Internet delle cose, cosa?

L’espressione “Internet delle cose” è stata coniata nel 2009, quando i dispositivi RFID lasciavano presagire un futuro distopico in stile Minority Report e IBM (qualche anno prima) immaginava nuove prospettive per la spesa nei supermercati.

http://www.youtube.com/watch?v=eob532iEpqk

Questo neologismo si riferisce agli oggetti fisici che hanno una rappresentazione virtuale, all’interno di una rete informatica. L’evoluzione tecnologica e la miniaturizzazione hanno condotto questo trend verso altre soluzioni rispetto ai chip RFID, considerando ipotesi che prima non erano immaginabili.

L’esempio più vicino di Internet delle cose è il QR Code, che alla stregua di un codice a barre permette di scansionare il codice grafico rappresentato, abbinandolo a un contenuto univoco sul web. Anche se tralasciamo le considerazioni sull’uso indiscriminato e improduttivo di questo strumento, i limiti appaiono evidenti:
– Deve essere inquadrato frontalmente e in parallelo, con condizioni di luce ottimali
– È necessario prevedere l’ingombro dell’elemento grafico
– Può collegarsi a un solo contenuto

Il sostituto più promettente del QR Code sembra essere Clickable Paper, che scalda i motori dal 2012. Il funzionamento è semplice, si seleziona l’area dove inserire i collegamenti ipertestuali, si assegnano i link e si stampa. Già da un paio di anni esiste l’applicazione per il mercato giapponese, mentre di recente è stata rilasciata anche in altre localizzazioni.

Come mai il mondo non è ancora pieno di carta cliccabile? Attualmente pare non esistere uno strumento di authoring autonomo, quindi è necessario interpellare l’azienda produttrice e farselo fare da loro.

Possibili applicazioni? Penso subito al settore food. Immaginate di comprare una confezione di pasta e inquadrando la scatola vi vengono suggerite diverse ricette, così da permettervi di comprare subito gli ingredienti necessari.

Questi sono solo gli albori dell’Internet delle cose, perché il futuro riguarderà sempre di più gli oggetti in grado di connettersi e non solo di suggerire ipertesti sotto interrogazione. Il mio esempio preferito è Tile, una startup che produrrà questi portachiavi in grado di essere localizzati oppure di emettere suoni, oltre a essere inventariati tramite apposita applicazione mobile. Una rivoluzione per le persone disordinate insomma.

I brand che utilizzo possono fare dell’Internet delle cose? Immaginate delle flûte di cristallo dotate di questa tecnologia, così da poter condividere un brindisi sui social tramite app Facebook…

Ma se esiste l’Internet delle cose, esisteranno anche i social network delle cose?

Da Johnny Dorelli a Mark Zuckerberg: è tempo di social eating

O food surfing, se ci piace di più. Il principio di base, quello della condivisione, è lo stesso del couch surfing: “ti affitto il divano in low cost, lo vuoi”? Solo che, al posto del divano, questa volta c’è un tavolo, una cucina, un piatto di pasta o una pizza. Il mondo social sposa così il cibo. E sposa anche la crisi.

“Aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più…” da Johnny Dorelli a Mark Zuckerberg. Nulla di più centrato. Da molto tempo capita in Inghilterra, e oggi anche in Italia si organizzano i pranzi e le cene “sociali” tra estranei, o tra persone che si conoscono solo “per sentito dire”. Ci si dà appuntamento online, c’è chi cucina e chi si fa ospitare, chi fa il padrone di casa e chi il trascinatore. Un piccolo contributo tra i 20 e i 50 euro, una location accogliente, e sicuramente un amico in più non solo su Facebook, ma nella vita.

Il passaparola avviene online o sui social network. Condividere è la keyword. Si crea un evento e si invitano persone. L’idea nasce come reazione alla crisi e si è trasformata con il tempo in una modalità alternativa di ristorazione. Con il tempo sono nati siti e associazioni portavoce di questa nuova tendenza: Gnammo, Ploonge, Kitchen Party, Ma’ hidden kitchen supper club, le “Cesarine” , sono alcuni esempi. Quest’ultima, è un’associazione senza scopo di lucro nata a Bologna nel 2004, nella quale si sono cimentate semplici appassionate di cucina tradizionale che di volta in volta aprono le porte della propria casa ad altri associati. Un modo alternativo per inventarsi un lavoro e per non dimenticarsi del significato dell’autentica ospitalità.

