La seconda giornata del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia è trascorsa all’ombra dei big, ombra si fa per dire, visto il diluvio pomeridiano. I keynote di Emily Bell del Guardian, e Harper Reed, CTO per la campagna di Obama, sono stati i main event di oggi.
Ma partiamo dal principio. Abbiamo imparato che Scribble Live può essere un ottimo strumento per il content aggregation, soprattutto quando i contenuti sono concessi in syndication ad altre testate in tutto il mondo. Un esempio? Durante i tragici avvenimenti della maratona di Boston, la testata Boston.com ha usato Scribble Live per aggregare sul proprio sito i contenuti provenienti dai propri reporter e dai cittadini, uniformandoli in un flusso unico regolato da un approccio strettamente giornalistico di verifica delle informazioni. Il coinvolgimento degli utenti, misurato in User Engangement Minutes, è volato da cinquanta mila minuti a sette milioni di minuti. La necessità di informazione è stata corrisposta da un’etica giornalistica nei confronti del citizen journalism, i contributi degli utenti sono stati valorizzati dal filtro dei professionisti.
Per dirla con una citazione di Andrew Sparrow del Guardian: “If journalism is the first draft of history, live blogging is the first draft of journalism”.
Emily Bell ci ha confermato che la qualità del lavoro di informazione dipende in ampia parte dal sistema di organizzazione e dai processi, oltre al fatto che sul tema di integrazione di vecchi e nuovi media la sua posizione sia molto chiara: DISINTEGRAZIONE!
Il seminario sull’open source intelligence ci ha istruito su alcuni strumenti utili per verificare la veridicità dei contenuti e delle fonti. Tra i più interessanti c’è Foca Forensics, uno strumento focalizzato sull’analisi dei metadati di una vasta gamma di documenti testuali, in grado di fornire dati sull’autore del documento, la data di creazione, il sistema operativo e tante altre informazioni interessanti. Molti di questi dettagli sono accessibili già dalle informazioni dei file raggiungibili dal proprio sistema operativo. Questo tool però esegue l’operazione in batch su un numero molto maggiore di file. Se invece desideriamo curiosare riguardo le immagini, su fotoforensics.com possiamo eseguire l’error level analysis, che ci dirà se l’immagine è originale oppure è stata sottoposta a editing di varia natura.
Harper Reed ci ha conquistato con il suo keynote travolgente, l’attitudine hipster e il successo incredibile riscosso con la campagna Obama. A quanto pare l’esperienza in Threadless sul modello del crowdsourcing gli è servita anche per le elezioni presidenziali, ma a detta sua assegnare le diverse mansioni all’elite dei professionisti delle maggiori aziende mondiali come Reddit, Twitter e Facebook è stato utile, noi non fatichiamo a dargli credito. Il suo consiglio al mondo dei giornalisti? “Fucking do math!”.
Mese: Aprile 2013
Festival Internazionale del Giornalismo, il primo giorno.
Si è conclusa la nostra prima giornata al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Numerosi sono stati i seminari che abbiamo seguito, si è parlato di live blogging, di fact-checking, di social storytelling e di citizen journalism. Certo è che il tema centrale rimane la produzione di notizie da parte dei non addetti ai lavori, degli utenti e dei cittadini.
L’industria dell’informazione può avvalersi di questa risorsa?
Come spesso accade, la virtù sta nel mezzo. La parola d’ordine è la mutua collaborazione. La potenza di fuoco dei social network deve essere unita alle skill, ai mezzi e all’esperienza delle testate giornalistiche, per garantire un’informazione che non perde il contatto con la vita quotidiana, né tantomeno con la deontologia giornalistica.
Investire sui contributi dei non-professionisti è possibile. Tramite meccaniche di incentivazione economica e crediti che premiano le notizie verificate positivamente si alimentano i contributor di valore, facendo in modo che il loro apporto si attesti su base continuativa.
Quando l’industria utilizza le notize dei cittadini, può dimenticarsi le regole base della professione?
