Podcast, quando trend fa rima con comunicazione digitale

Quante volte abbiamo sentito la parola podcast, senza sapere esattamente di cosa si stesse parlando? Facciamo un po’ di chiarezza sul mondo che ruota attorno a questa tipologia di comunicazione. Cerchiamo di sfatare falsi miti e analizziamo la continua crescita di uno strumento sempre più importante nella quotidianità degli utenti.

Che cos’è?

Il podcasting è una tecnologia di comunicazione digitale che permette l’ascolto di tracce audio registrate ad hoc e confezionate come prodotti finiti. Ogni utente può decidere di usufruirne in qualsiasi momento.

Spesso nell’immaginario globale il podcast è associato ai programmi radiofonici tradizionali, anche se in realtà possiamo evidenziare due grandi differenze:

  1. Il protagonista è l’utente! A differenza della radio, il modo di fruire di un contenuto podcast permette all’utente di decidere come, dove e quando ascoltare le tracce audio. Queste infatti non sono “live” ma vengono registrate e caricate su un server.
  2. La natura digitale del podcast risalta i brand che hanno contenuti validi da raccontare e con un target ben definito, variando il linguaggio comunicativo e facendo leva su prodotti di qualità anche in termini di registrazione e montaggio.

Inoltre, se un programma radio è sempre definito da una lunghezza prestabilita e da pause e stacchi pubblicitari, un podcast è invece composto da appuntamenti in forma totalmente libera e definiti sulla base dell’argomento principale, senza avere imposizioni su tempi o formato.

Come si sta evolvendo il branded podcast?

Negli ultimi anni abbiamo visto aumentare a dismisura l’ascolto di programmi podcast anche grazie a piattaforme e app scaricabili su qualsiasi PC e smartphone, che permettono di creare facilmente interazioni con i social network.

Ad oggi quindi, il cosiddetto “branded podcast” è uno strumento ideale per creare engagement con il proprio target di riferimento, sfruttando l’uso della voce anche e soprattutto per aumentare la familiarità con gli utenti. Secondo degli studi psicologici infatti, la voce narrante ha un impatto emotivo importante sull’ascoltatore per favorire il ricordo del brand stesso.

Per un’azienda è importante veicolare il contenuto commerciale. Ciò avviene creando una relazione con l’utente per comunicarne anche i valori attraverso una via diversa rispetto a quelle considerate standard. Insomma, un’occasione per “dare voce” ai propri prodotti.

Come sfruttare il podcasting?

La frase regina di tutti gli addetti ai lavori nel campo del marketing è “Content is King”, lo sappiamo perfettamente. Il contenuto però, anche in questo caso deve essere al centro di una strategia di comunicazione funzionale ed efficace.

In piena ottica di inbound marketing, l’utilizzo dei podcast permette di diversificare le modalità con le quali comunicare i propri prodotti. In questo modo che gli utenti possano usufruirne secondo le loro necessità, preferenze o abitudini.

Prima di creare una strategia che comprenda episodi podcast è utile ricordare che è necessario avere un obiettivo chiaro e perseguibile, pianificando attentamente i contenuti e usando una voce che sappia intrattenere gli utenti, con una cadenza ritmata per non rischiare di annoiarli.

La capacità di inserire i contenuti in maggiori e mirati mezzi di comunicazione incide favorevolmente sulla conoscenza del marchio e sulla brand awareness. Ciò dimostra la poliedricità di un’azienda rispetto alle concorrenti.

Insomma, dopo aver verificato l’incisività della comunicazione fatta di immagini e soprattutto video, potrebbe essere arrivato il momento di sfruttare tutte le potenzialità della voce e dell’udito per conquistare un nuovo bacino di utenti in target e trasformarli finalmente in clienti.

Influencer Marketing: how to

Come fare influencer marketing? Bhe, basta mandare il nostro prodotto a qualche personaggio con molti followers e chiedergli di fare un post. FACILISSIMO.

Ehm, no. Forse questa è la definizione di influencer marketing del famoso “cugino che sa usare i social”. Siamo pronti a mettere la mano sul fuoco che questa “strategia” non porterà il minimo risultato.
Dopo aver aperto questa busta CHOC e aver sconvolto convinzioni profondissime, ci sembra il caso di rimediare.

La verità è che occuparsi di influencer marketing è più che altro paragonabile al montare un mobile della famosa catena di arredamento svedese. Se non si conoscono i passaggi, il rischio che il risultato finale sia ben lontano dalle aspettative è davvero alto.

Quindi mettetevi comodi, oggi vi sveliamo i 5 step fondamentali per la costruzione di un progetto di influencer marketing.

1) Stabilire un obiettivo

No, non è una banalità. Ed è anche il motivo per cui quell’attività bellissima che avete visto realizzare ad un brand potrebbe non essere quella giusta per un altro.

Bisogna avere ben chiaro dall’inizio cosa si vuole ottenere: visibilità per il brand, lanciare un nuovo prodotto o servizio, incrementare le vendite, raccogliere contatti. Questo primo passaggio influenzerà a cascata i prossimi step del nostro progetto di influencer marketing.

2) Definire un progetto

Ora è il momento di passare al “come”. Servirà un’idea unica, che coinvolga i canali giusti, sia pensata apposta per il brand in questione e per lo scopo che vogliamo raggiungere. Questa componente creativa dovrà affiancarsi ad una meccanica solida e misurabile, che ci permetta di stabilire dei KPI da raggiungere con l’influencer marketing.

