trend grafico dei cinemagraph. Questa scelta originale ha fatto sì che il terreno non fosse il medesimo di Instagram, scansando così la competizione diretta e evitando al contempo l’inutilità delle applicazioni di video-sharing. I cines (pronunciato cinnies) comprendono una componente ludica da non sottovalutare, ogni cine richiede un minimo di impegno per comporre un’animazione divertente, cimentarsi per ottenere il risultato desiderato è un’operazione che coinvolge l’utente senza che disponga delle competenze di editing normalmente necessarie.

Quale avvenimento consacra un’applicazione nell’empireo digital? L’interesse dei brand. A partire da agosto infatti, con il lancio dei “remix”, alcuni tra brand, artisti e produttori di contenuti, hanno iniziato a collaborare con il progetto mettendo a disposizione dei clip video di loro proprietà affinché possano essere editati dagli utenti tramite l’applicazione. Il risultato? Una produzione di user-generated contents raggruppati in una pagina personalizzata graficamente e orientata al Viral Marketing. Tra questi possiamo citare Paramount con Paranormal Activity 4, RedBull e la band One Direction.

Quali sono i vantaggi di un’operazione di marketing su Cinemagram?

  • È semplice da usare, quindi genera un alto livello di interazione con i contenuti
  • Lo sharing su Facebook, Twitter e Tumblr (regno incontrastato delle gif animate) potenzia la viralità dei contenuti
  • La possibilità di ricavarsi una posizione di pioniere del mezzo

In Italia questo fenomeno non ha ancora conosciuto un’esplosione vera e propria, ma alcuni pionieri iniziano a cimentarsi, come Fabio Alisei di Radio DeeJay e I MURR.

Voi avete già creato il vostro primo cine? Io ne ho fatto uno al mio vicino di banco.

Twitter e le rivoluzioni, al Festival di Internazionale

Quest’anno abbiamo partecipato attivamente alla sesta edizione del Festival di Internazionale a Ferrara, e se avete seguito i nostri account Twitter e Instagram, avrete avuto modo di partecipare con noi alle discussioni e agli incontri più interessanti.
Eravamo lì in particolar modo per il grande peso che i nuovi media stanno acquistando anche e soprattutto nel settore del giornalismo. Da una parte, abbiamo il piacere di curare con i nostri clienti diversi progetti editoriali di Facebook e Twitter marketing (e non solo); dall’altra, sono gli stessi confini del giornalismo a essere messi in discussione e ridefiniti come effetto dell’uso che le persone fanno dei social media: capire questo e le sue conseguenze è fondamentale per costruire le giuste social media strategy.

A distanza di qualche giorno vogliamo riflettere su quello che è emerso dalle nostre chiacchierate con Shawn Carrié – attivista newyorkese di Occupy Wall Street con un passato da Social Media Analyst presso EMI – e con Sultan Al Qassemi – giornalista e commentatore della Primavera Araba che scrive anche per The Huffington Post – a proposito di Twitter marketing, Social Media e citizen journalism.

Ecco cosa ci ha detto Shawn.

I social media hanno una funzione molto importante per i movimenti e le rivoluzioni degli ultimi anni. Come li avete usati durante l’occupazione di Zuccotti Park e come usate Twitter ora?

Il giorno dello sgombero da Zuccotti Park abbiamo potuto avvisare migliaia di persone grazie alle nuove tecnologie. E migliaia di persone ci hanno raggiunto guidando da altre città in piena notte. I social media, se combinati con qualcosa di reale e concreto nelle strade, hanno la capacità di far muovere le persone, di farle uscire di casa per andare in strada. La comunicazione può essere sia interpersonale che digitale, ma la cosa importante è che sia sfruttata per condividere informazioni.

Ti consideri un Twitter-addicted?

Uso moltissimo Twitter, è molto utile, anche se è importante ricordare che non si sostituisce la comunicazione “reale” e interpersonale. Non è tutto digitale, la rivoluzione è anche nelle strade. Queste due cose però possono interagire molto bene. I social media sono sempre stati molto importanti per creare una narrazione alternativa a quella dei media tradizionali: le narrazioni provengono da noi e raccontano le nostre storie, a differenza di quanto succede con i media “mainstream”.

