Pinterest introduce i Rich Pin. Quali vantaggi per i brand?

Pinterest è un social network che permette ai suoi 48,7 milioni di utenti (dati ComScore di febbraio 2013) di catalogare in board le proprie passioni e condividerle in rete. La catalogazione avviene tramite il pulsante Pin It che permette, anche tramite mobile, di catturare le immagini, commentarle e pubblicarle sul proprio profilo.

Una piattaforma che ha velocemente conquistato un pubblico di donne giovani, con un alto reddito e propense a fare acquisti online. Un target che le grandi catene e i brand che puntano sull’ecommerce, non si vogliono lasciare sfuggire. Un’indagine di Sephora ha evidenziato che gli utenti sono propensi all’acquisto su Pinterest 15 volte di più rispetto a quando navigano su Facebook. Infatti, mentre Facebook si presta ad aumentare la brand awareness, a facilitare il CRM e il dialogo della marca con i propri utenti, Pinterest è il luogo ideale per la promozione dei propri prodotti.

In quest’ottica, sono stati da poco introdotti i Rich Pin.

Cosa sono i Rich Pin?

Solitamente gli utenti pinnano i prodotti che amano nelle proprie board, l’immagine pinnata conserva il link del sito di provenienza. In questo modo, se su Pinterest un utente vede un prodotto che gli piace, basterà cliccare sul pin per scoprire come acquistarlo. Da oggi, le aziende possono creare dei pin “aumentati” che contengono una serie di informazioni che l’utente può visualizzare senza uscire dalla piattaforma. Per ora, sono tre le categorie di pin che possono esser aumentate: i film (cast e anno di produzione), le ricette (ingredienti e modalità di esecuzione), i prodotti (prezzi e disponibilità).

rich pin movie

Quali sono i vantaggi dei Rich Pin?

Integrare le immagini di prodotto con informazioni aggiuntive, permetterà ai pinners che pubblicano immagini dal sito di viralizzare una serie di informazioni e catturare l’interesse degli altri pinners. Inoltre, un utente sarà più interessato a seguire su Pinterest profili di brand che forniscono informazioni aggiuntive e facilmente fruibili sui prodotti, senza dover uscire dalla piattaforma .

Conclusione

Integrare i rich pins nel proprio sito consentirà ai brand di attuare una strategia digitale che coinvolga e conquisti followers su Pinterest, aumentando di conseguenza i referral e le vendite.

Canali a pagamento su Youtube, diventerà una pay per view?

YouTube, la piattaforma video per eccellenza user genereted content, si apre ai canali a pagamento.

Dopo i rumors degli scorsi mesi, il 9 maggio hanno debuttato in America i primi canali ufficiali a pagamento: realizzati in collaborazione con 30 parteners, i nuovi canali potranno essere visualizzati (in Italia bisognerà attendere) su ogni device che consente l’accesso a YouTube, si potrà quindi gustare la nuova programmazione attraverso pc, tablet, smartphone e smart tv. I contenuti proposti nei 53 canali a pagamento spaziano dallo sport ai film, dalla musica alla programmazione per bambini; per avvicinare e far affezionare gli utenti si hanno 14 giorni di prova in cui non si paga nulla, dopo di che l’accesso iniziale costerà appena 99 cents.

Come cresceranno le tasche del colosso Google, proprietario di YouTube?
Apparentemente in maniera più che democratica, le revenue derivanti dall’abbonamento andranno infatti per il 55% al creatore del canale e per il 45% a YouTube. Ma se si considera che YouTube conta un miliardo di utenti e ogni mese circa sei miliardi di video visualizzati, se anche solo una piccola percentuale sottoscriverà l’abbonamento per i nuovi canali si avranno ingenti entrate così da permettere agli sviluppatori dei canali di creare proposte sempre più interessanti e di migliorare i programmi, oltre che far aumentare i guadagni della piattaforma.

La piattaforma video più diffusa è destinata dunque a diventare uno dei nuovi punti di riferimento delle pay per view?
Ni. E’ innegabile che YouTube non potesse ignorare ciò che avviene al di fuori della piattaforma, dove le offerte delle pay per view sono sempre più estese e sfaccettate, appare quindi quasi naturale affacciarsi in questo mondo, creando contenuti affidati alle mani di esperti e non solo i contenuti prodotti dagli utenti, ma questo non vuol dire che cambierà la sua natura, sarà sempre possibile continuare a uploadare i propri contenuti amatoriali, così come fruire della moltitudine di contenuti free.