No, naturalmente. Nicola Bruno propone questa check-list per i contenuti presi da Twitter e YouTube, ma le regole
possono essere applicate a qualsiasi contesto.
La direzione che pare di scorgere è quella di una approccio ponderato allo scenario media circostante, scevro dell’entusiasmo della prima ora, memore del retaggio giornalistico che sta alla base della professione.
Il web offre diversi strumenti per verificare la veridicità dei contenuti e si tratta di tool gratuiti alla portata di chiunque. Per esempio possiamo citare Wolfram Alpha per eseguire delle ricerche più articolate, mentre per verificare la veridicità delle immagini possiamo affidarci a TinEye o Google Immagini.
La chiave del citizen journalism è mantenere l’ownership della storia, il giornalista deve essere il manager che gestisce l’ammontare delle informazioni. L’informazione fatta dei cittadini può essere un complemento per le newsroom, ma necessita di criteri di controllo per evitare di incappare in grosse cantonate, come la ragazza gay di Damasco.
Gli analytics di Pinterest: quali vantaggi per i brand?
C’è chi pensa che si rivelerà una bolla di sapone, chi pensa che resterà uno dei protagonisti del mondo dei social media. Parlo di Pinterest, il sito con la crescita più alta di sempre che, dopo una lunga fase di silenzio, è tornato alla ribalta rilasciando alcune importanti features. Ultima in ordine temporale è l’accesso agli analytics.
Fissare KPI, valutare concretamente il raggiungimento di obiettivi strategici e i vantaggi derivanti dall’utilizzo di Pinterest erano esigenze espresse da tempo dalle aziende: in mancanza di servizi specifici per i profili business, la piattaforma correva seriamente il rischio di essere esclusa dagli investimenti.
D’altro canto non utilizzare Pinterest poteva essere un’occasione persa, non si può infatti sottovalutare la sua capacità di drenare traffico verso siti terzi e l’alto tasso di conversione all’acquisto. L’anima marcatamente commerciale emerge anche dal seguente sondaggio di Bizrate che riporta le diverse ragioni che spingono gli utenti ad utilizzare Facebook e Pinterest:
L’introduzione degli analytics è sicuramente un enorme passo in avanti per dimostrare alle aziende quali sono i vantaggi derivanti dall’investimento nella piattaforma, oltre all’importanza che ormai ricopre Pinterest in una buona strategia digitale. Insomma, finalmente trova risposta la domanda che circolava dal tempo sulla creatura di Silbermann e Sharp: «Bello Pinterest, ma a cosa serve?».
Sapere quanti sono gli utenti che inseriscono nei board immagini tratte dal proprio sito certificato, quanti escono da Pinterest per avere più informazioni su un prodotto pinnato (e magari acquistarlo), quali sono le immagini più repinnate, è un dato che può aiutare i brand (penso soprattutto al settore fashion) per tracciare i gusti degli utenti e la loro risposta rispetto, ad esempio, a nuove linee di prodotti.
Saranno quindi le aziende che concentrano il proprio business sul traffico al sito a trarre i maggiori benefici da questa novità, anche se continua a mancare un dato qualitativo sui follower, la possibilità di carpire i trend nel proprio settore di riferimento, una overview distinta per board. Per ora ci sono dati “autoreferenziali” e solo il monitoraggio quotidiano della piattaforma può restituire un’analisi di tipo qualitativo sulle attività e passioni degli utenti, un elemento fondamentale per comprendere come pinnare in modo da catturare l’attezione.
Facebook lo aveva capito da tempo, fornire un servizio di analytics interno è importante per stimolare la presenza delle aziende. Questa mossa riuscirà a mantenere Pinterest sulla cresta dell’onda?
