Email marketing: quando la newsletter è un valore aggiunto

L’email marketing è fondamentale per un’azienda, non solo perché ti permette di rimanere in contatto con i tuoi attuali clienti, ma anche perché potresti attirarne di nuovi. Le aziende per molto tempo hanno usato la newsletter per promuovere informazioni commerciali, i loro prodotti e servizi, ma negli ultimi anni i trend a riguardo stanno cambiando. È necessario rimanere al passo con i tempi per capire quali sono i vantaggi che si possono trarre grazie all’email marketing e quali sono gli errori invece da evitare. Ecco il resoconto di una collega IAKI a riguardo.

Perché l’email automation non è funzionale per l’email marketing?

L’anno scorso ho partecipato all’evento Technology for Marketing che si tiene ogni anno all’Olympia a Londra, sull’evoluzione continua della tecnologia e sui latest trend nel settore marketing. Per poter partecipare, mi sono iscritta lasciando il mio indirizzo email nel registration form. Quest’anno non potrò partecipare e dopo aver ricevuto la prima email di invito l’ho fatto sapere all’organizzatore, il quale però ha continuato a scrivermi, o meglio, ad inviarmi email automatiche generando solo nervosismo.

Questo è solo un piccolo e personale esempio che spiega quanto in realtà sia importante ascoltare il proprio pubblico e le sue esigenze. La mail automation non tiene conto di tutto ciò, con il risultato non solo di essere inutile per l’utente ma addirittura frustrante. Questi messaggi standard infatti non prendono atto in nessun modo di quello che l’utente desidera. La stessa dinamica potrebbe essere ampliata su diversi settori: una persona potrebbe ricevere l’offerta o il prodotto sbagliato, al momento sbagliato.

Andiamo nel pratico: se ho recentemente acquistato una piastra per capelli, probabilmente non sono interessata a comprarne un’altra che mi viene offerta tramite email. Vorrei piuttosto ricevere messaggi che siano in linea con le mie esigenze e acquisti precedenti, quindi magari potrei essere interessata ad oggetti che completino il mio acquisto, come ad esempio una spazzola per capelli o un protettore contro il calore emesso dalla piastra stessa.

Ma quali sono le conseguenze? Questo potrebbe portare coloro che ricevono le email a diminuire il loro interesse e di conseguenza a diminuire l’open rate o addirittura, in alcuni casi, a non aprire più per niente le email ricevute da quello specifico brand o nella peggiore delle ipotesi a voler essere rimossi dalla newsletter. Questo studio dimostra che il 54% delle persone dice che annullerebbe l’iscrizione alla newsletter il prima possibile, nel momento della ricezione dell’ennesima email non rilevante.

Email marketing: meno hard selling, più engagement

Abbiamo sopra dimostrato come mandare email automatiche non sia sempre la soluzione vincente. Ma allora qual è il modo più efficace per interagire con il nostro pubblico e come l’email marketing può aiutare il tuo brand?

La chiave è mandare email dal contenuto rilevante a un pubblico segmentato secondo precedenti acquisti, per esempio. Inoltre potrebbe essere utile considerare l’utente non come la persona a cui vendere a tutti i costi il mio prodotto o servizio, quanto più come il mio potenziale acquirente col quale stringere una ‘relazione’.

Scrivere ad esempio efficaci welcome emails, nel momento in cui un nuovo utente si registra sul tuo sito, potrebbe aiutare nell’intento. Queste email infatti, dal TOV spesso personale, dovrebbero includere il nome di colui che manda l’email e dovrebbero dare l’idea di una comunicazione su due fronti e non di un monologo. Successivamente sarebbe importate instaurare un dialogo più familiare e meno corporate e dire all’utente che tipo di email riceverà in futuro e soprattutto, è importante che il brand arrivi alla aspettative dell’utente stesso. Le welcome emails infatti, possono essere usate come test per capire tramite domande, cosa l’utente desidera e quali sono le sue preferenze. La tematica dell’ascolto è quindi una costante per un buon engaging e una buona relazione tra marchio e pubblico.

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Ann Handley

L’email marketing e le CTA non convenzionali (ma efficaci!)