Aggiungiamo a questi spunti quello che ci ha detto Sultan Al Qassemi, che abbiamo incontrato a margine del panel “Me l’ha detto l’uccellino”. Con lui abbiamo approfondito il discorso sull’utilizzo di Twitter e del Twitter marketing nel dettaglio, nel periodo attuale, post-primavera araba, sulla libertà di informazione e il citizen journalism. Che effetti ha avuto Twitter sulle dinamiche offline e sulle interazioni tra le persone? E ancora: Twitter ha destabilizzato il mondo del giornalismo a tal punto da sostituire le agenzie di stampa?

Quale pensi che sia la funzione più importante dei social media, ora, a più di un anno di distanza dalla primavera araba? E qual è la differenza maggiore tra “citizen journalism” e giornalismo tradizionale?

Twitter è uno strumento ancora molto importante e utile, ma allo stesso tempo è diventato anche uno strumento di oppressione. I governi ora sanno quanto questo media sia importante: ci sono agenti di polizia su Twitter che si occupano di controllare messaggi e “cinguettii” degli attivisti. Anche se c’è in corso una rivoluzione, infatti, è bene ricordare che la libertà di informazione non è aumentata poi così tanto in Egitto. Nel Golfo, credo che abbia fatto dei passi indietro. Il ruolo del “citizen journalist” diventa allora molto più importante oggi di quanto non fosse prima delle rivoluzioni. In passato i regimi talvolta ammettevano pubblicazioni critiche, ma oggi i governi post-rivoluzionari si sentono minacciati dalle rivendicazioni del popolo. I media di stato sono usati soltanto come strumenti di propaganda. I social media, Twitter e i blog sono invece utilizzati per contrastare la propaganda del governo.

Durante la panel discussion “Me l’ha detto l’uccellino”, Luca Sofri ha detto che talvolta Twitter è meglio delle agenzie di stampa. Cosa ne pensi? 

Talvolta c’è bisogno della stampa tradizionale e dei giornali, perché c’è bisogno che qualcuno verifichi le fonti editoriali. Spesso sui social ci sono account fake o che diffondono “chiacchiere”. Non si può dire questo è meglio o quell’altro è peggio. I nuovi media hanno però messo sotto pressione i vecchi media: gli utenti ora vogliono informazioni autentiche e accurate. Su Twitter si hanno pochi secondi di tempo e un minuto o due di ritardo rispetto ad un altro canale possono fare la differenza. Di certo questi media stanno cambiando il nostro modo di comunicare e di parlare. Magari tra 5 o 10 anni, potremo guardarci indietro e capire davvero se i social media hanno prodotto un’informazione migliore rispetto a quella dei vecchi media.

Dalle conversazioni con Shawn e Sultan abbiamo avuto conferme, trovato spunti di riflessione e imparato qualcosa. Twitter e gli altri social media sono strettamente intrecciati con le rivoluzioni, sia che si parli di movimenti di cittadini, sia che si parli del modo di produrre e far circolare l’informazioni, sia che si parli di social media marketing (in questo caso Twitter marketing).

Dal punto di vista del giornalismo online, ed è la cosa bella, questo è soprattutto una sfida e un arricchimento.

Da una parte fornire dei contenuti sempre più curati, pertinenti e tempestivi agli utenti. Dall’altra, coinvolgerli, farli partecipare in maniera attiva alla conversazione, accettare i loro contributi e integrarli correttamente in un quadro narrativo più ampio. Non due mondi in contrapposizione, quindi, ma due ambienti che devono incontrarsi per costruire contenuti che abbiano valore per entrambi: una social media strategy che parte dall’ascolto e dall’osservazione dell’uso che le persone fanno dei media sociali, il motivo per cui siamo andati a Ferrara, e per cui probabilmente ci torneremo.

