Raccontare di più nei 140 caratteri di Twitter

Twitter è un canale che esiste ormai da dieci anni e nel corso della sua storia ha visto diversi cambiamenti importanti nel modo in cui le persone sono abituate a utilizzarlo. Inizialmente era possibile twittare soltanto testo entro i 140 caratteri, uno degli asset del sito di micro-blogging. L’idea iniziale era di collegare l’impiego del mezzo a un altro medium popolare, gli SMS, infatti inviando un messaggio a un numero dedicato era possibile comunicare con una ristretta cerchia di persone. Dagli albori le cose sono cambiate notevolmente, ora Twitter è usato principalmente attraverso l’applicazione mobile, oltre che da browser e attraverso i più disparati dispositivi.

Le modalità di fruizione e utilizzo non sono le uniche ad essere cambiate. Anche la gamma di soluzioni offerte per comunicare è stata ampliata, aggiungendo la possibilità di usare hashtag, allegare immagini, gallerie di immagini, video, Vine e GIF, oltre all’introduzione delle Twitter card, che in maniera analoga a Facebook sfruttano i meta-tag delle pagine linkate nel tweet per generare un’anteprima del contenuto collegato. Questa serie di media aggiuntivi però ha sempre avuto un impatto sul consumo dei 140 caratteri disponibili.

La novità annunciata da Twitter riguarda la semplificazione del conteggio dei caratteri disponibili.

Questo significa che potremo utilizzare tutti i 140 caratteri per ogni tweet (non si tratta quindi del tanto chiacchierato abbattimento del limite dei caratteri). Vediamo nel dettaglio quali saranno le modifiche che verranno introdotte:

  • Risposte: quando ci troveremo a rispondere a un tweet, la menzione del @profilo non verrà più conteggiata.
  • Media: foto, GIF, video, sondaggi o Quote Tweet non toglieranno più spazio alle parole.
  • Retweet e Quote Tweet: verrà abilitato il tasto di retweet sui propri lanci.
  • .@: i tweet che iniziano con la menzione di un profilo non verranno più considerati come risposte, verranno invece mostrati a tutti alla stregua di un normale lancio.

twitter e i 140 caratteri

Fonte: blog.twitter.com

Queste modifiche semplificano senz’altro l’utilizzo del canale, ma non saranno disponibili da subito: Twitter ha comunicato che verranno rilasciate nei prossimi mesi.

10 Anni di Festival Internazionale del Giornalismo

Un po’ difficile da raggiungere (5 ore in treno e 2 cambi a Firenze e a Terontola), ma è sempre bello tornare a Perugia, soprattutto per il Festival Internazionale del Giornalismo.

Quest’anno il festival spegne 10 candeline e il modo migliore per festeggiarlo era esserci, anche perché anno dopo anno la lineup degli speaker è sempre più interessante. Solo per fare qualche nome della decima edizione possiamo citare: Lucia Annunziata dell’Huffington Post, Celia Guimaraes di Rai News, Livia Iacolare di Twitter Italia, Pierluigi Pardo di Sport Mediaset, Paolo Barberis (consigliere dell’Innovazione del Presidente del Consiglio), Dino Amenduni, Mafe De Baggis, Riccardo Iacona, Sarah Varetto (direttore di Sky TG24), Craig Silverman di BuzzFeed Canada, Mark Little di Twitter, Peter Gomez, Giovanni Floris, Diego Bianchi, e tanti tanti altri, tutti stipati in una agenda fittissima di appuntamenti in 12 location sparse per la città.

Il Festival Internazionale del Giornalismo è un grande momento per imparare e osservare: imparare perché ogni speach ti arricchisce trasmettendoti nuovo know how; osservare perché gli speaker che arrivano da tutto il mondo fanno il punto su tutto ciò che riguarda un determinato topic condividendo le loro esperienze.

