Oscar 2016, social TV e haters. È ora di finirla

Gli Oscar 2016 si sono conclusi secondo i pronostici con la vittoria dell’italiano Morricone, e finalmente anche il caro DiCaprio è riuscito a vincere la tanto agognata e meritata statuetta.

Al di là di ciò che sono stati gli Oscar sullo schermo, tra commenti sul dress code delle star e polemiche di razza, la vera nota interessante dell’88esima edizione sono le conversazioni generate sul secondo schermo, quello più piccolo, dei social network, e in particolare di Twitter,  che hanno trasformato gli Oscar nella seconda trasmissione più twittata di sempre.

Secondo Talkwalker le conversazioni totali sono state 10 milioni, di cui il 99% si sono svolte su Twitter. Leonardo DiCaprio la fa da padrone: il suo nome ricorre in quasi 3 milioni di citazioni, il suo tweet di ringraziamento risulta il più condiviso su Twitter e la sua vittoria il minuto più twittato di sempre, superando anche la memorabile selfie di Ellen DeGeneres di due anni fa: più di 440.000 tweet al minuto.

Tutti i brand, chi più chi meno, hanno sfruttato questa incredibile opportunità di esposizione mediatica, ma un caso si è distinto per originalità e innovazione.

Dove ha lanciato, proprio in coincidenza degli Oscar, una campagna decisamente in controtendenza rispetto a quello che è ormai è un must della social TV, gli haters di tutto e di tutti.

Un ascolto ha rilevato, tra le conversazioni che avevano come oggetto l’aspetto fisico, ben 5 milioni di tweet negativi sul corpo femminile. Dove ha risposto a questo dato lanciando la campagna #speakbeautiful, a cui partecipa anche Twitter, con lo scopo di promuovere un linguaggio più civile sul web.

Ad ogni messaggio negativo rilevato sull’account Dove, Twitter invia un reply personalizzato con un messaggio costruttivo.

Peccato che tutto succeda solo su Twitter, forse qualcuno sarebbe andato in soccorso e difesa di Jenny Beavan, vincitrice dell’Oscar per i costumi di Mad Max e accolta da una platea perplessa e un timido applauso proprio a causa del suo aspetto fisico, e in particolare della sua mise poco rispettosa del dress code. 

Nell’enorme mole di contenuti che hanno gravitato attorno agli Oscar non era facile distinguersi, ma qualcuno ha fatto la differenza.

E siamo già pronti per gli Oscar 2017.

Lo stadio più grande del mondo si chiama Facebook Sports Stadium

Potrebbe cambiare il modo di vivere lo sport. Del resto è questo l’auspicio con cui nasce Facebook Sports Stadium, il nuovo spazio virtuale che il colosso di Menlo Park dedica agli eventi sportivi. La novità, annunciata da una manciata di giorni, costituisce un’ulteriore conferma dell’interesse di Facebook per il real-time, territorio tradizionalmente presidiato da Twitter che ora, trovandosi in cattive acque, rischia sempre più di lasciare il fianco scoperto alle Live Stories di Snapchat. Nello scorso novembre, il lancio di Notify rispondeva proprio all’esigenza di informazione in tempo reale su Facebook, con il tentativo di incanalare in un unico spazio flussi distinti e variegati di notizie.
Parallelamente, Facebook vuole convincere gli inserzionisti che investire dove si parla di live tv è redditizio – almeno – quanto fare pubblicità in televisione.

Facebook Sports Stadium è di fatto la nuova sezione del social network che consente alle persone di seguire e commentare un evento sportivo in diretta in modo approfondito e partecipato. Nel dettaglio, ci saranno quattro schede: conversazioni degli amici (in sostanza, il Bar Sport con le sue discussioni appassionanti e interminabili), post e commenti degli esperti, risultati e statistiche, informazioni generali (per esempio, su quale canale seguire un certo evento in tv).