Il Customer Engagement va in orbita

Red Bull ha portato il Customer Engagement su un livello mai sperimentato prima.
Anche se, come qualcuno fa notare, Red Bull Stratos non è poi tanto diverso da quello che faceva Sector No Limits una 15ina di anni fa con testimonial come Patrick de Gayardon, a parte che c’è Internet di mezzo.

E, in effetti, la presenza di Internet è tutta la differenza. Non solo come potenza di buzz, cosa di per sé non da poco, ma perché ha spostato l’accento della comunicazione di marca sui contenuti: sul content marketing. E sul fattore di engagement che ne deriva.

15 anni fa, in pieno paradigma televisivo, Patrick de Gayardon e tutta la scuderia di testimonial Sector erano appunto soltanto dei testimonial, degli sportivi estremi che diventavano personaggi televisivi portando con sé il logo Sector e i valori della marca: che era pienamente co-protagonista della comunicazione.

Quello che oggi è cambiato, grazie al paradigm shift internet, è che il volo supersonico di Felix Baumgartner è protagonista assoluto di un’operazione di cui Red Bull è “soltanto” finanziatore e, soprattutto, media company. Perché, ha prodotto un contenuto video scientifico/sportivo che stato guardato da oltre 8 milioni di persone live su YouTube e che genererà anche un documentario BBC in onda a Novembre negli States sul National Geographic Channel.
La marca diventa invisibile, cedendo il passo al contenuto e all’atleta. Come nota AdFreak, infatti, la marca è “omnipresent yet invisible”.

Facendo un passo indietro a favore dei contenuti, Red Bull aumenta la sua visibilità e la sua capacità di fare engagement, al punto che qualcuno già addita l’evento come prossimo oro a Cannes nella categoria special events e live advertising. E a giudicare dal numero di spoof istantanei (qui di seguito vedete quello di Conan o’Brien e, sotto, quello di Ogilvy Vienna, con i Lego), tendo ad essere d’accordo.

Produrre contenuti nell’era del feedback totale

Nonostante io di mestiere faccia il copywriter, non ho scritto tanti spot per la radio.
Infatti, penso che non ne siano andati in onda più di sei.
Di tutti questi, l’unico di cui sono certo del successo è quello che abbiamo scritto per Zucca. Non è che a me piaccia più degli altri, ma nel corso dei mesi abbiamo notato che tante persone su internet avevano iniziato ad usare una frase dello spot (Sei solo oliva e ombrellino) per insultarsi amichevolmente e prendersi in giro. Oggi lo spot ha 40mila visite senza che nessuno spendesse un soldo per quel traffico, e per fortuna il fenomeno è ancora documentato qui.
Sulla base di quell’apprezzamento abbiamo preso molte decisioni successive, sia sulla pianificazione degli altri spot, sia sul progetto di Zucca in generale.

Mentre mi interrogavo sulle implicazioni culturali di questo fenomeno ho scoperto una cosa guardando la tele.
ABC manda in onda Once Upon Time, una serie tv prodotta da Disney che mi ha consigliato di vedere una nuova collega: gli scrittori della serie, ogni giorno dopo la diretta, si mettono attorno a un tavolo con tutti i tweet che sono riusciti a raccogliere sull’argomento e si fanno un bell’esame di coscienza e di social media strategy.

Will Wright ha creato The Sims, il videogioco di successo più amato dalle ragazze di tutto il mondo. Ogni tre mesi il suo studio, la Maxwell, rilasciava un’espansione a pagamento di 30 $ che conteneva aggiornamenti del gioco. Recentemente Wright ha dichiarato che la maggior parte di quei contenuti venivano sviluppati a partire da quello che le giocatrici scrivevano nei forum e nelle community dedicate a the Sims.

Reagire e misurare la propria offerta col feedback online non è sempre una storia di successo. A volte è anche un buona social media strategy per sopravvivere a un clamoroso FAIL. La Bioware ad esempio ha chiuso la sua epica saga spaziale in tre parti, Mass Effect, con uno dei finali più villipesi della storia dei videogiochi. Ma nell’arco di due mesi aveva sviluppato una patch rettificandolo: adesso almeno una parte di quelle persone che ora li odiano non sta più progettando di travolgere il gatto della producer con la propria auto.

