Data Journalism: il presente e il futuro del giornalismo

In un contesto globale in cui gran parte delle testate e dei network non possono investire su risorse dedicate esclusivamente a inchieste, reportage e corrispondenza dall’estero, è importante riflettere sulle possibili vie di uscita, per un’evoluzione verso un giornalismo migliore, sostenibile e che non perda di vista il suo obiettivo, quello di fare informazione. Informazione utile, talvolta scomoda. È in questo contesto che entra in gioco il data journalism, il giornalismo basato sui dati.

Il calendario del Festival del Giornalismo gli ha dedicato un ampio spazio, con la seconda edizione della School of Data Journalism, che comprende panel discussion e workshop pratici, miniere di consigli utili non solo per i giornalisti ma per tutte le figure professionali che lavorano con piccole e grandi moli di dati.

Chi fa data journalism?

Prevalentemente freelance o giornalisti appartenenti a grandi reti locali e internazionali come Data Driven Journalism o la Open Knowledge Foundation: per fare data journalism è importante creare un ecosistema di contatti, una sinergia di competenze diverse e sapere a chi rivolgersi per chiedere fondi, ad esempio all’European Journalism Centre per inchieste e reportage a tema sviluppo.

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti ci sono casi eccellenti di progetti di data journalism e data visualization. Parliamo soprattutto degli articoli in stile Snow Fall del New York Times (che ha appena lanciato, a proposito di dati, Upshot), del datablog del Guardian e di ProPublica.

Cosa succede nel resto del mondo?

Il data journalism non esiste soltanto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, anche se i media di questi due Paesi investono di più, anche con risorse interne dedicate, su questo tipo di contenuti. America Latina, Africa, Italia, Spagna, Svizzera, Francia, tra gli altri, regalano molte sorprese e casi di successo: l’africano GotToVote, sviluppato nell’ottica di una maggiore trasparenza e completezza di informazioni su elezioni e seggi elettorali in Kenya e Chicas Poderosas, pensato per coinvolgere ed educare sempre più donne latino-americane alla tecnologia e ai tool per diventare hacker o data journalists, sono in questo senso due esempi virtuosi.

In Italia non ci sono molti investimenti in questo settore, ma qualcosa sta cambiando. Fondazione Ahref organizza corsi e collabora con le associazioni più importanti dedicate a OpenData, whistleblowing e trasparenza e accessibilità dei dati. I media tradizionali stanno riservando uno spazio sempre maggiore al data journalism, ma i progetti sono per lo più comprati da freelance che hanno sviluppato il progetto indipendentemente dalla testata.

Come già detto, l’importante è fare rete. Continuare a far vivere il settore attraverso siti dedicati, training, mailing list, scuole e progetti partecipativi. Tutto questo ci riporta ad una riflessione più ampia e molto rilevante per il mondo dell’informazione: il data journalism è soprattutto giornalismo. I dati sono uno strumento, un mezzo per rappresentare meglio una storia, che è il punto centrale di ogni progetto basato sui dati. È importante non farsi prendere dalla “mappite”, per prendere in prestito le parole di Elisabetta Tola di Formica Blu: la visualizzazione dei dati non è sufficiente, senza una profonda comprensione di quello che rappresentano e della storia che si vuole raccontare.

Il giornalismo ha bisogno di grandi storie e il data journalism per ora sembra la strada migliore per continuare a raccontarle.

UGC per le news, al Festival del Giornalismo

Tante voci del mondo dell’informazione sono riunite a Perugia per l’ottava edizione del Festival del Giornalismo. Tra i temi della seconda giornata di incontri, gli UGC hanno dominato la discussione e fornito spunti di riflessione per le newsroom e per tutte le realtà editoriali che utilizzano sul web, sui social o in tv contributi multimediali forniti dagli utenti.

Lo scorso anno, nella stessa sede del Festival, notavamo come il tema centrale della produzione di news fossero i contenuti prodotti dai non addetti ai lavori e il citizen journalism.