Ma a cosa ci fa pensare questo nuovo trend del social eating?

Ad un modo intelligente di miscelare tradizione e contemporaneità. Offline e online, detto in “pubblicitese”. Fin dagli antichi romani l’evento culinario ha fondamentale importanza, e Robin Fox in un suo saggio “Food and Eating: An Anthropological Perspective” ce lo spiega così : “We have to eat; we like to eat; eating makes us feel good; it is more important than sex. It is also a profoundly social urge”.

By the way, lo stare a tavola tutti insieme, il piacere di raccontarsi la giornata e di guardarsi negli occhi, sentendosi empaticamente coinvolti è un microuniverso fatto di sensazioni. Un momento irrinunciabile di convivialità, uno spazio di condivisione eccezionale. E sulla sua irrinunciabilità pare non ci sia alcun dubbio. Il puro valore semantico della parola “sociale” è stato estratto. I social network hanno estrapolato l’essenza dello stare insieme, usando il food quale mezzo. E ne è uscito un gran bel progetto. Differenziato e differenziante. Persone diverse fra loro, con usi e occasioni di consumo totalmente differenti basati su stili di vita e tempi di dedizione spesso opposti e contrastanti, si prendono tempo e si ritrovano in un unico luogo. Un luogo fatto di quello che sono. Si fermano. Spostano la sedia. Si accomodano e si leccano i baffi.

Per chi non dovesse ricordare la canzone di Johnny Dorelli:
httpv://youtu.be/rzar5Yfkw80

“Caro nipotino, chatta con la storia del mondo”

Alle porte del nuovo anno, in un giorno perfetto, il 3 gennaio 2014, esce sull’Espresso un bellissimo articolo di Umberto Eco dal titolo “Caro nipote, studia a memoria”. Un’attenta riflessione sulla tecnologia in formato letterina. Il semiologo e scrittore scrive al nipotino: “manda a mente ‘La vispa Teresa’, ma anche la formazione della Roma o i nomi dei domestici dei tre moschettieri. Perché Internet non può sostituirsi alla conoscenza né il computer al nostro cervello”.

Alcuni frammenti:

“[…] Mentre navighi sul tuo iPad, né commetterò l’errore di sconsigliartelo, non tanto perché sembrerei un nonno barbogio ma perché lo faccio anch’io. […]. Ma non è di questo che volevo parlarti, bensì di una malattia che ha colpito la tua generazione […]: la perdita di memoria. È vero che se ti viene il desiderio di sapere chi fosse Carlo Magno o dove stia Kuala Lumpur non hai che da premere qualche tasto e Internet te lo dice subito. Fallo quando serve, ma dopo che lo hai fatto cerca di ricordare quanto ti è stato detto […] il rischio è che, siccome pensi che il tuo computer te lo possa dire a ogni istante, tu perda il gusto di mettertelo in testa”.
“[…] la tua testa si popolerà di personaggi, storie, ricordi di ogni tipo […]. Il tuo cervello può oggi durare sino a novant’anni e a novant’anni (se lo avrai tenuto in esercizio) ricorderà più cose di quelle che ricordi adesso. E gratis”. 
“Bada bene che questo non lo puoi fare solo su libri e riviste, lo si fa benissimo anche su Internet. Che è da usare non solo per chattare con i tuoi amici, ma anche per chattare (per così dire) con la storia del mondo. […]. Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “La Vispa Teresa”. (cit. da Umberto Eco su L’Espresso). 

Un controsenso per una copywriter che oggi lavora in un’agenzia di social media marketing e che fa del customer engagement la sua missione, e che ogni giorno mastica comunicazione plasmandola su progetti di social media strategy, e che non potrebbe mai vivere senza il suo mac. No, non è così. Seppur io faccia questo mestiere digitando, ho imparato ad amarlo sulla carta. E poi chi ha detto che le due cose non vadano di pari passo?

Soffermiamoci sull’importanza che hanno i sentimenti primordiali: quelli del contatto umano, del coinvolgimento fisico, dello stupore ottico, dei brividi epidermici, della nostra mente quale principale enciclopedia del mondo. A questo punto:

cosa vuol dire per un’agenzia di customer engagement “imparare a memoria La Vispa Teresa”?

