Real Time Marketing

Era una notte buia e tempestosa. Anzi solo buia. Molto buia. Moltissimo. In quella notte, ora mi viene il dubbio se fosse già notte o solo tarda sera, nacque uno dei migliori esempi di Real Time Marketing.

Ovviamente parliamo di “You can still dunk in the dark” di Oreo, pubblicato durante il blackout del Super Bowl del 2013.

Lo avete perso? Eccolo qui:

Il Real Time Marketing è un nuovo concetto di marketing – più o meno nuovo – utilizzato dai brand che prendono spunto da eventi e conversazioni per creare contenuti. In tempo reale. O quasi.
Le marche possono dare il loro contributo attraverso le conversazioni social anche se i temi non sono strettamente legati (o per niente) alla loro immagine. Il caso di Oreo insegna: il biscotto è intervenuto su un evento da cui era totalmente scollegato.

Questo serve ad allargare l’audience, generare buzz attorno ai marchi e generare conversazioni.
I grandi eventi offrono una grande opportunità per il Real Time Marketing perché sono imprevedibili, hanno un alto numero di persone che li stanno guardando e che ne parlano.
Se il brand è in grado di cogliere l’attimo e di reagire nel momento giusto, con il giusto messaggio: è fatta!

Il real time marketing non deve essere necessariamente instantaneo, le marche possono prendere parte alle conversazioni che stanno prendendo piede, ad esempio usando un hashtag popolare.

Giusto per fugare ogni dubbio: preparare contenuti su eventi come l’inizio dei Mondiali di calcio, il Natale o l’apertura di Expo 2015 fa parte di un normale piano editoriale, non è real time marketing.

Leggere o twittare? Tweet For A Read

In Italia si legge poco. I dati ISTAT ci dicono che nel corso del 2013 solo il 49,3% della popolazione femminile e il 36,4% di quella maschile ha letto almeno un libro. In totale, circa il 43% delle persone dai 6 anni in su legge al massimo tre libri l’anno e solo il 14% afferma di avere letto almeno 12 volumi in un anno. Ciò significa che circa la metà delle persone, in Italia, non legge assolutamente niente.

Le cause di tale situazione sono svariate ma, di fronte della costante erosione di vendite, non sono poche le case editrici che puntano il dito (anche) contro il web. I social media, questa la tesi, sarebbero un formidabile terreno di distrazione e provocherebbero il conseguente allontanamento dei potenziali acquirenti. In pratica, si sostiene che la possibilità di accedere gratuitamente a un gigantesco archivio di contenuti provochi un danno senza precedenti a chi i contenuti, invece, li offre a pagamento. Un esempio tipico è in tal senso la crisi dell’industria musicale, la cui situazione economica non proprio florida è favorita anche dalla dilagante pirateria digitale.

All’estremo opposto, si afferma però che il web possa essere un grande alleato del sistema editoriale. Attraverso i social, questa la tesi, tutte le case editrici e le riviste in circolazione possono stimolare le vendite. Come? Stabilendo un contatto diretto con gli utenti, conoscendo i loro gusti, promuovendo promozioni mirate, creando engagement e contenuti virali, favorendo – in sostanza – un proficuo e quotidiano scambio di opinioni e informazioni.

Dove sta la verità?

Probabilmente da entrambe le parti, dato che le due risposte non si escludono a vicenda. E dato che la situazione è più complessa di quel che sembra, ci ha provato Penguin Books (dal 2013 Penguin Random House, ovvero la casa editrice più grande del mondo) a fare un passo oltre questa -ormai vecchia – diatriba. La risposta di Penguin si chiama “Tweet for a read” ed è uno dei più originali esperimenti digitali nati dall’esigenza di spingere l’utente alla lettura tramite i social.

Il meccanismo è apparentemente semplice. Ogni volta che un lettore chiude un libro per fare altro (ipotesi: andare su Facebook o Twitter) ha la possibilità di lasciare un segnalibro speciale dotato di timer e di sensore luce tra le pagine del volume. Trascorsa una certa quantità di tempo prestabilita, il bookmark invierà un segnale Wi-Fi che sarà tradotto in un tweet diretto al possessore del libro. Il contenuto del tweet, firmato da un autore celebre (per esempio Josè Saramago) sarà sostanzialmente un invito a riprendere in mano il libro e proseguire la lettura.

E così, nessuno potrà più dire che i social siano un mezzo di distrazione di massa. Buona lettura a tutti.

Il brand in una stanza. Sense, Feel, Think, Act and Relate

“Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti, ma alberi, alberi infiniti. Quando sei qui vicino a me, questo soffitto viola, no, non esiste più“. Il paroliere in questione è Gino Paoli e l’anno è il 1960. La reason why: l’amore. La supporting evidence: il marketing esperienziale. L’idea: le brand rooms.