Ci aspettiamo dunque che gli utenti accoglieranno positivamente questa novità, per tanti YouTube rappresenta un alternativa alla tv classica, i nuovi canali non tolgono nulla ai contenuti attuali, che resteranno sempre e comunque liberi e fruibili, piuttosto il servizio cresce dal momento che si potrà scegliere liberamente se avere o no un servizio migliore e con più canali.

Che ne pensate?

Gli analytics di Pinterest: quali vantaggi per i brand?

C’è chi pensa che si rivelerà una bolla di sapone, chi pensa che resterà uno dei protagonisti del mondo dei social media. Parlo di Pinterest, il sito con la crescita più alta di sempre che, dopo una lunga fase di silenzio, è tornato alla ribalta rilasciando alcune importanti features. Ultima in ordine temporale è l’accesso agli analytics.

Fissare KPI, valutare concretamente il raggiungimento di obiettivi strategici e i vantaggi derivanti dall’utilizzo di Pinterest erano esigenze espresse da tempo dalle aziende: in mancanza di servizi specifici per i profili business, la piattaforma correva seriamente il rischio di essere esclusa dagli investimenti.

D’altro canto  non utilizzare Pinterest poteva essere un’occasione persa, non si può infatti sottovalutare la sua capacità di drenare traffico verso siti terzi e l’alto tasso di conversione all’acquisto. L’anima marcatamente commerciale emerge anche dal seguente sondaggio di Bizrate che riporta le diverse ragioni che spingono gli utenti ad utilizzare Facebook e Pinterest:

Reasons for using Pinterest Facebook

L’introduzione degli analytics è sicuramente un enorme passo in avanti per dimostrare alle aziende quali sono i vantaggi derivanti dall’investimento nella piattaforma, oltre all’importanza che ormai ricopre Pinterest in una buona strategia digitale. Insomma, finalmente trova risposta la domanda che circolava dal tempo sulla creatura di Silbermann e Sharp: «Bello Pinterest, ma a cosa serve?».

Sapere quanti sono gli utenti che inseriscono nei board immagini tratte dal proprio sito certificato, quanti escono da Pinterest per avere più informazioni su un prodotto pinnato (e magari acquistarlo), quali sono le immagini più repinnate, è un dato che può aiutare i brand (penso soprattutto al settore fashion) per tracciare i gusti degli utenti e la loro risposta rispetto, ad esempio, a nuove linee di prodotti.

Saranno quindi le aziende che concentrano il proprio business sul traffico al sito a trarre i maggiori benefici da questa novità, anche se continua a mancare un dato qualitativo sui follower, la possibilità di carpire i trend nel proprio settore di riferimento, una overview distinta per board. Per ora ci sono dati “autoreferenziali” e solo il monitoraggio quotidiano della piattaforma può restituire un’analisi di tipo qualitativo sulle attività e passioni degli utenti, un elemento fondamentale per comprendere come pinnare in modo da catturare l’attezione.

Facebook lo aveva capito da tempo, fornire un servizio di analytics interno è importante per stimolare la presenza delle aziende. Questa mossa riuscirà a mantenere Pinterest sulla cresta dell’onda?

Vine: nuove possibilità di content marketing

Una delle mie ultime fissazioni è Vine. Lo testimoniano i video che sto facendo al mio cane Spock (detto #Spauck). Si tratta di una applicazione per iPhone e iPad (se non l’avete ancora scaricata la trovate qui) molto interessante che permette di realizzare video, facendo anche piccoli montaggi, e di raccontare storie nello spazio di pochi secondi, sei per l’esattezza.

Questa app ripropone una delle caratteristiche che hanno fatto la fortuna di Twitter, ovvero fare storytelling con risorse (spazio e tempo) limitate. Quando tempo e mezzi a disposizione sono pochi la creatività può fare la differenza, ecco quindi che spuntano i primi esperimenti, i primi micro film e i primi spot e le prime strategie digitali. Le caratteristiche di Vine permettono di creare contenuti senza preliminari e informazioni superflue mettendo in mostra solo l’essenza di prodotti e contenuti. Se volete farvi un’idea dei video attualmente pubblicati su Vine vi consiglio di dare un’occhiata a Seenive, come recita la sezione about: l’alternativa non ufficiale all’applicazione mobile targata Twitter.