Quest’anno la discussione si è spostata dal citizen journalism all’accidental journalism, per citare Claire Wardle del Tow Center for Digital Journalism, che ha partecipato alla panel discussion “User generated content (UGC) per le news” per presentare con il collega Sam Dubberley uno studio sull’utilizzo degli UGC da parte di otto canali broadcast. Si tratta infatti di contenuti che l’utente non ha prodotto perché diventassero contenuto informativo nelle mani di un canale tv o di un giornale. A questo proposito sono interessanti gli spunti sul piano giuridico (e i casi e le limitazioni previsti dalla Direttiva 2000/31/CE): l’embedding di un contenuto non comporta responsabilità, mentre l’utilizzo di disclaimer vaghi e che non fanno riferimento all’autore può comportare problemi sul piano giuridico. È anche importante valutare qual è la fonte cui rivolgersi per chiedere i credits: l’autore del contenuto o il sito su cui il contenuto è stato postato, al quale l’utente iscrivendosi ha ceduto la licenza d’utilizzo se non la proprietà? Le diverse fattispecie sono da verificare caso per caso, ma si tratta di un tema etico e di responsabilità su cui è urgente dibattere se, come emerge dallo studio del Tow Center, solo il 16% dei contenuti UGC presi in analisi riportavano credits completi.

Un altro tema importante e trasversale è quello della verifica delle fonti e del fact-checking: le prime fasi consistono nel controllo di authority e affidabilità dell’utente, data di caricamento e data di iscrizione al social su cui è stato caricato il contenuto, geo-localizzazione e orario di pubblicazione.

La verifica delle fonti su Internet e i social non è una scienza esatta e spesso appare come uno sforzo che richiede tempo e risorse non sostenibili per una redazione. In realtà si tratta di adottare alcuni accorgimenti semplici e la risposta talvolta può essere trovata con una semplice ricerca su Google Images. Gli autori del Verification Handbook, presentato ieri a Perugia, si rivolgono proprio ai giornalisti che hanno paura di soccombere di fronte alla mole di informazioni e rumore che i social possono offrire. Il rumore, se ben gestito, può diventare lo spazio per creare una rete di fonti affidabili: si tratta di gestire la folla, come sostiene Mathew Ingram di GigaOm.

Una maggiore verifica sulle fonti degli UGC è un’operazione fondamentale, soprattutto per prevenire la pubblicazione di bufale e notizie false che in sede di smentita saranno attribuite alle testate che hanno condiviso un contenuto erroneo. I tweet sbagliati si possono cancellare, ma è bene ricordare una massima che vale per tutti i fail dell’Internet: verba volant, screenshot manent.

LinkedIn Company Page e il trend editoriale

Il 14 Aprile LinkedIn ha eliminato la sezione Prodotti e Servizi dalle Company Page, rimuovendo una funzione che consentiva ai brand di comunicare la propria offerta di business. Questa sezione permetteva di mostrare dieci elementi per ogni pagina, ognuno dei quali conduceva a una pagina statica dove inserire il nome del prodotto/servizio, una piccola immagine, link e un video di YouTube.

Come comunicare il prodotto e i servizi sulle LinkedIn Company Page ora?
La risposta più ovvia è quella di farlo con la strategia di posting, inserendo nel piano editoriale della pagina lanci dedicati a comunicare l’expertise dell’azienda in quel particolare servizio, oppure le qualità di un determinato prodotto. Un’obiezione condivisibile potrebbe essere: ma non bisogna evitare di parlare di prodotto sui social? Questo è vero, però sappiamo che LinkedIn ha un taglio diverso dagli altri social, più orientato al business e in definitiva sappiamo che si può anche parlare di prodotto coinvolgendo gli utenti, facendone emergere gli aspetti funzionali e non promozionali.

Una soluzione alternativa consiste nell’impiego delle Showcase Page, lanciate a Novembre 2013. Si tratta di una risorsa gerarchicamente collegata alla LinkedIn Company Page, sulla quale verrà mostrato una sorta di menu dei servizi e prodotti per cui esiste una di queste pagine, proprio alla stregua di un menu di navigazione. Segue uno screenshot chiarificatore.

