10 Anni di Festival Internazionale del Giornalismo

Un po’ difficile da raggiungere (5 ore in treno e 2 cambi a Firenze e a Terontola), ma è sempre bello tornare a Perugia, soprattutto per il Festival Internazionale del Giornalismo.

Quest’anno il festival spegne 10 candeline e il modo migliore per festeggiarlo era esserci, anche perché anno dopo anno la lineup degli speaker è sempre più interessante. Solo per fare qualche nome della decima edizione possiamo citare: Lucia Annunziata dell’Huffington Post, Celia Guimaraes di Rai News, Livia Iacolare di Twitter Italia, Pierluigi Pardo di Sport Mediaset, Paolo Barberis (consigliere dell’Innovazione del Presidente del Consiglio), Dino Amenduni, Mafe De Baggis, Riccardo Iacona, Sarah Varetto (direttore di Sky TG24), Craig Silverman di BuzzFeed Canada, Mark Little di Twitter, Peter Gomez, Giovanni Floris, Diego Bianchi, e tanti tanti altri, tutti stipati in una agenda fittissima di appuntamenti in 12 location sparse per la città.

Il Festival Internazionale del Giornalismo è un grande momento per imparare e osservare: imparare perché ogni speach ti arricchisce trasmettendoti nuovo know how; osservare perché gli speaker che arrivano da tutto il mondo fanno il punto su tutto ciò che riguarda un determinato topic condividendo le loro esperienze.

Ho iniziato il mio giro della manifestazione con “Maledetto Storytelling” con Diego Amenduni e Mafe De Baggis. Lo storytelling è una tecnica di comunicazione, molto nota a chi come noi si occupa di digital, che nel corso degli ultimi anni l’ha subita da parte dei politici che ne hanno abusato per fini propagandistici.
Il “maledetto” sta infatti proprio a sottolineare la distorsione che vive oggi lo storytelling. La bellezza di questa tecnica sta invece non in chi la racconta (ad esempio un politico o un potente), ma nella sua missione: raccontare una storia. Una storia è raccontata bene quando tocca degli elementi che sono presenti nella nostra mente e nei nostri ricordi, e il compito dello storyteller deve essere quello di riuscire a toccare questi elementi attraverso un percorso narrativo.

“Accettiamo che lo storytelling sia uno strumento positivo. Contano le storie, altrimenti vengono confuse con la fuffa.”
Dino Amenduni

Al Festival Internazionale del Giornalismo non potevano certo mancare i social. Perché social e giornalismo sono legati a doppio filo: e infatti non è mancato Twitter, fresco fresco di compleanno celebrato con #Twitter10 (a proposito di social, qui abbiamo scritto di come sia possibile fare giornalismo su Snapchat).

Durante tutta la manifestazione l’Hotel Brufani ha ospitato la #BlueRoom di Twitter, uno spazio esclusivo per permettere a degli ospiti speciali di vivere un’esperienza Twitter immersiva e interattiva con il proprio pubblico con interviste, annunci, sessioni di Q&A e molto altro ancora. Tra i tanti passati dalla Blue Room anche Zoro.

[foto in copertina di Stefano Gizzi #IJF15]

Fare giornalismo su Snapchat

Il futuro del giornalismo è esclusivamente digitale? La questione è apertissima, anche se alcuni indizi sembrano far intravedere una risposta. Una decina di giorni fa, per esempio, l’Independent ha deciso di dire per sempre addio alla carta perché – spiega il proprietario del quotidiano Evgeny Lebedev – “l’industria della stampa è in fase di cambiamento e il cambiamento è avviato dai lettori. Ci indicano che il futuro è digitale”.
E in questo orizzonte, lo sappiamo bene, è il mobile a farla da padrone, mettendo all’angolo il desktop. Il fondatore di BuzzFedd Jonah Peretti spiega che il mobile è l’ecosistema naturale in cui far vivere i contenuti della sua media company, sempre più millenium-friendly e legati a video, listicle e GIF. Del resto, i 200 milioni di utenti unici mensili di BuzzFedd accedono al 70% dei contenuti da dispositivi mobili.