Ho iniziato il mio giro della manifestazione con “Maledetto Storytelling” con Diego Amenduni e Mafe De Baggis. Lo storytelling è una tecnica di comunicazione, molto nota a chi come noi si occupa di digital, che nel corso degli ultimi anni l’ha subita da parte dei politici che ne hanno abusato per fini propagandistici.
Il “maledetto” sta infatti proprio a sottolineare la distorsione che vive oggi lo storytelling. La bellezza di questa tecnica sta invece non in chi la racconta (ad esempio un politico o un potente), ma nella sua missione: raccontare una storia. Una storia è raccontata bene quando tocca degli elementi che sono presenti nella nostra mente e nei nostri ricordi, e il compito dello storyteller deve essere quello di riuscire a toccare questi elementi attraverso un percorso narrativo.

“Accettiamo che lo storytelling sia uno strumento positivo. Contano le storie, altrimenti vengono confuse con la fuffa.”
Dino Amenduni

Al Festival Internazionale del Giornalismo non potevano certo mancare i social. Perché social e giornalismo sono legati a doppio filo: e infatti non è mancato Twitter, fresco fresco di compleanno celebrato con #Twitter10 (a proposito di social, qui abbiamo scritto di come sia possibile fare giornalismo su Snapchat).

Durante tutta la manifestazione l’Hotel Brufani ha ospitato la #BlueRoom di Twitter, uno spazio esclusivo per permettere a degli ospiti speciali di vivere un’esperienza Twitter immersiva e interattiva con il proprio pubblico con interviste, annunci, sessioni di Q&A e molto altro ancora. Tra i tanti passati dalla Blue Room anche Zoro.

[foto in copertina di Stefano Gizzi #IJF15]

Fare giornalismo su Snapchat

Il futuro del giornalismo è esclusivamente digitale? La questione è apertissima, anche se alcuni indizi sembrano far intravedere una risposta. Una decina di giorni fa, per esempio, l’Independent ha deciso di dire per sempre addio alla carta perché – spiega il proprietario del quotidiano Evgeny Lebedev – “l’industria della stampa è in fase di cambiamento e il cambiamento è avviato dai lettori. Ci indicano che il futuro è digitale”.
E in questo orizzonte, lo sappiamo bene, è il mobile a farla da padrone, mettendo all’angolo il desktop. Il fondatore di BuzzFedd Jonah Peretti spiega che il mobile è l’ecosistema naturale in cui far vivere i contenuti della sua media company, sempre più millenium-friendly e legati a video, listicle e GIF. Del resto, i 200 milioni di utenti unici mensili di BuzzFedd accedono al 70% dei contenuti da dispositivi mobili.

Parliamo comunque di uno scenario incerto e in continua evoluzione, dove si aprono sempre più spazi anche per l’interazione con l’Intelligenza Artificiale. Solo una settimana fa il Guardian ha pubblicato un articolo intitolato AI is already making inroads into journalism but could it win a Pulitzer?. Il titolo sembra provocatorio, ma non lo è affatto se si pensa ai software che vengono sempre più impiegati per impacchettare articoli sportivi e clickbait. Una ricerca della Oxford University va in questa direzione spiegando che quello del giornalista è uno dei mestieri più a rischio nel futuro prossimo.

Futuro prossimo, forse: ma non immediato. Il presente parla ancora altre lingue. Una di queste è quella di Snapchat, il social network popolarissimo tra i millenial, con il 70% degli oltre 200 milioni di iscritti negli USA che sono under 35. I numeri sono impressionanti: secondo Edison Reserach, Snapchat (insieme a Instagram) è secondo solo a Facebook nel numero di volte con cui le persone controllano il proprio account (12% contro 35%).
Qualcuno addirittura considera Snapchat la nuova frontiera del giornalismo. Forse le cose non stanno così, ma se anche colossi dell’informazione come BBC, CNN, Washington Post e New York Times sono approdati su Snapchat, c’è un motivo: la possibilità di comunicare in maniera nuova per raggiungere un pubblico giovanissimo. Perché l’idea che le nuove generazioni non siano interessate alle notizie non risponde al vero, dice il portavoce della CNN Matt Dornic all’American Journalism Review. Quindi, il punto è trovare il modo giusto.