3) Scegliere le persone giuste per l’Influencer Marketing

Tra il mare magnum di influencer presenti sui social bisognerà selezionare quelli più adatti, che sapranno sposare al meglio il progetto e quindi farci raggiungere gli obiettivi. Ecco cosa dovremo valutare nella scelta:

  • Audience quantitativa, nano, micro, macro o mega influencer. Qual è la giusta misura? Ebbene la risposta corretta non esiste, dipende tutto da obiettivi, tipo di prodotto/brand e -non mentiamoci- anche dal budget a disposizione. L’importante è che la scelta abbia una motivazione precisa.
  • Audience qualitativa, non solo i numeri sono importanti ma anche le caratteristiche della base fan dell’influencer. È fondamentale che questa corrisponda la nostro cliente tipo per età, sesso, geolocalizzazione se importante (pensiamo al lancio di un pop-up store in una determinate città) e per interessi. Se, ad esempio, vogliamo promuovere l’uscita di un libro a tema fashion sceglieremo personalità interessate al mondo della moda, che pubblicano contenuti sull’argomento e sono quindi seguite da utenti interessati a questo settore.
  • Le conoscenze. Alcuni progetti infatti prevedono un certo know-how nel settore merceologico del brand. Pensiamo ad un marchio di attrezzature sportive, che ha bisogno di comunicare le caratteristiche tecniche di un nuovo prodotto. Sarà utile scegliere qualcuno che abbia conoscenze e quindi credibilità per promuovere questo articolo.
  • Il modo di comunicare. In base al progetto creativo infatti potrebbero servire diverse competenze. Cerchiamo qualcuno che realizzi un video e che quindi abbia dimestichezza nell’editing? O la nostra meccanica prevede un racconto del prodotto/brand e preferiamo persone con spiccate doti di storytelling? Oppure preferiamo affidarci ad un content creator, cioè qualcuno che non faccia solo da cassa di risonanza ma metta il proprio contributo nella creazione del materiale creativo.
    In questo articolo vi raccontiamo qualche cosa in più sulla fase di selezione degli ambassador di un progetto di influencer marketing.

4) Gestire il progetto di Influencer Marketing

Fino ad ora abbiamo visto le fasi preparatorie del progetto di influencer marketing. Ora si entra nel vivo della questione, si mettono davvero le mani in pasta.
Dopo la mappatura dei nomi tra cui scegliere, partirà la fase di contatto e contrattazione con gli influencer, per definire i termini della collaborazione.
Passeremo poi alla fase di brief, in cui si comunicano tutti i dettagli dell’attività: numero di post, tipologia, must have (compare il prodotto, esiste un #, tempistiche, condivisione delle informazioni tecniche…) e quella di gestione dei content creator che abbiamo scelto.
Bisognerà quindi controllare i flussi di consegna dei contenuti, le richieste di rework ed infine il controllo delle pubblicazioni.

5) Analisi dei risultati dell’Influencer Marketing

Una volta terminato il progetto di influencer marketing e pubblicati tutti i contenuti, si passerà alla fase di reportistica. Analizzare i risultati servirà a capire se abbiamo raggiunto i KPI stabiliti a inizio progetto. Abbiamo raggiunto il numero di utenti sperati? Il codice sconto che abbiamo attivato è stato utilizzato? Quante visite ha ottenuto la nostra landing page?
L’analisi dei dati raccolti dell’influenzar marketing ci servirà per raccogliere insight interessanti. Alcuni influencer posso aver ottenuti numeri migliori oppure alcuni formati e canali sono stati più performanti; queste evidenze saranno fondamentali per mettere le basi ad un nuovo progetto di influencer marketing.
Dite la verità, dopo aver scoperto i retroscena di una strategia di influencer marketing, vi sentite un po’ così ⬇️

Non vi preoccupate, abbiamo una soluzione. Aprite la vostra casella mail e scrivete a citofona@iaki.it, ci faremo una bella chiacchierata e saremo pronti a proporvi non un progetto di influencer marketing ma IL progetto di influencer marketing perfetto per voi.

Gli eventi ai tempi del Covid: l’opportunità è digitale

Il mondo degli eventi è stato il primo a fermarsi non appena è arrivato il Covid e, molto probabilmente, sarà l’ultimo a ripartire per come lo conosciamo. Durante il periodo estivo pian piano qualcosa ha ripreso a ingranare, ma gli eventi vanno ora nuovamente incontro a una fase di fermo.

I lavoratori dello spettacolo hanno manifestato il 10 ottobre in Piazza Duomo a Milano per chiedere al governo attenzione e interventi per far ripartire il settore e soprattutto per far tornare al lavoro gli oltre 570.000 professionisti fermi ormai da febbraio. Nonostante le argomentazioni della manifestazione Bauli in piazza con il recente Decreto Ministeriale del 25 ottobre è ufficiale, gli eventi e i congressi chiudono nuovamente, nonostante i rigidi protocolli di sicurezza adottati.

L’event industry sta soffrendo moltissimo, un settore che produce 65,5 miliardi di euro con un impatto sul PIL italiano di 36,2 miliardi di euro/anno e che coinvolge 569 mila addetti ai lavori.
I danni prodotti dal Covid sono incalcolabili e incideranno in maniera profonda anche sul 2021.
Si stima che ogni anno agli eventi partecipino 56,4 milioni di persone (dati Oxford Economics/Istituto AstraRicerche/ADC Group).

Non sono solo gli organizzatori degli eventi, tantissime altre microimprese gravitano intorno a questo settore: allestitori, catering, interpreti, operatori video, albergatori e tanto altro.

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L’opportunità del digitale

Ad oggi, secondo Events&LiveIndustry, l’iniziativa che raggruppa le associazioni della comunicazione live, dell’industria dei meeting e di tutta la filiera dalle agenzie alle aziende, sono stati cancellati più della metà degli eventi previsti per il 2020 e manca la possibilità concreta di programmare il calendario degli eventi del 2021.

Non è detto che non esistano però altre forme per connettersi con il grande pubblico: il mondo degli eventi può sempre più evolvere in altre forme grazie alla digital transformation e creare nuovi punti di contatto tra persone e luoghi.

Grazie alla digitalizzazione (qui una nostra riflessione a riguardo) è possibile rendere accessibili dei contenuti indipendentemente dalle possibilità fisiche e materiali del momento che stiamo vivendo.

La tecnologia è un alleato per colmare le distanze e vincere la sfida del distanziamento sociale, uno strumento per veicolare in modo efficace messaggi e contenuti. Facendo vivere gli eventi anche nel digitale e non solo nei consueti luoghi fisici il consumatore ha la possibilità di vivere nuove esperienze.