Questo scenario apre interrogativi importanti sull’arte e l’autonomia artistica, in un mondo in cui il successo è sempre più influenzato dal feedback positivo o negativo. Fortunatamente io faccio il pubblicitario e quindi il problema dell’autonomia artistica l’ho risolto alla radice, scrivendo delle cose che fanno vendere di più.

(Anche questo post è stato scritto raccogliendo feedback in tempo reale, infatti ho tolto i punti in cui Gaël, leggendo, ha scosso la testa sconsolato).

Realtà aumentata, evoluzioni e scenari

La applicazioni di realtà aumentata sono pronte per allungare il passo. L’ultima ricerca di Nielsen indica che l’interesse per queste app digitali è in ascesa come quello per l’acquisto di smartphone.
La realtà aumentata si concentra per la maggior parte nel settore Android ed IOS che negli USA occupa oltre l’80% del mercato. Non è un caso che le compagnie telefoniche si spingano sempre di più su abbonamenti che premino pacchetti dati e navigazione web da mobile con il device compreso nel deal.

In contemporanea con questa crescita, sempre più applicazioni di realtà aumentata vengono incorporate nei dispositivi, fornendo una piattaforma interessante per gli inserzionisti pubblicitari e il marketing. Queste due forze di mercato combinate hanno il potenziale per trasformare l’esperienza interattiva giorno per giorno del consumatore. ABI Research riporta una forte crescita nei browser AR per Android di Google e le piattaforme Apple per iPhone. Tanto che un mercato che ha iniziato a soli 21 milioni di dollari di ricavi nel 2010 si prevede possa raggiungere i 3 miliardi entro il 2016.

In questo ultimo periodo un grande baccano ha investito la rete successivamente alla presentazione della prima demo ufficiale del progetto Google Glass, il nuovo sistema (non ancora disponibile commercialmente) che attraverso un supporto ottico (occhiali e micro-display) permette di visualizzare nel nostro campo visivo informazioni e layer virtuali informativi. Molte aziende e utenti in rete si sono scatenati informandosi sulle reali possibilità di fare realtà aumentata, e soprattutto business con questa nuova e pionieristica tipologia di device. Gran parte delle specifiche è ancora celata dal segreto ma da quanto visto sino ad ora ci troviamo davanti a degli occhiali seethrough davvero interessanti. La mixability di queste tecnologie innovative presentate in anteprima da Google insieme ad una piattaforma software appropriata possono auspicabilmente far esplodere il fenomeno realtà aumentata in modo molto più rapido di come ipotizzato nei dati che segnalavo nel mio precedente post ma le perplessità di molte persone sono sul rischio e l’invasività che tali device possono avere nella nostra vita.

La tecnologia non deve migliorare la qualità e prospettiva di vita? Al momento la risposta tarda ad arrivare, ma in campo realtà aumentata le novità sembrano non finire e a questa domanda risponde indirettamente ma solo sul versante del miglioraramento del tasso di produttività, Microsoft, che ad oggi nicchiava in questo segmento tecnologico. L’azienda ha mostrato infatti da poco, ad una conferenza ad Austin, in Texas, un nuovo sistema di realtà aumentata : il MirageTable.