Abbiamo spiegato perché l’hard selling puro e duro non è sempre l’ideale. Coinvolgere il pubblico tramite un efficace story-telling potrebbe essere una soluzione win-win: il brand ci guadagna poiché, tramite il racconto customizzato del suo prodotto o servizio, può raccontare i suoi unique selling points con un approccio più soft, mentre l’utente si sente più coinvolto nel momento in cui riceve email per lui rilevanti e che rispondono alle sue esigenze.

La CTA nelle email è uno degli elementi più importanti e può rappresentare un’ulteriore benefits per l’utente piuttosto che un altro incipit non velato per la vendita. C’è differenza nell’avere una CTA che dice BUY NOW quindi del tutto impersonale, rispetto ad una che invita l’utente a divertirsi come nell’esempio di Trello:

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Trello

L’email marketing non ha, come abbiamo visto, regole standard, ma se fatta in modo adeguato può portare buoni risultati non solo in termini di ROI ma anche per quanto riguarda un valore aggiunto unico per il brand.

Stories e la nuova evoluzione del linguaggio

“Le Stories sono un formato che è sulla via per superare i feed come modo in cui le persone condividono le cose” – Chris Cox, 1 maggio 2018, Facebook F8 Keynote.

La storia delle Stories

Lanciate da Snapchat nel 2011, riprese da Instagram nel 2016 e infine consacrate da Facebook e WhatsApp nello stesso anno, le Stories sono l’ultimo step di un percorso evolutivo di un linguaggio che fa a meno delle parole.

Nel 2008, quando Facebook è stato lanciato, era possibile condividere uno status: l’unica forma di espressione erano infatti brevi frasi, scevre di qualsiasi altro tipo di supporto, visivo o non. “A cosa stai pensando?” significava perciò dover processare un pensiero, un’emozione o un’opinione e trasformarli in parole.

Dopo qualche tempo, è stato possibile condividere anche immagini. Abbiamo dovuto poi aspettare ben 7 anni per poter condividere gif native e, nel frattempo, abbiamo visto l’esplosione delle emoji. Da un anno a questa parte anche gli status sono diventati immagini: l’utente può infatti facilmente customizzarli con sfondi di ogni sorta. Allo stesso tempo il semplice “Like”, si è evoluto in una rosa di reactions, dando modo agli utenti di esprimere diverse opinioni con un solo clic.

Immagini, reactions, emoji e gif dicono tutto da sé: non hanno bisogno di essere accompagnati da testo per essere compresi. Anzi, a volte risultano essere molto più esplicativi e velocemente comprensibili di qualsiasi testo scritto. Velocemente comprensibili e altrettanto velocemente realizzabili.

Se da un lato è questa velocità (e democraticità) di produzione che li rende così popolari, dall’altro lato abbiamo anche una questione di fruibilità. Non serve leggere, interpretare un testo articolato, ma basta un colpo d’occhio per inquadrare il contenuto.

Le Stories oggi

All’insieme di fattori appena illustrato dobbiamo il successo di questa comunicazione non verbale, di cui le Stories sono l’apoteosi indiscussa. E i numeri degli utenti attivi ogni giorno lo confermano:
– WhatsApp Stories: 450 milioni di utenti attivi al giorno
– Instagram Stories: 400milioni di utenti attivi al giorno
– Facebook (Messenger): 300 milioni di utenti attivi al giorno
– Snapchat Stories: 191 milioni di utenti attivi al giorno
(fonte: Tech Crunch)

Il resto del mondo digital non è stato a guardare: Netflix ha introdotto nella sua app mobile un formato Stories per mostrare le anteprime delle ultime uscite e, dalle ultime notizie di settore, traspare la volontà di muoversi verso questa direzione anche da parte di LinkedIn.

Anche per quanto riguarda la possibilità di sponsorizzare le Stories, il mondo dei social network è in continua evoluzione. Già consolidata questa potenzialità per Instagram, da fine settembre è possibile sfruttarla anche su Facebook/Messenger e WhatsApp ha annunciato che la prevederà a partire dal 2019.

E a quanto pare, questo format sta avendo una crescita di visual sharing 15 volte più veloce del classico feed: già nello scorso maggio, Chris Cox ci aveva visto – ovviamente – bene.