Parliamo comunque di uno scenario incerto e in continua evoluzione, dove si aprono sempre più spazi anche per l’interazione con l’Intelligenza Artificiale. Solo una settimana fa il Guardian ha pubblicato un articolo intitolato AI is already making inroads into journalism but could it win a Pulitzer?. Il titolo sembra provocatorio, ma non lo è affatto se si pensa ai software che vengono sempre più impiegati per impacchettare articoli sportivi e clickbait. Una ricerca della Oxford University va in questa direzione spiegando che quello del giornalista è uno dei mestieri più a rischio nel futuro prossimo.

Futuro prossimo, forse: ma non immediato. Il presente parla ancora altre lingue. Una di queste è quella di Snapchat, il social network popolarissimo tra i millenial, con il 70% degli oltre 200 milioni di iscritti negli USA che sono under 35. I numeri sono impressionanti: secondo Edison Reserach, Snapchat (insieme a Instagram) è secondo solo a Facebook nel numero di volte con cui le persone controllano il proprio account (12% contro 35%).
Qualcuno addirittura considera Snapchat la nuova frontiera del giornalismo. Forse le cose non stanno così, ma se anche colossi dell’informazione come BBC, CNN, Washington Post e New York Times sono approdati su Snapchat, c’è un motivo: la possibilità di comunicare in maniera nuova per raggiungere un pubblico giovanissimo. Perché l’idea che le nuove generazioni non siano interessate alle notizie non risponde al vero, dice il portavoce della CNN Matt Dornic all’American Journalism Review. Quindi, il punto è trovare il modo giusto.

Come spiega un recente articolo del Corriere della Sera, sono sostanzialmente due i mezzi da impiegare se si vuole fare giornalismo su Snapchat: la sezione Discover e le singole Storie.
La sezione Discover è uno spazio esclusivo, aperto nel gennaio 2015 e dedicato a editori partner come BuzzFedd, Mashable, National Geographic, Cosmopolitan, MTV, ESPN, Daily Mail. L’ultimo arrivato (il ventunesimo) è una startup di news video: NowThis. Qui i contenuti – visibili per sole 24 ore – sono gestiti da team dedicati (il Wall Street Journal per esempio ne ha messo in piedi uno di cinque persone per pubblicare otto snap al giorno, dal lunedì al venerdì) e ovviamente curati in base ai diversi tagli redazionali. Temi di attualità per CNN, listicle ironiche per BuzzFeed e star news per MTV. E le possibilità espressive sono enormi: con un semplice swipe si passano in rassegna testi, foto, video e GIF. Ovviamente l’immediatezza è il cardine di tutti questi contenuti, pensati per una fruizione veloce e in movimento.

Altro discorso per le Storie. Non vantano nessuna esclusività e sono accessibili a tutti: quando una persona crea un contenuto può decidere di aggiungerlo alla propria Storia del giorno. La foto o il video verranno conservati per 24 ore, prima di volatilizzarsi. Le Storie rappresentano un’alternativa per fare giornalismo su Snapchat, un’opzione più flessibile per editori e giornalisti che decidono di postare soltanto contenuti speciali. Due esempi: il Washington Post, che ha seguito il Super Bowl, e John Sweeney, il giornalista di BBC Panorama che ha costruito un interessantissimo reportage su Snapchat mentre seguiva la rotta balcanica dei migranti verso l’Europa.

In occasione di eventi speciali (dal Siblings Day al GP delle Americhe della MotoGP), poi, un team dedicato di Snapchat seleziona i migliori snap e li raccoglie un collage.

Fare giornalismo su Snapchat è possibile? A questo punto, la risposta è chiara: sì, ma in modo nuovo. Resta comunque ancora da capire a pieno come evolverà il comportamento degli editori. Anche in relazione al discorso advertising, che Snapchat sta portando avanti in tutta fretta (perché il tempo di battere cassa è arrivato: basti pensare che un editore della sezione Discover come Cosmopolitan polarizza 3 milioni di utenti al giorno). I giornalisti quindi hanno fra le mani un grande strumento: secondo Chris Snider della Drake University, “a great storytelling platform”. Perché immediatezza non significa necessariamente sacrificio della qualità.