Nel post di lancio sul blog ufficiale, il Product Manager Steve Kafka spiega che Facebook Sports Stadium è il più grande stadio al mondo, e stima che tra il miliardo e mezzo di utenti mensilmente attivi si trovino ben 650 milioni di appassionati e tifosi.

Gli accessi al nuovo stadio virtuale sono per il momento limitati alle partite di football americano (la mitica Nfl), da vedersi negli USA ed esclusivamente su iOS. Ma il supporto verrà presto esteso per quanto riguarda paesi e sport (speriamo anche per quelli minori, di cui è più difficile trovare notizie e aggiornamenti).

È ancora piuttosto difficile capire a fondo la portata di questa nuova second screen experience, ma sembra certo che potrebbe rappresentare una svolta decisiva per gli amanti dello sport con il telecomando in una mano (e lo smartphone nell’altra). Del resto, “there’s nothing better than watching sports with your friends” recita il video introduttivo al Facebook Sports Stadium. Facciamo un solo esempio, e proiettiamoci ad agosto: con questo nuovo stadio virtuale, come potrebbe cambiare il nostro modo di vivere le Olimpiadi di Rio de Janeiro?

Social TV. Il caso Eni come esempio di crisis management

Quando televisione e social media convergono in uno spazio di discussione ibrido, che sfuma i confini mediali intesi in senso tradizionale, si parla di Social TV. È il fenomeno che ha contribuito a portare il consumo televisivo a crescere di nuovo, dopo qualche pericolosa oscillazione verso il basso.
La possibilità di commentare in diretta e interagire mediante tweet, post e video apre prospettive inedite per il modello televisivo. Il pubblico non vuole più solo guardare uno spettacolo in TV, vuole partecipare ed essere protagonista. Ciò spiega il successo dilagante di format costruiti intorno all’interazione tra studio e casa, come reality, talent e talk show.

Twitter è per definizione lo spazio della Social TV, il social media che condensa la maggior parte delle conversazioni online sul tema televisivo. L’abbiamo visto bene ieri sera, quando Eni ha scelto i 140 caratteri per rispondere in diretta alle accuse della trasmissione di Rai 3 Report.

Report ha mandato in onda “La Trattativa”, il servizio che cerca di ricostruire il presunto affare da un miliardo di dollari dell’Eni per l’acquisto della licenza per sondare i fondali marini del blocco petrolifero denominato Opl245 in Nigeria. Per ribattere alle accuse e tutelare la brand reputation, Eni ha deciso di inserirsi nel flusso di hashtag su Twitter (#report) e documentare le proprie argomentazioni con link, immagini e perfino con un dossier online. Ne è nata una conversazione accesa che ha coinvolto profili privati e profili ufficiali.

Senza entrare nel merito dell’inchiesta, quello che conta sottolineare è l’impeccabile gestione social di Eni, che costituisce un ottimo esempio di comunicazione aziendale in ottica di crisis management e brand reputation. La risposta di Eni è stata puntuale e soprattutto in real-time. È forse la prima volta che nello scenario italiano un brand riesce a sfruttare così sapientemente la Social TV.

A dare maggiore spessore alla propria risposta contribuisce anche il fatto che l’azienda è intervenuta, oltre che dall’account ufficiale, anche dagli account personali di alcuni dirigenti, come quello di Marco Bardazzi (Communication Director di Eni) che ha risposto prontamente ad Andrea Vianello (direttore di Rai 3).

Il dispiegamento di una vera e propria task force social da parte di Eni rappresenta un esempio eccellente di crisis management (anche se in questo caso non si è potuto fare a meno di notare il ritardo con cui Report ha attivato la propria controffesiva, lasciando il fianco scoperto). Ma non solo: testimonia come per i brand sia sempre più necessario muoversi contemporaneamente su più canali e scegliere su quale giocare le carte migliori. Il caso di Social TV di ieri mostra infatti che il second screen vale – almeno – quanto quello televisivo.