Un nuovo tipo di linguaggio

Le Stories ci pongono però di fronte ad diverso tipo di contenuto non verbale perché, a differenza degli altri, si evolve in continuazione. Quanto creato dall’utente può essere customizzato con filtri, geolocalizzazione, emoji, stickers, face masks, gif. Senza contare i polls e l’emoji slider, che alzano decisamente l’asticella, in quanto capaci di creare interazione tra creatore e fruitore.
Proprio per questo è sempre più importante per i brand essere presenti sulle piattaforme con questo tipo di format, non una tantum o in occasione di eventi, ma con un presidio quotidiano, proprio come i normali utenti utilizzano i social. Contenuti accattivanti e innovativi che si allontanino dalla comunicazione istituzionale per creare un reale curiosità nell’utente, portandolo a fidelizzarsi. Anche considerando che, come dicevamo, la sua attenzione sta sempre più abbandonando il Feed in favore delle Stories.

Tirando le somme, con le Stories abbiamo a che fare con un nuovo modo di comunicare, alla portata di tutti e letteralmente a portata di mano, visto che per farlo basta avere in tasca uno smartphone. Che ormai di “phone” ha sempre meno, ma che invece si fa veicolo di un’espressione del sé che esclude quasi del tutto le parole.

La riflessione che potrebbe quindi sorgere spontanea è: questa rivoluzione del linguaggio non verbale rischia di lasciarci, prima o poi, senza parole? 🤔

WhatsApp Business: ecco la nuova reception online

Cosa penseresti se al posto di scrivere ai tuoi amici o alla tua famiglia potessi contattare direttamente su Whatsapp il tuo negozio preferito?

Whatsapp Business nasce proprio per mettere in contatto aziende e clienti in maniera più diretta e istantanea, e in privato.
I messaggi istantanei funzionano perché sono semplici e veloci, infatti da una ricerca di Semrush l’89% degli utenti preferisce comunicare con le aziende attraverso messaggi istantanei, mentre da una ricerca di Hootsuite emerge che il 67% degli utenti che utilizzano app di messaggistica istantanea si aspetta di instaurare un rapporto con le aziende tramite WhatsApp nei prossimi due anni, e il 53% sostiene di affidarsi maggiormente alle attività che si possono contattare direttamente via chat istantanea.

Un po’ di numeri:
Con un miliardo e mezzo di utenti utilizzatori ogni mese e più di 60 miliardi di messaggi inviati ogni giorno, Whatsapp è tra le app più popolari di messaggistica istantanea nel mondo.
Il nostro caro amico Mark Zuckerberg, proprietario di Facebook e Instagram oltre che di WhatsApp, ci ha pensato bene, non solo la app per i “privati”, ma anche per il “business”.

Che cos’è WhatsApp Business?
Da gennaio 2018, in Italia, è disponibile app di messaggistica indipendente ad uso esclusivamente aziendale, attualmente disponibile solo per Android.

Posso usare Whatsapp e WhatsApp Business con lo stesso numero?
La risposta è no. Si possono Whatsapp e WhatsApp Business con lo stesso telefono se dual-SIM, infatti il numero deve essere diverso per le due app.

Come funziona?

Nel tuo profilo puoi modificare l’indirizzo (che verrà visualizzato su Google Maps), gli orari di apertura, la email e il sito web. Mandare un messaggio di benvenuto e creare dei messaggi personalizzati con risposte rapide come conferme di spedizione o promemoria per appuntamenti. Per questi messaggi, però ci sarà una tariffa fissa addebitata per la conferma di consegna.
Se qualcuno invia messaggi alla tua azienda, puoi usare le API Whatsapp per rispondere a domande gratuitamente entro 24, mentre i messaggi inviati dopo le 24 ore saranno addebitati.
Si può anche catalogare i contatti e le chat con delle etichette personalizzate, utilissime per organizzare le chat.

Ma si può fare advertising?
Facebook negli ultimi mesi sta testando svariati modi per avviare una chat su Whatsapp dalle inserzioni di Facebook. Quando un utente tocca l’inserzione verrà reindirizzato su WhatsApp con un solo clic in una chat pre-compilata in cui potrà inviare messaggi alla tua azienda.
Le metriche che si possono misurare tramite Business Manager in Gestione Inserzioni saranno:

  • Conversazioni iniziate: calcola il numero di conversazioni attribuite alla tua campagna Facebook da persone che avviano una conversazione o che inviano un messaggio per la prima volta in più di una settimana
  • Risposte ai messaggi: calcola il numero totale di messaggi inviati dalla tua azienda attribuiti alla campagna Facebook

Facebook ha annunciato che questa funzione sarà resa disponibile per la maggior parte dei Paesi in tutto il mondo e potrà essere implementata sia sul sito web che sulla pagina Facebook aziendale.