Come spiega un recente articolo del Corriere della Sera, sono sostanzialmente due i mezzi da impiegare se si vuole fare giornalismo su Snapchat: la sezione Discover e le singole Storie.
La sezione Discover è uno spazio esclusivo, aperto nel gennaio 2015 e dedicato a editori partner come BuzzFedd, Mashable, National Geographic, Cosmopolitan, MTV, ESPN, Daily Mail. L’ultimo arrivato (il ventunesimo) è una startup di news video: NowThis. Qui i contenuti – visibili per sole 24 ore – sono gestiti da team dedicati (il Wall Street Journal per esempio ne ha messo in piedi uno di cinque persone per pubblicare otto snap al giorno, dal lunedì al venerdì) e ovviamente curati in base ai diversi tagli redazionali. Temi di attualità per CNN, listicle ironiche per BuzzFeed e star news per MTV. E le possibilità espressive sono enormi: con un semplice swipe si passano in rassegna testi, foto, video e GIF. Ovviamente l’immediatezza è il cardine di tutti questi contenuti, pensati per una fruizione veloce e in movimento.

Altro discorso per le Storie. Non vantano nessuna esclusività e sono accessibili a tutti: quando una persona crea un contenuto può decidere di aggiungerlo alla propria Storia del giorno. La foto o il video verranno conservati per 24 ore, prima di volatilizzarsi. Le Storie rappresentano un’alternativa per fare giornalismo su Snapchat, un’opzione più flessibile per editori e giornalisti che decidono di postare soltanto contenuti speciali. Due esempi: il Washington Post, che ha seguito il Super Bowl, e John Sweeney, il giornalista di BBC Panorama che ha costruito un interessantissimo reportage su Snapchat mentre seguiva la rotta balcanica dei migranti verso l’Europa.

In occasione di eventi speciali (dal Siblings Day al GP delle Americhe della MotoGP), poi, un team dedicato di Snapchat seleziona i migliori snap e li raccoglie un collage.

Fare giornalismo su Snapchat è possibile? A questo punto, la risposta è chiara: sì, ma in modo nuovo. Resta comunque ancora da capire a pieno come evolverà il comportamento degli editori. Anche in relazione al discorso advertising, che Snapchat sta portando avanti in tutta fretta (perché il tempo di battere cassa è arrivato: basti pensare che un editore della sezione Discover come Cosmopolitan polarizza 3 milioni di utenti al giorno). I giornalisti quindi hanno fra le mani un grande strumento: secondo Chris Snider della Drake University, “a great storytelling platform”. Perché immediatezza non significa necessariamente sacrificio della qualità.

Newsletter: ma non dovevamo rivederci più?

Oggi parliamo di uno spazio di comunicazione molto diffuso: le Newsletter. Non vi dirò però che i brand possono utilizzarle per comunicare con utenti e clienti, né che sono uno strumento importante per chi ha un blog. Né vi ammorberò con dati come i tassi di apertura. Vi dirò solo che in questo periodo molte persone le stanno usando per diffondere contenuti. In modo diverso.

Questo fenomeno sta prendendo piede grazie all’esistenza di strumenti gratuiti per la creazione di Newsletter come ad esempio Tinyletter. Queste sono piattaforme funzionali e flessibili che hanno avvicinato questo tipo di spazio editoriale a molte persone, sono nati quindi spazi di comunicazione alternativi ai social e piattaforme di blogging anche “leggero” come Medium o Tumblr.

Anche se utilizzate in un modo un po’ diverso, le mail inviate devono comunque tener conto delle regole delle Newsletter tradizionali ovvero:

– Devono avere un progetto/contenuto interessante da proporre.
– Non devono essere promozionali o, nel caso, i contenuti promozionali devono essere minimi.
– Non devo ammorbare i miei lettori con decine di invii.

Perché una Newsletter?

I motivi per preferire questo strumento sono diversi: sono i lettori a cercare gli argomenti, chi scrive quindi è in grado di parlare ad un pubblico interessato e in target.
Chi legge, invece, ha la possibilità di ricevere i contenuti via mail, evitando ricerche e feed, o affidandosi alla serendipity del social (leggo la notizia perché è apparsa nel mio stream) e sfruttando a pieno le potenzialità del mobile.