The Independent dice addio alla carta: il suo futuro è digitale

L’ultima copia cartacea del The Independent uscirà sabato 26 marzo. Da domenica 27 marzo il quotidiano sarà disponibile solamente online diventando a tutti gli effetti “la prima testata nazionale (britannica) a spostarsi verso un futuro solo digitale”.
Come recita l’ultimo numero di The Indepentend on Sunday (la copia domenicale del quotidiano), associando la fine della propria vita su carta stampata all’Earth Hour, l’ora della Terra a cui in tanti nel mondo hanno aderito spegnendo le luci: “Lights Out – Here’s the last print edition of this newspaper, but the news never stops”.

copertina-independent

Alla base della decisione presa da Evgeny Lebedev, che insieme al padre Alexander è proprietario di The Independent, c’è un sostanziale calo di copie vendute: solo 56mila al giorno a dicembre 2015 contro le 166mila del Guardian e gli 1,8 milioni del Sun.

Dopo quasi 30 anni (la prima copia è infatti uscita nelle edicole il 7 ottobre 1986) finisce un’era, ma sappiamo che The Independent è sempre stato all’avanguardia nel panorama editoriale britannico: è stato infatti il primo quotidiano a passare dal broadsheet al tabloid e il primo a creare uno spin-off femminile.

Intendiamoci, la carta stampata non è affatto morta, e il successo di alcuni quotidiani, sempre in terra albionica, lo dimostra. Per citare un esempio, una società votata al digitale come il Trinity Mirror ha di recente espresso il desiderio di creare un magazine cartaceo femminile molto simile a “I”.

Il problema per The Independent sono le vendite, ormai così basse da non interessare più gli investitori pubblicitari. Funzionerà l’esperimento che si sta tentando? Solo il tra qualche tempo si potranno fare bilanci, per ora da The Independent fanno sapere che “L’industria dei giornali sta cambiando e questo cambiamento è guidato dai lettori che ci stanno mostrando che il futuro è digitale”.

Ma la sua visibilità sarà ancora la stessa tra qualche mese, quando il periodo di lettura gratuita finirà e gli articoli saranno disponibili solo a pagamento? Con lo switch sul digitale il direttore Amol Rajan promette di puntare più in alto dal punto di vista qualitativo, il proprietario Lebedev ha poi dimostrato più volte di amare il rischio e le sfide, tutto quindi fa presupporre che sarà una bella avventura.

The Independent riuscirà comunque ad avere sufficienti entrate per pagare i suoi giornalisti? Lo sforzo pionieristico del giornale britannico sarà sotto i riflettori di tutto il mondo del giornalismo.

Nel frattempo il suo esempio sta facendo da apripista anche ad altri quotidiani europei: è il caso dello storico quotidiano El Pais che ha recentemente annunciato, attraverso le parole del suo direttore, di avere come obiettivo quello di diventare “essenzialmente digitale”.
Sfumature lessicali a parte, siamo certi di assistere a una vera rivoluzione.

Giornalismo su Instagram, è possibile?

È arte la fotografia? Quien sabe? Chi lo sa e chi se ne importa? Mi piace!
Edward Weston

Siamo soliti pensare ad Instagram come a un social dove pubblicare e condividere contenuti piuttosto frivoli, ma i brand che si affidano alla app fotografica più famosa al mondo sono in costante aumento, spinti dai dati positivi che circolano a proposito. Il buon momento di Instagram è dimostrato anche dalla ricerca dello scorso ottobre effettuata da Piper Jaffray per cui l’uso del social fotografico avrebbe addirittura sorpassato Facebook nelle preferenze dei teenager americani.

Ma non solo i brand si affidano a Instagram, anche il mondo del giornalismo (come quello dei magazine) si è mosso in questa direzione, adottando soluzioni differenti. La panoramica che segue intende proprio evidenziare le diverse strategie di comunicazione impiegate dalle testate giornalistiche.

Un recente esempio tutto italiano è quello di Sky TG24, che dopo aver raggiunto (e superato) i 2 milioni di follower su Twitter ha deciso di approdare anche sul social fotografico ampliando così l’offerta per i suoi utenti. Il profilo (partito a gennaio 2016, conta già più di 6000 seguaci) utilizza foto d’impatto, foto di backstage e mini video “rubati” alla redazione, cavalcando inoltre le notizie e i temi del giorno più importanti. Si affida anche a ricorrenze storiche e anniversari, proponendo talvolta contenuti diversi da quelli presenti sugli altri canali social e dal TG stesso. 