Il dispositivo, consente la digitalizzazione immediata di oggetti fisici, visualizzazioni prospettiche in 3D e l’interazione con le mani nude, senza guanti o puntatori speciali. Ma soprattutto, Mirage Table, consente agli utenti che si trovano in luoghi diversi di interagire tra di loro come se si trovassero ad una reale conferenza, in un modo fisicamente realistico, disposti tutti attorno ad un tavolo. In poche parole, la storia SCI-FI teorizzata in Minority Report sta per concretizzarsi? Non proprio ma andiamo avanti.
Il MirageTable utilizza un videoproiettore 3D  per trasmettere delle immagini su un foglio di plastica bianca curva posto di fronte dell’utente. A ciascuna estremità, si trovano i sensori della Microsoft Kinect camera (si il Kinect quello che i ragazzini usano per giocare), usati per monitorare la direzione dello sguardo di ciascuno nonché per catturare la forma e l’aspetto degli oggetti posti sulla superficie e del partecipante seduto dietro.
Gli utenti sono inoltre tenuti a indossare gli occhiali per vedere l’immagine proiettata in tre dimensioni. Gli utenti in questo caso possono interagire con questa “realtà parallela” spostando e afferrando gli oggetti e condividendo in modo reale non solo gli oggetti ma anche lo spazio del tavolo di fronte a loro. I ricercatori hanno dimostrato che il sistema potrebbe anche essere utilizzato per consentire un bowling virtuale!

Sarà, ma almeno per ora le scarpette da bowling me le tengo strette…..

Il customer engagement e il remix

Siri sta generando una forma di customer engagement spontaneo. Per quale Brand? Siri, naturalmente. E di conseguenza per Apple.
In rete ci sono da mesi tantissimi spoof video su Youtube: talmente tanti e divertenti, che qualcuno ha già stilato le classifiche dei migliori.

Personalmente, trovo geniale questo qua sotto:

httpv://youtu.be/hckrig2BwNY

Non è recentissimo, ma resta un bell’esempio di virale (effetto, non filmato… mi raccomando;-) ): Siri usata come partner in un duetto canoro. Oltre a essere un divertentissimo video geek, è pure una bella self promotion per l’autore e per la sua app.

L’effetto Siri è un customer engagement talmente grande che non si ferma alla rete, ma riceve una consacrazione pure dalla TV, come nella divertentissima serie “Big Bang Theory”:

Ora, potrà pure essere un’operazione di product placement e di marketing virale da parte di Apple; tuttavia resta il fatto che Siri esprime il potere di customer engagement che la tecnologia ha, quando tocca le corde giuste di certi comportamenti umani. Nel caso di The big Bang Theory, l’innato desiderio (maschile) di avere una donna che ti ascolta e fa sempre quello che dici: una geisha geek.

Da un punto di vista più ampio, di comunicazione, il comportamento che ha scatenato il customer engagement spontaneo è l’innata tendenza delle persone a far propri i contenuti che trovano piacevoli o divertenti, a remixarli.

Prima di Siri, un altro caso eclatante fu The Kinect Effect (uno dei vincitori del vincitori del premio Ads worth spreading del TED), che vedete qua sotto:

httpv://youtu.be/diy7rkWkDtU

Provate a googlare kinect mashup e vi renderete conto di cosa ha scatenato l’arrivo di Kinect. Ha ragione Kirby Ferguson, quando dichiara che la creatività è remix: nel caso di Siri e di Kinect è proprio andata così.

 

Facebook: feedback negativi VS customer engagement

In un modo probabilmente impossibile fino a qualche anno fa, Facebook permette oggi alle marche di aggregare le persone in un unico luogo, instaurare un rapporto diretto con loro e intrattenere conversazioni rilevanti. Un’opportunità enorme sia per i love brand con pagine da milioni di fan, sia per le piccole aziende radicate nel territorio che si fermano tre zeri prima, le organizzazioni o i personaggi pubblici. È il classico caso in cui le dimensioni non contano, ma a contare è il tipo di relazione, e la sua coerenza con i propri obiettivi di comunicazione.

Un’opportunità che va colta nel modo giusto. Un recente articolo di Ekaterina Walter su Fast Company indaga la questione da una prospettiva interessante: quanti feedback negativi ricevono le pagine? Ovvero, in altri termini: quante relazioni rischiano di interrompersi, e perché questo avviene?

Secondo uno studio di PageLever, il 2% delle visualizzazioni dei post genera dei feedback negativi. In questi casi, due volte su tre l’utente decide di nascondere tutti i successivi aggiornamenti della pagina dal proprio newsfeed, mentre gli altri comportamenti negativi, in ordine di frequenza, sono l’hide al singolo post, la segnalazione della pagina come spam e l’unlike.