Fonte: business.linkedIn.com

Qual è la “fregatura”?
Le Showcase Page vivono esclusivamente di contenuti editoriali, non esistono sezioni statiche, quindi se decidiamo di aprire una Pagina Vetrina, come viene chiamata nella traduzione italiana, dobbiamo assicurarci un piano editoriale specifico per l’oggetto della pagina.

Andando oltre lo specifico di LinkedIn, anche Facebook ha fatto una scelta simile con il nuovo layout delle pagine, riducendo drasticamente il ruolo riservato ai Tab, che dalla posizione inferiore alla Copertina, finiscono nella colonna sinistra con una riduzione della dimensione della thumb.

New Facebook Page

Fonte: facebook.com

Anche qui sarà necessario dare una nuova visibilità ai contenuti organizzati nei Tab, inserendoli all’interno del flusso editoriale. Questo trend va nella direzione della conversazione, lo scopo primario di questo genere di media, quindi forse c’era da aspettarselo. Voi che soluzione adotterete per le vostre pagine?

Il ritorno di Bebo e il Social Media Marketing Internazionale

Il panorama dei social network è in costante espansione, continuano a nascere nuove piattaforme e non sempre è facile orientarsi e scegliere quella più adatta alla propria strategia marketing. Non tutte decollano allo stesso modo e c’è chi fallisce e decide poi di risorgere dalle proprie ceneri, come Bebo. Il suo ritorno potrà delineare un nuovo spazio di sviluppo per la costruzione di strategie di social media marketing internazionale?

Facciamo un passo indietro.
Cos’è Bebo?
Acromino di «blog early, blog often», è stato fondato dai coniugi Michael e Xochi Birch nel 2005. Fino al 2008 è stato uno dei social network più popolari in Gran Bretagna, fino alla cessione ad Aol per 850 milioni di dollari. Nel momento di massima espansione in alcuni Paesi, come ad esempio l’Irlanda, ha persino superato la popolarità di Google.

Bebo è fallito nel luglio dello scorso anno e i fondatori del social hanno deciso di riacquistare il loro progetto, per un milione di dollari.

Il social network non è ancora pronto e, mentre il fondatore Michael Birch fa parlare di sé e di Bebo in modo non del tutto convenzionale (come potrete constatare guardando il video), gli utenti sono invitati a lasciare la propria mail per essere i primi ad esser avvertiti non appena sarà rilasciata la nuova versione.

https://www.youtube.com/watch?v=Lm9J8Glk0bE

Quali opportunità potrebbe offrire il rilancio di Bebo?

I fondatori assicurano che, come in passato, sarà un luogo in cui divertirsi e incontrarsi con gli amici, una community dal tono creativo e leggero. Uno dei limiti del primo Bebo era però la scarsa trasversalità nei Paesi data dallo scarso numero di lingue supportate. Ci aspettiamo che ritorni con un’anima internazionale, elemento oggi più che mai fondamentale per avere davvero successo.

Lo spirito provocatorio dei fondatori e la creazione di community e contenuti ingaggianti non bastano più per rilanciare un social network nel 2014. La base per (ri)affacciarsi sullo scenario attuale è infatti un progetto dal respiro internazionale, che guardi a diversi mercati e offra opportunità ad aziende di tutto il mondo.

Un investimento su Bebo potrebbe essere una prospettiva interessante per aziende e brand se, come nella precedente versione, gli utenti avranno la possibilità di indicare quale tipo di pubblicità vogliono visualizzare. Uno strumento di advertising così personalizzato e mirato darebbe l’opportunità agli investitori di parlare a un pubblico che è davvero interessato al contenuto proposto, garantendo così una maggiore efficacia della comunicazione.

E se la piattaforma fosse sviluppata in più lingue rispetto al “vecchio” Bebo? Ancora meglio, diciamo noi. Un’attività su scala internazionale richiederebbe una conoscenza profonda dei vari contesti locali e della loro integrazione sul piano globale, per determinare al meglio i target di riferimento. Il nuovo scenario sarebbe uno spazio perfetto per costruire una strategia di social media marketing internazionale, stando ben attenti agli elementi che hanno bisogno di più cura e attenzione, come ben illustrato da Alessandro su questo blog: attività editoriale, influencer marketing, community management.