Un modo diverso di fare social TV… #aggratis

Ci sono ancora programmi e personaggi televisivi che provano a fare qualcosa di nuovo. Può andar bene o male, la trasmissione può piacere o meno, ma si apprezzano i tentativi.
La sperimentazione non riguarda solo la scrittura del programma e la ricerca di linguaggi diversi ma si cercano meccaniche innovative di Social TV per interagire con il pubblico. È il caso di #aggratis, in onda nelle scorse settimane su Rai2 e condotto da Chiara Francini e Fabio Canino.

Dove sta l’innovazione? Si usa Twitter in un modo interessante.

Uno dei problemi dell’interazione social con un programma televisivo, segnalato anche da Frank di Radio DeeJay in questa intervista, è questo: “… vengono lanciati dei messaggi dall’alto, non si crea una discussione tra ascoltatori e protagonisti anche per una questione pratica, non ci sono pause, tempi tecnici. Anche dove sono previste le interazioni con Twitter e Facebook poi non c’è il tempo per un botta e risposta, non si possono attendere le risposte degli utenti… ”.

Sono assolutamente d’accordo.

Nel programma di Rai2 la meccanica non prevede un’interazione diretta con i conduttori, bensì si chiede al telespettatore di utilizzare Twitter per aumentare il numero follower dei profili di alcuni VIP poco seguiti (il #twitterthon).
Oltre a questo c’è la richiesta di mettere a conoscenza i suddetti personaggi famosi dell’operazione pubblicando sulle loro bacheche dall’hashtag del programma, #aggratis appunto e la citazione degli account Twitter di tutti gli ospiti.

Al di là dei gusti personali e di quel che può pensare Aldo Grasso, ma soprattutto l‘Altro Grasso, è un interessante format che la TV può utilizzare per interagire con gli utenti. In questo modo si intrattengono le persone e si promuove il programma attraverso la rete.

 

Facebook ads e la conquista del prime time TV

Su IAKI blog parliamo spesso di Social TV, di second screen e tutto quanto riguardi i telespettatori e le emittenti social, ma le pratiche di consumo dei media non sono l’unico aspetto che riguarda la cross-medialità. Il mercato dei media è un mostro a due teste che oltre a rivolgersi allo spettatore, cerca di creare spazi di vendita per le inserzioni pubblicitarie. È in questo campo che si svolge la battaglia tra le piattaforme social più forti: Twitter e Facebook.

Twitter gode dell’endorsement del mondo televisivo da tempo ormai, nessuna emittente può più permettersi di escludere dai giochi strumenti come live tweet, hashtag e interazioni. È per questo motivo che di recente vi abbiamo parlato del Tv ad Targeting di Twitter, uno strumento che permette agli inserzionisti di sincronizzare la messa in onda delle comunicazioni commerciali con la messa online del tweet sponsorizzato abbinato. In questo modo i telespettatori che seguono lo show anche su Twitter verranno circondati dal messaggio, offrendo agli inserzionisti strumenti interessanti per stimolare il coinvolgimento.

In questo scenario Facebook non rimane certo con le mani in mano, confermando il suo ruolo di follower nei confronti di Twitter, almeno per quanto riguarda il rilascio di nuove features (vedi alle voci: hashtag e video su Instagram). Le ultime novità seguono la strada tracciata dal competitor, annunciando per il prossimo autunno un nuovo video-formato pubblicitario di quindici secondi, ovvero nuove Facebook ads destinate a mescolarsi al flusso di notizie e probabilmente sincronizzabile con la messa in onda in televisione. Nel campo dei media online invece viene lanciato l’embed dei post, come avviene da tempo anche per Twitter e altri canali, che consente al mondo dell’editoria di incorporare con maggiore facilità i contenuti provenienti da Facebook e usarli per fare content curation.