Se diamo uno sguardo alla Spagna, troveremo nel profilo del quotidiano El Pais una proposta fotografica varia, che spazia dai backstage della redazione alla riproposizione delle prime pagine del quotidiano cartaceo, oltre a minivideo, grafiche, infografiche e vignette.

Anche il quotidiano britannico Guardian, con un seguito di oltre 270.000 follower, propone minivideo, fotografie di forte impatto visivo, grafiche e illustrazioni create ad hoc, utilizzate anche per celebrare le ricorrenze. Un profilo “fresco” e gradevole da seguire.

Happy #chinesenewyear in this, the #yearofthemonkey Illustration: @chrisclarkecc

Una foto pubblicata da The Guardian (@guardian) in data:

Passiamo all’analisi del profilo Instagram della BBC. La “zietta”, come viene chiamata in maniera informale dai britannici, è seguita da ben 1 milione e 600 mila persone. Qui l’uso dei minivideo Instafax è dominante. In 15 secondi i giornalisti riescono ad esaurire una notizia ampliando il contenuto con dei sottotitoli che spiegano o aggiungono informazioni alle immagini. Un metodo innovativo e senza dubbio efficace per il giornalismo mobile. Le fotografie “pure” sono pochissime e difficilmente se ne trovano senza testo. Da segnalare anche l’utilizzo delle infografiche, che sembrano essere molto gradite dagli utenti.

19 FEB: Pope Francis met journalists aboard his plane during the flight from Ciudad Juarez to Rome, Italy, at the end of a six-day trip to Mexico. The Pope questioned US Republican presidential candidate Donald Trump’s Christianity over his call to build a border wall with Mexico. Pope Francis said “a person who thinks only about building walls… and not of building bridges, is not Christian”. The New York businessman supports deporting nearly 11 million undocumented immigrants. Calling himself a “proud Christian”, Mr Trump blamed Mexico for the Pope’s remarks, calling them “disgraceful”. But hours later, at a town hall event in South Carolina, the billionaire hotel developer was more conciliatory. “I have a lot of respect for the Pope. He has a lot of personality and I think he’s doing a very good job, he has a lot of energy.” He said the pontiff was misinformed when he criticised the proposed wall, because he was not aware of the drugs coming in and the other security problems that made a strong border a necessity. PHOTO: Alessandro Di Meo / via AP Read more: bcbc.in/Pope #BBCQuotePic #PopeFrancis #DonaldTrump #Pope #Trump #Election #Presidency #Christian #faith

Una foto pubblicata da BBC News (@bbcnews) in data:

Rimanendo in ambito internazionale, il profilo Instagram della CNN invece è piuttosto deludente. Ha puntato tutto sulla fotografia (per carità, ci sono delle bellissime foto) tralasciando però qualsiasi altro tipo di contenuto che sia video, infografica o repost. Dando quell’effetto di già visto e non innovativo che ti aspetteresti dall’emittente americana.

Stesso discorso per Al Jazeera Arabic, che solo raramente utilizza video e repost ampliando  però l’offerta di contenuti con vignette satiriche.

#كاريكاتير | خطاب #السيسي المزيد من الرسوم على الرابط التالي: http://www.aljazeera.net/caricature #الجزيرة

Una foto pubblicata da قناة الجزيرة الفضائية (@aljazeeraarabic) in data:

I sondaggi tornano di moda su Twitter

Lo scorso ottobre Twitter ha annunciato il ritorno dei sondaggi.

“Se ti interessa scoprire l’opinione che gli altri utenti hanno su un determinato argomento – il nome da dare al tuo nuovo cane, chi vincerà la partita di questa sera o quale aspetto di una campagna elettorale pensano sia più rilevante – non c’è posto migliore di Twitter”.

È un ritorno perché anche in passato si potevano fare sondaggi con call to action, domande aperte, contando le occorrenze su uno o più hashtag, chiedendo agli utenti di fare un favorite o un RT per scegliere una posizione su un determinato quesito, e (last but non least) le Twitter Poll Card che a mio parere erano anche più funzionali, anche se tecnicamente difficili da gestire e non aperte a tutti.