Fare un progetto che sia vispo, che abbia come principale obiettivo l’empatia. Quella vera, quella di tatto, quella fatta per essere ricordata. Ricordata perché quel progetto lo abbiamo toccato con tutti i sensi. Lo abbiamo vissuto da dentro. Ne abbiamo colto la realtà. Non lo abbiamo guardato solo da un monitor, ma lo abbiamo visto in carne e ossa.

La stessa cosa succede con la fotografia. Quante volte in una città desideriamo fare una foto per ricordare? – Ma è davvero così importante farlo? – La macchina fotografica non è l’occhio della mente, scrive Linda Henkel ricercatrice della Fairfield University. Lo scatto diventa una sineddoche dell’oggetto in sé, un tipo di ricordo visivo. La macchina fotografica riprende quello che sta guardando l’occhio in quell’istante, ma il cervello umano è molto più flessibile. Quello che il cervello ricorda non è di certo quello che viene fotografato*, ma è quello che viene vissuto, è l’emozione che ci viene lasciata.

E allora che sia un evento, o un giro a Kuala Lumpur, viviamo attivando le nostre connessioni sociali. Tutte. Quelle online e quelle offline. Quelle di occhio e quelle di pelle. Spremiamo le meningi e premiamo i tasti. E fatemi chiudere con un’acrobazia copy, una metonimìa: ascoltiamo la nostra mente, alziamo la testa dallo screen, guardiamo e sentiamo da vicino.

Stupiamoci toccando con mano. Vivendo dal vivo.

*Informazioni tratte da Linda Henkel – “La macchina fotografica non è l’occhio della mente” – saggio uscito su Psychological Science di dicembre consultato su Vice Italia. 

5 chiacchiere con Maria Elena Furini di Alcantara S.p.A.

Come si comporta IAKI quando deve parlare più lingue?
Quando deve occuparsi di una strategia di social media marketing internazionale, come si muove?
Inutile parlarne con un post generico che esalterebbe parole come brief, brainstorming, strategie, accounting, social media strategy e social network. Affrontiamo l’argomento andando più a fondo, chiedendolo direttamente a uno dei nostri clienti: ad Alcantara S.p.A.

Abbiamo fatto 5 domande a Maria Elena Furini Corporate Communication Manager di Alcantara S.p.A. e ecco cosa ci ha raccontato.

1- Chi è Alcantara S.p.A?

È una delle eccellenze del Made in Italy che nasce nel 1972. È un materiale altamente innovativo, frutto di una tecnologia unica e proprietaria, scelto da aziende leader in diversi campi di applicazione: moda e accessori, interior design e home décor, automotive, nautica, consumer electronics. Alcantara S.p.A. comunica a livello globale, per questo desidera parlare a tutti con una particolare strategia di social media marketing internazionale in Europa, USA, Giappone e Cina.

2- Maria Elena, che importanza ha per una multinazionale come Alcantara avere una comunicazione globale e parlare tante lingue?

Da tempo la strategia di Alcantara prevede lo sviluppo globale sia del business che della comunicazione del brand, con l’obiettivo di implementare e consolidare la notorietà del marchio nei mercati Asiatici (Cina e Giappone su tutti) e negli Stati Uniti, e rafforzarla in Europa. Comunicare a livello globale è il fondamento di tutte le nostre attività, dall’ufficio stampa agli eventi, dai social media alla collaborazioni con partner internazionali – designer, scuole, musei, istituzioni.

3- Per Alcantara è un valore aggiunto localizzare i contenuti?

Non solo è un valore aggiunto, ma una vera e propria necessità. La localizzazione dei contenuti diventa fondamentale soprattutto per i paesi asiatici, radicalmente diversi da noi per cultura e modalità di comunicazione, ma è importante anche per gli Stati Uniti, in cui ad esempio il tono di voce cambia rispetto all’Italia o all’Europa. La sfida è quella di essere coerenti nel veicolare in tutti i paesi i valori del nostro marchio: versatilità, contemporaneità, attenzione all’ambiente, l’alta tecnologia che si combina in modo unico con l’artigianalità, la capacità di offrire soluzioni personalizzate ai nostri clienti.

4- Sempre in termini di localizzazione dei contenuti, la Cina che tipo di sfide presenta?