Quali sono i vantaggi di usare WhatsApp Business e per cosa è utile?
WhatsApp Business potrebbe essere utile alla strategia di business per le varie aziende per due principali motivi. Il primo è sicuramente la rapidità nel rispondere ai clienti e il secondo, forse quello più importante, è riuscire a instaurare un rapporto più informale e umano con un linguaggio più “easy” e emoji 😅.

Ecco un ultimo trick per la formattazione su WhatsApp:
– Grassetto: *ciao*
– Corsivo: _ciao_
– Barrato: ~ciao~

Moda: i musei digitali

I musei nel settore fashion nati sul web rappresentano un nuovo modo di fruizione culturale: il brand dichiara di essere pronto ad aprirsi al pubblico.

Se il sito internet è paragonabile al caffè che due persone interessate in maniera vaga l’una all’altra bevono per la prima volta insieme, il museo virtuale è la prima cena condivisa, in cui si permette all’altro una maggiore confidenza.

Il digitale può infatti servire a un brand per rendere più nota al pubblico la propria dimensione storica, ma anche per enfatizzare la dimensione creativa.

Valentino Garavani, per esempio, ha inaugurato nel 2011 il suo museo virtuale che ripercorre la storia della famosa Maison, creata nel 1967. 

Il sito trova anche riscontro e supporto sui Social, con una community attiva di 56.602 persone.

Fonte: valentinogaravanimuseum.com

È diventato così possibile accedere alle sue creazioni costantemente, dall’inizio della sua carriera ad oggi, esplorando gallerie e sale che ricoprirebbero una superficie equivalente a oltre 10.000 metri quadri di un effettivo museo.

Ogni abito è raccontato tramite bozzetti, illustrazioni, campagne pubblicitarie, editoriali, fotografie, videoclip, immagini di eventi e red carpet.

Un altro esempio di museo virtuale è Il manifesto dell’eleganza senza tempo di Luisa Spagnoli, andato online nel 2016. 

Fonte: luisaspagnoli.com

Attraverso un racconto verticalizzato su quattro macro-aree tematiche: storia, costume, design e musica, la figura della donna imprenditrice della Maison si intreccia con l’intera storia del costume, tramite una combo di testi, immagini e video incastrati tra loro in un gioco interattivo.

All’interno di un museo virtuale non si parla più quindi di consumatore, ma di spettatore, il quale è costantemente invitato alla visione e all’approfondimento dei contenuti, in una logica narrativa che diventa entertainment.

“Musealizzare digitalmente” la propria storia o un aspetto della propria produzione, nell’epoca odierna, vuol dire quindi per un brand fare avanguardia: sdoganando il concetto di museo inteso come luogo fisico e temporaneo, l’attenzione dello spettatore si indirizza verso un non-luogo virtuale, spazio di circolazione e di comunicazione caratteristico del nostro tempo, in cui i contenuti possono essere sempre aggiornati, modificati e condivisi.

Come ha scritto la curatrice del Victoria & Albert Museum, Claire Wilcox in “I try Not to Fear Radical Things”: “Clothes are shorthand for being human”: termina il tempo in cui si parla solo di vestiti: gli abiti prendono vita, si animano, diventano umani, creano empatia tra il brand e le persone.

Il museo virtuale rappresenta così per un brand il giusto escamotage per promuovere se stesso in modo originale, facendosi conoscere meglio dall’utente: rimane intatto il fascino e il senso romantico del museo inteso come luogo sacro in cui assistere a qualcosa di spettacolare ma lo si vive per la prima volta attraverso le innovazioni digitali del momento, che pretendono dinamicità, apertura e fantasia.

Il ruolo dei brand tra bufale ed emotività

Internet è per tutti sinonimo di accesso illimitato alle informazioni, ma siamo capaci di distinguere una notizia vera da una bufala? E di distinguere un profilo reale da un fake? Secondo lo studio “Infosfera italiana 2016” dell’Università di Napoli no, ma procediamo con ordine.

L’infosfera viene definita come “lo spazio semantico costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni”, dove per “documenti” si intende qualsiasi tipo di dato, informazione e conoscenza, per “agenti” si intendono le persone e per “operazioni” ogni tipo di reazione delle persone al documento.