Dopo Weibo, insomma, teniamo gli occhi aperti anche su Bebo, pronti a cogliere le opportunità che potrà offrire.

Prank Marketing e pesci d’aprile

Oggi è il primo di aprile, giornata mondiale dei pesci (d’aprile e non) e degli scherzi. Molti brand hanno proposto sui social network burle più o meno articolate e più o meno riuscite (alcune al limite del fail). Al di là della ricorrenza particolare che stimola spiritosaggini e giochetti, quello degli scherzi per la promozione di un marchio è un trend interessante che, soprattutto a livello internazionale, si sta confermando: il prank marketing.

Possiamo definire il prank marketing, o prankvertising, l’evoluzione della guerrilla, un mix tra flash mob e candid camera; la promozione non convenzionale del brand che punta sulle reazioni delle persone e che, per questo, ha una componente virale intrinseca. Il voyeurismo generale ha infatti permesso agli scherzi in video di ottenere sempre un alto numero di visualizzazioni.

Molti brand stanno utilizzando questa formula con risultati più o meno riusciti: è successo con alcuni spot del Superbowl, ad esempio quello che ha come protagonista Arnold Schwarzenegger e che potete vedere qui.

Di seguito qualche video:

Ma quali sono quindi i vantaggi nell’affidarsi al prank marketing?

  • Possono essere realizzati spot anche con budget limitati.
  • I video hanno un alto potenziale virale.
  • Pone l’attenzione sul brand in modo non convenzionale.

Attenzione però, ci sono anche dei rischi. Primo: legare il brand ad un fattore negativo. In secondo luogo è bene prendere tutte le precauzioni necessarie affinché non ci siano rischi per le vittime delle candid e degli attori. Non si devono sottovalutare infatti le reazioni delle persone sottoposte a stress molto forti, che possono avere problemi di salute o reazioni violente non previste. Per questo motivo molti produttori prendono precauzioni selezionando le vittime degli scherzi o informandosi su quali possono essere le reazioni delle persone esposte a certi tipi di sollecitazione. Insomma: tutte le variabili di produzione devono essere pianificate e controllate dall’idea allo script, dalle vittime all’associazione con il marchio.

Segue un video di 42 minuti in polacco in cui vengono spiegate le principali tecniche di ripresa per realizzare un video di prank marketing perfetto.

Ovviamente scherzo.

Il brand in una stanza. Sense, Feel, Think, Act and Relate

“Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti, ma alberi, alberi infiniti. Quando sei qui vicino a me, questo soffitto viola, no, non esiste più“. Il paroliere in questione è Gino Paoli e l’anno è il 1960. La reason why: l’amore. La supporting evidence: il marketing esperienziale. L’idea: le brand rooms.

Il brand esce dallo scaffale e si cerca una stanza in affitto. Questo sta avvenendo. Si cercano continui modi di comunicare al target attraverso vetrine, negozi, stanze totalmente dedicate alla brand experience. Si cerca un’atmosfera più intima, familiare, raccolta. Ma perché succede? Il brand è come una persona umana, un soggetto mutevole. Si addormenta e poi rinasce sfruttando dinamiche di memoria radicata. Sugli scaffali ci sono una miriade di marche, il consumatore non riesce a orientarsi, non percepisce più la personalità distintiva dell’una o dell’altra, e anche il brand stesso è confuso. A questo punto avviene il momento di lucidità, di ricerca di nuove certezze, di riaffermazione del proprio carattere; “io ho una reputazione da difendere”. Così riprende in mano la sua personalità e la adatta al mercato. Ci vuole più contenuto, più lifestyle, più esperienza.

Secondo Jeremy Rifkin si assiste alla costruzione di un recinto della cultura in modo da poterla mercificare e trasformarla in esperienze. A partire da questo lo Stanford Reasearch Institute ha creato il VALS, il Value and Lifestyle che mette in correlazione le coordinate socioeconomiche di un soggetto “per prevedere il tipo di esperienza che potrebbe gradire maggiormente”. È quello che capita all’interno di queste esperienze: costruiscono un’enciclopedia personale, scorribande ipertestuali non generalizzabili. Individuali. Intime. Ecco perché i brand si sono messi alla ricerca di casa. Sapevano che al consumatore sarebbe piaciuto.