IAKI - Eventi

Gli eventi migrano nel web

Dal momento che non è ancora possibile programmare con certezza degli eventi con un grande pubblico perché non sfruttare il web anche per relazionarsi? Tutti gli attori coinvolti nel mondo degli eventi possono grazie al digitale ritrovarsi in un ambiente virtuale, come ad esempio una piattaforma web, per creare relazioni e mandare avanti i propri settori di attività.

Fiere, festival, concerti, sono tanti gli eventi che a causa del Covid hanno dovuto annullare e posticipare a data da destinarsi i propri appuntamenti, ed ancora oggi purtroppo è difficile riuscire a prevedere e pianificare ciò che accadrà nei prossimi mesi. Ma il web può fornire delle alternative.

Eventi di moda

Anche un grande evento come la settimana della moda maschile di Parigi ha deciso di migrare sul web realizzando un evento solamente online. La Federazione dell’alta moda e della moda francese hanno deciso di organizzare l’evento in formato digitale su una piattaforma web dedicata. La sfilata e la presentazione di ogni azienda di moda sono stati mostrati con un video, con una sezione editoriale con contenuti interamente disponibili per la stampa.

Eventi gaming

Gli eventi trovano inoltre spazio nel mondo del gaming. Nessuno scorderà come il noto rapper e discografico statunitense Travis Scott ha radunato durante il lockdown 12 milioni di persone attraverso lo storico videogioco Fortnite per il suo concerto virtuale. Gli appassionati di Fortnite hanno assistito all’evento da ogni parte del mondo, ma non solo. Il concerto è stato seguitissimo anche su altri contenitori video streaming come Twitch e Youtube. Secondo i dati diffusi da Epic Games, in totale 12,3 milioni di persone hanno assistito al concerto su Fortnite battendo il precedente record di 10,7 milioni durante l’evento del musicista Marshmello del 2019.

Eventi musicali

Gli eventi musicali vivono anche su Twitch TV. La popolarissima piattaforma streaming, inizialmente luogo esclusivo dei gamer, è stata acquistata da Amazon. Ad oggi se la contende con i colossi come YouTube e Instagram. Tantissimi musicisti si esibiscono su Twitch in streaming nel proprio studio casalingo, fanno dj set, rilasciano interviste. Oltre ad esserci concerti, festival, show. La musica è presente su Twitch da prima della quarantena, ma ora più che mai diventa uno spazio dove entrare in contatto. Il poter impostare una connessione live tra streamer e utente, che può partecipare attivamente attraverso la chat della piattaforma, fa si che l’utente si sente parte integrante dello show proposto.

Investire nel digital non vuol dire solamente colmare il forzato vuoto imposto da questo momento storico. Significa viverlo come un’opportunità. Quando gli eventi potranno ricominciare a ospitare migliaia di persone, la piattaforma digitale potrà sempre vivere in parallelo all’offline.

Incontrarsi negli scenari virtuali, quali vantaggi?

Questa nuova veste degli eventi apre nuove opportunità:

  • Networking worldwide: in questa epoca Covid gli spostamenti continuano a essere incerti, grazie al web i partecipanti possono connettersi ovunque si trovino. Il pubblico diventa quindi più ampio e variegato. I confini si annullano. Partecipando virtualmente all’evento lo si può fare da qualsiasi parte del mondo, aumentando così esponenzialmente il pubblico a cui ci si può rivolgere.
  • Contenuti più fruibili: sul digitale non è necessario girare un evento per ore, perché tutto è a portata di clic. Pensiamo a una fiera ricca di stand o a un festival dove si esibiscono tanti artisti. Trovare ciò che interessa veramente spesso nell’offline risulta dispendioso in termini di tempo ed energia. I contenuti di un evento online sono più immediati e facili da scoprire. Ad esempio attraverso i filtri di un campo di ricerca di un sito.
  • Maggiore conoscenza dei propri interlocutori: è più facile profilare e conoscere il proprio target. Gli incontri si possono dilazionare nel tempo permettendo maggiori approfondimenti. Attraverso la piattaforme web si possono condividere sondaggi mirati per focalizzare i punti di forza e le aree di miglioramento dei propri eventi. Oltre ad avere una reportistica più dettagliata dei contatti avviati.

La fase che stiamo vivendo è indubbiamente difficile e unica. È importante cercare di trasformare i problemi in opportunità per cambiare, sperimentare. Creare nuovi modi per veicolare i propri prodotti e coinvolgere il pubblico. Il mondo digitale è un’occasione di ripartenza per tanti settori, non solo per il mondo degli eventi.

E noi di IAKI siamo qua pronti ad aiutarvi a fare chiarezza in questi incerti scenari e per supportarvi nel realizzare eventi digitali di successo e campagne di comunicazioni vincenti anche in questo difficilissimo periodo storico.

Blog nel 2020: è ancora il giusto asset per i brand?

“Il primo amore non si scorda mai!”, vale la stessa regola per il blog? All’inizio del nuovo decennio, cominciato, possiamo dirlo, con qualche scossone è il caso di fermarsi e fare il punto della situazione. La comunicazione è cambiata e i contenuti ricercati dagli utenti sono diversi. Scopriamo insieme se il blog nel 2020 è ancora una buona idea per i brand e se lo è, perché!

Blog e community online

Il tempo passa e le tecnologie evolvono sempre più rapidamente. Se solamente qualche anno fa avere una fotocamera integrata nel cellulare e poterlo utilizzare per navigare su internet sembrava un’utopia, oggi non è più così. Possiamo interagire in tempo reale con utenti anche dall’altra parte del mondo, guardare i nuovi video divertenti su TikTok o i Reels, la novità più chiacchierata del momento in casa Instagram.
Il blog è una piattaforma che ha ormai compiuto la maggiore età e nonostante l’intrattenimento sempre più veloce, resta sempre un ottimo punto di riferimento per i brand e i blogger di professione.
Nato come uno dei primi strumenti per creare una community, condividere delle idee o interessi, oggi è diventato una piattaforma molto più grande, anche se… meno interattiva. Le comunità online si sono spostate più sui social media, dove lo scambio avviene in modo più omogeneo e rapido.