Sky Tg24 Poll Card

Come funzionano i sondaggi?

Semplice: chiunque cliccando sul pulsante blu per creare un nuovo tweet può scegliere la modalità sondaggio con una domanda e due possibili scelte. Il sondaggio rimarrà “vivo” per 24 ore.

A cosa possono servire i sondaggi?

Solitamente le novità Twitter sono disponibili solo agli account verificati, quindi solo a personaggi famosi e handle global di grandi marchi, ma questa volta l’opzione è aperta a tutti. Chiunque può fare un sondaggio sia che si tratti di chiedere ai propri amici “cosa fare stasera” o “chi sarà il nuovo Presidente della Repubblica”. Le opzioni sono solo 2, ma le domande da poter fare sono infinite, i brand possono quindi sbizzarrirsi.

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Fonte: pastemagazine.com

Questa “nuova” opzione mostra però diverse lacune:

  • Non è possibile inserire una immagine per aumentare la visibilità del sondaggio.
  • A bordo del nostro tweet-sondaggio è visibile il numero dei voti.
  • Le scelte dei votanti non si trasformano in altri tweet per aumentare la visibilità del sondaggio, come succedeva invece nelle Twitter Poll Card.
  • Come anticipato, non è una vera novità.

Diversamente dai rivali social, Twitter fatica a innovare e rinnovare la sua piattaforma: le ultime vere grandi novità sono stati Periscope, ottima app con un grande potenziale soprattutto per il citizen journalism (ne abbiamo parlato qui), e Twitter Moments (ancora per pochissimi eletti).

I sondaggi sono sicuramente un tool molto interessante per la community Twitter, favoriranno le conversazioni tra utenti, creeranno nuove formule di interazioni sulla piattaforma, ma mancano dell’effetto wow.

Twitter punta sulle news, ecco i Moments

Twitter punta sulle news, e questa volta fa sul serio. Lo annuncia, ovviamente, con un tweet.

Disponibili al momento solo negli USA, attraverso un’icona a forma di fulmine, i Moments sono una raccolta delle news più importanti dell’ultimo momento, raccolte da un team interno a Twitter in ordine temporale e suddivise per argomenti specifici: ad esempio, News, Sport, Intrattenimento etc. Il tasto è in posizione centrale nella app, quello con l’icona a forma di fulmine.

L’uccellino blu ci aveva già provato con “Project Lightning”, questa volta però pare davvero intenzionato a mettere ordine tra i suoi contenuti e a coinvolgere sempre più i frequent users, oltre a volerci riprovare con chi lo aveva accantonato perché troppo confusionario.

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Fonte: wired.co.uk

Se avete sempre pensato che “Twitter è bello, ma non ci vivrei”, questa potrebbe essere la svolta che vi farà cambiare idea. Moments ha una veste tutta nuova per un contenuto Twitter: spazio a immagini e filmati a tutto schermo, le news si scorrono con uno swipe laterale mentre per tornare all’app basta scorrere il dito verso l’alto o il basso. I Moments si possono condividere o embeddare, proprio come i classici tweet, mentre Vine e Periscope, naturali “costole” di Twitter, danno il meglio di sé nelle vesti di Moments.

Il team Twitter è pronto a selezionare le notizie in collaborazione con colossi dell’editoria americana, come il Washington Post, il New York Times, Fox News ma anche Buzzfeed e Mashable. Alla realizzazione dei tweet sono pronti a partecipare anche altri partner di tutto rispetto tra cui Getty Images, la NASA e la MLB (la lega di baseball Usa), quindi è il caso di aspettarsi immagini e video mozzafiato.

Moments promette di aiutare a trovare il meglio di Twitter. Questo perché, come ha detto il suo product manager Muthukuma, ci sono contenuti, dallo scambio di battute tra leader mondiali agli aggiornamenti sulle partite, che nascono su Twitter ed esistono solo su Twitter. Ora saranno più accessibili anche a chi non segue gli account delle celebrities o dei personaggi protagonisti dei tweet “caldi”.

Ma Twitter non è il primo social network ad essersi appassionato alle news: a maggio ci aveva pensato Facebook con i suoi “Instant Articles” a puntare i riflettori sull’informazione grazie ad un accordo con i big dell’editoria.