L’indagine ha sottolineato come gli utenti, muovendosi tra vecchi e nuovi media e attingendo da questi informazioni a proprio piacimento, creino i propri palinsesti personali in base ai propri interessi, gusti e bisogni. Oltre a creare palinsesti, gli utenti creano dei nuovi contenuti e diventano loro stessi nuove fonti di informazione.

“Questo comportamento supera la dimensione gerarchica, che attribuiva alle fonti tradizionali il ruolo insostituibile ed esclusivo di emittenti dei messaggi professionali e autorevoli dell’informazione mainstream, sostituita dalla prassi dell’autocomposizione delle fonti nell’ambiente web e da una matrice di flussi continui di informazioni propagate in una dimensione orizzontale.”

In questo scenario la rete è lo strumento primario per accedere alle informazioni, ma è anche uno spazio che sovrabbonda di informazioni, creando 3 problemi:

– Si danno per certi i contenuti presenti nella prima pagina dei risultati di Google.

– La nostra capacità di percepire una fonte o un contenuto come “autorevole” è in continuo mutamento.

– Abbiamo sempre più fretta e questo ci fa tendere a velocizzare le scelte di decisione.

“L’affermarsi e il dispiegarsi della diffusione della tecnologia digitale, ci ha proiettato in una nuova era: attraverso la fase dell’informazione veloce siamo passati alla fase dell’accumulo e del capitalismo informazionale”.

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Fonte: slideshare.net

Riceviamo ogni giorno molte più informazioni di quante ne possiamo effettivamente processare (tra televisione, radio, giornali, caselle postali reali e virtuali, social network e blog, cartelloni pubblicitari nelle vie delle città, tele-promotrici di servizi per telefono etc.), ciò ci porta a fare economia sul nostro livello di attenzione e dunque siamo orientati al cosiddetto “confirmation bias”, la tendenza a rimanere legati ad un’idea che ci siamo fatti sulla base di informazioni preliminari, anche quando contenuti successivi la smentiscono.

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Fonte: slideshare.net

In questa cornice qual è il ruolo dei brand? Nell’ultimo anno alcune “notizie” sono rimbalzate da una pagina Facebook all’altra intasando i nostri feed. Basti pensare al vestito oro/blu, a “petaloso”, alla Santanché alla Scala di Milano, al balletto di Zaza prima di calciare il rigore… e potrei continuare per ore.

Alcuni brand decidono di cavalcare questi trend del momento perseguendo la strategia del real time marketing. Esagerare in questa strategia significa a lungo termine assecondare i 3 problemi sopracitati, perdendo però autorevolezza nei confronti degli utenti e diventando sempre meno credibili.

E un brand non credibile non piace a nessuno.

Un modo diverso di fare social TV… #aggratis

Ci sono ancora programmi e personaggi televisivi che provano a fare qualcosa di nuovo. Può andar bene o male, la trasmissione può piacere o meno, ma si apprezzano i tentativi.
La sperimentazione non riguarda solo la scrittura del programma e la ricerca di linguaggi diversi ma si cercano meccaniche innovative di Social TV per interagire con il pubblico. È il caso di #aggratis, in onda nelle scorse settimane su Rai2 e condotto da Chiara Francini e Fabio Canino.

Dove sta l’innovazione? Si usa Twitter in un modo interessante.

Uno dei problemi dell’interazione social con un programma televisivo, segnalato anche da Frank di Radio DeeJay in questa intervista, è questo: “… vengono lanciati dei messaggi dall’alto, non si crea una discussione tra ascoltatori e protagonisti anche per una questione pratica, non ci sono pause, tempi tecnici. Anche dove sono previste le interazioni con Twitter e Facebook poi non c’è il tempo per un botta e risposta, non si possono attendere le risposte degli utenti… ”.

Sono assolutamente d’accordo.

Nel programma di Rai2 la meccanica non prevede un’interazione diretta con i conduttori, bensì si chiede al telespettatore di utilizzare Twitter per aumentare il numero follower dei profili di alcuni VIP poco seguiti (il #twitterthon).
Oltre a questo c’è la richiesta di mettere a conoscenza i suddetti personaggi famosi dell’operazione pubblicando sulle loro bacheche dall’hashtag del programma, #aggratis appunto e la citazione degli account Twitter di tutti gli ospiti.