Perché succede questo? Riprendo in negativo le soluzioni che individua la Walter:

  • Topic: i contenuti sono inaspettati (in senso negativo) e non rispettano le aspettative degli iscritti alla pagina.
  • Voice: il tono di voce è disorientante, è cambiato troppo spesso e non è riconoscibile.
  • Frequency: non è bello trovarsi in timeline cinque post dello stesso brand nel giro di un’ora, no?

La combinazione di questi tre fattori può spiegare ad esempio perché le persone segnalano una pagina come spam più volentieri di quanto tolgano il like:  in quel caso non è il brand ad essere sbagliato, ma i contenuti che propone. Non bisogna dimenticare, infatti, che Facebook è sì un’opportunità per le marche, ma lo è soprattutto per le persone: se si accorgono di aver sbagliato posto, semplicemente lo lasciano.

A volte il problema può anche essere il modo in cui in quel posto ci si è arrivati. Un altro motivo per cui le dimensioni non contano è proprio questo: l’ampiezza della fanbase non è un valore se non è accompagnata dalla sua qualità, e quando invece è semplicemente il risultato di strategie di acquisizione (anche adv) non coerenti, la possibilità che i feedback siano negativi aumenta.È invece normale e giusto che ci siano livelli di engagement diversi tra i fan. A un nucleo di persone attive e estremamente coinvolte (la vera e propria community) si aggiungono tutti coloro che sono in qualche modo interessati al mondo del brand.

La sfida del social media marketing che ha come obiettivo il customer engagement è proprio questa: instaurare relazioni con le persone partendo dall’ascolto, dando loro i contenuti a cui tengono davvero, con l’ampiezza e l’approfondimento giusti a tenere insieme coerentemente tutta la fanbase. Limitare così i feedback negativi, e creare le condizioni per il passaparola positivo. La conversazione e il customer engagement sono i veri valori: per le marche e per le persone.

Fare del bene attraverso Foursquare? Sì, è possibile.

Foursquare non è solo un celebre social network basato sull’incrocio tra localizzazione e interessi, ma anche una splendida opportunità per i brand di poter effettuare operazioni di charity.

Molti sono infatti i grandi brand che sono riusciti ad intraprendere iniziative benefiche grazie al popolo dei check-in. Una modalità di coinvolgimento che prevede, per sua natura, un’azione fisica e reale si sta dimostrando perfetta per spingere le persone a supportare una causa, mentre il ruolo dei brand coinvolti è spesso quello di amplificatori ed endorser del messaggio.

Marchi come Kraft, Paypal (in collaborazione con Microsoft) o Starbucks, hanno avviato delle vere e proprie campagne di donazione grazie ai singoli check-in delle persone, anche in occasione di grandi manifestazioni internazionali come il The South by Southwest® (SXSW®) Conference che si tiene ad Austin, in Texas, ogni anno.

In questo modo l’onnipresente componente ludica che da sempre alberga in Foursquare (check-in, badge e punti per scalare la classifica della propria rete) si unisce alla capacità di raccogliere denaro per cause nobili, ma soprattutto veramente utili.

Questa partnership tra solidarietà e geolocalizzazione ha portato i suoi buoni frutti con risultati spesso da record come nel caso della “Check-in for Charity throughout Austin” che è riuscita a raccogliere ben $15.000 in donazioni in pochissimo tempo.

Meccanismo benefico in tutti i sensi, pronto a stimolare una sana competizione fra gli utenti e a dimostrare – ancora una volta – il volto buono dei media sociali, che sempre più rispecchiano le interazioni del mondo reale e le portano in un luogo dove è molto più facile rendere il messaggio globale.

Avete sentito di altre iniziative simili legate alla geolocalizzazione, o all’utilizzo del social web per rendere il mondo un posto migliore? Credete anche voi che il fatto di spingere le persone ad avvicinare offline ed online sia il vero motivo per cui Foursquare è stato scelto da molti brand per portare avanti operazioni di questo genere?

