Skrr skrr: Instagram, Spotify e Pinterest per un 2020 a tutta velocità!

Il nuovo anno ha portato tante novità sui social media e sulle app che utilizziamo abitualmente. Ma non trovate che la comunicazione di Instagram e dei social in generale si stia un po’ uniformando? Andiamo a scoprire le ultime tendenze e a cercare di capire se qualcosa unisce tutti questi cambiamenti.

Pinterest, Pinterest delle mie brame…

Non solo Instagram, alzi la mano chi almeno una volta al giorno scrolla il feed di Pinterest in cerca di ispirazione per il proprio look…

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… ci avremmo giurato. Per tutti i beauty victim, Pinterest ha pensato la feature Try On. Grazie alla realtà aumentata gli utenti possono testare, con la telecamera interna dello smartphone, diversi elementi di make-up in base alle proprie esigenze. Si tratta di un livello di sviluppo differente rispetto ad un qualunque filtro di Instagram (clicca qui per fare un ripassino veloce sulle story), infatti è possibile provare e successivamente acquistare gli accessori beauty dei principali brand del settore, presenti sulla piattaforma. La novità ci sembra utile, comoda e facilmente fruibile, ma sorge spontanea la domanda: Pinterest ha voluto prendere ispirazione da feature già esistenti su Snapchat e Instagram per avvicinarsi alla loro comunicazione veloce e immediata o ha voluto semplicemente rispondere a un’esigenza degli utenti?

social network

Dopo Instagram, le Spotify Stories: what a time to be alive!

Quando pensi di averle viste tutte con Instagram, ecco che arrivano le storie anche sulla piattaforma svedese!
La prima a testare questa funzionalità è stata la beauty youtuber Summer Mckeen che Spotify ha scelto per lanciare questa nuova feature in cui i video personali dell’influencer sono presenti all’interno delle playlist pubbliche sulla piattaforma. Le storie di Spotify mantengono le caratteristiche principali delle altre app con la differenza sostanziale che in questo formato ovviamente è previsto l’utilizzo della musica e delle playlist. Non ce lo aspettavamo proprio.

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La prima Spotify influencer, scelta per la quantità di playlist personali presenti sul profilo, ha fatto da spartiacque per questa nuova feature, infatti pare che nel breve periodo potremo vedere tanti altri artisti pubblicare queste storie. L’azienda svedese ci tiene a precisare però che non vuole trasformarsi un social media, ma solo ampliare l’esperienza che l’utente può fare con la musica.
Anche in questo caso la domanda ci sorge spontanea: solo a noi sembra che la direzione presa da Spotify non sia così lontana da quella di altri social media? L’utilizzo di influencer e la nascita delle stories potrebbe essere interpretato come un modo per rendere più veloce la diffusione delle novità nel campo della musica con un contenuto breve ma efficace e le case discografiche già si sfregano le mani.

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IGTV: c’è nessunoooo… ?

Su Instagram il tasto IGTV è scomparso e non per sbaglio. L’app lanciata un anno fa non ha raggiunto i risultati sperati (lo avevamo già notato a fine marzo 2019) quindi Instagram ha deciso di rimuovere il tasto ad hoc che dall’applicazione principale portava su IGTV, lasciando comunque la possibilità agli utenti di passare a questa app o scaricarla per guardare video fino a 10 minuti. Il popolo di Instagram ha dato un feedback chiaro: vince la velocità, lunga vita ai video brevi!

Leggendo queste novità ci rendiamo conto che il panorama social, e non solo, si sta uniformando e procede sempre di più verso una comunicazione veloce e immediata, fatta di contenuti brevi, il cui formato principe è quello delle Stories. Abbandoniamo quindi le strategie confuse, lunghe e macchinose e pensiamo ad una comunicazione più semplice, intuitiva e soprattutto immediata. Condensiamo i contenuti in un arco di tempo breve in modo che siano efficaci e diretti per i followers. Vi stupireste se la durata delle stories un giorno venisse ridotta a 10 secondi? Noi no.

Video: l’asso nella manica di un buon content mix

I risultati raggiunti dagli investimenti video del 2019 parlano chiaro, il consumo dei video cresce senza sosta. I video (se ben fatti!) sono immediati, più esplicativi e coinvolgenti di un contenuto statico, facilmente fruibili e condivisibili.

Perciò non abbiamo dubbi, i video sono un contenuto fondamentale per una comunicazione impattante e di successo.

Vi state chiedendo quali sono le piattaforme più strategiche dove lanciarli e come fare per realizzarne di successo?

Ve lo diciamo noi.

Video: tutti i numeri del 2019

Partiamo da qualche dato per avere una visione concreta di che ruolo rivestono i video al giorno d’oggi.

Ecco i dati redatti dallo IAB (Interactive Advertising Bureau – la principale associazione di categoria che rappresenta oltre 600 aziende di comunicazione e pubblicità in USA e Unione europea):

  • il 74% dei consumatori americani dai 13 anni in su guarda video in online streaming almeno una volta a settimana;
  • il 41% giornalmente;
  • il 78% di coloro che consumano video guarderebbe pubblicità in cambio di contenuti gratuiti.

Non stupisce dunque che, come rilevato dal report IAB Italia, nel 2019 il budget italiano destinato alla pubblicità dei video è cresciuto del 20% rispetto all’anno precedente arrivando a 1,05 miliardi di euro, coprendo un terzo dell’intero budget destinato all’internet advertising.