Per quale ragione allora il blog nel 2020 resta una buona idea? Scopriamolo insieme!

4 ragioni per essere dei blog-lover nel 2020

Perché è una buona idea aprire un blog nel 2020?

  1. Un centro di gravità permanente: eh si! Il blog è proprio quello spazio in cui un brand può inserire sia i propri prodotti e servizi che articoli, ricette e contenuti che ritiene interessanti e in linea con la propria comunicazione. I social network possono passare di moda, ma il blog resta e si adatta a tutti i cambiamenti, come ha fatto negli ultimi anni;
  2. Parola chiave: fiducia! Attraverso i blog si condividono contenuti su temi inerenti alla propria comunicazione di brand e si viene percepiti in modo positivo dagli utenti, che vi prenderanno come punti di riferimento per l’approfondimento di determinati argomenti. Quando il sito è ben indicizzato e il blog ha una ragione valida per esistere, gli utenti sono guidati nella navigazione e stimolati da ulteriori contenuti. Questo avviene per anticipare le domande e, come farebbe Voldemort, leggere nel pensiero dell’utente;
  3. Influencer ispirazionale: il blog è un punto di riferimento per approfondire i temi relativi alla comunicazione del brand e per condividere la propria conoscenza su un tema. Per l’utente è un vero e proprio spazio nel quale trovare contenuti interessanti e trovare ispirazione per ricette, allenamenti, abbigliamento o qualsiasi ambito voglia. Un luogo dove sentirsi accolto e coccolato, come nella SPA dei propri sogni;
  4. Il mio blog è differente! Per un brand è importante differenziarsi e un metodo efficace per farlo è quello di sfruttare il canale del blog. Inserire all’interno del proprio sito una sezione di magazine per esempio, può essere efficace per distinguersi dagli altri marchi e dalla concorrenza e trattare temi interessanti, con il taglio che si vuole!

Quali sono quindi i vantaggi per un brand nel 2020?

  • Un racconto più approfondito. Parlare infatti del proprio prodotto inserendolo all’interno di un contesto, per esempio spiegando come utilizzarlo nella vita di tutti i giorni o in modi alternativi può essere molto utile. Il marchio può raccontarsi diversamente, anche attraverso gli articoli e gli utenti ottengono degli spunti interessanti e saranno più invogliati a provare cose nuove;
  • In aggiornamento continuo: il blog è uno spazio in continua evoluzione che permette agli utenti di sapere quali sono le novità in casa e i nuovi progetti del marchio. Insomma, la vetrina di lancio che tutti sognano;
  • Mailing list: quando questo strumento viene utilizzato nel modo corretto è perfetto per creare una community affezionata. Attraverso il blog gli utenti troveranno dei contenuti interessanti e vorranno rimanere aggiornati sui prossimi temi e le novità. Un buon blog funziona bene, in combinazione alla mailing list fa scintille!

Aprire un blog nel 2020 sembra quindi essere ancora una buona idea, flessibile e trasversale resiste a tutte le intemperie tecnologiche.  Quando non farlo?
Se il vostro scopo è solamente scrivere un articolo ogni tanto senza particolare impegno;
Quando non vengono rispettate le regole base di SEM e SEO (fingeremo di non aver sentito!);
Se i temi vengono affrontati in maniera superficiale.

In questi casi… Non è la scelta che fa per voi!

E voi, come vedete il futuro dei blog?

Digital Transformation per la ripresa post Covid-19

Giorno 52 di isolamento sociale: esco solo per fare la spesa nel pomeriggio. Qualche volta vado sul mio piccolo balcone, per qualche minuto di sole, che prendo in faccia, rigorosamente senza protezione solare. Sono proprio questi minuti di libertà che mi hanno fatto pensare a quanto tutto questo sia davvero incredibile.

Incredibile come sia cambiata la vita di tutti in queste settimane, le nostre piccole e importanti abitudini, manie, attenzioni. Tutto è stato capovolto, inglobato in sentimenti misti di dubbi, speranze, paura e fiducia in noi stessi e negli altri. Eppure, mi rendo conto di come siamo stati in grado di attutire il colpo. Le nostre solide ginocchia si sono piegate, compresse, strette dopo la velocissima caduta, ma non si sono rotte. Ci hanno tenuto in piedi.

Abbiamo portato avanti tutte le attività in corsa, senza fermarci un giorno, un’ora, dando continuità ai servizi, assistenza ai clienti. Ci siamo supportati (e sopportati) l’un l’altro tra colleghi, abbiamo accettato compromessi e lavorato verso l’ottimizzazione di tutte le attività lontano dall’ufficio, con l’unico grande e condiviso fine di non mollare o abbandonare nessuna delle promesse fatte.

In questo difficile momento, in cui l’evoluzione della pandemia da Covid-19 ci ha costretti ognuno nella propria casa a guardare il futuro dalla propria finestra, ci si deve rendere conto di come il digitale ci stia permettendo di andare avanti e di come la Digital Transformation sia ormai diventata imprescindibile per tutti.

E forse, proprio in questo periodo, abbiamo tutti un’opportunità.

Digital transformation: cos’è e perché

La Digital Transformation è un modo di fare business, alternativo al tradizionale. Non significa , come si legge spesso in rete, digitalizzare le aziende più tradizionali, ma sfruttare le potenzialità offerte dal digitale per innovare davvero e crescere.

Digitalizzarsi significa infatti adottare un nuovo approccio. Basato sì sulle tecnologie e sistemi informativi di cui dotare l’azienda, ma soprattutto su una serie di cambiamenti organizzativi, culturali e sociali che incidono sull’organizzazione nel suo insieme. Che si tratti di una società che fornisce servizi oppure produca beni di consumo, la digitalizzazione renderà possibile creare, là dove non esistevano, nuovi punti di contatto tra persone e luoghi, facendo vivere esperienze di accessibilità a contenuti, indipendentemente dalle reali disponibilità materiali, umane o economiche.