Rispetto a Cinemagram c’è un’evoluzione. Si passa dalla realizzazione di GIF animate, anche se elaborate e creative, a veri e prorpi cortometraggi con audio. Tutto da condividere immediatamente con i propri contatti Twitter e Facebook.

Quali sono le possibilità per i brand? In realtà gli spazi per muoversi con originalità ci sono tutti. Lo strumento è nuovo e chi lo sta utilizzando lo fa in modo molto sperimentale. Su Vine possono essere veicolati messaggi in modo creativo, non invadente e spiritoso. Possono essere realizzati degli spot, clip in stop motion, presentati libri e riviste in anteprima (book trailer) e mostrata la gamma prodotti di una marca. I brand, inoltre, possono sfruttare l’effetto novità del mezzo che rende, di fatto, ogni contenuto, anche se ralizzato con qualità non altissima, notiziabile.

Ecco due dei brand che stanno utilizzando questo canale in modo interessante:

Ritz Crackers

Red Vines

Il 2012 dei social media, fra cinque anni

Anche se tutto sommato è un momento abbastanza arbitrario, la fine di un anno solare è sempre il momento in cui ci si ferma un attimo e si guarda indietro per fare dei bilanci. Per questo, archiviate le grandi notizie di ieri – il 12.12.12 e il debutto di @pontifex – credo sia arrivato il momento anche per questo blog di chiedersi cos’è stato il 2012 per il social media marketing e la comunicazione in generale.

Ho deciso di pormi la domanda in maniera molto semplice, sperando che mi aiutasse nella riflessione: tra cinque anni, per cosa ricorderemo il 2012?

Io credo che fra cinque anni ci ricorderemo del 2012 come dell’anno di Facebook, dell’esplosione delle applicazioni Facebook, che ha raggiunto un miliardo di utenti registrati e si è quotato in borsa. Siamo tutti forse così assuefatti alla cosa, e soprattutto noi che ci abbiamo a che fare continuamente per passione e lavoro, che rischiamo di perdere il senso della meraviglia di fronte a questo fenomeno. Un miliardo di persone collegate tra di loro in questo modo è qualcosa di epocale, di inimmaginabile fino a pochissimo tempo fa. Il 2012 è allora stato l’anno di Facebook perché non c’è niente di paragonabile, soprattutto nell’anno del suo più grande restyling: la parola è timeline.

È un dato di fatto, incontestabile, talmente evidente da nascondere il fatto che in realtà il 2012 dei social media è stato altro. Sembra un paradosso, ma io ho invece la sensazione che le cose siano collegate. Basta guardare un po’ di dati, a cominciare ad esempio dal social media report di Nielsen, per scoprire che Facebook sotto tanti punti di vista è uno dei social network  che percentualmente sono cresciuti di meno. Il 2012 è stato l’anno dell’esplosione di tutte le piattaforme non-Facebook: da Instagram a Pinterest ai tantissimi social network specialistici, per non parlare di Tumblr.

Perché è successo adesso? Ho il sospetto che Facebook c’entri: la sua diffusione capillare e la sua trasversalità hanno permesso la stabilizzazione di un layer di socialità online di base, sulla quale è nato tutto il resto. Non è ovviamente un discorso così semplice, né limitato alla piattaforma: è un sistema complesso in cui la diffusione del mobile ha avuto un grande peso, ma il punto è quello. Non possono esistere i sottogruppi se non c’è un insieme più grande e amorfo che li contiene, non possono esistere le associazioni senza una società globale che gli individui condividono.

Proprio l’anno di Facebook, allora, è l’anno di tutto il resto: è l’anno in cui la socialità online  si è affermata come habit irrinunciabile per una grossa fetta di umanità. Fra cinque anni, io ricorderò questo.