Il gap linguistico, oltre che culturale, è sicuramente il primo ostacolo nell’approccio ad una strategia di comunicazione verso la Cina. Ci sono inoltre codici visivi da rispettare, un gusto estetico che va adattato a canoni diversi dai nostri, ma senza stravolgere l’immagine del marchio. In generale si tratta di un paese molto curioso, che ha sinceramente voglia di conoscere nuove realtà, nuovi brand e prodotti specialmente europei, ma che va approcciato con grande rispetto e i giusti modi, e sicuramente con una strategia a lungo termine.

5- Localizzando i contenuti cambia l’efficacia della comunicazione? E se sì, in che modo?

Si, certamente. La comunicazione è tanto più efficace quanto è comprensibile (una banalità che però non dobbiamo dimenticare) e accattivante, due aspetti che si possono ottenere solo adattando i contenuti ai codici del paese in cui si comunica. È evidente poi che la mera traduzione non basta, ma ci si deve affidare ad una figura professionale che sappia adattare i contenuti tradotti nello stile del social media di riferimento, che sia Facebook, Weibo, Twitter o Todou.

E dal dialogo, dall’adattabilità e dal desiderio di migliorarsi, nasce così la strategia di social media marketing internazionale di IAKI. Una case history interessante, uno straordinario viaggio da leggere e da “toccare”.

Social Media Marketing Internazionale

Un’azienda che opera in un contesto internazionale, esportando prodotti o servizi, ha la necessità di dotarsi di una strategia di marketing e di comunicazione che parli più lingue. Ma un “interprete” può essere sufficiente allo scopo? Secondo noi no. Questo significa che non è sufficiente tradurre i contenuti in un’altra lingua per fare in modo che siano efficaci e rilevanti per gli utenti, almeno in una strategia di Social Media Marketing Internazionale.

Questa affermazione non è sempre vera, perché per esempio nel campo pubblicitario spesso si procede proprio in questo modo, traducendo i testi e montandoli sull’impianto grafico di campagna.

coca-cola social media marketing internazionale

Il paradigma si prospetta come traduzione versus localizzazione, ovvero: conviene tradurre i testi e adattarli a quello che si ha, oppure localizzare la strategia secondo il contesto culturale e linguistico della regione dove si andrà a operare? Nel campo del Social Media Marketing Internazionale è senza dubbio più efficace la seconda ipotesi. Soprattutto perché in questo modo si riescono a valorizzare le peculiarità dei mercati esteri dove il brand va a operare.

Il contesto culturale è un aspetto importante sotto diversi punti di vista, tutti quelli che compongono la strategia che andremo ad approntare, ovvero:
Attività editoriale: tradurre i contenuti nella lingua di destinazione è un approccio limitato, occorre scriverne ex novo, affidandosi a professionisti del mestiere, non a semplici traduttori.
Influencer marketing: affidarsi ai blogger e alle persone più influenti nell’area di azione, disegnando l’evento o i materiali da recapitare secondo gli aspetti più rilevanti in base all’attività prevista.
Community management: è l’aspetto più delicato. Gestire le interazioni scaturite da una strategia di Social Media Marketing Internazionale senza comprendere appieno le sfumature di una lingua che non si padroneggia può condurre a fail memorabili.
Oltre a quanto appena visto, c’è un aspetto basilare ancora: il fuso orario. Come possiamo monitorare tempestivamente le interazioni se di default siamo destinati a visualizzarle ore dopo?

Le complessità e la variabilità dei differenti contesti culturali può condurre a esiti imprevisti. Infatti talvolta è necessario stravolgere l’impianto strategico definito, prevedendo un approccio completamente diverso per una determinata area.

IAKI ha seguito la campagna Tommy Hilfiger Eyewear, con l’ambizioso obiettivo di divulgare lo stile “preppy” in Italia, Spagna, Germania e Francia. Una combinazione di Social Media Marketing, Influencer Marketing, online advertising e consumer promotion hanno costituito il Marketing mix vincente per questo progetto.

La decisione strategica più importante è stata quella di rimanere focalizzati sui valori preppy legati al brand Tommy Hilfiger: “il preppy è la combinazione di accessori, non è un nuovo modo di vestire”, questo è stato per noi complicato da interpretare, proprio perché un po’ fuori dalla cultura italiana legata alla moda. Abbiamo dovuto leggere tantissimo su questo tema, passare ore e ore a prendere le misure tra le informazioni online e quelle on the road.