Il brand esce dallo scaffale e si cerca una stanza in affitto. Questo sta avvenendo. Si cercano continui modi di comunicare al target attraverso vetrine, negozi, stanze totalmente dedicate alla brand experience. Si cerca un’atmosfera più intima, familiare, raccolta. Ma perché succede? Il brand è come una persona umana, un soggetto mutevole. Si addormenta e poi rinasce sfruttando dinamiche di memoria radicata. Sugli scaffali ci sono una miriade di marche, il consumatore non riesce a orientarsi, non percepisce più la personalità distintiva dell’una o dell’altra, e anche il brand stesso è confuso. A questo punto avviene il momento di lucidità, di ricerca di nuove certezze, di riaffermazione del proprio carattere; “io ho una reputazione da difendere”. Così riprende in mano la sua personalità e la adatta al mercato. Ci vuole più contenuto, più lifestyle, più esperienza.

Secondo Jeremy Rifkin si assiste alla costruzione di un recinto della cultura in modo da poterla mercificare e trasformarla in esperienze. A partire da questo lo Stanford Reasearch Institute ha creato il VALS, il Value and Lifestyle che mette in correlazione le coordinate socioeconomiche di un soggetto “per prevedere il tipo di esperienza che potrebbe gradire maggiormente”. È quello che capita all’interno di queste esperienze: costruiscono un’enciclopedia personale, scorribande ipertestuali non generalizzabili. Individuali. Intime. Ecco perché i brand si sono messi alla ricerca di casa. Sapevano che al consumatore sarebbe piaciuto.

Ode al Marketing esperienziale.

Alla stregua di questo ragionamento nel 2013 Starbucks decide di adeguarsi alla cultura anglosassone del “Tea time at 5 o’clock” e apre un Teavana Fine Teas nell’Upper East Side di Manhattan, il suo primo Tea Bar newyorchese. Un negozio interamente dedicato al tè. La portavoce di Starbucks Holly Hart lo definisce: “Un parco giochi del tè, più interattivo e coinvolgente, diverso dalla solita filosofia ‘compra e vai’, ma un’immersione in un mondo di prodotti”.

Il pensiero non è scisso da quel che il proprio corpo sente, prova, esperisce…

…così si costituisce il “corpo del me” (Fontanille). Un circolo esperienziale fatto di Sense, Feel, Think, Act e Relate. Ricompaiono i famosi “Moduli Strategici Esperienziali”: sensorialità, sentimento, intelletto, azione e relazione. Tutti da mettere insieme in un unico luogo, per un unico scopo, per un unico brand.

Le persone vogliono sentire il contatto umano, ne hanno bisogno per sentirsi protette, per continuare a sentire il valore di una cultura esistente, per maturare certezze, vogliono una “stanza tutta per sé”. Esperienza, vita, “tocco”, gli ingredienti giusti per dare credibilità ad un brand, per stimolare un incontro che crei ricordo.

E per chi avesse voglia di tornare indietro di qualche anno, ecco una chicca:

 

Marketing esperienziale nell’era dei Social Network

Dal VIP al Tweet, l’emozione si amplifica e il marketing esperienziale torna ad essere cool. Non lo abbiamo di certo dimenticato. Nell’esperienza di acquisto è fondamentale che ci sia intrattenimento, spettacolarizzazione e coinvolgimento sensoriale che oggi, più che prima, deve avvenire attraverso una forte stimolazione “attiva ed emotiva”. I consumatori, in questa frenesia di input di comunicazione, diventano attori senza copione, con un solo regista: l’agenzia di comunicazione. Vengono stuzzicati, incuriositi, coinvolti e si ritrovano ad andare dagli occhi al cuore in un batter d’ali! Dopo una breve fase teaser di strategia digitale, in cui gli attori vengono affascinati da un’applicazione, un piano editoriale invitante, un’accattivante landing page, si ritrovano improvvisamente a toccar con mano quella stessa emozione. Senza andare troppo indietro con il tempo, basta guardare il progetto di comunicazione integrata di Tommy Hilfiger Eyewear The preppy point of view per capirlo. Una location, un concept creativo, un allestimento e una comunicazione tattica e trascinante che ha portato i consumatori ad immergersi nell’odore nel brand.

Gli attori diventano pertanto opinion leader di un’esperienza totalizzante, all’interno di una location pensata non più come luogo statico, bensì come una community in movimento in cui dialogare, divertirsi, sognare; uno spazio di social media sharing, una dimensione di marketing esperienziale del tutto “plasmante”. Non più solo uno stand e un po’ di musica, ma partecipazione viva degli ospiti: QrCode, applicazioni mobile, buzz kit, e semmai anche un top blogger con cui fare 4 chiacchiere. Ma questa è un’altra storia.

L’obiettivo degli eventi non è cambiato negli anni, le persone vogliono sì emozionarsi, vogliono chiudere gli occhi ed essere trascinate in un altro mondo. Noi ci crediamo in questo. Fare buzz intorno al brand e parlarne è sempre lo scopo dell’agenzia e del cliente. Quello che è cambiato è l’approccio, è il modo di fare marketing esperienziale, il customer engagement che ne deriva. Prima era la notiziabilità sulla stampa a detenere lo scettro, oggi sono le community, i blog, i social network gli spazi favoriti. Il social sharing innesta per di più un gioco di passaparola spontaneo e dinamico, che aumenta il buzz intorno al brand e all’evento in sè. Per questo motivo la sua eco prosegue anche dopo il disallestimento: mini-sito, blog, Flickr e YouTube a gogò! E l’emozione aumenta i suoi decibel fino a far scoppiare il cuore, e la rete!