E le marche? Anche in questo caso, voglio partire da Facebook. Il 2012 è stato l’anno della sua quotazione in borsa, passaggio chiave che ha inaugurato una stagione di focalizzazione spinta verso i veri clienti della piattaforma: gli investitori. Questo significa sia strumenti di gestione più avanzati sia possibilità di social advertising più raffinate. Ma significa altro, è un trend che sta coinvolgendo tutti. Io ho sempre pensato che uno dei grandi meriti di Facebook fosse quello di aver istituzionalizzato la presenza delle marche all’interno del suo network: fanno parte della nostra vita, perché non dovrebbero far parte di questo layer di socialità online in cui tutti siamo immersi?

Così, questo habit comprende il rapporto con le marche. Ha le sue regole e le sue potenzialità, ma c’è. E se il 2012 è l’anno dell’esplosione di tutto il resto, vuol dire che proprio quando Facebook ha un miliardo di utenti le marche possono guardare altrove, devono guardare altrove. Trovare le proprie nicchie e i propri linguaggi, diffondere i propri contenuti, costruire relazioni uniche perché frutto di uniche combinazioni di marche, persone, canali, linguaggi.

Il 2013 sarà divertentissimo.

ROI: Rischiare Ogni Iniziativa? Una strategia digitale avanzata

La misurabilità del ROI è un tassello fondamentale per una corretta ed efficace strategia digitale.
Anche se oggi persiste ancora un certo paradosso per cui, invocata e inseguita per anni, in tempi di puro broadcasting, dove sapere l’effetto che faceva la pubblicità era una chimera per le aziende di molti settori, la misurazione del ROI, oggi che nel digital è molto più facile, oggi che esistono strumenti d’analisi e metriche, è ancora ben lontana dall’essere diventata una regola praticata dal marketing delle aziende e dalle agenzie per una strategia digitale realmente avanzata.

E invece, soprattutto in tempi di budget di comunicazione centellinati, dovrebbe essere fondamentale, prima di intraprendere qualsiasi attività o strategia digitale – sito, social, viral marketing, social advertising, community marketing o blog marketing che sia – predisporre un sistema per capire che effetto ha avuto l’investimento e trarre insegnamento dai risultati.

Basterebbe pianificare pochi semplici passi.

  • Fissare obiettivi chiari, raggiungibili, misurabili. Magari concentrandosi meno sul ROI e più sul ROO, Return on objectives, sicuramente la strategia digitale migliore per misurare l’impatto dei social media, individuando una gamma di parametri che sono direttamente e indirettamente economici. Una massa di fan a cui “piace” o che segue il brand, ma non torna mai sulla pagina Facebook o l’account Twitter è molto meno importante di una manciata di fan che però condividono spesso gli aggiornamenti della marca con gli amici.
  • Predisporre gli strumenti per misurare i risultati e il valore di ogni singola iniziativa, sia in termini di generazione di nuovi contatti, conversione in clienti e fatturato, che in un’ottica di medio-lungo termine di loyalty, brand evangelism e CRM.
  • Analizzare. Sapere quali sono i canali più performanti – in termini di visite, contatti e acquisizione di clienti, per ottimizzare il content marketing o per aumentare la pressione su ciò che funziona e tagliare ciò che non funziona.
  • Le fonti. Conoscere quali canali stanno portando più traffico (SEO verso ricerca a pagamento, referral verso traffico diretto). Quali sono le attività che stanno generando un processo di vendita (cosa fanno i contatti prima di convertire, quali pagine li influenzano maggiormente, quanto tempo impiegano prima di decidere? Quale percorso fanno prima di acquistare?
  • Testare, non avere paura di cambiare, anche spesso, se serve ad ottimizzare.
  • Fare comparazione coi competitors.

Regole elementari che fortunatamente qualche azienda comincia a seguire e a praticare, anche grazie all’arrivo o alla crescita di importanza nelle aziende della figura del “digital manager”.  Ma anche una sfida per le agenzie chiamate ad impostare la loro strategia digitale e a venire giudicate dai risultati, obiettivamente oggi più misurabili di ieri e che le aziende devono pretendere come indice di competenza e professionalità.

Anche in ottica di partecipazione ai benefici delle strategie e delle campagne di comunicazione e promozione, oggi resa oggettivamente più possibile.

Capire i social media a un concerto folk

Martedì scorso sono stato a un concerto che aspettavo da mesi e alla fine ho anche capito qualcosa sui social media.