Al momento è Twitter a scrivere le pagine di una nuova storia dei media, ma questo è un campo in cui le dimensioni contano e presto anche Facebook farà parte dei giochi, quindi che le emittenti lo preferiscano o meno dovranno rapportarsi con un nuovo scenario. Un recente studio di Nielsen afferma che negli Stati Uniti il reach di Facebook raggiunge e supera quello della televisione durante il day time. La fascia più ambita del prime time invece registra il 36% degli spettatori collegati sia alla televisione che a Facebook.

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Fonte: Nielsen.com

La prossima stagione TV si preannuncia bollente e piena di novità, intanto quest’estate i vostri commenti televisivi li twitterete o li pubblicherete su Facebook?

TV ad Targeting nel futuro della social TV

La social TV e l’uso del second screen si stanno ufficialmente diffondendo anche in Italia. Con attenzione e interesse monitoro il fenomeno e ne parlo: l’ho fatto qui e più recentemente anche sul mio blog. Ma non solo: seguo discussioni, commento live e vedo che il numero di utenti che offre pareri e critiche su film, telefilm, varietà e talk show è in aumento. Sì ho usato il termine “varietà”, ma per scommessa dovevo inserirlo in questo post, e direi che qui calzava a pennello. E ho vinto un caffè.

Tornando alla social TV, sarà che i programmi sono sempre meno interessanti, che le trasmissioni televisive invitano la gente a discutere di quel che sta andando in onda o che c’è sempre più voglia di condividere esperienze e commenti, è chiaro che il fenomeno esiste. Perché allora non sfruttarlo a fini promozionali? Detto, fatto.

In maggio Twitter ha annunciato la versione beta di un nuovo prodotto chiamato TV ad Targeting, che permette ai brand di far proseguire le proprie comunicazioni commerciali anche su Twitter. Il risultato di questo test ha rivelato che l’impatto dell’uso di Twitter con l’advertising TV è significativo rispetto al solo uso degli spot televisivi. Da alcuni giorni, quindi, lo strumento è stato messo a disposizione di tutti i soggetti che fanno advertising sulle reti nazionali americane.
Le pubblicità che vediamo sullo schermo della TV vengono sincronizzate con le comunicazioni Twitter ed hanno una prosecuzione digitale attraverso i promoted Tweet, ma anche contenuti Vine.

Risultato: il messaggio risulta essere amplificato.

Twitter ha poi fornito agli inserzionisti un nuovo set di analitycs che permettono di monitorare e capire quali utenti stanno parlando delle campagne, di analizzare i feedback ed eventualmente ottimizzare le comunicazioni.

L’interazione spot, campagna Twitter e comunicazioni degli utenti offrono sicuramente grandissime possibilità per i brand dal lato creativo, della comunicazione e dell’interazione con gli utenti.
Non ci resta che attendere che lo strumento arrivi in Italia. Vado a bere il mio caffè.

Twitter e la TV: una storia oltre lo spot televisivo

L’altra sera seduta sul divano davanti alla tv ho iniziato a riflettere sulla connessione tra la televisione e Twitter: ormai live twitting, hashtag che compaiono all’interno degli spot televisivi e conduttori che cercano di prendere dimestichezza con il linguaggio di Twitter, dimostrano che c’è un legame consolidato tra questi due media. Basti pensare al record di tweet dell’ultimo Superbowl (oltre 30.600.000) che, anche grazie al lungo blackout, è diventato uno degli eventi più social di sempre. Da qui nasce una domanda: qual è il futuro della social tv?

Risale appena allo scorso dicembre, infatti, l’annuncio di una partnership esclusiva con Nielsen volta a creare il Nielsen Twitter TV Rating, un nuovo standard di misurazione del successo social di un programma televisivo che si basa interamente sui dati di Twitter.

Oltre a capire in quanti guardano un determinato programma, l’obiettivo è quello di capire il livello di interazione che quel programma genera negli spettatori.
Ma la piattaforma di microblogging sembra decisa a rivoluzionare completamente il modo di usufruire dei contenuti televisivi, in particolare degli spot. Il prossimo obiettivo è quello di unire l’aspetto pubblicitario televisivo con quello sociale: Twitter ha acquisito Bluefin Labs, una delle principali società di misurazione degli ascolti televisivi e dell’interazione con i social network.