Ode al Marketing esperienziale.

Alla stregua di questo ragionamento nel 2013 Starbucks decide di adeguarsi alla cultura anglosassone del “Tea time at 5 o’clock” e apre un Teavana Fine Teas nell’Upper East Side di Manhattan, il suo primo Tea Bar newyorchese. Un negozio interamente dedicato al tè. La portavoce di Starbucks Holly Hart lo definisce: “Un parco giochi del tè, più interattivo e coinvolgente, diverso dalla solita filosofia ‘compra e vai’, ma un’immersione in un mondo di prodotti”.

Il pensiero non è scisso da quel che il proprio corpo sente, prova, esperisce…

…così si costituisce il “corpo del me” (Fontanille). Un circolo esperienziale fatto di Sense, Feel, Think, Act e Relate. Ricompaiono i famosi “Moduli Strategici Esperienziali”: sensorialità, sentimento, intelletto, azione e relazione. Tutti da mettere insieme in un unico luogo, per un unico scopo, per un unico brand.

Le persone vogliono sentire il contatto umano, ne hanno bisogno per sentirsi protette, per continuare a sentire il valore di una cultura esistente, per maturare certezze, vogliono una “stanza tutta per sé”. Esperienza, vita, “tocco”, gli ingredienti giusti per dare credibilità ad un brand, per stimolare un incontro che crei ricordo.

E per chi avesse voglia di tornare indietro di qualche anno, ecco una chicca:

 

Le novità del Social Media Marketing in Cina

Il social media marketing internazionale si muove verso l’Oriente. Se Facebook e Twitter dominano il settore nella maggior parte del mondo, questo non si può dire di paesi come la Cina, che vanta sistemi autonomi con modalità di funzionamento a volte diverse da quelle dei competitor occidentali.

La Cina: problemi di restrizioni politiche e governative

Oltre alle differenze culturali e linguistiche evidenti, il web in Cina è soggetto a pesanti restrizioni: il governo cinese controlla un sistema di censura su Internet chiamato “Great Firewall” (dall’associazione tra Great Wall, cioè Grande Muraglia, e firewall), che ha lo scopo di depurare la rete dalle critiche verso il governo e di impedire o quantomeno controllare i movimenti di protesta. Queste restrizioni interessano inevitabilmente anche il mondo dei social media, che stanno vivendo un momento di boom assoluto. In questo contesto, Sina Weibo svetta in prima posizione rispetto ai social media cinesi QQ, WeChat, Ren Ren, Alibaba, ma è bene evidenziare che il canale ha dovuto accettare negli anni un monitoraggio parziale da parte delle autorità.

Il caso di Sina Weibo

Ma cos’è Sina Weibo, e che bacino di utenti ha? Weibo è un servizio di microblogging dal funzionamento vicino ma non identico a Twitter e che vanta un bacino di utenti molto vasto: 600 milioni, di cui circa 61 milioni attivi giornalmente. Un pubblico potenzialmente gigantesco per le aziende che sceglieranno di investire su questo canale e che dovranno attivare una riflessione sul passaggio da singole campagne media tradizionali per la Cina alla gestione coordinata dei social media, che richiede un’attenzione quotidiana e costante.

Possibilità nel mercato cinese attraverso i social media e Sina Weibo

La notizia che rischia di aprire nuovi scenari è che Weibo è sempre più vicina a fare il grande passo e sbarcare a Wall Street, così come Alibaba, altro colosso cinese. Se proseguirà su questa strada, ci potrebbero essere risvolti interessanti per le aziende che vogliono investire su questo mercato in crescita. Potrebbero essere sviluppati strumenti per promuovere i contenuti e gli account, simili agli strumenti di advertising di Facebook e Twitter, e questa sarebbe una grande opportunità per gli investitori per parlare ad un bacino di utenti tra i maggiori al mondo.