Video
iab.it

In Italia l’online video conquista 36,3 milioni di utenti unici al mese, raggiungendo il 61% della popolazione totale e l’86% degli internet users. La visione online è concentrata in due settori, quello dei 18-34 e dei 35-54 anni. Gli utilizzatori da desktop sono in prevalenza uomini mentre le donne preferiscono il mobile. I più brevi sono maggiormente apprezzati sui social media durante il giorno, mentre i video con durata maggiore vengono solitamente visualizzati negli orari serali (fonte Audiweb).
Secondo la ricerca “Digital Marketing & Advertising: i trend del 2020 in Italia” realizzata da Trade Lab gli investimenti in video advertising sono destinati ad aumentare anche quest’anno.

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Video: ma dove?

Per essere sicuri di raggiugnere il maggior numero di utenti con i vostri video, oltre a presidiare le “classiche” piattaforme come YouTube o IGTV, non bisogna dimenticare le dirette social su Facebook e le piattaforme di streaming.

Attenzione, le dirette Facebook possono essere un’arma a doppio taglio, perché se non si ha un elevato numero di follower e se l’evento non viene adeguatamente promosso per tempo il rischio è di aver una scarsa affluenza alla diretta. Ma se la pagina del brand è ben gestita grazie a una solida strategia di social media marketing e capace di pianificare al meglio il lancio della diretta, il coinvolgimento che può generare è sicuramente autentico e di forte impatto sui propri follower.
Gli utenti possono partecipare facendo domande e interagendo in prima persona, in questo modo il vostro brand può far diventare i propri fan parte integrante della propria comunicazione.

… E non dimenticate la content experience!

La content experience, ovvero l’esperienza legata ai contenuti che un brand propone coinvolgendo gli utenti attraverso ad esempio dei concorsi o iniziative territoriali, permette agli utenti di creare un legame reale e personale con il brand.

Come fare allora a rendere protagonisti i fan attraverso propri video? Noi vi suggeriamo di utilizzare TikTok, l’app nata per l’entertainment video più scaricata al mondo. Nelle famose e virali challenge di TikTok, ogni singolo individuo che compie un’azione fa parte nella pratica di un gruppo più ampio che insieme porta avanti un progetto. Sentendosi protagonisti e parte di un processo più grande il livello di coinvolgimento e l’awareness aumentano.

Se volete sapere di più su come investire su TikTok, ne parliamo qui.

Video: how to

Dato che sempre più persone guardano i video è fondamentale integrare alla propria strategia di comunicazione la realizzazione di video. Non è da escludere poi un investimento pubblicitario per promuoverli.

Non sapete da dove iniziare? Vi aiutiamo noi. Per produrne di successo è fondamentale tenere conto di questi elementi:

  • Durata: realizzarli brevi e con i sottotitoli, così da essere facilmente fruibili indipendentemente dal luogo in cui vi si trova;
  • Chiarezza: far capire di cosa si sta parlando in modo inequivocabile, andare dritti al punto senza sprecare tempo, conquistando l’attenzione sin dai primi secondi;
  • Call to action: comunicare sempre in modo chiaro e sintetico il proprio messaggio, troppe CTA generano confusione e fanno perdere l’attenzione;
  • Parlare alla propria audience: definire dettagliatamente il target di riferimento utilizzando un tono di voce e un tipo di immagine pertinenti;
  • Emozionare: coinvolgere gli utenti puntando sulle emozioni, in questo modo il brand verrà maggiormente ricordato e riconosciuto.

In sintesi per realizzare un buon video bisogna presentare dei contenuti interessanti in tempi brevi e con un tono coinvolgente. E noi sappiamo bene come farlo. 😉

Evergreen content: viva i contenuti senza scadenza!

Non c’è inizio anno che si rispetti senza tutte le ipotesi e le teorie riguardo a quelli che saranno i trend nel mondo del marketing e dei social network. L’intuizione, si sa, non è una scienza esatta, perciò non è immediato capire cosa possa essere potenzialmente di successo o meno. Con la volontà di voler cavalcare sempre gli ultimi trend ed essere sempre sul pezzo, ci dimentichiamo a volte l’utilità di altri contenuti (qui il nostro articolo sulla stesura di un piano editoriale efficace), i cosiddetti evergreen content, contenuti senza tempo e sempre validi.

Cosa sono gli Evergreen Content e che vantaggi hanno all’interno di una strategia?

Come dice la parola stessa sono contenuti sempre verdi, come quegli alberi che, non importa che stagione sia, non perdono mai le loro foglie. In questo caso, sono contenuti la cui validità persiste nel tempo, non hanno nessuna scadenza e quindi non possono diventare obsoleti. Queste tipologie di contenuti saranno validi per gli utenti oggi e manterranno il loro valore anche nel tempo. Per loro natura, inoltre, possono essere considerati estremamente utili come base di appoggio su cui costruire e alternare contenuti più trendy, è essenziale quindi riporre l’attenzione sul fatto che entrambi debbano coesistere e che l’uno non esclude l’altro. Anzi, solo nel momento in cui riusciamo a far convivere le due tipologie di contenuto, avremmo fatto bingo!
La parola d’ordine quindi è omogeneità tra i contenuti “hot” del momento e questi contenuti sempre attuali.
Per quanto riguarda i vantaggi, ce ne sono diversi. Anche a seconda del canale in cui si decide di pubblicarli.

Gli evergreen content nei blog

Se si sta parlando di articoli evergreen da postare all’interno di un blog/sito, uno dei vantaggi è che possono aiutare a generare traffico organico (considerato come il più prezioso) verso una specifica landing page o in generale verso un sito web e attirare di conseguenza più possibile consumatori.
Alcune recenti ricerche dimostrano infatti che questi contenuti generano tramite search, fino al 40% del traffico organico verso un sito.