Spotify: app marketing per band e media-brand
Spotify è un servizio di streaming musicale on demand lanciato nel 2008 dalla startup svedese Spotify AB e reso disponibile in Italia a partire da Febbraio 2013. I brani dispobinili provengono da una selezione delle major discografiche, come Sony, EMI, Warner Music Group e Universal, oltre che dalle etichette indipendenti. È disponibile per i sistemi operativi desktop di maggior adozione, Mac, Windows e Linux, oltre ai dispositivi mobili, iOS, Android, Windows Mobile, Windows Phone, Symbian e Blackberry (in beta) e alcune piattaforme per l’home entertainment.
Come funziona di fatto?
È sufficiente scaricare il software da questo indirizzo, dopo averlo installato e avviato, basterà inserire le proprie credenziali di Facebook per avere accesso a questo incredibile database musicale a disposizione.
Dov’è la “fregatura”?
Al momento del primo accesso viene attivato un trial gratuito di sei mesi, durante il quale è possibile ascoltare illimitatamente i brani disponibili, disturbati solo dai banner pubblicitari e dagli spot audio simil-radiofonici diffusi saltuariamente durante l’ascolto. Al termine del periodo l’accesso free prevede un limite di ascolto di dieci ore al mese, oppure la sottoscrizione di due tipi di abbonamento: Unlimited per 4,99€ al mese, e Premium al costo di 9,99€ al mese.
All’interno delle feature offerte da Spotify, le applicazioni sono lo strumento più interessante a disposizione degli utenti e delle aziende. Si tratta di veri e propri siti HTML5 corredati dagli snippet di codice necessari per interagire con la piattaforma, tramite ascolto, condivisione e organizzazione del materiale preferito. Questa possibilità offre tante opportunità per gli utenti, che possono seguire le band preferita in un unico hub, dove ascoltare, leggere, guardare e seguire. Mentre le aziende e le band possono aggregare in un solo punto le informazioni sui concerti, sui dischi, i brani e le playlist da ascoltare con un click, rendendo l’esperienza più coinvolgente e soddisfacente tramite l’impiego di una strategia di app marketing.
Tra le band che hanno già deciso di cimentarsi con le Spotify apps possiamo citare i Blur, che hanno sviluppato la loro applicazione, dalla quale possiamo accedere alla discografia del gruppo, ai concerti, al feed twitter e alle playlist.
Il DJ David Guetta nella sua applicazione aggrega le top tracks, i prossimi live e i riferimenti Twitter. Nella sezione “Play Guetta” compare invece un’infografica interattiva, che mostra in diretta in quali parti del mondo viene ascoltato l’artista.
Anche un altro famoso DJ si è applicato, infatti Steve Aoki con la sua app “Aoki’s House” convoglia tutti gli artisti che gravitano nella sua scena e mette a disposizione degli utenti una sorta di generatore di DJ set da party. Basta impostare la durata della festa, scegliere i DJ della crew da inserire nella line-up e cliccare su “Start the party”.
Tra i media-brand italiani citiamo Rockol, tra le prime testate ad approdare su Spotify, che insieme alle recensioni testuali consente di ascoltare il disco del quale si sta leggendo, oltre a votarlo e aggiungerlo come playlist.
Non dimentichiamo la vera killer feature di questa piattaforma, la fruizione seamless. Spotify in accordo con Facebook pubblica quanto ascoltiamo sul profilo usato per accedere al sistema, in questo modo gli amici saranno sempre al corrente degli ascolti effettuati, scoprendo nuove tracce, nuove band o qual è la nostra ossessione del momento. L’utente non perde mai il contatto con il contenuto-brano perché sia che si trovi sull’applicazione o su Facebook, può mettere in pausa quello che sta ascoltando, oppure cliccare play sui brani ascoltati da altri. L’approccio seamless vale anche per la comunicazione a pagamento sui contenuti musicali, le etichette discografiche hanno infatti la possibilità di linkare i banner mostrati su Spotify direttamente all’ascolto del disco pubblicizzato all’interno del software.
Secondo l’azienda, in seguito al lancio in Italia sono stati ascoltati 11 milioni di brani per un totale di 70 anni di ascolto e l’artista italiano più popolare è risultato Max Gazzè. Voi cosa state ascoltando adesso?