Mi sono iscritto ad alcune Newsletter perché interessato agli argomenti trattati, le cito qui sotto:

“Una cosa al giorno” di Rocco Rossitto e Claudia Vago. “Una cosa inviata via email per stupirti e farti scoprire qualcosa di nuovo. Ogni giorno, tutti i giorni.”

“Polpo” di Simone Tolomelli. “Dovrebbe essere una cosa più o meno in cinque/otto punti (da cui il nome della newsletter stessa), cioè: di solito una volta al giorno mi succede una roba che mi fa riflettere e ve la racconterò volentieri. Poi immagino potrei aggiungere un consiglio di lettura, un video, sicuro qualche cosa che arriva da un podcast, e altre cose del genere. Comunque molto molto estero e poca Italia, per capirci”.

“Bring Your Own Set Of Ears” anche se in italiano, così come arriva nella mia casella di posta, mi piace di più: “Portatevi le orecchie” di Andrea Tassi. È una raccolta di segnalazioni di podcast.

Voi avete una Newsletter da consigliare?

Periscope e il giornalismo

Grazie a internet, le notizie si diffondono molto velocemente da un angolo all’altro del globo e per le testate giornalistiche è diventato cruciale mantenere il passo. Per poter offrire servizi di informazione sempre più efficienti e coinvolgenti per il loro pubblico, i giornali sono attenti all’evoluzione della comunicazione e pronti a sperimentare.

A marzo è uscito Periscope, l’app Twitter che permette live streaming video da un qualsiasi smartphone iOS o Android. I video in streaming non sono certo una gran novità, la pirateria, gli hangout Google, YouTube ci hanno abituato a fruire quotidianamente di contenuti video in rete, ma Periscope gode di due vantaggi competitivi rispetto alle altre piattaforme: il primo è l’immediatezza, per poter essere on air basta aprire l’app e iniziare a filmare (niente di più facile); il secondo punto a favore è l’integrazione con Twitter. Questo è particolarmente importante per i giornali perché vivono di fatti che riguardano il presente e nessun canale può raccontarlo come Twitter che ha fatto del real time la sua forza.

Quando l’app iOS di Periscope fu lanciata, già nel suo primo giorno di vita fu utilizzata dai newyorkesi per testimoniare la diretta di un incendio scoppiato nell’East Village di New York. Periscope è così diventato un importante mezzo del citizen journalism: un giornalismo fatto di contribuiti e testimonianze degli utenti che da lettori diventano editori di notizie in grado di raggiungere un pubblico più vasto anche di alcune testate online.

new-york
Fonte: Periscope

Se Periscope può essere utilizzato da chiunque per il citizen journalism, può anche essere utilizzato magistralmente dalle testate per documentare day by day dei momenti o delle crisi importanti come quella dei rifugiati che sta colpendo l’Europa in queste settimane.

Ad esempio, Paul Ronzheimer, un reporter del quotidiano tedesco Bild, ha raccontato e documentato il viaggio in Germania dei rifugiati dell’isola greca di Kos con dei broadcast su Periscope: “È stato interessante vedere quanto interesse c’è stato nel racconto. Alcune volte i live viewer arrivavano a 5-6 mila e un video è stato rivisto 90.000 volte”.

Secondo Paul, Periscope gli ha permesso di utilizzare i commenti del pubblico per arricchire le sue interviste, poter filmare ogni volta che poteva stando al fianco dei rifugiati per tutto il viaggio: il giornalista ha potuto seguire anche le strade illegali percorse dai rifugiati e stare con loro durante situazioni molto delicate in cui non era permesso l’accesso alla troupe.

Nonostante fosse inizialmente preoccupato di ricevere commenti razzisti, il giornalista ha ricevuto migliaia di commenti, tweet e email di persone che lo ringraziavano per il suo lavoro grazie al quale è stato approfondito il problema dei rifugiati e la loro condizione.

Periscope è quindi la nuova frontiera del giornalismo moderno? 