Qui un esempio di suddivisione del traffico dell’online magazine americano Wired, il quale dimostra che i contenuti “più antichi” continuino a portare il 40% del traffico organico tramite la suddivisione 20+20, che include i contenuti vecchi di una settimana fino a quelli vecchi sei mesi e oltre:

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Wired

Un’altro esempio di generazione del traffico in modo costante nel corso del tempo viene da un articolo, postato nel 2013 sul New York Times, il quale nonostante sia datato, continua a portare traffico verso il sito:

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The New York Times

Gli Evergreen content nei social

Similmente, possiamo applicare la stessa logica ai social media, sui quali i contenuti dei blog possono essere condivisi. Secondo una ricerca condotta da Buffer, condividere i contenuti sui social, anche più di una volta ha i suoi vantaggi. Tra le principali opportunità troviamo la generazione del traffico, l’engagement e le impression. Nell’esempio sotto, condotto sulla piattaforma Twitter si può chiaramente vedere come lo stesso articolo condiviso più volte continui a generare numeriche interessanti:

evergreen content 3
Buffer.com

Ma nei social come si sa è importante dare spazio alla fantasia, quindi oltre a ricondividere un contenuto è necessario farlo fruire in diversi modi per non annoiare il pubblico. Basterà semplicemente “riconfezionarlo”, magari usando un altro formato più accattivante, che non sia già stato utilizzato/visto.

Alcune domande per facilitare la stesura di un contenuto sempre verde potrebbero essere: è rilevante questo contenuto per il mio pubblico? Se sì, lo sarà nel tempo?

Evergreen Content: best practices

Nel momento in cui state creando il vostro piano editoriale queste tips sono importanti da tenere a mente. Cosa occorre fare per dare potete alla narrazione?

  1. Scegli un topic specifico su cui focalizzarti
  2. Non usare un vocabolario troppo tecnico e ricaricabile
  3. Rispondi alle domande e le FAQ del tuo pubblico

In conclusione abbiamo visto quanto sia importante diversificare i nostri contenuti. Alternando contenuti “on trend” a quelli evergreen, in modo da ottenere non solo un dialogo tra essi che generi ottimi risultati ma anche una diversificazione interessante dal punto di vista dell’utente finale. Se i primi “esplodono” con performance eccellenti sul breve periodo, i secondo hanno una resistenza migliore nel tempo.

Ora che abbiamo visto l’importanza e la rilevanza nel tempo di questi contenuti senza scadenza noi siamo pronti ad aggiungerli alla tua strategia, e tu?

Sticker mania: come rendere sempre più interattive le tue storie

Alzi la mano chi almeno una volta al giorno si diverte a sbirciare e interagire con i contenuti che vengono pubblicati sulle Instagram Stories delle persone che segue.
Abbiamo già detto qui quanto sia importante per un brand sfruttare le Stories, oggi parleremo dell’importanza degli sticker delle Instagram Stories per creare interazioni con la propria community.

C’erano una volte le interazioni

Come ogni bella storia che si rispetti, è giusto cominciare dal principio. Sappiamo tutti cosa sono le interazioni? I social ci permettono di interagire in tempo reale con i contenuti che vengono pubblicati dai nostri amici. Con la parola interazioni si intendono tutte le azioni (reazioni come like, commenti, condivisioni…) che vengono eseguite su un contenuto online. Negli ultimi anni, per combattere la concorrenza prima di Snapchat e adesso di TikTok, Instagram ha introdotto una serie di feature per rendere attiva e divertente la permanenza sul social, tra queste, gli sticker.

Gli Sticker ai tempi delle Instagram Stories

Se all’alba del 2020 alla parola “Sticker” la prima cosa a cui pensi non è Instagram, beh… Houston, abbiamo un problema! Per chi fosse vissuto su Marte fino ad oggi, gli Sticker possono essere visti un po’ come la versione digitale degli adesivi che–perdonate il momento nostalgia–andavano di moda negli anni ’90 e come allora, hanno il fine ultimo di divertire–nel nostro caso di rendere di appeal i contenuti, cosa non facile data la sempre più sfrenata concorrenza.
Tra i tanti adesivi disponibili, però, quali sono quelli che possono risultare vincenti per la comunicazione di un brand? Vediamone alcuni:

  • Sondaggio: permette di creare una domanda a cui le persone devono rispondere scegliendo tra due opzioni. In un mondo in cui riceviamo una quantità infinita di informazioni al secondo prestando poca attenzione a tutto, questo sticker risulta immediato e performante grazie alla sua velocissima fruizione.
  • Quiz: come nei migliori gameshow, potrete proporre una domanda e personalizzare le risposte multiple. Dopo la pubblicazione i follower possono votare e, dopo aver scelto la loro preferenza, scoprire la risposta corretta.
  • Countdown: per creare appeal e desiderio attorno al lancio di un prodotto o servizio è possibile utilizzare lo sticker del Countdown. Questo permette di fare un conto alla rovescia fino a un momento preciso che si desidera aspettare con ansia e notificarne lo scadere per coloro che avranno salvato dalle storie.
  • Chat: parole, parole, parole soltanto parole. Lo sticker chat permette di avviare una conversazione diretta con un gruppo di persone che spontaneamente decidono di inviare la richiesta di partecipazione alla chat stessa. Il creatore ha la possibilità di personalizzare la conversazione dandole un titolo e stimolare la conversazione con la community.
  • Donazione: l’impegno sociale è sempre ben visto da parte dei brand e la racconta lunga sulla loro politica. Questo sticker permette di fare una donazione da devolvere a organizzazioni no profit e fare un’opera di bene.

Brand featuring Sticker

I brand, dunque, attraverso le Instagram Stories, prima catturano l’attenzione degli utenti e dopo possono aumentare l’interattività. Grazie agli sticker possono ottenere anche delle informazioni utili per la loro crescita.
E allora cosa stanno aspettando i brand a sfruttare gli sticker per domandare alla propria community cosa si aspettano dal loro prodotto? Le informazioni che si ottengono possono essere usate per migliorarsi e indirizzare la strategia nella giusta direzione! D’altra parte il cliente va sempre ascoltato!