Si delinea insomma un nuovo spazio, parzialmente inesplorato, per il social media marketing internazionale, su cui avviare un’immediata riflessione prima che il boom porti Weibo al pari di Facebook e Twitter, in termini di pubblico e, perché no, di affollamento.

Pharrell Williams: che Bellezza di Storytelling

Qualche giorno fa “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino ha trionfato agli Oscar 2014 come Miglior Film Straniero, riportando la tanto amata statuetta in Italia dopo ben 15 anni.
In questa 86ª Notte Stellata, ospitata al Dolby Theatre di L.A. il 2 marzo 2014, anche la musica sale sul palco. La canzone “Happy” di Pharrell Williams, uno dei produttori di maggior successo dell’era contemporanea, viene candidata come Miglior Canzone. Tra applausi, trionfi e sorprese, il genio Pharrell non ottiene alcun premio, ahimé, ma riesce a far scatenare persino Meryl Streep.

Impatto visivo, divertimento e stupore. Questi gli ingredienti per uno storytelling emotivo di successo.

Nella saturazione comunicativa che abbiamo intorno è impresa assai ardua trovare formule innovative e originali, ma Pharrell ci è riuscito. Il videoclip di “Happy” ha fatto il giro del mondo. E cosa ha prodotto? Una reazione viscerale e autentica, un profondo coinvolgimento del pubblico, di tutto il pubblico. Dai bambini, ai ragazzi, ai 50enni scatenati e ai nonni fuor di pensione che hanno tamburellato con il dito sul tavolo. Skateboard P (nickname di Pharrell Williams) ha saputo parlare a chiunque. Ha raccontato il suo stato d’animo.
E ha fatto centro.

Pensare ad emozioni e trasformarle in immagini. Per cosa?
Fare engagement storytelling in musica.

Un concept creativo: happy. Una strategia di comunicazione: costruire, muovere e definire atteggiamenti. I canali: un sito in cui “Happy” è in loop per 24 ore. Un video in cui compaiono ballerini improvvisati, professionisti, personaggi famosi e non, che si muovono per le vie della città sotto lo sguardo dei passanti. Un piano sequenza continuo che non ha un inizio e una fine definiti, ma scelti dall’utente.

Obiettivo: creare buzz e interazione con l’idea stessa.
Risultato: viralità senza skip.

E tutti ballano: Giamaica, Inghilterra, India, Russia, Tunisia e anche l’Italia. Ovunque compaiono video virali dove i cittadini si esibiscono nella canzone “Happy” di Pharrell Williams. Un contagio, un tormentone. I pubblicitari del futuro non parleranno più di “effetto Willy Wonka”, ma di “effetto Pharrell“.

Ma cos’ha funzionato nei video engagement storytelling di “Happy”?

Lo storytelling, appunto: i micro-racconti. L’empatia, il coinvolgimento emotivo. Il pensiero divergente, la voglia di cercare idee, intuizioni, spunti fuori dal dominio della logica.
End benefit: viralità.

Il Social Media Marketing (è) Internazionale

I due recenti post di Alessandro e Davide su questo blog trattano argomenti meno lontani di quanto si possa pensare di primo acchito: il social media marketing internazionale il primo, un (presunto) fail il secondo.

Alessandro spiegava bene il principio base per cui lo stesso contenuto di comunicazione non possa essere trasportato da un paese all’altro limitandosi alla traduzione linguistica, e quanto la necessità di localizzare culturalmente i messaggi sia ancora più forte quando i canali utilizzati sono i social media.

Davide ci raccontava della campagna di Coca-Cola lanciata in occasione del Super Bowl: posizionata su valori alti di patriottismo a stelle e strisce, si era attirata alcune reazioni abbastanza critiche dagli stessi social media che avrebbero potuto decretarne il successo.

Ho pensato che i due argomenti non fossero così lontani quando ci ho riflettuto e mi sono chiesto di che nazionalità fossero gli utenti che hanno criticato la campagna: considerando il contenuto del messaggio, si potrebbe forse parlare di social media crisis internazionale così come parla di social media marketing internazionale?