La scena chiave è quella che chiunque abbia familiarità con i concerti ha visto più volte: tantissime mani in alto che tengono saldamente uno smartphone e riprendono quello che sta accadendo sul palco. Non ero in prima fila e non sono molto alto, per cui mi sono trovato a vedere quella scena in una versione moltiplicata e reinterpretata da mille schermi, di forme e altezze diverse, contemporaneamente. Mi ha fatto riflettere, e a distanza di qualche giorno ho capito che questo comportamento nascondeva degli insegnamenti anche per chi si occupa di social media marketing e per le marche che vogliono instaurare un rapporto sincero con le persone.

Ogni persona ha una rete sociale attorno a sé.
Il concerto era sold out, ma a conti fatti stavano assistendo molte più persone di quelle che riuscivo a vedere: foto e video erano condivisi con una minima differita in quei luoghi digitali che hanno valore sociale per chi li frequenta. E se pensiamo che un utente Facebook ha mediamente più di 200 contatti, è evidente in che proporzioni cambi il numero dei destinatari in seguito a una condivisione.

Per questo le marche non devono mai dimenticare che non stanno parlando soltanto ai loro interlocutori diretti (siano essi fan, follower, subscriber), ma a community allargate, che includono le rispettive reti sociali.

Non tutti i contenuti sono uguali.
C’erano dei momenti ben precisi in cui tutte queste mani si alzavano a cambiarmi la visuale. La cosa strana è che non erano sempre i momenti più belli o i ritornelli più famosi: erano i momenti più condivisibili. Nel caso di un concerto può essere una questione di luci, atmosfera, interazioni estemporanee, elementi di tutto quello che in altre sedi (come questa) può chiamarsi viralità. Detto in altri termini, la forma del contenuto incide in maniera decisiva sulla reazione delle persone.

Per questo le marche devono adeguare la forma dei contenuti che offrono alle proprie community allargate ai luoghi in cui li diffondono, per favorire uno dei comportamenti più naturali: rendere partecipi gli altri di ciò che si ama.

Online e offline non sono più separabili.
Questi primi due punti, uniti alla familiarità della scena da cui sono partito, rendono l’idea di quanto sia pervasivo e importante per le persone internet su mobile. Se non bastasse, ci sono i dati sulla penetrazione degli smartphone, il numero di utenti mobile dichiarato da Facebook, o il recente report su adv e mobile. Ma l’aspetto su cui riflettere è la circolarità di questi processi. Nella forma più semplice possibile: molte persone hanno saputo online di un concerto che hanno visto offline e aveva una forma adatta alla condivisione online. Se quello show avesse fatto parte di una social media strategy, sarebbe stato perfetto.

Per questo le marche devono coordinare tra di loro i luoghi e i modi in cui diffondono adeguati contenuti. La comunicazione deve essere integrata, non la somma di presenze incoerenti, e ogni canale può essere coinvolto a questo scopo: online o offline.

Nel mio piccolo, anch’io ho condiviso quel concerto attraverso questo post.
Era un contenuto di valore, in una forma che mi ha coinvolto e fatto riflettere, che ho vissuto offline e di cui adesso state leggendo su un blog. Era Bon Iver, e se non c’eravate questo è quello che vi siete persi.

Dove sta andando Pinterest: 7 domande a Pinterestitaly

Pinterest è uno dei fenomeni sociali più seguiti del momento, ne abbiamo parlato anche qui. I ragazzi di Pinterestitaly, il primo blog italiano interamente dedicato all’argomento, erano a Milano per il Pinstreet Market, che si svolge in questi giorni in concomitanza con la Settimana della Comunicazione. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda sul social pinnabile.

Ciao, come è nata l’idea di Pinstreet Market e di portare le board Pinterest nella vita reale?
Il nostro obiettivo quando abbiamo deciso di organizzare Pinstreet era diffondere la conoscenza di Pinterest anche tra coloro che non si sono mai iscritti ad un social network e non ne conoscono le dinamiche: portare Pinterest nei negozi ci è sembrato il modo più immediato per creare curiosità e dimostrare che quello che succede nella rete non segue dinamiche differenti da quelle che si svolgono nella realtà.