Sembra davvero che per le news e il giornalismo il momento sia caldissimo, grazie anche all’avvento e alla diffusione di Periscope. Sempre più connessi, sempre informati e sempre più vicini alle notizie: così ci vuole Twitter che, mai come ora, rende il real time immediato e accessibile!

Noi non vediamo l’ora di mettere gli occhi e le mani sui Moments, sicuri di vederne davvero delle belle! Per ora seguiamo l’account @TwitterMoments e rimaniamo sintonizzati.

Periscope e il giornalismo

Grazie a internet, le notizie si diffondono molto velocemente da un angolo all’altro del globo e per le testate giornalistiche è diventato cruciale mantenere il passo. Per poter offrire servizi di informazione sempre più efficienti e coinvolgenti per il loro pubblico, i giornali sono attenti all’evoluzione della comunicazione e pronti a sperimentare.

A marzo è uscito Periscope, l’app Twitter che permette live streaming video da un qualsiasi smartphone iOS o Android. I video in streaming non sono certo una gran novità, la pirateria, gli hangout Google, YouTube ci hanno abituato a fruire quotidianamente di contenuti video in rete, ma Periscope gode di due vantaggi competitivi rispetto alle altre piattaforme: il primo è l’immediatezza, per poter essere on air basta aprire l’app e iniziare a filmare (niente di più facile); il secondo punto a favore è l’integrazione con Twitter. Questo è particolarmente importante per i giornali perché vivono di fatti che riguardano il presente e nessun canale può raccontarlo come Twitter che ha fatto del real time la sua forza.

Quando l’app iOS di Periscope fu lanciata, già nel suo primo giorno di vita fu utilizzata dai newyorkesi per testimoniare la diretta di un incendio scoppiato nell’East Village di New York. Periscope è così diventato un importante mezzo del citizen journalism: un giornalismo fatto di contribuiti e testimonianze degli utenti che da lettori diventano editori di notizie in grado di raggiungere un pubblico più vasto anche di alcune testate online.

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Fonte: Periscope

Se Periscope può essere utilizzato da chiunque per il citizen journalism, può anche essere utilizzato magistralmente dalle testate per documentare day by day dei momenti o delle crisi importanti come quella dei rifugiati che sta colpendo l’Europa in queste settimane.

Ad esempio, Paul Ronzheimer, un reporter del quotidiano tedesco Bild, ha raccontato e documentato il viaggio in Germania dei rifugiati dell’isola greca di Kos con dei broadcast su Periscope: “È stato interessante vedere quanto interesse c’è stato nel racconto. Alcune volte i live viewer arrivavano a 5-6 mila e un video è stato rivisto 90.000 volte”.

Secondo Paul, Periscope gli ha permesso di utilizzare i commenti del pubblico per arricchire le sue interviste, poter filmare ogni volta che poteva stando al fianco dei rifugiati per tutto il viaggio: il giornalista ha potuto seguire anche le strade illegali percorse dai rifugiati e stare con loro durante situazioni molto delicate in cui non era permesso l’accesso alla troupe.

Nonostante fosse inizialmente preoccupato di ricevere commenti razzisti, il giornalista ha ricevuto migliaia di commenti, tweet e email di persone che lo ringraziavano per il suo lavoro grazie al quale è stato approfondito il problema dei rifugiati e la loro condizione.

Periscope è quindi la nuova frontiera del giornalismo moderno? 

Vi invito a visitare Periscope ora, aprite la vostra app! Non troverete reportage o notizie di rilievo. Periscope è ancora lontano da essere un tool di informazione pura, ma è sulla buona strada. Come molti social network, Periscope consiste di una grossa percentuale di broadcast di persone che filmano il proprio cane o la propria colazione, ed è esposto a diverse insidie tra cui la pornografia, la pirateria e la questione della privacy.

Data Journalism: il presente e il futuro del giornalismo

In un contesto globale in cui gran parte delle testate e dei network non possono investire su risorse dedicate esclusivamente a inchieste, reportage e corrispondenza dall’estero, è importante riflettere sulle possibili vie di uscita, per un’evoluzione verso un giornalismo migliore, sostenibile e che non perda di vista il suo obiettivo, quello di fare informazione. Informazione utile, talvolta scomoda. È in questo contesto che entra in gioco il data journalism, il giornalismo basato sui dati.