In più, a riscontro di questo trend imperante degli Sticker e della loro centralità, da qualche mese, lo sticker del sondaggio è disponibile anche per le Stories che possono essere sponsorizzate, cosa che permette ai brand di parlare di prodotti e servizi in modo più simpatico, ingaggiando le persone in modo meno commerciale. Per il momento la possibilità di sponsorizzazione si limita al sondaggio, ma chissà che in futuro Instagram non estenda questa possibilità anche ad altri Sticker.

Ovviamente il social network è in continuo aggiornamento e siamo sicuri che nel corso di quest’anno gli Sticker saranno i veri protagonisti delle Stories e sempre di più un punto di forza per i brand. Naturalmente il segreto è conoscere le feature per poterle usare in modo furbo ma oculato, per questo una corretta strategia è sempre la risposta vincente. Noi non vediamo l’ora di sperimentare le mille e più possibilità che gli Sticker forniscono e adattarli alle strategie dei nostri clienti! E tu, che ne dici di provare?

Moderazione o animazione, questo è il dilemma!

La natura primaria dei social network è quella di mettere al centro le persone (qua un nostro articolo a riguardo) e creare un dialogo tra loro. Immaginatevi una grande tavolata di persone, un po’ alla Ferzan Ozpetek, in cui tutti possono esprimere la loro opinione e scambiarsi consigli e suggerimenti. Se però ognuno è libero di dire la sua, un brand che sceglie di sfruttare i social media deve agire da buon regista e riflettere su come gestire le interazioni che nasceranno all’interno della sua pagina. Perché deve essere chiaro per tutti: c’è in gioco l’immagine del brand anche da come vengono gestiti i commenti. Ma come vengono monitorati questi? Attraverso la moderazione e l’animazione di pagina.

Moderazione e animazione: alla scoperta della Social Media Policy

Ebbene sì, quello dei social network è un territorio ben più impervio della Terra di Mezzo, perciò la parola d’ordine è “Policy“: dato che chi ben comincia è già a metà dell’opera, il primo passaggio fondamentale è quello di scrivere un regolamento aziendale che racchiuda il comportamento da adottare sui Social Media. Questo piccolo punto di partenza è molto importante perché deve rispecchiare il carattere e i valori del brand.
La domanda successiva, quella a cui tutto ruota attorno, è: come vogliamo essere percepiti?
I social media non sono altro che una vetrina attraverso la quale entrare in contatto con il pubblico, quindi non va sottovalutato il linguaggio che si vuole utilizzare: dare del “tu”, del “lei”, se parlare in modo ironico e simpatico o serio e formale. In questo caso vale un po’ il detto della nonna “Parla come mangi”. Nel senso: non confonderemmo mai il tono dissacrante di Taffo, sui cui il brand ha costruito la comunicazione, con quello di un’azienda di assicurazioni. Questo perché figure professionali come i Community Manager (della cui importanza vi avevamo già parlato qui) hanno elaborato una comunicazione in linea con lo spirito del brand.

Moderazione o animazione? Due attività complementari

Moderazione o animazione? No, non vale tirare la monetina. Per quanto ad una persona del settore possa sembrare scontato, la differenza tra le due attività è netta, seppur complementare.
Come suggerisce il termine, se scegliamo di “animare” la pagina vogliamo portare le persone ad interagire tra di loro e con noi. Se è vero che i social ci uniscono in un unico grande ambiente di comunicazione, stimolare la conversazione è fondamentale per diversi motivi:

  • rendere l’ambiente sociale un punto di comunicazione per gli utenti e far sì che siano invogliati a interagire in futuro;
  • avvicinarsi ai consumatori in maniera più colloquiale e meno istituzionale. Indirettamente è quindi un’ottima occasione per la marca di raccontarsi dato che, sempre più, le persone vogliono identificarsi nei brand–Referral Marketing, presente?! Ecco.

Cosa succede però se i termini utilizzati nei commenti sono “poco carini”? Oppure se vengono segnalati problemi?
 Il Community Manager scende in campo con i poteri di Gandalf il Bianco per ristabilire l’ordine.

Modera che ti passa!

Tutto quello che riguarda domande particolari o segnalazioni è parte della moderazione di pagina. Oltre che la gestione di commenti inopportuni o risoluzione di problemi.
 Lo scopo della moderazione è quello di avere il controllo della comunicazione che avviene attraverso le pagine social e di rispondere agli utenti rispettando le indicazioni della Social Media Policy.
La sensibilità di chi ricopre questo ruolo sta nel capire il modo più appropriato con cui rispondere a richieste specifiche e quando un commento negativo può trasformarsi in un’interazione neutrale o addirittura positiva.

Quando si è in fase di redazione della SMP è quindi fondamentale valutare come gestire le pagine social del brand. Infatti non sempre tra i compiti rientrano sia la moderazione, che l’animazione di pagina.
Per capire come muoversi, la strada migliore rimane quindi quella di affidarsi a figure professionali in grado di analizzare e indirizzare i brand verso la scelta più idonea. Cosa aspettate a provare cosa vuol dire “animare” un canale social in modo corretto?

Story di una rivoluzione: benvenuti nell’era dell’all you can… create!

Facciamo un gioco. Prendi il tuo smartphone e controlla la sezione “Tempo di utilizzo”: hai passato su Instagram almeno 30 minuti (di cui almeno 20 nelle Story) nell’arco della giornata? Perfetto, rientri nella media mondiale.

Il successo di Instagram è ormai leggendario, e sembra inarrestabile. Complice di questa ascesa la continua innovazione dei contenuti creabili con il social network più cool del momento. I numeri registrati dal gingillo controllato da Zuckerberg sono da capogiro, soprattutto per quanto riguarda le famosissime story, una delle tendenze più interessanti per chi si occupa di marketing.