Questo nuovo strumento analizza i programmi televisivi e le conversazioni, individua i tweet legati agli show e, di conseguenza, deduce quali spot le persone hanno visto.

Se fino a ieri lo spot televisivo iniziava e finiva in televisione, da oggi la “storia” dello spot può continuare e vivere in una conversazione. Grazie ai social media, lo spot è diventato una parte di qualcosa di più ampio: è un elemento di una conversazione condivisa, tra brand e persone.

 

 

Queste funzioni sono, almeno per il momento, una prerogativa degli Stati Uniti. Chissà se anche in Italia, dopo l’ormai conslidato arrivo del twitter marketing, si riuscirà a sfruttare anche questa preziosa opportunità. È vero, si tratta ancora di una soluzione sperimentale ma credo che si stia andando verso un nuovo modo di concepire i media nel loro complesso: non possiamo più considerarli come mezzi separati o trasversalmente interagenti, dobbiamo capire tutti i mezzi di comunicazione, televisione compresa, sono parte di un nuovo ecosistema di media che si involvono l’uno nell’altro e che genereranno un nuovo modo di comunicare le marche.

Couch potato: content marketing o nuova ricetta?

Avete presente il pantofolaio di una volta che insieme alla casalinga di Voghera, passava ore e ore a fare zapping davanti alla televisione con fare da bradipo?
Dimenticate quel termine, imparatene uno nuovo: couch potato (“a person who spends much time sitting or lying down, usually watching television”). A parte il sorriso iniziale dopo aver letto questo termine alquanto bizzarro, focalizziamo l’attenzione sul fatto che l’era del couch potato passivo, che fa più patata da divano che altro, è finalmente finita. Oggi non si conforma più ai dettami dell’industria televisiva senza avere voce in capitolo, non è più spettatore vecchio conio, ma decide, sceglie, personalizza.

Secondo la ricerca di Ericsson ConsumerLab su ‘TV and Video – An analysis of evolving consumer habits – Trend Report 2012’ , il 69% dei consumatori, a livello mondiale, vuole scegliere i propri contenuti video ed è anche disposta a pagare di più per migliorarne la fruizione. Paradossalmente, mentre da un lato trionfano l’on demand e la creazione del proprio palinsesto personale, dall’altro la TV diventa sempre più collettiva e condivisa. La Social TV, lo streaming on demand, il crowdsourcing, stravolgono le abitudini da divano. Si diffonde il live viewing on demand. I couch potato, mentre guardano una Serie TV o un film, interagiscono dinamicamente con i social media, attraverso pc, smartphone o tablet. Dicono la loro, diffondono contenuti utili per le agenzie che gestiscono le piattaforme, insomma, fanno parte di un mega brainstorming.

Capiamoci meglio. Non solo mi sono innamorata della parola couch potato, in quanto copywriter e quindi creativa, vi dirò di più, sono stata totalmente sedotta dall’importanza e dalla versatilità che oggi assume la parola ‘contenuto‘, da quanto sia importante disegnare delle strategie di content marketing credibili e affascinanti. Non mi stupisco certo di quanto siano cambiate le abitudini delle persone, rimango però positivamente colpita da quanto sia indispensabile gestire in modo professionale tutti i canali di comunicazione con il massimo dell’attenzione e della poliedricità.

Innamorata del content marketing. E quel che conta è il dialogo.

Il content marketing esiste per creare legami d’amore, il suo obiettivo è instaurare familiarità, simpatia, fiducia attraverso il contenuto, la parola, il dialogo. Perché senza contenuto non c’è amore, non c’è SEO, non c’è community, non c’è social media marketing, e nemmeno customer engagement. E non ci sarei nemmeno io. Quante cose si perderebbero.