Vi invito a visitare Periscope ora, aprite la vostra app! Non troverete reportage o notizie di rilievo. Periscope è ancora lontano da essere un tool di informazione pura, ma è sulla buona strada. Come molti social network, Periscope consiste di una grossa percentuale di broadcast di persone che filmano il proprio cane o la propria colazione, ed è esposto a diverse insidie tra cui la pornografia, la pirateria e la questione della privacy.

Come la realtà virtuale cambierà i social, il web e probabilmente anche noi stessi

Non c’è niente di apparentemente originale nel parlare di “realtà virtuale”, definizione già vecchia 30 anni fa dopo che plotoni di scrittori di fantascienza e registi ne avevano mostrato la diffusione e le pericolose degenerazioni con i protagonisti delle loro storie. Ma, appunto, di storie si è sempre trattato. Oggi, il concetto di “realtà virtuale” è per la prima volta calato nella “realtà quotidiana” di tutti noi. E se ancora non ve ne siete accorti, ve ne accorgerete molto presto.

Ecco che cosa sta succedendo:

– Nel 2012, in California, viene fondata Oculus VR, piccola ma altamente innovativa azienda tecnologica con l’obiettivo di commercializzare il suo primo prodotto, Oculus Rift, uno schermo da indossare davanti agli occhi che permette di avere un’esperienza visiva virtuale a 360 gradi.

– Nel marzo 2014, Mark Zuckerberg annuncia di avere rilevato Oculus VR per la modica cifra di 2 miliardi di dollari. L’intero studio di progettazione si sposta all’interno della sede di Facebook, in Silicon Valley.

– Il 24 settembre 2015, Facebook annuncia che i video a 360 gradi sono pronti per essere fruiti dagli utenti e – come se non bastasse – ne mostra un assaggio all’interno del mondo di Star Wars, grazie a un accordo con la LucasFilm (ovvero con Walt Disney Company, proprietaria dei diritti della saga dal 2012).

– Contemporaneamente all’annuncio di Facebook, si tiene la convention Oculus Connect 2, durante la quale viene annunciato che a novembre uscirà Gear VR, un dispositivo di realtà virtuale prodotto con Samsung, al costo di 99 dollari. Oculus Rift, invece, ne costerà 300. In entrambi i casi, prezzi sono pensati per essere abbordabili da un pubblico vasto e non elitario.

Fin qui, la cronaca. Ma la cosa interessante, a questo punto, almeno per chi lavora sulla comunicazione, è provare a immaginare come tutto ciò cambierà le possibilità di raccontare e di raccontarsi attraverso lo schermo del computer e del mobile. Proviamo a fare qualche esempio:

– Siete in vacanza in un posto esotico e bellissimo. Scattate foto da tutto il giorno e alla sera create un album su Facebook per fare invidia agli amici. Grazie a Oculus, i vostri amici potranno “entrare” all’interno delle immagini osservando a 360 gradi il luogo in cui vi trovate. Invidia a 360 gradi.

– Avete scoperto un serie tv che vi tiene incollati allo schermo. Bene, sappiate che nei prossimi mesi Netflix avvierà la distribuzione di un’applicazione – in collaborazione con Facebook, Fox, Hulu, Lionsgate, Vimeo, Twitch e TiVo – per la visualizzazione di streaming video in realtà virtuale (anche da mobile).

– Avete consacrato la vostra vita alla passione per i videogiochi? Buone notizie: potete già sperimentare alcuni giochi in realtà virtuale, dal fanta-psichedelico Adventure Time al terrificante Alien: Isolation. E molti altri sono in arrivo, dato che Oculus è in trattativa con Sega, Midway e Namco per portare dentro la VR classici come Pac-man, Spy Hunter e Sonic.

– Non vi interessa postare sui social e neanche guardare film, perché volete creare opere d’arte vostre. Tranquilli, quelli di Oculus hanno annunciato che è previsto per il 2016 il rilascio di un controller “Touch” che servirà per controllare i movimenti delle mani all’interno della realtà virtuale e creare opere d’arte digitali a 360 gradi.

– Infine, non ci vuole un genio per prevedere che migliaia di persone non aspettano altro che provare la realtà virtuale su PornHub. Ma su questo vi lascio immaginare da soli.