Questa accessibilità e semplicità di reperimento di informazione e nozione, se veicolata in modo corretto e coerente con le persone che rientrano tra i destinatari del business, avrà la potenza di creare un legame di fiducia, pazienza, affetto e affidamento verso il brand, facilitatore di tutto questo, e una fidelizzazione senza pari.

Guardando all’Italia, sappiamo bene che moltissime realtà non sono veramente pronte per un processo di digitalizzazione. Molti dei requisiti fondamentali dovranno essere prima consolidati o concepiti da zero. Il problema più grave, dal mio punto di vista, è sicuramente la mancanza di una conoscenza profonda e precisa degli interlocutori del brand e non riuscire, pertanto, a disegnare una corretta digital strategy.

Digital Transformation: i 4 pillar user centered

Le aziende dovrebbero quindi attivarsi immediatamente per andare sempre più a fondo nella conoscenza dei propri interlocutori e costruire una nuova strategia digitale adatta a loro. Questo focus permetterà alle aziende di porre il consumatore sempre più al centro, rendendolo complice dell’evoluzione digitale interna e permettendogli un’esperienza digitale a 360° senza uguali, sui diversi canali e con impatto migliorativo alla propria vita.

Questo paradigma presuppone 4 pillar di riferimento.

1) Potenziamento della user experience

L’utente al centro dei pensieri del brand, nella sua specificità e unicità. 
Le persone oggi vogliono sentirsi considerate, guidate, accompagnate. Il web deve essere un’esperienza semplice e piacevole, bella alla vista e intuitiva nei passaggi. Deve essere capace di elevare la percezione di sé, prima ancora che del brand. Una buona User Experience può influire sull’acquisizione di nuovi utenti (come vi avevamo già raccontato qui), sull’aumento di persone che usano il prodotto o servizio, sulla capacità di coinvolgimento a lungo termine e quindi sui ricavi generati dal prodotto o servizio proprio del business che si ha a cuore.
Si deve intervenire subito! Rivedere i flussi di ingaggio e conversione, rinnovare le interfacce di siti e app, potenziare le infrastrutture. Questo per migliorare le performance e, conseguentemente, il posizionamento per migliorare il traffico

2) Approccio digitale omni-channel

L’omnicanalità al centro della strategia di ogni Digital Transformation. 
Questo concetto si differenzia da quello di multi-canalità. Quest’ultima indica lo sviluppo da parte dell’azienda di più punti di contatto offerti ai clienti. Alcuni esempi sono i social, le PWA, i chatbot, che si vanno ad aggiungere agli altri già esistenti vedi il sito, il negozio fisico, la TV.
L’omnicanalità fa un passo avanti: mette il consumatore al centro e prevede un sistema interconnesso tra tutti i punti di contatto. Vi è, quindi, un trasferimento di dati tra i diversi canali e strategie di contenuto coerenti. In questo modo l’utente può vivere le esperienze su tutti i touchpoint senza avere interruzioni nel percorso dall’uno all’altro. Per l’utente è possibile iniziare un’attività su un canale e proseguirla su un altro, senza dover ricominciare da capo. Si pensi ad esempio al retargeting o alle automation generate dal comportamento di un utente all’interno di un canale.
Non basta più, dunque, garantire la migliore esperienza del consumatore ad esempio su un sito o su un’app a sé. È fondamentale lavorare al fine di assicurare continuità all’esperienza dell’utente, che utilizza contemporaneamente, in modo intercambiabile e complementare, tutti i canali a sua disposizione, per recuperare informazioni, esprimere valutazioni, fare comparazioni, acquisti o reperire aggiornamenti o assistenza.

3) Analytics based

Basare ogni azione sui dati. Cercare conferma in essi di tutte le informazioni che si percepiscono o intuiscono è indispensabile per reagire nei modi corretti con le persone. Oggi è possibile raccogliere una grandissima quantità di dati, in misura sempre maggiore come conseguenza dell’Internet of Things, che consente di rendere disponibili dati che servono a comprendere meglio il mondo reale, estrarre informazioni utili ai processi decisionali, aiutare le imprese a intraprendere percorsi d’innovazione digitale dei business. 
I dati che vengono prodotti sono diversi e molteplici. Sono preziosissimi, ma anche pericolosamente inutili se non si comprende il loro valore o non lo si sa maneggiare per un’efficiente analisi del web e per l’ottimizzazione dell’impianto di marketing aziendale. Questi aspetti devono essere attivati subito, per non rischiare di restare troppo indietro rispetto ai competitor e al mercato, sempre più digitale e preparato.

4) Flessibilità di prodotti e sevizi

Avere la flessibilità per adattare i propri prodotti e servizi alle informazioni provenienti dai dati sul comportamento delle persone. Non il contrario.
La società evolve, e con essa cambiano i trend, gli usi, le preferenze. I primi 3 punti sono importanti, ma devono avere margine di manovra. Devono ricevere autorità nell’indirizzare il business o nel far cambiare rotta qualora il prodotto o il servizio non risponda più alle esigenze o ai desideri delle persone, oggi e nel futuro prevedibile.
Mai come in questo momento di incertezza è importante rendersi flessibili nel capire cosa ci è richiesto, per riuscire a dare le risposte giuste.

In questo mese abbiamo visto l’Italia intera collassare a causa di un digital scadente e di una frequente incapacità di reagire alle nuove necessità comuni.

La Digital Transformation è ormai un elemento critico per realizzare obiettivi strategici, quali fornire supporto a una società che oggi annaspa e vuole rinascere in fretta una volta superata la pandemia di questi giorni, e che in futuro dovrà farsi trovare pronta a lottare, sempre, per innumerevoli cause o emergenze, come ad esempio i cambiamenti climatici, i consumi energetici, l’efficienza dei trasporti e la mobilità, la consapevolezza dei pazienti e l’inclusione dei disabili, per lo sviluppo e la crescita della nostra società e per una migliore vivibilità.

Rientro in casa, dal mio piccolo balcone.
Forse questo stop è davvero un’occasione per tutti, per rifletterci e attivarsi ad essere pronti, un giorno.

E se quel giorno fosse domani?