Per questi motivi il couch potato è preso di mira dai big spender, non solo per ingraziarsi un suo tweet o un post su Facebook, ma spesso i suoi contenuti arrivano ad influenzare la produzione e la creazione di un vero e proprio palinsesto. Non spaventatevi dunque se mentre guardate Fox Crime vi compare un hashtag, non è un problema di antenna, ma è una call-to-action all’interazione. Dimmi cosa pensi, e ti dirò cosa vedi.

E l’importanza del content marketing continua a essere in prima linea.
Content is the king. Dalla gente, per la gente, è il motto.

Quello che cambia è il punto di vista: non più da uno a molti, brand versus target; bensì da molti a molti, people versus people. Sono proprio loro, i nuovi couch potato che, utilizzando i social media durante la fruizione della Social TV, diffondono interazioni, condivisioni, stimoli e idee, contenuti che si trasformano da meri “pensieri” a “insight commerciali”, “idee da mettere a tavolino” per le agenzie di comunicazione, allo scopo unico di raggiungere l’inafferrabile e indefinibile social engagement e di creare delle fluide strategie di content marketing, per l’appunto.

Radio e social network: incontriamo Frank di Radio Deejay

Francesco Lotta, AKA Frank, è una persona curiosa che si interessa di tecnologia, videogiochi, fotografia, cinema e musica. Sperimenta, crea e si dà da fare. Ha fatto questo e quello quando “questo” ancora non lo faceva nessuno e “quello” sembrava fuori dalla portata di tutti.
In questo momento conduce un programma dalle 7.00 nel week end di Radio Deejay, Megajay, insieme a Sarah Jane. Lo abbiamo incontrato per parlare un po’ di social network e, ovviamente, di radio .

Ciao Frank, sei considerato da molti il deejay più “social” italiano, da quanto utilizzi la rete?

In effetti in radio mi prendono in giro per questa mia attitudine “geek – nerd”, ma a me in fondo fa piacere. Uso la rete da così tanto tempo che non saprei dare una risposta corretta. Da tanto, comunque, dagli albori, da quando è nata. Navigavo con un Nokia che aveva un modem interno. Per visitare un sito, aprire la home page, ci mettevo anche 15 minuti! Guardavo i primi siti ma mi piaceva smanettare anche per ascoltare le anteprime di alcuni brani, ci mettevo un’eternità, ma sai che figata!

Una delle caratteristiche del tuo programma è l’interazione con gli ascoltatori. Quale tra i social network ti sembra più adatto al contatto / confronto con gli ascoltatori?

Twitter perché più immediato, ma faccio riferimento anche alla pagina Facebook.
Sono due canali diversi, con caratteristiche distinte, forse dico una banalità ma è così.
Secondo il mio punto di vista e la mia esperienza su Facebook c’è più comunicazione, dialogo, tra me e gli utenti e tra gli utenti stessi. Si crea una sorta di community, le persone interagiscono, parlano e si scambiano pareri.
Twitter, invece, ha le caratteristiche di una chat. Per coinvolgere molte persone devi citare tutti. Il canale è più one to one. Alcuni cercano di interagire inserendosi nelle conversazioni, ma è difficile.
Su FB c’è più dialogo, sia tra chi parla e gli utenti sia tra gli utenti stessi che creano una community, intersagiscono, parlano e si scambiano pareri.

Un esempio concreto. Qualche giorno fa sulla mia pagina Facebook  ho pubblicato la notizia della mia intenzione di intraprendere il cammino di Santiago. Subito gli utenti hanno discusso ed inviato consigli.

Qual è invece il canale di comunicazione più utilizzato dagli ascoltatori?

L’SMS resta lo strumento principale di comunicazione utente – deejay. Questo devo dire che mi ha sorpreso, e continua a sorprendermi, moltissimo.
Io attingo molto dal mondo social per quanto riguarda le notizie, le citazioni e i tormentoni da proporre al pubblico e mi aspettavo risposte maggiori da parte del mondo social.
Una cosa interessante, invece è questa, durante i “fuori onda” abbiamo più interazioni social.
Dopo l’SMS, quindi, direi che in questo momento è Twitter a farla da padrone.