Per alcuni Pinterest è un social “in rosa”: è così o c’è spazio anche per il pubblico maschile?
Fino a poco tempo fa Pinterest era ancora un social maschile dove si parlava di nuove tecnologie e linguaggi di programmazione! Oggi, con gli ultimi dati del Global Web Index, la situazione è cambiata e i pinner sono per il 54% delle donne: quindi tutto sommato c’è un equilibrio. Noi pensiamo che Pinterest sia uno spazio dove poter condividere tutti i propri interessi e, in quanto tale, assolutamente asessuato!

Quali sono i settori merceologici che possono trarre i maggiori benefici dall’utilizzo di Pinterest? Potete menzionare qualche case positiva e una negativa?
Per la predominanza delle immagini, Pinterest si adatta sicuramente al food e al fashion, ma in realtà sta alla capacità del brand di adattare la propria comunicazione allo strumento che sta utilizzando. Ad esempio Honda, che conta 4mila followers, ha ingaggiato 5 top pinners invitandoli ad abbandonare il pc per 24 ore e a realizzare un desiderio in cambio di 500$ (salvo poi provvedere a raccontarlo su Pinterest una volta passate le 24 ore!). Un esempio di case negativa è quella di Uniqlo che, attraverso un vero e proprio attacco alla piattaforma, ha invaso lo stream degli utenti con lunghissimi pin dedicati ai suoi prodotti. Sono entrambi casi che hanno avuto visibilità a livello mondiale, ma, secondo noi, due perfetti esempi di buona e cattiva comunicazione.

Quali sono i brand internazionali che hanno colto lo spirito di questo social in modo corretto e che lo stanno utilizzando al meglio?
Sicuramente Etsy con i suoi 158mila followers è un ottimo esempio. Le board ospitano immagini accattivanti; i pin non sono dedicati solo alla vendita, ma collegati anche a blog, articoli, siti esterni; le descrizioni dei pin sono accurate. Inoltre Etsy, tramite le Guest Pinners board, offre spazio e visibilità ad alcuni utenti per raccontare le loro storie attraverso le immagini.

Secondo voi le dinamiche di Pinterest possono essere sfruttate nel giornalismo? In quale modo? Ci sono dei casi significativi?
Moltissimi sono i giornali americani che hanno aperto un account su Pinterest e da giugno anche il New York Times ha finalmente cominciato a costruire le sue boards. Il profilo che ad oggi troviamo più interessante è quello dell’Huffington Post: per loro natura le notizie finiscono in archivio non appena pubblicate, invece il profilo dell’HP, pubblicando i pin collegati agli articoli e dividendoli per board, riesce a tracciare la storia per immagini dei momenti più emozionanti della campagna elettorale negli USA o una selezione delle notizie più importanti in tema di tecnologia e scienza.

Pinterest non ha ancora un sistema di messaggistica tra gli utenti, lo sviluppo di questa funzionalità potrebbe aiutare i brand nelle digital PR?
Pinterest nasce da alcuni maniaci del collezionismo che decidono di condividere online le proprie collezioni e creare un motore di ricerca per le immagini: secondo noi non era nei loro piani diventare il terzo social network negli USA nel giro di 2 anni! Probabilmente devono ancora comprendere che direzione prendere. Sicuramente il livello di interazione tra gli utenti è ancora troppo basso e non permette di sfruttare tutte le potenzialità della piattaforma.

Una delle mancanze di Pinterest è l’impossibilità di acquistare prodotti in modo diretto. Questo fattore potrà penalizzare questo social in favore di altre piattaforme come ad esempio Garage?
In un sondaggio che abbiamo fatto su Pinterestitaly, il 13,6% dei nostri lettori vorrebbe acquistare su Pinterest. Anche se, secondo noi, Pinterest è molto diverso da Garage e Fancy in quanto la vendita può essere un “effetto collaterale”, ma non deve diventare obiettivo primario della piattaforma. Se si trasformasse in un luogo dedicato prettamente al comprare/vendere rischierebbe di trasformarsi soltanto nell’ennesimo spazio dedicato al social commerce.

Ringraziamo i ragazzi di Pinterestitaly per la disponibilità. Siete d’accordo con quello che ci hanno detto? Il modo migliore per esprimerlo è pinnare questo post. In caso contrario, i commenti sono il posto migliore per iniziare una conversazione.