Dove sta andando Pinterest: 7 domande a Pinterestitaly

Pinterest è uno dei fenomeni sociali più seguiti del momento, ne abbiamo parlato anche qui. I ragazzi di Pinterestitaly, il primo blog italiano interamente dedicato all’argomento, erano a Milano per il Pinstreet Market, che si svolge in questi giorni in concomitanza con la Settimana della Comunicazione. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda sul social pinnabile.

Ciao, come è nata l’idea di Pinstreet Market e di portare le board Pinterest nella vita reale?
Il nostro obiettivo quando abbiamo deciso di organizzare Pinstreet era diffondere la conoscenza di Pinterest anche tra coloro che non si sono mai iscritti ad un social network e non ne conoscono le dinamiche: portare Pinterest nei negozi ci è sembrato il modo più immediato per creare curiosità e dimostrare che quello che succede nella rete non segue dinamiche differenti da quelle che si svolgono nella realtà.

Per alcuni Pinterest è un social “in rosa”: è così o c’è spazio anche per il pubblico maschile?
Fino a poco tempo fa Pinterest era ancora un social maschile dove si parlava di nuove tecnologie e linguaggi di programmazione! Oggi, con gli ultimi dati del Global Web Index, la situazione è cambiata e i pinner sono per il 54% delle donne: quindi tutto sommato c’è un equilibrio. Noi pensiamo che Pinterest sia uno spazio dove poter condividere tutti i propri interessi e, in quanto tale, assolutamente asessuato!

Quali sono i settori merceologici che possono trarre i maggiori benefici dall’utilizzo di Pinterest? Potete menzionare qualche case positiva e una negativa?
Per la predominanza delle immagini, Pinterest si adatta sicuramente al food e al fashion, ma in realtà sta alla capacità del brand di adattare la propria comunicazione allo strumento che sta utilizzando. Ad esempio Honda, che conta 4mila followers, ha ingaggiato 5 top pinners invitandoli ad abbandonare il pc per 24 ore e a realizzare un desiderio in cambio di 500$ (salvo poi provvedere a raccontarlo su Pinterest una volta passate le 24 ore!). Un esempio di case negativa è quella di Uniqlo che, attraverso un vero e proprio attacco alla piattaforma, ha invaso lo stream degli utenti con lunghissimi pin dedicati ai suoi prodotti. Sono entrambi casi che hanno avuto visibilità a livello mondiale, ma, secondo noi, due perfetti esempi di buona e cattiva comunicazione.

Quali sono i brand internazionali che hanno colto lo spirito di questo social in modo corretto e che lo stanno utilizzando al meglio?
Sicuramente Etsy con i suoi 158mila followers è un ottimo esempio. Le board ospitano immagini accattivanti; i pin non sono dedicati solo alla vendita, ma collegati anche a blog, articoli, siti esterni; le descrizioni dei pin sono accurate. Inoltre Etsy, tramite le Guest Pinners board, offre spazio e visibilità ad alcuni utenti per raccontare le loro storie attraverso le immagini.

Secondo voi le dinamiche di Pinterest possono essere sfruttate nel giornalismo? In quale modo? Ci sono dei casi significativi?
Moltissimi sono i giornali americani che hanno aperto un account su Pinterest e da giugno anche il New York Times ha finalmente cominciato a costruire le sue boards. Il profilo che ad oggi troviamo più interessante è quello dell’Huffington Post: per loro natura le notizie finiscono in archivio non appena pubblicate, invece il profilo dell’HP, pubblicando i pin collegati agli articoli e dividendoli per board, riesce a tracciare la storia per immagini dei momenti più emozionanti della campagna elettorale negli USA o una selezione delle notizie più importanti in tema di tecnologia e scienza.