CocaCola follower statistics
(La composizione della followerbase di @CocaCola – Fonte: Sysomos Map)

A pensarla in questo modo, in questo caso il potenziale errore è l’opposto di quelli da cui metteva in guardia Alessandro, ovvero l’eccessiva localizzazione in un canale che, di fatto, è globale. L’obiettivo del post però non è fare le pulci a quella campagna, che qui è solo un esempio, ma approfondire e verificare un’ipotesi: ad un livello base i social media sono sempre internazionali.

Banalmente perché, a differenza di altri canali (e soprattutto quelli tradizionali), la fruizione dei social media non è legata alla nazione. Le affissioni la stampa e gli spot tv, per intenderci, lo sono decisamente di più, nonostante Google e Youtube abbiano rimesso in gioco le distanze. Continuando a riflettere sul caso di studio, ad esempio, potremmo concludere che lo stesso messaggio aveva meno elementi di criticità – o variabili di incertezza – trasmesso su una TV americana durante il Super Bowl che pubblicato su Twitter.

I Social media, quindi, necessitano sempre di un doppio sguardo, locale e globale, nell’impostazione strategica, nella content strategy e nell’esecuzione.

Che tu sia un brand mondiale o un piccolo artigiano, che tu sia global o local, ci sono cose che non puoi trascurare:

  • la scelta dei canali e del taglio (una pagina unica o più presenze locali?)
  • la conoscenza della community (scrivendo in spagnolo mi rivolgo solo agli spagnoli o tra il mio pubblico c’è una grossa fetta di sudamericani?)
  • gli strumenti migliori per dare alla community contenuto rilevante (il canale scelto ha la possibilità di determinare il target di ogni singolo messaggio?)

Super Bowl e il fail di Coca Cola: che settimana!

Quella appena passata è stata una settimana interessante: c’è stato il Super Bowl, con il suo carico di spettacolo, video, sport, fail  e polemiche. Facebook ha compiuto 10 anni e giovedì è uscito il sole, almeno a Milano.

Per la maggior parte degli italiani, ok per alcuni italiani, va bene forse solo per me, ma era bello partire con entusiasmo, Super Bowl significa principalmente spot. Dai forse possiamo inserire anche qualche americano alla lista. Centinaia. Migliaia? Ok sulle numeriche in questo caso non posso essere preciso. Mettiamola così: a molta gente interessano, oltre alla partita, gli spot che vengono realizzati per questo evento.

Alcuni brand quest’anno hanno giocato d’anticipo facendo uscire nei giorni precedenti al match video teaser degli spot che sarebbero poi stati trasmessi interamente nel corso della partita. È il caso di Bud Light.

http://youtu.be/gKKVQLDYYcw

Il giorno del Superbowl, poi, i tanto attesi commercial, eccone alcuni:

http://youtu.be/zl0zw1YVZd4

http://youtu.be/oUwwZHdx6SU

Non sono mancate le polemiche per lo spot Coca Cola che nel proprio clip “America the Beautiful” ha fatto cantare l’inno americano in diverse lingue scatenando le reazioni indignate di moltissimi utenti.

Questo il video:

http://www.youtube.com/watch?v=443Vy3I0gJs

Questi alcuni dei commenti (via):

1
Fonte: Publicshaming.tumblr.com
2
Fonte: publicshaming.tumblr.com
3
Fonte: pubblicshaming.tumblr.com

Messaggi di odio, razzisti, di disgusto. Tweet per dire addio alla Coca Cola.
Ma si tratta realmente di un fail? Secondo me no. Le intenzioni del brand erano quelle di unire, avvicinare, un popolo sotto il vessillo a stelle e strisce. Ma forse il popolo americano non è ancora pronto. O forse un brand non deve farsi carico di un messaggio così alto, e se lo fa corre dei rischi.

Voi cosa ne pensate? Come avreste reagito a questo tipo di messaggi?

Ho parlato della partita del tempo e di un compleanno. Come direbbe il mio amico Sandro citando Maurizio Milani: “Bon, il pezzo è completo”.
Ah no, non ho detto il risultato della partita. Non voglio spoilerare, magari qualcuno l’ha registrata.