Gestire in modo integrato i Social Media all’estero comporta la padronanza delle complessità del contesto culturale di riferimento, oltre a un team di professionisti specializzati e una spiccata sensibilità strategica.

Custom timeline, content aggregation secondo Twitter

Twitter ha introdotto da un paio di giorni le Custom timeline, ovvero la possibilità di creare delle timeline che contengano solo tweet decisi dall’editore. Questa non è l’unica funzionalità interessante, infatti una volta creata la timeline personalizzata è possibile linkarla oppure embeddarla presso i propri canali digital.

La timeline personalizzata fornisce una soluzione per l’aggregazione di contenuti provenienti da Twitter riguardo un certo tema, posizionandosi sullo stesso binario di Storify o altri servizi di content aggregation. La differenza fondamentale rispetto ai tool menzionati consiste nel limite all’aggregazione dei soli contenuti Twitter.

Come si crea una Custom timeline?
Prima di tutto è necessario dotarsi di TweetDeck, oltre a essere tra i fortunati a godere del rollout di tale funzionalità. Una volta loggati al servizio l’operazione è molto semplice:
– Clic sul “+” per aggiungere una nuova colonna
– Selezioniamo l’opzione “Custom timeline”
– Facciamo l’ultimo clic sul tasto blu “Create custom timeline”
A questo punto la nuova colonna verrà creata, rimane solo da inserire titolo, descrizione e aggiungere i tweet desiderati. Una volta pronta non resta che condividere il link oppure embeddare il widget sui propri spazi.

Uno dei temi emergenti su Twitter è il confronto con Storify, ovvero la possibilità o la previsione che questa nuova feature possa spodestare il servizio di content aggregation più noto fino a questo momento. Attualmente le Custom timelines sono un servizio acerbo e non privo di spigoli vivi, scorriamoli velocemente:
– Aggrega solo contenuti Twitter (ok, è una scelta voluta)
– Esiste un problema di ordinamento (i tweet possono avere solo ordine anti-cronologico)
– Non è possibile creare timeline private (su Storify sì)
– È necessario dotarsi di un altro tool, per quanto sia gratuito (TweetDeck)

In conclusione possiamo affermare che per il momento Storify può dormire sonni tranquilli, però le cose potrebbero cambiare nell’immediato futuro e lo share di mercato vedere una sensibile erosione.
Voi cosa ne pensate? Vi siete già cimentati con le Custom timeline?

Siamo animali sociali (ci piace l’engagement)

Traduzione di Engagement: “sono le piccole cose che contano”.

httpvh://youtu.be/Z-FFcQfxpKA

Ci piace stare insieme, condividere esperienze, creare gruppo. A noi tutti piace. Basta guardare le folle di ragazzi davanti a un locale il venerdì sera. Oppure l’uscita dalle università o le pause pranzo in centro. Basta guardare questo video argentino. C’è alla base un gesto molto semplice: stringersi la mano per andare avanti. Engagement, dunque. E se guardassimo all’attualità? Beh, potremmo rifarci al fenomeno “crea gruppo” di WhatsApp. Non ditemi che tra voi c’è ancora qualcuno che si salva! Inutile, non ci credo.

Ci piace il contatto umano. E allora sfruttiamo la nostra indole.

È a questo che dobbiamo pensare ogni volta che vogliamo creare delle buone strategie di Customer Engagement.

Estraiamo tutto quello che è marketing, e distilliamo l’amore.
La voglia di sentirci, di passarci energie, di raccontare chi siamo e cosa facciamo. Perché è importante che si percespisca l’aspetto umano, l’intimacy dell’esperienza, l’empatia. Nella nostra quotidianità, e nei nostri brainstorming d’agenzia.

Partiamo dall’etimologia della parola sociale, che non ha nulla a che vedere con un monitor, scopriamo che ci si rifà immediatamente al concetto di “socievole“, ovvero capacità di unione, vicinanza, associazione. Bene, dopo aver assorbito il suo significato, riprendiamo la parola “marketing”, mettiamola lì accanto, e sviluppiamo un progetto. Ed ecco che proprio quel progetto diventa improvvisamente un silenzioso fischio all’interno di una biblioteca. Un rumore assordante, che distrarrebbe chiunque. Effetto Willy Wonka, oserei dire. E tutto è partito da? Una semplice barretta di cioccolato. (Ossimori e metafore a gogò. Non abbiatemene. Sono pur sempre una copywriter). 