Questi sono solo i primi esempi di come la VR sta per cambiare il mondo dei contenuti online. Per cui, cari Web Content / Social Media Manager, tenetevi pronti. Niente sarà più come prima: la realtà virtuale è (quasi) realtà.

Pharrell Williams: che Bellezza di Storytelling

Qualche giorno fa “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino ha trionfato agli Oscar 2014 come Miglior Film Straniero, riportando la tanto amata statuetta in Italia dopo ben 15 anni.
In questa 86ª Notte Stellata, ospitata al Dolby Theatre di L.A. il 2 marzo 2014, anche la musica sale sul palco. La canzone “Happy” di Pharrell Williams, uno dei produttori di maggior successo dell’era contemporanea, viene candidata come Miglior Canzone. Tra applausi, trionfi e sorprese, il genio Pharrell non ottiene alcun premio, ahimé, ma riesce a far scatenare persino Meryl Streep.

Impatto visivo, divertimento e stupore. Questi gli ingredienti per uno storytelling emotivo di successo.

Nella saturazione comunicativa che abbiamo intorno è impresa assai ardua trovare formule innovative e originali, ma Pharrell ci è riuscito. Il videoclip di “Happy” ha fatto il giro del mondo. E cosa ha prodotto? Una reazione viscerale e autentica, un profondo coinvolgimento del pubblico, di tutto il pubblico. Dai bambini, ai ragazzi, ai 50enni scatenati e ai nonni fuor di pensione che hanno tamburellato con il dito sul tavolo. Skateboard P (nickname di Pharrell Williams) ha saputo parlare a chiunque. Ha raccontato il suo stato d’animo.
E ha fatto centro.

Pensare ad emozioni e trasformarle in immagini. Per cosa?
Fare engagement storytelling in musica.

Un concept creativo: happy. Una strategia di comunicazione: costruire, muovere e definire atteggiamenti. I canali: un sito in cui “Happy” è in loop per 24 ore. Un video in cui compaiono ballerini improvvisati, professionisti, personaggi famosi e non, che si muovono per le vie della città sotto lo sguardo dei passanti. Un piano sequenza continuo che non ha un inizio e una fine definiti, ma scelti dall’utente.

Obiettivo: creare buzz e interazione con l’idea stessa.
Risultato: viralità senza skip.

E tutti ballano: Giamaica, Inghilterra, India, Russia, Tunisia e anche l’Italia. Ovunque compaiono video virali dove i cittadini si esibiscono nella canzone “Happy” di Pharrell Williams. Un contagio, un tormentone. I pubblicitari del futuro non parleranno più di “effetto Willy Wonka”, ma di “effetto Pharrell“.

Ma cos’ha funzionato nei video engagement storytelling di “Happy”?

Lo storytelling, appunto: i micro-racconti. L’empatia, il coinvolgimento emotivo. Il pensiero divergente, la voglia di cercare idee, intuizioni, spunti fuori dal dominio della logica.
End benefit: viralità.

L’importanza di chiamarsi Creatività

Il 22 settembre, mentre a Milano si passava dall’Happy Hour all’aperto sui Navigli al Giappo con il tavolo dentro, al Nokia Theatre di Los Angeles si svolgeva il Gala della Creatività: la 65esima cerimonia di consegna dei Prime Time Emmy Awards. I cosiddetti “Oscar della Televisione”. Come l’anno scorso, le protagoniste indiscusse sono state le serie TV in onda sui canali via cavo a pagamento, diventate ormai ossessioni serali per chi ama la serialità e il content marketing. Ma di questo abbiamo già parlato. Vi ricordate la patata? Il couch potato?

E come qualsiasi evento americano che si rispetti, l’Emmy Awards è anche occasione per le star di mostrare tutto il loro splendore sul red carpet. Fasciate nei loro bellissimi abiti e nei loro visi in ceramica laccata, le donne non perdono di certo l’attimo per forgiare la loro “principessità“. Eleganza e glamour a discapito, in alcuni casi, del buon gusto (NdA). Non è questo lo spazio e il momento per fare del Fashion Journalism, ma in qualche modo, l’immagine fa da padrona.