Al di là dei gusti personali e di quel che può pensare Aldo Grasso, ma soprattutto l‘Altro Grasso, è un interessante format che la TV può utilizzare per interagire con gli utenti. In questo modo si intrattengono le persone e si promuove il programma attraverso la rete.

 

L’evoluzione del mercato degli acquisti online

Cresce sempre di più il mercato degli acquisti online, per il 2014 sono stimate oltre 100 milioni di nuove esperienze d’acquisto (fonte Netcomm), ovvero acquisti fatti su siti web o attraverso delle App che gli acquirenti non avevano mai utilizzato prima. È quanto emerge nella terza rilevazione trimestrale dal titolo “Net Retail – Il ruolo del digitale negli acquisti degli italiani”, realizzata da Netcomm con il supporto di Human Highway.

Da quante persone è popolato il mondo dell’e-commerce del nostro Paese? 21,8 milioni di italiani hanno comprato online almeno una volta nella vita, di questi 10 milioni sono clienti online abituali ed acquistano la media di una volta al mese.

Tra i tanti interessanti dati della ricerca, ci preme sottolineare che tra 16 milioni di acquirenti online degli ultimi tre mesi si rileva che il 18% ha fatto almeno un’esperienza di acquisto utilizzando un’app su Smartphone e l’11% almeno un acquisto utilizzando un’app su Tablet. Inoltre, chi acquista tramite app, spende importi medi più elevati e con frequenza maggiore della media degli altri utenti che popolano il mondo degli acquisti online.

Il device utilizzato influenza dunque la frequenza d’acquisto? Sì, la ricerca sottolinea che chi acquista da smartphone lo fa più frequentemente, a parità però di importo medio speso che è sovrapponibile a quello di chi utilizza altri dispositivi. Ogni 100 acquisti online, 15 sono originati da un dispositivo mobile.

Chi sono gli e-shopper del 2014?
40 anni è l’età media, uomini per il 55,4%, tra questi molti i laureati e per lo più i clienti del web vivono nei grandi centri urbani. Gli e-shopper hanno le idee molto chiare su ciò che desiderano perchè giungono all’acquisto dopo essersi informati e confrontati con gli altri utenti, hanno quindi desideri lucidi e concreti, oltre ad essere molto esigenti.

Le richieste alle aziende riguardano gli sconti sui prodotti, la possibilità di provare e poter restituire subito il prodotto se non si è soddisfatti, la consegna gratuita e quella su appuntamento. Gli acquirenti del 2014 hanno inoltre un totale controllo del processo di acquisto anche grazie alla multicanalità che oggi permette di fare acquisti in qualsiasi momento della giornata da qualsiasi luogo e attraverso molteplici mezzi, che sia uno smartphone o la vetrina di un negozio in strada abilitata a essere un touch screen attraverso cui fare shopping. Tra i settori più gettonati come sempre spiccano viaggi e turismo, seguiti dall’elettronica, dai servizi assicurativi, dall’abbigliamento e dagli accessori.

Per le aziende diventa sempre più imprescindibile sviluppare una strategia digitale che comprenda la realizzazione di un e-commerce, è fondamentale puntare sulle versioni responsive dei siti per garantire una miglior user experience ed ampliare il customer engagement, è strategico sviluppare applicazioni ad hoc data la crescita di questo nuovo fenomeno per gli acquisti online.

E voi, avete già iniziato a comprare i regali di Natale sul web?

Fuga dal desktop: agli italiani il web piace mobile

In metro, in autobus, in giro, in ufficio e in casa. Non esiste posto in cui non ci connettiamo a Internet dal nostro smartphone o tablet… Eccetto dove la connessione è scarsa. Dare un occhio alle ultime news, controllare le email o leggere il feed di Facebook dal proprio smartphone è veloce e immediato, del resto chi ha voglia di aspettare per navigare dal proprio desktop? Il tempo di tornare a casa e ci saremo già dimenticati cosa volevamo vedere. Ciononostante passiamo comunque molto tempo sui nostri Mac e PC, basti pensare alle ore trascorse in ufficio (e in effetti finora il traffico da PC è sempre stato superiore a quello mobile). Finora appunto.