Pare una cosa molto semplice. E infatti lo è.
Non serve allontanarsi troppo dal quotidiano, dalla semplicità, basta creare un quotidiano straordinario.
Basta apprendere che quello che facciamo ogni giorno è esattamente quello che un qualsiasi brand potrebbe fare con i suoi “fan”. Fare colazione, organizzare una cena, bere una birra, tenersi per mano, abbracciarsi, andare ad un concerto, e raccontare della propria giornata agli amici.

È questo che crea customer engagement puro, perché nasce da un sentimento vero, interno, (apparentemente) non studiato.

Come darsi un bacio, o riceverlo. Questo non è engagement?

httpvh://www.youtube.com/watch?v=oHXD80XOv9o&feature=youtu.be

Tutto nasce da un’azione genuina, che diventa word-of-mouth naturale, che a sua volta si trasforma in condivisione e poi rumore, eco, coinvolgimento. Un coinvolgimento ordinariamente straordinario. In questo modo non abbiamo fatto altro che applicare la stessa regola che c’è alla base del “crea gruppo” di WhatsApp. E la mucca viola? Non l’abbiamo lasciata sola. L’abbiamo rivalutata e ne abbiamo tratto un insegnamento. È una metafora: un pensiero basico può contenere qualcosa di fenomenale, inatteso e assolutamente incredibile. Basta non dimenticarsi della parte più genuina e farla parlare. Lo dice Seth Godin. E a noi “ci” piace proprio.

È arrivato il momento degli Instagram Ads

La scorsa settimana Instagram ha annunciato sul suo blog l’introduzione di contenuti pubblicitari, tramite un post intitolato “Instagram as a Growing Business“. Il focus del comunicato e la ragione di questa scelta è da cercare nella volontà di rendere questo network un business in grado di provvedere al proprio sostentamento, oltre a monetizzare l’investimento da un miliardo di dollari sborsato da Facebook per l’acquisto di Instagram.

Nei prossimi due mesi negli Stati Uniti inizierà il roll out degli Instagram Ads, quindi per il momento l’Italia e il resto del mondo non saranno coinvolti da questa novità. Il brand tiene a spiegare come non si tratti di un cambiamento repentino, bensì progressivo, dal momento che in principio gli ads saranno disponibili solo per le grandi aziende selezionate.

Attualmente sono tantissimi i brand che hanno integrato Instagram all’interno delle loro strategie social. I primi della classe sono Starbucks e MTV. Il primo vanta il quindicesimo profilo più seguito al mondo, con quasi 1.6mln di follower, mentre il secondo ha superato quota 1.7mln di follower, guadagnando l’undicesimo posto nella classifica dei più seguiti.

Cosa cambierà quindi per coloro che già sono attivi sul network delle immagini?
Per il momento nulla al di fuori degli USA, ma nel futuro prossimo le aziende avranno a disposizione uno strumento potente per introdursi nel flusso dei contenuti degli utenti, sfruttando il media fotografico e video. Probabilmente come già avvenuto per Twitter, Pinterest e tutti gli altri social network, il prossimo passo saranno gli analytics, necessari per misurare l’attività e il coinvolgimento degli utenti.

La community di Instagram come ha preso questa novità?
Si sa che in genere le reazioni a questo tipo di annunci sono piuttosto rigide, nessuno vuole vedere altra pubblicità, soprattutto su una risorsa che siamo abituati a considerare libera. Mashable si è preso la briga di fare un sondaggio sulle sue pagine a questo proposito, domandando agli utenti: Cosa ne pensi della pubblicità su Instagram?
Inutile dire che la risposta più popolare è stata negativa (Disappointed, 43%) mentre a sorpresa la seconda più cliccata è stata di indifferenza (Indifferent, 25%).

Voi cosa ne pensate dell’introduzione della pubblicità su Instagram?