Twitter marketing e la comunicazione creativa

Questo non è un post che vi insegnerà ad utilizzare Twitter. Non è una lista dei 10 migliori tool per usare al meglio il social dell’uccellino né un elenco di errori da evitare. Questo post parla di Twitter marketing, creatività e profili non convenzionali.
Sempre più spesso capita infatti di trovare account curiosi, intriganti e geniali. Finti profili di personaggi dei fumetti e cartoni animati, di oggetti, di dei, semidei e semifreddi.
Ogni profilo ha una strategia ben precisa, un modo di comunicare particolare che ne determina il successo. Individuare il “personaggio” e il tono di voce non è semplice. Soprattutto quando si devono usare solo 140 caratteri. Quando però si riesce a trovare la chiave corretta il successo è assicurato.

Ecco alcuni dei profili che hanno trovato il modo di far parlare di sé:

@TheMime … –  Il mimo più famoso del web si esibisce.
@Big_ben_clock – L’orologio di Londra twitta i suoi rintocchi.
@SFSiren – La sirena d’allarme di San Francisco

I brand possono trarre beneficio dall’impiego di profili creativi per la propria comunciazione. Inserire in una strategia social integrata anche un account Twitter “particolare”, costruito ad hoc per uno dei prodotti del marchio, consentirebbe di aumentare l’awareness e far parlare del prodotto senza comunicarlo direttamente.
Una azienda di elettrodomestici, ad esempio, potrebbe creare il profilo del proprio aspirapolvere di punta e far twittare il “bzzzz” del dispositivo in azione.

Cosa ne pensate? @TheMime direbbe “…”.

Marketing esperienziale nell’era dei Social Network

Dal VIP al Tweet, l’emozione si amplifica e il marketing esperienziale torna ad essere cool. Non lo abbiamo di certo dimenticato. Nell’esperienza di acquisto è fondamentale che ci sia intrattenimento, spettacolarizzazione e coinvolgimento sensoriale che oggi, più che prima, deve avvenire attraverso una forte stimolazione “attiva ed emotiva”. I consumatori, in questa frenesia di input di comunicazione, diventano attori senza copione, con un solo regista: l’agenzia di comunicazione. Vengono stuzzicati, incuriositi, coinvolti e si ritrovano ad andare dagli occhi al cuore in un batter d’ali! Dopo una breve fase teaser di strategia digitale, in cui gli attori vengono affascinati da un’applicazione, un piano editoriale invitante, un’accattivante landing page, si ritrovano improvvisamente a toccar con mano quella stessa emozione. Senza andare troppo indietro con il tempo, basta guardare il progetto di comunicazione integrata di Tommy Hilfiger Eyewear The preppy point of view per capirlo. Una location, un concept creativo, un allestimento e una comunicazione tattica e trascinante che ha portato i consumatori ad immergersi nell’odore nel brand.

Gli attori diventano pertanto opinion leader di un’esperienza totalizzante, all’interno di una location pensata non più come luogo statico, bensì come una community in movimento in cui dialogare, divertirsi, sognare; uno spazio di social media sharing, una dimensione di marketing esperienziale del tutto “plasmante”. Non più solo uno stand e un po’ di musica, ma partecipazione viva degli ospiti: QrCode, applicazioni mobile, buzz kit, e semmai anche un top blogger con cui fare 4 chiacchiere. Ma questa è un’altra storia.

L’obiettivo degli eventi non è cambiato negli anni, le persone vogliono sì emozionarsi, vogliono chiudere gli occhi ed essere trascinate in un altro mondo. Noi ci crediamo in questo. Fare buzz intorno al brand e parlarne è sempre lo scopo dell’agenzia e del cliente. Quello che è cambiato è l’approccio, è il modo di fare marketing esperienziale, il customer engagement che ne deriva. Prima era la notiziabilità sulla stampa a detenere lo scettro, oggi sono le community, i blog, i social network gli spazi favoriti. Il social sharing innesta per di più un gioco di passaparola spontaneo e dinamico, che aumenta il buzz intorno al brand e all’evento in sè. Per questo motivo la sua eco prosegue anche dopo il disallestimento: mini-sito, blog, Flickr e YouTube a gogò! E l’emozione aumenta i suoi decibel fino a far scoppiare il cuore, e la rete!