Total Digital Audience marzo 2014
Fonte: Audiweb

Audiweb ha pubblicato i primi dati della total digital audience mobile integrati a quella PC dei mesi di gennaio, febbraio e marzo. Un nuovo set di dati frutto della collaborazione con i partner Nielsen, Doxa e Memis:

“Per la prima volta vengono distribuiti al mercato i dati sulla fruizione complessiva di Internet e sulla fruizione da mobile”, ha dichiarato Enrico Gasperini, presidente di Audiweb.

Secondo i dati sulla total digital audience a marzo, ben 25 milioni di italiani tra i 18 e i 74 anni sono risultati online, con una media di quasi 4 giorni ininterrotti al mese. Il dato che più ci sorprende nell’analisi Audiweb riguarda il traffico mobile: ben 7,4 milioni gli italiani che accedono a Internet solo da smartphone e tablet, mentre 5,3 milioni solo da PC. L’uso combinato riguarda 7,2 milioni di persone. E su quali contenuti “perdiamo” più tempo in media sui nostri smartphone? Social network, siti e applicazioni legate al mondo dei cellulari per la maggior parte, seguono app varie di intrattenimento, mentre news e email una quota di tempo molto più elevata da PC. Il 91% degli utenti tra i 18 e i 24 anni viene definita ‘’multiscreen surfer’’, con una forte propensione all’uso esclusivo dei device mobili per accedere a Internet nel giorno medio.

L’analisi di Audiweb spinge a diverse riflessioni sia in ambito di fruibilità dei contenuti da mobile sia in termini di opportunità di business. Chi gestisce profili e account social, siti, e-commerce, portali deve assolutamente garantire una buona esperienza ai propri visitatori e utenti mobile, perché ormai questi rappresentano un’importante fetta dei propri referral. Un sito non responsive perderà via via più utenti e quindi avrà sempre meno traffico. Viceversa, un sito ben ottimizzato fidelizzerà i propri utenti e ne acquisirà di nuovi. Parlavamo anche di business. Se sempre più italiani preferiscono il mobile al PC, allora passeranno più tempo anche in compagnia delle proprie app. Quale miglior momento per pensare a farne una?

Il ritorno di Bebo e il Social Media Marketing Internazionale

Il panorama dei social network è in costante espansione, continuano a nascere nuove piattaforme e non sempre è facile orientarsi e scegliere quella più adatta alla propria strategia marketing. Non tutte decollano allo stesso modo e c’è chi fallisce e decide poi di risorgere dalle proprie ceneri, come Bebo. Il suo ritorno potrà delineare un nuovo spazio di sviluppo per la costruzione di strategie di social media marketing internazionale?

Facciamo un passo indietro.
Cos’è Bebo?
Acromino di «blog early, blog often», è stato fondato dai coniugi Michael e Xochi Birch nel 2005. Fino al 2008 è stato uno dei social network più popolari in Gran Bretagna, fino alla cessione ad Aol per 850 milioni di dollari. Nel momento di massima espansione in alcuni Paesi, come ad esempio l’Irlanda, ha persino superato la popolarità di Google.

Bebo è fallito nel luglio dello scorso anno e i fondatori del social hanno deciso di riacquistare il loro progetto, per un milione di dollari.

Il social network non è ancora pronto e, mentre il fondatore Michael Birch fa parlare di sé e di Bebo in modo non del tutto convenzionale (come potrete constatare guardando il video), gli utenti sono invitati a lasciare la propria mail per essere i primi ad esser avvertiti non appena sarà rilasciata la nuova versione.

https://www.youtube.com/watch?v=Lm9J8Glk0bE

Quali opportunità potrebbe offrire il rilancio di Bebo?

I fondatori assicurano che, come in passato, sarà un luogo in cui divertirsi e incontrarsi con gli amici, una community dal tono creativo e leggero. Uno dei limiti del primo Bebo era però la scarsa trasversalità nei Paesi data dallo scarso numero di lingue supportate. Ci aspettiamo che ritorni con un’anima internazionale, elemento oggi più che mai fondamentale per avere davvero successo.

Lo spirito provocatorio dei fondatori e la creazione di community e contenuti ingaggianti non bastano più per rilanciare un social network nel 2014. La base per (ri)affacciarsi sullo scenario attuale è infatti un progetto dal respiro internazionale, che guardi a diversi mercati e offra opportunità ad aziende di tutto il mondo.