Il calendario del Festival del Giornalismo gli ha dedicato un ampio spazio, con la seconda edizione della School of Data Journalism, che comprende panel discussion e workshop pratici, miniere di consigli utili non solo per i giornalisti ma per tutte le figure professionali che lavorano con piccole e grandi moli di dati.

Chi fa data journalism?

Prevalentemente freelance o giornalisti appartenenti a grandi reti locali e internazionali come Data Driven Journalism o la Open Knowledge Foundation: per fare data journalism è importante creare un ecosistema di contatti, una sinergia di competenze diverse e sapere a chi rivolgersi per chiedere fondi, ad esempio all’European Journalism Centre per inchieste e reportage a tema sviluppo.

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti ci sono casi eccellenti di progetti di data journalism e data visualization. Parliamo soprattutto degli articoli in stile Snow Fall del New York Times (che ha appena lanciato, a proposito di dati, Upshot), del datablog del Guardian e di ProPublica.

Cosa succede nel resto del mondo?

Il data journalism non esiste soltanto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, anche se i media di questi due Paesi investono di più, anche con risorse interne dedicate, su questo tipo di contenuti. America Latina, Africa, Italia, Spagna, Svizzera, Francia, tra gli altri, regalano molte sorprese e casi di successo: l’africano GotToVote, sviluppato nell’ottica di una maggiore trasparenza e completezza di informazioni su elezioni e seggi elettorali in Kenya e Chicas Poderosas, pensato per coinvolgere ed educare sempre più donne latino-americane alla tecnologia e ai tool per diventare hacker o data journalists, sono in questo senso due esempi virtuosi.

In Italia non ci sono molti investimenti in questo settore, ma qualcosa sta cambiando. Fondazione Ahref organizza corsi e collabora con le associazioni più importanti dedicate a OpenData, whistleblowing e trasparenza e accessibilità dei dati. I media tradizionali stanno riservando uno spazio sempre maggiore al data journalism, ma i progetti sono per lo più comprati da freelance che hanno sviluppato il progetto indipendentemente dalla testata.

Come già detto, l’importante è fare rete. Continuare a far vivere il settore attraverso siti dedicati, training, mailing list, scuole e progetti partecipativi. Tutto questo ci riporta ad una riflessione più ampia e molto rilevante per il mondo dell’informazione: il data journalism è soprattutto giornalismo. I dati sono uno strumento, un mezzo per rappresentare meglio una storia, che è il punto centrale di ogni progetto basato sui dati. È importante non farsi prendere dalla “mappite”, per prendere in prestito le parole di Elisabetta Tola di Formica Blu: la visualizzazione dei dati non è sufficiente, senza una profonda comprensione di quello che rappresentano e della storia che si vuole raccontare.

Il giornalismo ha bisogno di grandi storie e il data journalism per ora sembra la strada migliore per continuare a raccontarle.

UGC per le news, al Festival del Giornalismo

Tante voci del mondo dell’informazione sono riunite a Perugia per l’ottava edizione del Festival del Giornalismo. Tra i temi della seconda giornata di incontri, gli UGC hanno dominato la discussione e fornito spunti di riflessione per le newsroom e per tutte le realtà editoriali che utilizzano sul web, sui social o in tv contributi multimediali forniti dagli utenti.

Lo scorso anno, nella stessa sede del Festival, notavamo come il tema centrale della produzione di news fossero i contenuti prodotti dai non addetti ai lavori e il citizen journalism.