La solidarietà digitale ai tempi del Covid-19



Tour virtuali per visitare musei da casa, webinar di formazione, spesa a domicilio per gli over 65: sono molte, moltissime anzi le imprese e le associazioni che hanno messo – e che metteranno – a disposizione degli italiani i loro servizi gratuitamente. Per una vera e propria staffetta di solidarietà digitale, il cui unico vero traguardo è il contenimento della pandemia di Coronavirus (scopri come nei giorni scorsi gli italiani hanno parlato del virus in rete).

Porte chiuse, anzi aperte e solidarietà digitale anche per la spesa

Tantissime catene della GDO, marketplace e food delivery come Esselunga, Supermercato24 e Glovo, giusto per citarne alcune, si sono attivate e schierate da subito al fianco degli over 65, la fascia più a rischio di gravi complicanze legate al Covid-19. Ecco un piano straordinario di interventi quindi, come l’attrezzarsi in modo massiccio per consegnare a domicilio la spesa, l’annullamento dei costi di consegna fino a Pasqua, la possibilità di trasformare i punti accumulati sulle proprie carte fedeltà in donazioni per gli ospedali, o ancora il ritiro dei medicinali in farmacia da parte di fattorini con consegna alla porta, ad almeno 1 m di distanza, ovviamente.

L’elegante arte di reagire

Altre due iniziative lodevoli sono senz’altro quelle che vedono protagoniste la Fondazione Cineteca Italiana di Milano, che ha messo a disposizione gratuitamente centinaia di film in streaming e il MamBo di Bologna, che sui propri canali social ha offerto un’istallazione, performance in diretta streaming, così da limitare le interazioni sociali e una serie di video-pillole delle proprie opere. Esempi, questi, dal forte valore simbolico per la collettività e il sistema dell’arte, già assai provato nella quotidianità.

 

La bellezza fa girare il mondo. E la testa

Chiudere i musei è stato un sacrificio necessario e doloroso, sia per le strutture, sia per i visitatori. C’è un “Però”: la bella notizia è la possibilità di visitare 10 vere e proprie perle, da Firenze a New York, rimanendo comodamente a casa. Eccovi l’elenco dei musei che offrono un tour virtuale:

#IoRestoACasa: dal Decreto alle iniziative di solidarietà digitale

Con il Decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale, n. 62 del 9 marzo 2020 ed entrato in vigore dal 10 marzo 2020, tutta Italia è ora “zona protetta”. Ma, per fortuna, sono sempre di più anche le imprese, le associazioni e i privati – Amazon, TIM, la Repubblica etc. – che aderiscono al progetto “Solidarietà digitale AGID” del Ministero per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, continuando a “donare” i loro servizi. A questo link trovate l’elenco ufficiale, costantemente aggiornato.

 

AGID Agenzia per l’Italia digitale

Spiace che buona parte del pubblico abbia compreso solamente ora l’importanza di alcuni strumenti, siamo invece contenti che il digital stia (di)mostrando, anche se nel bel mezzo di un’emergenza globale senza precedenti, tutta la propria rilevanza nella vita delle persone. Passando da un percepito “astratto” a vero e proprio problem solver concreto: ma “Tempus omnia medetur”, il tempo cura tutto, e in IAKI ci auguriamo sia proprio così.

 

Skrr skrr: Instagram, Spotify e Pinterest per un 2020 a tutta velocità!

Il nuovo anno ha portato tante novità sui social media e sulle app che utilizziamo abitualmente. Ma non trovate che la comunicazione di Instagram e dei social in generale si stia un po’ uniformando? Andiamo a scoprire le ultime tendenze e a cercare di capire se qualcosa unisce tutti questi cambiamenti.

Pinterest, Pinterest delle mie brame…

Non solo Instagram, alzi la mano chi almeno una volta al giorno scrolla il feed di Pinterest in cerca di ispirazione per il proprio look…

via GIPHY

 

… ci avremmo giurato. Per tutti i beauty victim, Pinterest ha pensato la feature Try On. Grazie alla realtà aumentata gli utenti possono testare, con la telecamera interna dello smartphone, diversi elementi di make-up in base alle proprie esigenze. Si tratta di un livello di sviluppo differente rispetto ad un qualunque filtro di Instagram (clicca qui per fare un ripassino veloce sulle story), infatti è possibile provare e successivamente acquistare gli accessori beauty dei principali brand del settore, presenti sulla piattaforma. La novità ci sembra utile, comoda e facilmente fruibile, ma sorge spontanea la domanda: Pinterest ha voluto prendere ispirazione da feature già esistenti su Snapchat e Instagram per avvicinarsi alla loro comunicazione veloce e immediata o ha voluto semplicemente rispondere a un’esigenza degli utenti?

social network

Dopo Instagram, le Spotify Stories: what a time to be alive!

Quando pensi di averle viste tutte con Instagram, ecco che arrivano le storie anche sulla piattaforma svedese!
La prima a testare questa funzionalità è stata la beauty youtuber Summer Mckeen che Spotify ha scelto per lanciare questa nuova feature in cui i video personali dell’influencer sono presenti all’interno delle playlist pubbliche sulla piattaforma. Le storie di Spotify mantengono le caratteristiche principali delle altre app con la differenza sostanziale che in questo formato ovviamente è previsto l’utilizzo della musica e delle playlist. Non ce lo aspettavamo proprio.

via GIPHY

 

La prima Spotify influencer, scelta per la quantità di playlist personali presenti sul profilo, ha fatto da spartiacque per questa nuova feature, infatti pare che nel breve periodo potremo vedere tanti altri artisti pubblicare queste storie. L’azienda svedese ci tiene a precisare però che non vuole trasformarsi un social media, ma solo ampliare l’esperienza che l’utente può fare con la musica.
Anche in questo caso la domanda ci sorge spontanea: solo a noi sembra che la direzione presa da Spotify non sia così lontana da quella di altri social media? L’utilizzo di influencer e la nascita delle stories potrebbe essere interpretato come un modo per rendere più veloce la diffusione delle novità nel campo della musica con un contenuto breve ma efficace e le case discografiche già si sfregano le mani.

instagram

IGTV: c’è nessunoooo… ?