Un investimento su Bebo potrebbe essere una prospettiva interessante per aziende e brand se, come nella precedente versione, gli utenti avranno la possibilità di indicare quale tipo di pubblicità vogliono visualizzare. Uno strumento di advertising così personalizzato e mirato darebbe l’opportunità agli investitori di parlare a un pubblico che è davvero interessato al contenuto proposto, garantendo così una maggiore efficacia della comunicazione.

E se la piattaforma fosse sviluppata in più lingue rispetto al “vecchio” Bebo? Ancora meglio, diciamo noi. Un’attività su scala internazionale richiederebbe una conoscenza profonda dei vari contesti locali e della loro integrazione sul piano globale, per determinare al meglio i target di riferimento. Il nuovo scenario sarebbe uno spazio perfetto per costruire una strategia di social media marketing internazionale, stando ben attenti agli elementi che hanno bisogno di più cura e attenzione, come ben illustrato da Alessandro su questo blog: attività editoriale, influencer marketing, community management.

Dopo Weibo, insomma, teniamo gli occhi aperti anche su Bebo, pronti a cogliere le opportunità che potrà offrire.

L’importanza di chiamarsi Creatività

Il 22 settembre, mentre a Milano si passava dall’Happy Hour all’aperto sui Navigli al Giappo con il tavolo dentro, al Nokia Theatre di Los Angeles si svolgeva il Gala della Creatività: la 65esima cerimonia di consegna dei Prime Time Emmy Awards. I cosiddetti “Oscar della Televisione”. Come l’anno scorso, le protagoniste indiscusse sono state le serie TV in onda sui canali via cavo a pagamento, diventate ormai ossessioni serali per chi ama la serialità e il content marketing. Ma di questo abbiamo già parlato. Vi ricordate la patata? Il couch potato?

E come qualsiasi evento americano che si rispetti, l’Emmy Awards è anche occasione per le star di mostrare tutto il loro splendore sul red carpet. Fasciate nei loro bellissimi abiti e nei loro visi in ceramica laccata, le donne non perdono di certo l’attimo per forgiare la loro “principessità“. Eleganza e glamour a discapito, in alcuni casi, del buon gusto (NdA). Non è questo lo spazio e il momento per fare del Fashion Journalism, ma in qualche modo, l’immagine fa da padrona.

Canon, leader mondiale e indiscussa, nel campo dell’imaging e delle soluzioni digitali per la casa e l’ufficio, ha disegnato la strategia di comunicazione Canon’s Inspired mandando on air, qualche mese fa, il TV Commercial “Long live imagination“. La sua disarmante bellezza ha tolto fiato. Lo spot, il 22 settembre 2013, ha  vinto e meritato l’ambito Emmy ai 65th Annual Creative Arts Emmys Award nella categoria “Outstanding Commercial”.

 

Buffetto a chi è ancora convinto che il tradizionale commercial TV abbia raggiunto la sua fine o a chi crede che “la creatività non serva a vendere”.

Quello che è interessante notare, al di là dell’emotività dello storyboard, è lo storytelling di base e l’importanza dell’immagine.
Catturare lo “scatto perfetto” è il leitmotiv. Catturare il momento nel suo attimo più vero, trovarne il QUID, captare “quel qualcosa in più” capace di rendere il racconto (e il brand) memorabile, affascinante e tremendamente seducente. Per questo è fondamentale estrapolare il DNA del brand, seguire il ritmo del suo sangue e raccontarlo in modo “vero”, “reale”, “senza filtri” con un fiabesco storytelling.

L’immagine, il copy, la parte che si vede e che si sente, il dare e avere di una coppia creativa.
La creatività nella sua massima espressione. È l’eco di un amore che dura.

Questa è la vera natura del customer engagement.

Non è possibile ricordare senza immagini (l’infografica insegna).
Non è possibile arrivare fin dentro il cuore delle persone senza mostrare.
Non è possibile raccontare e poi non farsi riconoscere.
Non è possibile nemmeno trovare la strada per quel ristorantino che c’era tanto piaciuto se non avessimo avuto riferimenti visivi durante il nostro percorso.

Che sia una digital strategy, un progetto di social media marketing, un evento o una campagna di advertising la creatività è la benzina del customer engagement per chi non l’avesse ancora capito.

And The winner is… Creatività.