Pinterest non ha ancora un sistema di messaggistica tra gli utenti, lo sviluppo di questa funzionalità potrebbe aiutare i brand nelle digital PR?
Pinterest nasce da alcuni maniaci del collezionismo che decidono di condividere online le proprie collezioni e creare un motore di ricerca per le immagini: secondo noi non era nei loro piani diventare il terzo social network negli USA nel giro di 2 anni! Probabilmente devono ancora comprendere che direzione prendere. Sicuramente il livello di interazione tra gli utenti è ancora troppo basso e non permette di sfruttare tutte le potenzialità della piattaforma.

Una delle mancanze di Pinterest è l’impossibilità di acquistare prodotti in modo diretto. Questo fattore potrà penalizzare questo social in favore di altre piattaforme come ad esempio Garage?
In un sondaggio che abbiamo fatto su Pinterestitaly, il 13,6% dei nostri lettori vorrebbe acquistare su Pinterest. Anche se, secondo noi, Pinterest è molto diverso da Garage e Fancy in quanto la vendita può essere un “effetto collaterale”, ma non deve diventare obiettivo primario della piattaforma. Se si trasformasse in un luogo dedicato prettamente al comprare/vendere rischierebbe di trasformarsi soltanto nell’ennesimo spazio dedicato al social commerce.

Ringraziamo i ragazzi di Pinterestitaly per la disponibilità. Siete d’accordo con quello che ci hanno detto? Il modo migliore per esprimerlo è pinnare questo post. In caso contrario, i commenti sono il posto migliore per iniziare una conversazione.

Su TripAdvisor i grandi chef del CRM

La settimana scorsa sono stato a cena con Ali in un ristorante davanti a Porta Genova.

Mi aveva attirato il fatto che fosse stato aperto sulla carcassa spolpata di un ristorante precedente, e che fosse recensito molto bene su TripAdvisor. Alla fine il ristorante non era particolarmente buono, io gli avrei dato due stellette e mezzo. Però penso che il suo successo su TripAdvisor sia ampiamente meritato.

Infatti TripAdvisor, al momento, in Italia, non si può dire che sia una piattaforma particolarmente significativa per scegliere un ristorante. In primo luogo, il campione di recensori è probabilmente troppo piccolo per essere rilevante. In una città come Milano, con 5 milioni di abitanti e 2500 ristoranti, il quarto miglior ristorante secondo TripAdvisor è un bar e ha 17 recensioni.

Questo mi ha fatto pensare ad una cosa, lavorando in un’agenzia che si occupa di social media marketing. Si chiama Trip Advisor Mafia. Io e un gruppo di colleghi stampiamo dei biglietti da visita, ci vestiamo in gessato e giriamo per i ristoranti limitrofi all’ufficio in pausa pranzo, e offriamo la protezione su TripAdvisor: se ci fai mangiare bene e magari ci offri il caffè, non succede nulla alla tua pagina. Altrimenti ti spariamo sette recensioni negative che ti spediscono a quota 2200 nella classifica.

Lavorando con professionisti integerrimi ed essendo io stesso non particolarmente amante delle mafie, ho accantonato il progetto, ma mentre lo facevo ho scoperto che esiste davvero.

Qui, quo e qua.

In questi articoli vengono prese in considerazione praticamente tutte le forme possibili di truffa, estorsione e ritorsione possibili su un sito con milioni di visitatori e decine di recensioni per ristorante. Una sproporzione che permette ad esempio a un fornitore di vini di offrire un affare come questo: se compri dieci casse di vino da me, ti faccio fare dieci recensioni positive sulla pagina del tuo ristorante. E considerato che il tuo ristorante di recensione forse ne ha sei, capisci che è qualcosa che ti cambia la giornata.

Nel frattempo il mio ristorante due stelle e mezzo che però è ventiquattresimo su TripAdvisor, ha trovato una ricetta per la felicità: ha centinaia di recensioni, e a tutte quelle negative risponde il proprietario. Usa dei toni garbati, invita la gente a tornare a trovarlo promettendogli che non resterà delusa.

È un successo del CRM da cui anche altre aziende potrebbero imparare. Inoltre fa un ottimo budino.