Story: il potere della narrazione

Le Instagram Story sono un’arma affilata per il successo di un brand, dando la possibilità di creare una coinvolgente combinazione di immagini e video che hanno il potere di raccontare, ingaggiare, mostrare all’utente un mondo del quale desidererà far parte, se facciamo un buon lavoro!

Abbiamo già parlato dell’importanza di questo strumento: vuoi fare un ripasso? Clicca qui. Ma le Story di Instagram evolvono di settimana in settimana e il loro utilizzo cresce di giorno in giorno, incoraggiando gli utenti non solo a rimanere più a lungo sul social, ma anche ad aggiornarlo frequentemente.

Essere presenti su Instagram, raccontarsi e intrattenere tramite le stories, diventa dunque punto focale di ogni brand che si rispetti.

Parole d’ordine per una strategia che funzioni?

  • Spontaneità: adesivi, effetti speciali, GIF. Mostriamo il nostro mondo colorandolo in base ai messaggi che stiamo veicolando
  • Velocità: le story sono volubili, compaiono e scompaiono nell’arco di 24h. È un contenuto che deve catturare l’attenzione dell’utente in pochi secondi.
  • Bellezza: per una modalità di consumo così semplice e rapida, non c’è arma migliore di un buon impatto visivo. L’utente va coinvolto, immerso nel mondo del brand.
  • Scarsità: se non mi segui, potresti perderti i miei contenuti! Portiamo l’utente a desiderare di essere nostro follower, per non rischiare di mancare un appuntamento.

Cosa significa per un brand?

Significa differenziarsi, in un mondo ricco di offerta, qualsiasi sia il tuo prodotto o servizio, una strategia studiata e pianificata che comprenda le Instagram Story ti da la possibilità di distinguerti dalla concorrenza.

Come?
Sperimentando, testando la risposta degli utenti, creando un appuntamento con i nostri fan in grado di intrattenerli ed entusiasmarli.
Il focus sta nei contenuti: creare immagini e video unici, interattivi e cool, in modo tale da raggiungere un importante obiettivo, una fan base attenta e fedele.

La realtà aumentata e i contenuti creati dagli utenti

Ma veniamo alla novità più in voga del momento: i filtri AR creati dagli utenti.

Instagram ha da poco lanciato la possibilità a chiunque di creare i propri effetti di Realtà Aumentata, trasformando gli utenti non solo in fruitori ma in veri e propri creator.

Una nuova era per la creatività? Vedremo. Per ora sappiamo che sono già centinaia gli Instagrammer ed esperti del mestiere che si sono imbarcati in questa nuova sfida, creando effetti niente male!

Come la sfruttiamo in Story?

Viva la creatività, insomma. Ma se si tratta di un brand è sempre meglio affidarsi agli esperti!

Con il software Spark AR, una buona dose di talento e una strategia studiata ad hoc il tuo Instagram potrà diventare punto di riferimento per tutti coloro che amano raccontarsi tramite le Story e che amano postare contenuti accattivanti grazie ai filtri AR, e parliamo di numeri molto alti!

Anche qui, è fondamentale studiare una strategia ponderata, un visual coerente col brand e con i trend del momento. Quale modo migliore per promuoversi e differenziarsi dalla concorrenza?

Se usati nel modo giusto, i filtri AR offrono infinite possibilità: farsi conoscere, farsi usare, farsi promuovere dagli utenti che usano il tuo filtro, grazie alla funzione per la quale il nome del tuo brand apparirà in ogni story in cui è presente.

Abbiamo inoltre la possibilità di inserire loghi ed elementi animati altamente riconoscibili che non possono che ricondurre l’utente al tuo marchio!

Uno dei tanti modi per far conoscere il tuo filtro alla community? Ricorrere all’Influencer Marketing: sono già tantissimi infatti gli Instagrammer super seguiti a cui proporre collaborazioni basate sul filtro AR.

Cosa stiamo aspettando, dunque? Iniziamo a crearne uno?

Selezionare l’influencer perfetto: come fare?

Il 2019 ha consacrato l’Influencer Marketing come una delle priorità di brand e agenzie (se vi ricordate qua vi avevamo già parlato dei micro-influencer). Moltissime marche hanno adottato questa strategia e hanno deciso di sfruttare le voci dei creator per vari canali, tra cui Instagram, YouTube e TikTok. Per il 2020, ci si può aspettare che questa tendenza si consolidi con un incremento di attivazioni social con influencer. È giusto quindi chiedersi quali sono i criteri per selezionare il content creator ideale per raccontare il proprio brand.

Ma cos’è l’influencer marketing?

Vi sarà capitato spesso di entrare su Instagram e vedere una persona che seguite parlare di una marca. A meno che non si tratti del vostro vicino di casa con 200 followers, vi siete imbattuti quasi sicuramente di un contenuto brandizzato e quindi frutto di una strategia di Influencer Marketing. Si tratta di un’operazione di comunicazione in cui un brand decide di far raccontare a un influencer, attraverso un taglio personale e caratteristico, un proprio prodotto o un servizio.

Selezionare l’influencer per il numero di follower: giusto o sbagliato?

Viene istintivo pensare che il numero di followers sia il parametro principale da valutare durante la selezione di un creator. Chi non vorrebbe Cristiano Ronaldo come ambassador del proprio brand? Sicuramente sarebbe una scelta d’impatto. Tuttavia, per quanto possa sembrare paradossale, non è scontato che sia la persona giusta per avere un impatto reale sui potenziali acquirenti.
Anche immaginando un universo in cui Cristiano Ronaldo sia economicamente accessibile e disposto a collaborare con qualunque azienda, sarebbe poco credibile sentirlo parlare di una catena di fastfood, per esempio.
Per selezionare un influencer è quindi necessario occhio critico. Bisogna effettuare alcune valutazioni che vanno al di là dei numeri. In questo modo ci si può assicurare che l’audience del creator sia in target con gli obiettivi del brand. 
Quindi sì: il numero di follower è una base di partenza, ma c’è molto altro da tenere in considerazione.