Su Instagram il tasto IGTV è scomparso e non per sbaglio. L’app lanciata un anno fa non ha raggiunto i risultati sperati (lo avevamo già notato a fine marzo 2019) quindi Instagram ha deciso di rimuovere il tasto ad hoc che dall’applicazione principale portava su IGTV, lasciando comunque la possibilità agli utenti di passare a questa app o scaricarla per guardare video fino a 10 minuti. Il popolo di Instagram ha dato un feedback chiaro: vince la velocità, lunga vita ai video brevi!

Leggendo queste novità ci rendiamo conto che il panorama social, e non solo, si sta uniformando e procede sempre di più verso una comunicazione veloce e immediata, fatta di contenuti brevi, il cui formato principe è quello delle Stories. Abbandoniamo quindi le strategie confuse, lunghe e macchinose e pensiamo ad una comunicazione più semplice, intuitiva e soprattutto immediata. Condensiamo i contenuti in un arco di tempo breve in modo che siano efficaci e diretti per i followers. Vi stupireste se la durata delle stories un giorno venisse ridotta a 10 secondi? Noi no.

6 regole d’oro per CTA che convertono

Che mondo sarebbe senza call to action? (semicit.)
Siamo stati tutti bersagliati da una “chiamata all’azione” almeno una volta nella vita, persino chi è convinto che call to action sia il titolo dell’ultimo action movie di Michael Bay.
Questi contenuti grafici e/o testuali brevi e d’impatto sono infatti preziosi alleati quotidiani di copywriter e art director per invogliare le persone a compiere azioni come acquistare, riempire un form o iscriversi a una newsletter.
Per far sì che l’utente non abbia mai dubbi sull’azione da compiere e per creare CTA che convertono, seguite queste 6 regole.

#1 / Colpite l’occhio

Ogni CTA che si rispetti merita di essere rappresentata e posizionata nel modo corretto. Graficamente è meglio utilizzare un bottone di un colore in contrasto con la cromia predominante all’interno della pagina, posizionarlo quindi in modo strategico e con dimensioni ottimali, facilitando il clic anche su schermi ridotti. Ricordatevi: su mobile i pulsanti piccoli creano frustrazione nell’utente. E anche nel cliente, se la CTA non converte.

#2 / Ditelo chiaramente

Vi potrà sembrare scontato, ma sul web si notano sempre più CTA di due righe scritte in tardo aramaico: occorrono sintesi e chiarezza. Sempre, nessuna eccezione. Gli utenti vogliono capire subito cosa succede quando cliccano su un pulsante, non hanno tempo né voglia di decifrare testi all’interno di pulsanti con l’ausilio di un interprete.

#3 / Rassicurate l’utente

Creare CTA che convertono è possibile, farlo con un design familiare all’utente è importante, se è un pulsante deve sembrare un pulsante. Largo dunque a forme semplici da riconoscere e individuare, avvicinandosi al “modello mentale” di come funzionano le cose. Lo sbaglio più grosso sarebbe confondere le persone, che molto probabilmente decideranno di abbandonare la navigazione senza compiere alcuna azione. Perché in fondo la formula è semplice: più tempo di decodifica, meno efficacia.

#4 / Fate ordine

Anche gli elementi e gli spazi attorno al pulsante sono fondamentali per una CTA che funzioni e converta. Meglio non ostacolarne la riconoscibilità e “studiare” anche gli spazi bianchi vicino al pulsante, che hanno un peso consistente nel facilitare la vita agli utenti, facendo loro capire se si tratta di un elemento interattivo oppure no.

#5 / Incoronate la regina

Spesso è sufficiente una sola call to action “regina” per far sì che l’utente compia subito una determinata azione. Meglio evitare situazioni critiche in cui assistiamo a un sovraffollamento di pulsanti, come in uno psichedelico luna park degli imperativi: più opzioni vengono fornite all’utente, meno otterrete in termini di fruizione e conversione. Comanda la regina.

#6 / Chiedete a IAKI

 

 

Trend 2020: fate largo alla newsletter!

Il mondo del digital marketing non ha dubbi: il 2020 sarà l’anno della newsletter con una sempre maggiore personalizzazione delle proprie strategie di marketing, cioè la strategia di adattamento e strutturazione della propria comunicazione e offerta attorno ai comportamenti e ai gusti dei consumatori.

Un trend a cui tutti oramai ci stiamo abituando. Basti pensare a piattaforme come Netflix, che in base ai propri gusti propone una selezione di titoli compatibili, o Spotify e le sue playlist studiate sui propri ascolti.

Contenuti, siti e piattaforme sono tutti coinvolti in questo processo: ma la vera protagonista resta sempre la newsletter.

Lunga vita alla newsletter!

Bistrattata, considerata morta a fasi alterne o condannata a finire nella cartella “indesiderata” nella maggioranza dei casi, la newsletter trova una rinnovata efficacia nelle strategie di marketing grazie alle tecniche di personalizzazione.

 Il perché è presto detto: in un’epoca di sovraffollamento di annunci pubblicitari su ogni piattaforma e social network, il minimo comune denominatore della massa di ads giornaliera è la genericità del messaggio.

 La newsletter invece, nella sua immediatezza, è personale. È tua, un appuntamento quotidiano: comoda da fruire, facile da leggere, senza la necessità di accendere il pc o altri supporti. Semplicità, immediatezza e la natura intima della newsletter ne fanno oggi ancor di più uno dei migliori e più performanti strumenti di comunicazione.

Newsletter: personalizzazione “sartoriale”

Perché personalizzare le newsletter, quindi? Perché è possibile costruire newsletter tailor-made, confezionarle su misura di chi si vuole raggiungere e studiarle per coinvolgere addirittura la singola persona.

Quest’attività “sartoriale” passa necessariamente dallo studio del pubblico che si vuole intercettare. Le informazioni sono ricavabili da numerose fonti, per esempio attraverso:

  • i comportamenti su un e-commerce
  • lead raccolti nel tempo
  • dati anagrafici
  • abitudini di consumo e navigazione

Con questi dati si può così procedere alla segmentazione del pubblico: a gruppi ristretti di destinatari individuati con maggior dettaglio, corrisponderanno email dedicate più incisive e di maggior interesse.