Quest’anno la discussione si è spostata dal citizen journalism all’accidental journalism, per citare Claire Wardle del Tow Center for Digital Journalism, che ha partecipato alla panel discussion “User generated content (UGC) per le news” per presentare con il collega Sam Dubberley uno studio sull’utilizzo degli UGC da parte di otto canali broadcast. Si tratta infatti di contenuti che l’utente non ha prodotto perché diventassero contenuto informativo nelle mani di un canale tv o di un giornale. A questo proposito sono interessanti gli spunti sul piano giuridico (e i casi e le limitazioni previsti dalla Direttiva 2000/31/CE): l’embedding di un contenuto non comporta responsabilità, mentre l’utilizzo di disclaimer vaghi e che non fanno riferimento all’autore può comportare problemi sul piano giuridico. È anche importante valutare qual è la fonte cui rivolgersi per chiedere i credits: l’autore del contenuto o il sito su cui il contenuto è stato postato, al quale l’utente iscrivendosi ha ceduto la licenza d’utilizzo se non la proprietà? Le diverse fattispecie sono da verificare caso per caso, ma si tratta di un tema etico e di responsabilità su cui è urgente dibattere se, come emerge dallo studio del Tow Center, solo il 16% dei contenuti UGC presi in analisi riportavano credits completi.

Un altro tema importante e trasversale è quello della verifica delle fonti e del fact-checking: le prime fasi consistono nel controllo di authority e affidabilità dell’utente, data di caricamento e data di iscrizione al social su cui è stato caricato il contenuto, geo-localizzazione e orario di pubblicazione.

La verifica delle fonti su Internet e i social non è una scienza esatta e spesso appare come uno sforzo che richiede tempo e risorse non sostenibili per una redazione. In realtà si tratta di adottare alcuni accorgimenti semplici e la risposta talvolta può essere trovata con una semplice ricerca su Google Images. Gli autori del Verification Handbook, presentato ieri a Perugia, si rivolgono proprio ai giornalisti che hanno paura di soccombere di fronte alla mole di informazioni e rumore che i social possono offrire. Il rumore, se ben gestito, può diventare lo spazio per creare una rete di fonti affidabili: si tratta di gestire la folla, come sostiene Mathew Ingram di GigaOm.

Una maggiore verifica sulle fonti degli UGC è un’operazione fondamentale, soprattutto per prevenire la pubblicazione di bufale e notizie false che in sede di smentita saranno attribuite alle testate che hanno condiviso un contenuto erroneo. I tweet sbagliati si possono cancellare, ma è bene ricordare una massima che vale per tutti i fail dell’Internet: verba volant, screenshot manent.

Festival Internazionale del Giornalismo, il primo giorno.

Si è conclusa la nostra prima giornata al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Numerosi sono stati i seminari che abbiamo seguito, si è parlato di live blogging, di fact-checking, di social storytelling e di citizen journalism. Certo è che il tema centrale rimane la produzione di notizie da parte dei non addetti ai lavori, degli utenti e dei cittadini.
L’industria dell’informazione può avvalersi di questa risorsa?
Come spesso accade, la virtù sta nel mezzo. La parola d’ordine è la mutua collaborazione. La potenza di fuoco dei social network deve essere unita alle skill, ai mezzi e all’esperienza delle testate giornalistiche, per garantire un’informazione che non perde il contatto con la vita quotidiana, né tantomeno con la deontologia giornalistica.
Investire sui contributi dei non-professionisti è possibile. Tramite meccaniche di incentivazione economica e crediti che premiano le notizie verificate positivamente si alimentano i contributor di valore, facendo in modo che il loro apporto si attesti su base continuativa.
Quando l’industria utilizza le notize dei cittadini, può dimenticarsi le regole base della professione?
No, naturalmente. Nicola Bruno propone questa check-list per i contenuti presi da Twitter e YouTube, ma le regole
possono essere applicate a qualsiasi contesto.

Twitter check-list
YouTube check-list

La direzione che pare di scorgere è quella di una approccio ponderato allo scenario media circostante, scevro dell’entusiasmo della prima ora, memore del retaggio giornalistico che sta alla base della professione.
Il web offre diversi strumenti per verificare la veridicità dei contenuti e si tratta di tool gratuiti alla portata di chiunque. Per esempio possiamo citare Wolfram Alpha per eseguire delle ricerche più articolate, mentre per verificare la veridicità delle immagini possiamo affidarci a TinEye o Google Immagini.
La chiave del citizen journalism è mantenere l’ownership della storia, il giornalista deve essere il manager che gestisce l’ammontare delle informazioni. L’informazione fatta dei cittadini può essere un complemento per le newsroom, ma necessita di criteri di controllo per evitare di incappare in grosse cantonate, come la ragazza gay di Damasco.