Selezionare l’influencer perfetto: la prima fase

Per prima cosa, quindi, si analizza il brief del cliente e si definiscono gli obiettivi e la strategia che si vogliono mettere in atto per una comunicazione d’impatto. L’Influencer Marketing deve entrare come parte di una strategia aziendale più ampia, con lo scopo di raggiungere gli obiettivi di business. Solo quando saranno chiari i punti chiave e l’assetto strategico sarà stato stabilito, si potrà procedere con la definizione del tipo di influencer da coinvolgere nell’attività. Il creator dovrà essere in linea con obiettivi concreti e con il tipo di brand che lo coinvolge nell’attività. L’influencer prefetto, avrà quindi una certa brand affinity.
Quando si parla di followers e influencer, si pensa subito a Instagram. Siamo sicuri che sia il canale che faccia al caso del brand? Se, per esempio, si trattasse in un’azienda che produce videogiochi, si potrebbero tenere in considerazione YouTube o Twitch, piattaforma frequentatissima dagli esperti di questo settore, come vi abbiamo raccontato qui. Ancora: non è detto che personaggi del calibro della Ferragni siano le persone su cui puntare, anzi. Spesso è meglio stringere collaborazioni con micro-influencer. Dopo avere stabilito i punti chiave del progetto, come: cosa comunicare, a chi (quindi il target di riferimento), in che modo e il canale su cui si vuole lanciare l’attività di digital PR, si può procedere con la ricerca degli influencer.

I tool per la ricerca

Una volta chiaro il quadro, si può affrontare una prima fase di ricerca. Per questo primo passaggio, possiamo utilizzare tool specifici per fare influencer scouting. 
Questi programmi sono in grado di fornire una lista di profili in base al canale scelto, al numero di follower che hanno, al paese, alla lingua di comunicazione e, soprattutto, agli argomenti che solitamente affrontano. Molti creator sono infatti ascrivibili ad alcune categorie e sono profilati tramite keyword specifiche: travel, food oppure fashion per dirne alcuni. Altri sono più difficilmente identificabili ed è per questo che bisogna fare un’accurata analisi del loro canale prima del contatto.

L’analisi quantitativa

Per iniziare, si può calcolare il potenziale bacino di utenti che ogni influencer selezionato raggiungerebbe. Utilizzando specifici tool, si calcola poi l’Engagement Rate di ogni profilo. Questo parametro fornirà il tasso di interazione medio dei contenuti del creator. Ora è però necessario passare ad un’analisi qualitativa. Solo con questo passaggio si potrà infatti mettere in atto una comunicazione vincente, che verrà percepita come sincera dagli utenti.

L’analisi qualitativa

Terminato questo primo passaggio, è ora di far entrare in gioco gli esperti. Per selezionare influencer che siano in grado di raccontare creativamente il brand e che producano contenuti percepiti come originali e autentici, bisogna scandagliare il loro profilo in modo critico e qualitativo. È giusto osservare attentamente come parlano, che tono di voce utilizzano, da quale tipo di utente medio sono seguiti e valutare la qualità dei contenuti. Per farlo non esiste un tool migliore dell’esperienza e la capacità critica di un Social Media Manager.

In conclusione, si può dire che, per quanto possa sembrare semplice, trovare gli influencer è un lavoro che necessita esperienza e capacità. Non basta affidarsi a programmi online. C’è bisogno di affidare il lavoro a chi è competente in materia e quindi in grado di comprendere quale sia la soluzione migliore da adottare per soddisfare gli obiettivi del brand.

Trend 2020: fate largo alla newsletter!

Il mondo del digital marketing non ha dubbi: il 2020 sarà l’anno della newsletter con una sempre maggiore personalizzazione delle proprie strategie di marketing, cioè la strategia di adattamento e strutturazione della propria comunicazione e offerta attorno ai comportamenti e ai gusti dei consumatori.

Un trend a cui tutti oramai ci stiamo abituando. Basti pensare a piattaforme come Netflix, che in base ai propri gusti propone una selezione di titoli compatibili, o Spotify e le sue playlist studiate sui propri ascolti.

Contenuti, siti e piattaforme sono tutti coinvolti in questo processo: ma la vera protagonista resta sempre la newsletter.

Lunga vita alla newsletter!

Bistrattata, considerata morta a fasi alterne o condannata a finire nella cartella “indesiderata” nella maggioranza dei casi, la newsletter trova una rinnovata efficacia nelle strategie di marketing grazie alle tecniche di personalizzazione.

 Il perché è presto detto: in un’epoca di sovraffollamento di annunci pubblicitari su ogni piattaforma e social network, il minimo comune denominatore della massa di ads giornaliera è la genericità del messaggio.

 La newsletter invece, nella sua immediatezza, è personale. È tua, un appuntamento quotidiano: comoda da fruire, facile da leggere, senza la necessità di accendere il pc o altri supporti. Semplicità, immediatezza e la natura intima della newsletter ne fanno oggi ancor di più uno dei migliori e più performanti strumenti di comunicazione.

Newsletter: personalizzazione “sartoriale”

Perché personalizzare le newsletter, quindi? Perché è possibile costruire newsletter tailor-made, confezionarle su misura di chi si vuole raggiungere e studiarle per coinvolgere addirittura la singola persona.