Canon, leader mondiale e indiscussa, nel campo dell’imaging e delle soluzioni digitali per la casa e l’ufficio, ha disegnato la strategia di comunicazione Canon’s Inspired mandando on air, qualche mese fa, il TV Commercial “Long live imagination“. La sua disarmante bellezza ha tolto fiato. Lo spot, il 22 settembre 2013, ha  vinto e meritato l’ambito Emmy ai 65th Annual Creative Arts Emmys Award nella categoria “Outstanding Commercial”.

 

Buffetto a chi è ancora convinto che il tradizionale commercial TV abbia raggiunto la sua fine o a chi crede che “la creatività non serva a vendere”.

Quello che è interessante notare, al di là dell’emotività dello storyboard, è lo storytelling di base e l’importanza dell’immagine.
Catturare lo “scatto perfetto” è il leitmotiv. Catturare il momento nel suo attimo più vero, trovarne il QUID, captare “quel qualcosa in più” capace di rendere il racconto (e il brand) memorabile, affascinante e tremendamente seducente. Per questo è fondamentale estrapolare il DNA del brand, seguire il ritmo del suo sangue e raccontarlo in modo “vero”, “reale”, “senza filtri” con un fiabesco storytelling.

L’immagine, il copy, la parte che si vede e che si sente, il dare e avere di una coppia creativa.
La creatività nella sua massima espressione. È l’eco di un amore che dura.

Questa è la vera natura del customer engagement.

Non è possibile ricordare senza immagini (l’infografica insegna).
Non è possibile arrivare fin dentro il cuore delle persone senza mostrare.
Non è possibile raccontare e poi non farsi riconoscere.
Non è possibile nemmeno trovare la strada per quel ristorantino che c’era tanto piaciuto se non avessimo avuto riferimenti visivi durante il nostro percorso.

Che sia una digital strategy, un progetto di social media marketing, un evento o una campagna di advertising la creatività è la benzina del customer engagement per chi non l’avesse ancora capito.

And The winner is… Creatività.

Vine: nuove possibilità di content marketing

Una delle mie ultime fissazioni è Vine. Lo testimoniano i video che sto facendo al mio cane Spock (detto #Spauck). Si tratta di una applicazione per iPhone e iPad (se non l’avete ancora scaricata la trovate qui) molto interessante che permette di realizzare video, facendo anche piccoli montaggi, e di raccontare storie nello spazio di pochi secondi, sei per l’esattezza.

Questa app ripropone una delle caratteristiche che hanno fatto la fortuna di Twitter, ovvero fare storytelling con risorse (spazio e tempo) limitate. Quando tempo e mezzi a disposizione sono pochi la creatività può fare la differenza, ecco quindi che spuntano i primi esperimenti, i primi micro film e i primi spot e le prime strategie digitali. Le caratteristiche di Vine permettono di creare contenuti senza preliminari e informazioni superflue mettendo in mostra solo l’essenza di prodotti e contenuti. Se volete farvi un’idea dei video attualmente pubblicati su Vine vi consiglio di dare un’occhiata a Seenive, come recita la sezione about: l’alternativa non ufficiale all’applicazione mobile targata Twitter.

Rispetto a Cinemagram c’è un’evoluzione. Si passa dalla realizzazione di GIF animate, anche se elaborate e creative, a veri e prorpi cortometraggi con audio. Tutto da condividere immediatamente con i propri contatti Twitter e Facebook.

Quali sono le possibilità per i brand? In realtà gli spazi per muoversi con originalità ci sono tutti. Lo strumento è nuovo e chi lo sta utilizzando lo fa in modo molto sperimentale. Su Vine possono essere veicolati messaggi in modo creativo, non invadente e spiritoso. Possono essere realizzati degli spot, clip in stop motion, presentati libri e riviste in anteprima (book trailer) e mostrata la gamma prodotti di una marca. I brand, inoltre, possono sfruttare l’effetto novità del mezzo che rende, di fatto, ogni contenuto, anche se ralizzato con qualità non altissima, notiziabile.

Ecco due dei brand che stanno utilizzando questo canale in modo interessante:

Ritz Crackers

Red Vines