Si parla molto di social TV un fenomeno che sfrutta applicazioni come Getglue e Miso e la rete per commentare programmi, film e telefilm. Fai parte dei “social commentatori”?

Se per social TV intendiamo commentare un programma o un film, credo che questa pratica sia già un dato di fatto. È sufficiente pensare a format come X Factor che hanno dimostrato come sia un dovere integrare la rete per ottenere successo. Se invece intendiamo un dibattito tra chi è sui social e chi la TV la sta facendo, la questione si complica. Io la TV non l’ho mai fatta (a Current utilizzavo molto i social, ma era un’altro tipo di Tv). A me non piace guardarla molto, soprattutto perché c’è questa forma di comunicazione unidirezionale: vengono lanciati dei  messaggi dall’alto, non si crea una discussione tra ascoltatori e protagonisti anche per una questione pratica, non ci sono pause, tempi tecnici. Anche dove sono previste le interazioni con Twitter e Facebook poi non c’è il tempo per un botta e risposta, non si possono attendere le risposte degli utenti.

Pensi che si possa avere lo stesso fenomeno in Radio?

No, credo che le caratteristiche dei due media siano diverse e non ci sia la possibilità di replicare il fenomeno. La radio è già social, crea un contatto intimo con l’ascoltatore, un’intimità che gli altri media possono solo sognare. È per questo che la amo.

Prima di salutarti, dove possiamo trovarti in rete?

Qui, qui, qui, qui e qui. Ciao e grazie a tutti.

Il Social Media Marketing si fa bello e va in TV

Sempre più spesso le persone guardano la TV mentre navigano con il PC o con lo smartphone (secondo una recente ricerca di Yahoo! la percentuale sarebbe dell’84%). Così il Social Media Marketing si fa bello e va in TV. Questo fenomeno ha favorito l’evoluzione del fenomeno della Social TV, ovvero l’interazione, attraverso i Social Network tra utenti e applicazioni, mentre comodamente sul divano si fruisce di programmi televisi. Parliamo di evoluzione, perché quello della Social TV non è un fenomeno recente, ma nasce con l’invenzione della televisione. I primi apparecchi erano pochi, e costringevano le persone ad aggregarsi in gruppi, a casa di chi poteva permetterseli, o nei luoghi pubblici, scatenando dinamiche sociali di condivisione e interazione.

Già film come “Operazione San Gennaro” o “Totò, lascia o raddoppia?” raccontano l’Italia del tempo con le persone strette attorno alle TV per vedere i programmi. Il Social Media Marketing dunque non è poi così giovane a pensarci bene!

I pochi schermi disponibili degli anni ’50 aggregavano le persone per necessità; oggi i Social Network come Twitter e Friendfeed, e le applicazioni, come Miso e GetGlue, creano Community marketing, per condividere esperienze. Twitter e Friendfeed vengono attualmente utilizzati per seguire i prodotti televisivi, attraverso thread e hashtag dedicati: un esempio è la quinta edizione di X Factor dove è stato utilizzato l’hashtag su misura #XF5.

In sostanza, quello che possiamo dire è che, dalla nascita della televisione ad oggi, sono cambiate le piattaforme, ma non le dinamiche, le quali fin da principio sono da intendersi social. Il pubblico vuole esprimere opinioni e partecipare attivamente, e qui sta anche il futuro della televisione, ed è qui che deve guardare chi crea contenuti, pubblicità e muove le tendenze. Ovvero l’agenzia di comunicazione. Uno dei possibili sviluppi? Avere format televisivi, film e telefilm in grado di evolvere insieme alle scelte di chi sta guardando. Sarà la rivoluzione dei Social Media?

Cosa ne pensate?