Quest’attività “sartoriale” passa necessariamente dallo studio del pubblico che si vuole intercettare. Le informazioni sono ricavabili da numerose fonti, per esempio attraverso:

  • i comportamenti su un e-commerce
  • lead raccolti nel tempo
  • dati anagrafici
  • abitudini di consumo e navigazione

Con questi dati si può così procedere alla segmentazione del pubblico: a gruppi ristretti di destinatari individuati con maggior dettaglio, corrisponderanno email dedicate più incisive e di maggior interesse.

I vantaggi? Beh, sono innumerevoli. 

Innanzitutto, la soddisfazione personale: uscire dall’anonimato e dalla massa può appagare il singolo utente (come vi avevamo già anticipato qui), che percepirà il brand come più familiare e più vicino a lui e ai suoi interessi. E questo è il primo passo per una dinamica di fidelizzazione dei clienti.

 Inoltre, grazie alla tecnologia, si può accompagnare e stimolare il pubblico in un’ampia gamma di modalità: oltre alle più classiche, sconti in caso di carrelli abbandonati, prezzi flessibili su prodotti che rientrano nei gusti del singolo destinatario, aggiornamenti su notizie che abbiano davvero valore per chi li riceve.

 Non solo: arriva Natale e giunge propizia la promozione su quel prodotto che da tempo si guardava sognanti? Partenze estive imminenti e costumi scontati “solo per te”? Insomma: una newsletter, un mondo di possibilità.

E alla fine arriva il copy

Soprattutto con le newsletter, dove il rischio spam è sempre alto, la regola d’oro è sempre conquistare l’attenzione del proprio pubblico subito. Ecco perché la personalizzazione è la soluzione giusta, con una buona dose di creatività.
Ogni elemento della newsletter può essere customizzato e contribuire così al suo successo, a partire dall’oggetto della mail. È il primo testo che viene letto, quindi se accattivante ma dritto al cuore dell’offerta riuscirà a invogliare il destinatario all’apertura.

Per il contenuto, invece, la personalizzazione creativa è sempre un’arma in più, purché comunichi sempre un messaggio di valore e reale interesse per l’utente. E le CTA? Uno strumento troppe volte ignorato, ma che può far emergere una newsletter nell’affollato mondo delle mail quotidiane con un tocco di carattere in più.

La personalizzazione delle strategie di marketing sarà uno dei trend del 2020, e la newsletter è pronta a stupirvi: datele fiducia, non vi deluderà!

UGC nelle Social Media Strategy 2020

Ogni fine anno che si rispetti porta con sé valutazioni sui 12 mesi passati e previsioni sui 12 mesi futuri. Nel nostro ambiente gli occhi sono sempre puntati sui nuovi trend, in questo caso i trend marketing che nel 2020 saranno fondamentali in ogni strategia, come ad esempio gli UGC.

Come sempre ci sono novità ma anche tendenze che vengono consolidate e diventano dei “mai-più-senza”, materiale da tenere d’occhio per la nuova stagione, tra queste è impossibile ignorare gli UGC, User Generated Content. Ma perché sono importanti all’interno di una strategia, e perché proprio nel prossimo anno dovremo tenere d’occhio questo trend? Vediamolo insieme!

Cosa sono gli UGC

Associamo sempre più spesso la parola influencer a campagne di comunicazione, perdendo forse di vista il valore intrinseco delle maggiori piattaforme digitali: i contenuti prodotti dagli utenti.
 Con la rimozione dei like da Instagram, ne avevamo già parlato qui, ci eravamo chiesti quale potesse essere la risposta degli utenti, in termini di quantità.
In questo articolo cerchiamo di concentrare l’attenzione sul valore dei contenuti prodotti dalle persone e del perché valga la pena considerarli per una strategia di comunicazione user/branded oriented.

Ma partiamo dall’inizio, che cosa sono gli UGC? Con User Generated Content si intendono tutti quei contenuti pubblicati spontaneamente dagli utenti su molteplici canali social/digital.
Youtube, Instagram, Facebook, sono tutti degli ottimi esempi di piattaforme che traggono beneficio dalla produzione di contenuti. Dalla varietà multimediale alla presenza attiva di utenti che condividono, dalle opinioni sui locali o prodotti fino alle foto di “testimonianza” che fungono da social proof.
Quando questo flusso di contenuti viene in qualche modo “indirizzato”, possiamo allora discutere di benefici che potrebbero favorire la notorietà di un brand.
Ma prima di discuterne, definiamo i criteri che rendono quel contenuto un UGC:

  • l’accessibilità, il contenuto deve essere pubblicamente prodotto e reso fruibile a tutti;
  • autenticità, deve avere un valore (creativo, di testimonianza, informativo ecc…)
  • deve essere prodotto al di fuori dalle vesti professionali e, quindi, non avere delle pretese economiche (Hey, qualcuno ha detto influencer?!)

Perché tenere d’occhio questo trend

Il meccanismo che sostiene la dinamica degli UGC, soprattutto quando quel contenuto è associato ad un brand o prodotto, è il senso di aggregazione e la voglia di partecipazione. 
Non si tratta semplicemente di contenuti che inquadrano “un qualcosa” o un momento, perché raccontano un punto di vista unico con varie interpretazioni possibili.

In quel momento – quando si sta per postare l’ultimo scatto realizzato con la fotocamera di ultima generazione – si sta producendo un contenuto di valore. Variabile!

A tal proposito, secondo una ricerca condotta da Stakla nella comparazione tra UGC e Branded Content, si rileva che gli utenti ritengono più originale, sincero ed affidabile un contenuto prodotto da un’altro utente.

Questo dato, unito alle dinamiche di cui abbiamo sinora discusso, non fanno che incrementare il valore percepito dei contenuti UGC che, se associati “genuinamente” ad un brand, giocano un ruolo fondamentale nel miglioramento della brand experience.