I vantaggi? Beh, sono innumerevoli. 

Innanzitutto, la soddisfazione personale: uscire dall’anonimato e dalla massa può appagare il singolo utente (come vi avevamo già anticipato qui), che percepirà il brand come più familiare e più vicino a lui e ai suoi interessi. E questo è il primo passo per una dinamica di fidelizzazione dei clienti.

 Inoltre, grazie alla tecnologia, si può accompagnare e stimolare il pubblico in un’ampia gamma di modalità: oltre alle più classiche, sconti in caso di carrelli abbandonati, prezzi flessibili su prodotti che rientrano nei gusti del singolo destinatario, aggiornamenti su notizie che abbiano davvero valore per chi li riceve.

 Non solo: arriva Natale e giunge propizia la promozione su quel prodotto che da tempo si guardava sognanti? Partenze estive imminenti e costumi scontati “solo per te”? Insomma: una newsletter, un mondo di possibilità.

E alla fine arriva il copy

Soprattutto con le newsletter, dove il rischio spam è sempre alto, la regola d’oro è sempre conquistare l’attenzione del proprio pubblico subito. Ecco perché la personalizzazione è la soluzione giusta, con una buona dose di creatività.
Ogni elemento della newsletter può essere customizzato e contribuire così al suo successo, a partire dall’oggetto della mail. È il primo testo che viene letto, quindi se accattivante ma dritto al cuore dell’offerta riuscirà a invogliare il destinatario all’apertura.

Per il contenuto, invece, la personalizzazione creativa è sempre un’arma in più, purché comunichi sempre un messaggio di valore e reale interesse per l’utente. E le CTA? Uno strumento troppe volte ignorato, ma che può far emergere una newsletter nell’affollato mondo delle mail quotidiane con un tocco di carattere in più.

La personalizzazione delle strategie di marketing sarà uno dei trend del 2020, e la newsletter è pronta a stupirvi: datele fiducia, non vi deluderà!

Twitch: la nuova esperienza sociale interattiva

Dopo avervi raccontato TikTok, oggi analizziamo un’altra piattaforma dal grande potenziale di entertainment: Twitch. Dall’intrattenimento videoludico a quello generalista, il passo è breve per diventare una piattaforma strategica all’interno degli asset di digital marketing. Scopriamo insieme cos’è, chi lo guarda e come mai ha portato un nuovo modo di analizzare l’interazione sui media digitali.

C’era una volta

Il “core” della piattaforma è sempre stato rappresentato dallo streaming live di videogiochi, comprese le trasmissioni di competizioni eSport, oltre a contenuti creativi, flussi di “vita reale” e, più recentemente, trasmissioni musicali. Una piattaforma nata con un’anima marcatamente “core” ma che sta strizzando l’occhio all’intrattenimento di tematiche più disparate: vita reale, jam sessions musicali, cooking show.

Twitch: dati e concorrenza

La crescita di Twitch è avvenuta all’interno di un bacino colmo di servizi “potenti” e funzionali: YouTube, Netflix, Google, Amazon Prime Video, Apple TV.

Twitch

Se YouTube è ancora il canale perfetto quando si tratta di guardare video on-demand, quando si tratta di contenuti dal vivo, però, la competizione non è nemmeno vicina.

Twitch 2

Nel momento in cui state leggendo questo articolo circa 100.000 persone stanno guardando partite di League of Legends su Twitch. Nello stesso istante su Youtube soltanto 106 persone seguono lo stesso videogioco.

Twitch 3
Twitch Tracker.com

Al momento Twitch è leader del nuovo intrattenimento digitale legato al videogiochi, con potenziali nuove industry affacciate alle sue potenzialità: brand di automotive, elettronica di consumo e cosmesi.

La stessa piattaforma sta tarando la sua user experience, per ospitare in un futuro probabilmente non lontano, argomenti più mainstream e generalisti, che permettano di farlo diventare un media da “prime time”; un hub dal quale l’utente può scegliere la tipologia di contenuto a lui più affine, guardandolo presentato da uno streamer a lui affine, con cui possa chattare in tempo reale, in un’esperienza sociale ad-hoc e interattiva.

Il marketing su Twitch

Vlog, recensioni prodotto, influencer marketing, ma anche competitive gaming in sponsorship con altri brand; vere e proprie manifestazioni ed eventi che possono aumentare la visibilità di un brand, proprio come un media, un canale TV, che fa della fruizione e dell’interazione LIVE la sua peculiarità costitutiva: questa è la potenzialità che rappresenta il futuro di Twitch e dell’intrattenimento digitale.

Ciò che i brand possono offrire ai propri followers, aprendo un canale proprio o appoggiandosi a quelli dei creators, è una experience free-to-view, con tutti i contenuti accessibili attraverso più dispositivi e supporti, inclusi PC, console di gioco e dispositivi mobili, ovunque ci si trovi.

Senza dimenticare dell’aspetto unico di Twitch, ovvero la sua community. Proprio questa ha permesso alla piattaforma di crescere ed evolversi, diventando un luogo di conversazione che i brand non possono ignorare, dato che loro stessi sono argomento di conversazione, e si sa, le conversazioni sono fatte della stessa materia di cui è fatto il marketing. È evidente quindi come le conversazioni possano influenzare le scelte di acquisto. Non a caso molti influencer si sono ritagliati degli spazi pubblicitari che vendono ai brand per sponsorizzare i loro prodotti. Senza dimenticare poi che Twitch supporta le più classiche tecniche di marketing, tra cui banner e product placement.

Tra i primi ad avanzare progetti di marketing pionieristici sulla piattaforma sono stati Budweiser e Uber Eats, i quali hanno collaborato con famosi streamer per sponsorizzare i loro prodotti e servizi.

In conclusione, nonostante il canale non abbia ancora una fruizione generalista, ma sia relegata ad un bacino di utenti più limitato, il potenziale della micro-economia nata da questa piattaforma rimane molto alto.