UGC 2

Un ruolo talmente fondamentale che top brand come Apple e GoPro, solo per fare alcuni esempi noti, hanno lanciato negli anni delle campagne che premiano gli utenti in grado di produrre contenuti originali.
 Monitoraggio mention, creazione di hashtag di campagna (#shotoniphone e #goprotravel, ad esempio), contest digitali, contribuiscono alla creazione di una sfera di unicità associabile unicamente a quel brand.

Impatto per la Brand Communication

Ma quindi a che cosa potrebbero essere davvero utili gli UGC per la strategia di un brand, anche non appartenente alla sfera tech?
I motivi che spingerebbero i brand a valutare modalità di coinvolgimento diretto degli utenti conducono verso l’ottimizzazione della brand experience.
 In dettaglio, sarebbe possibile perseguire:

  • brand awareness: la quantità di contenuti facilita il passaparola, inteso proprio come “parlar di quel brand”. La diffusione del contenuto facilita il raggiungimento di altri utenti;
  • brand desire: creare un legame che collega quell’utente al brand e, nuovamente, favorire l’instaurazione di altri legami;
  • brand loyalty e inspiration: l’utente finale tende a legarsi a quella community, a quell’attività e facilita il coinvolgimento degli altri utenti

Un esempio è il contest realizzato da IAKI per Deichmann, in cui è stato creato un hashtag di campagna, appositi filoni editoriali, call to action esplicite e stickers su IG Stories per coinvolgere le persone a partecipare. Tutte dinamiche che rappresentano validi modi per orientare l’utente alla pubblicazione di contenuti branded.

Per innescare delle dinamiche di coinvolgimento non basta attivare un contest online o lanciare un hashtag su Instagram allo scopo di raccogliere UGC.

Non possiamo pensare di delegare semplicemente agli utenti – a meno che non si parli di brand iconici come Apple – il perseguimento di quei benefici.

Affidarsi a un team di comunicazione digital vuol dire anche questo: poter analizzare il proprio pubblico, le best case, le modalità e i trend d’interazione. Il tutto per stimolare la produzione di contenuti UGC branded oriented.

La sfida per distinguersi da una comunicazione di massa senza allontanarsi dal proprio pubblico di riferimento è iniziata: cosa aspettate a mettervi in gioco?

Influencer Marketing: quando puntare sui micro influencer?

Il percorso di un brand verso il successo (e la notorietà) è costellato anche da influencer. Avete subito pensato a Chiara Ferragni, dite la verità?
Se nella vostra mente infatti alla parola influencer corrisponde una celebrity del web con milioni di follower è arrivato il momento di farvi cambiare idea.

Già all’inizio del 2019 abbiamo discusso di nano influencer: ci siamo chiesti se puntare su di loro fosse la scelta giusta per una campagna di comunicazione più fresca e se fossero davvero loro i nuovi protagonisti del panorama social.
Oggi, a distanza di qualche mese, possiamo confermare che optare per una strategia di comunicazione che coinvolge nano e micro influencer può dare ottimi risultati sotto diversi punti di vista.

Chi sono i micro influencer?

Ma facciamo un recap: chi sono i micro influencer?
Sono utenti presenti sui social che hanno una follower base che raggiunge al massimo i 50.000 seguaci, sono super appassionati di un argomento specifico o competenti in un determinato settore.

La strategia social da adottare con i micro influencer è differente rispetto a quella per coinvolgere un big influencer, un personaggio famoso/VIP attivo sui social. Infatti il micro influencer comunica le proprie passioni attraverso Facebook, Instagram o in alcuni casi anche su un proprio blog, raggiungendo utenti interessati a quello specifico argomento che hanno quindi in condivisione con lui o lei tutta una serie di modi di dire, abitudini, interessi, comportamenti, ecc… Insomma, “parlano la stessa lingua”.

Tre buoni motivi per scegliere un micro influencer

“Ma hanno un numero minore di follower rispetto a un influencer di grido” potrebbe obiettare il brand.

Certo, ma i loro follower, proprio perché fanno parte di una “nicchia”, di un gruppo ristretto, quasi di un’elite, sono molto più ricettivi ai contenuti proposti.
Seppur arrivando ad un bacino di utenti minore rispetto ad un big dei social network, il micro influencer in alcuni casi riesce a rispondere maggiormente alle esigenze dei brand e diventare un vero e proprio ambassador. Perché?

  1. È specializzato su un tema specifico.
  2. Racconta le proprie esperienze e competenze che ha acquisito in prima persona, condividendole. Questo tipo di autorevolezza è di appeal per un brand che vuole comunicare ad un target con un interesse specifico, per questo motivo scegliere un profilo di questo tipo può rivelarsi la scelta giusta.
  3. È estremamente targettizzato e mantiene la sua credibilità sui social trattando argomenti di cui è padrone e acquistando autenticità nel momento in cui comunica un brand in cui crede realmente.

Brand e micro influencer

Sono molte le aziende che hanno iniziato un percorso di comunicazione con dei nano o micro influencer e sono cresciute insieme a loro raggiungendo entrambe un buon livello di engagement e trust da parte degli utenti.

Ecco qualche esempio:

  • Tonno Nostromo per spingere una delle sue referenze, gustosa, versatile e pratica, ha collaborato con un giovane lavoratore fuorisede Un Terrone a Milano, perfettamente in target per valorizzare le qualità del prodotto con i suoi 10k follower.
  • Unopiù ha puntato sulla blogger, influencer e Interior Stylist Valentina Raviolo che parla a una fanbase di 16,5k follower interessati e attenti a home design. Una strategia che si è rivelata vincente.

     

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Come scegliere se utilizzare macro o micro influencer? L’obiettivo della strategia e il target a cui si vuole parlare guidano la scelta. Se vogliamo parlare ad un gruppo specifico di utenti, perché non affidarsi a loro? Provare per credere!