L’importanza di chiamarsi Creatività

Il 22 settembre, mentre a Milano si passava dall’Happy Hour all’aperto sui Navigli al Giappo con il tavolo dentro, al Nokia Theatre di Los Angeles si svolgeva il Gala della Creatività: la 65esima cerimonia di consegna dei Prime Time Emmy Awards. I cosiddetti “Oscar della Televisione”. Come l’anno scorso, le protagoniste indiscusse sono state le serie TV in onda sui canali via cavo a pagamento, diventate ormai ossessioni serali per chi ama la serialità e il content marketing. Ma di questo abbiamo già parlato. Vi ricordate la patata? Il couch potato?

E come qualsiasi evento americano che si rispetti, l’Emmy Awards è anche occasione per le star di mostrare tutto il loro splendore sul red carpet. Fasciate nei loro bellissimi abiti e nei loro visi in ceramica laccata, le donne non perdono di certo l’attimo per forgiare la loro “principessità“. Eleganza e glamour a discapito, in alcuni casi, del buon gusto (NdA). Non è questo lo spazio e il momento per fare del Fashion Journalism, ma in qualche modo, l’immagine fa da padrona.

Canon, leader mondiale e indiscussa, nel campo dell’imaging e delle soluzioni digitali per la casa e l’ufficio, ha disegnato la strategia di comunicazione Canon’s Inspired mandando on air, qualche mese fa, il TV Commercial “Long live imagination“. La sua disarmante bellezza ha tolto fiato. Lo spot, il 22 settembre 2013, ha  vinto e meritato l’ambito Emmy ai 65th Annual Creative Arts Emmys Award nella categoria “Outstanding Commercial”.

 

Buffetto a chi è ancora convinto che il tradizionale commercial TV abbia raggiunto la sua fine o a chi crede che “la creatività non serva a vendere”.

Quello che è interessante notare, al di là dell’emotività dello storyboard, è lo storytelling di base e l’importanza dell’immagine.
Catturare lo “scatto perfetto” è il leitmotiv. Catturare il momento nel suo attimo più vero, trovarne il QUID, captare “quel qualcosa in più” capace di rendere il racconto (e il brand) memorabile, affascinante e tremendamente seducente. Per questo è fondamentale estrapolare il DNA del brand, seguire il ritmo del suo sangue e raccontarlo in modo “vero”, “reale”, “senza filtri” con un fiabesco storytelling.

L’immagine, il copy, la parte che si vede e che si sente, il dare e avere di una coppia creativa.
La creatività nella sua massima espressione. È l’eco di un amore che dura.

Questa è la vera natura del customer engagement.

Non è possibile ricordare senza immagini (l’infografica insegna).
Non è possibile arrivare fin dentro il cuore delle persone senza mostrare.
Non è possibile raccontare e poi non farsi riconoscere.
Non è possibile nemmeno trovare la strada per quel ristorantino che c’era tanto piaciuto se non avessimo avuto riferimenti visivi durante il nostro percorso.

Che sia una digital strategy, un progetto di social media marketing, un evento o una campagna di advertising la creatività è la benzina del customer engagement per chi non l’avesse ancora capito.

And The winner is… Creatività.

Facebook ads e la conquista del prime time TV

Su IAKI blog parliamo spesso di Social TV, di second screen e tutto quanto riguardi i telespettatori e le emittenti social, ma le pratiche di consumo dei media non sono l’unico aspetto che riguarda la cross-medialità. Il mercato dei media è un mostro a due teste che oltre a rivolgersi allo spettatore, cerca di creare spazi di vendita per le inserzioni pubblicitarie. È in questo campo che si svolge la battaglia tra le piattaforme social più forti: Twitter e Facebook.

Twitter gode dell’endorsement del mondo televisivo da tempo ormai, nessuna emittente può più permettersi di escludere dai giochi strumenti come live tweet, hashtag e interazioni. È per questo motivo che di recente vi abbiamo parlato del Tv ad Targeting di Twitter, uno strumento che permette agli inserzionisti di sincronizzare la messa in onda delle comunicazioni commerciali con la messa online del tweet sponsorizzato abbinato. In questo modo i telespettatori che seguono lo show anche su Twitter verranno circondati dal messaggio, offrendo agli inserzionisti strumenti interessanti per stimolare il coinvolgimento.

In questo scenario Facebook non rimane certo con le mani in mano, confermando il suo ruolo di follower nei confronti di Twitter, almeno per quanto riguarda il rilascio di nuove features (vedi alle voci: hashtag e video su Instagram). Le ultime novità seguono la strada tracciata dal competitor, annunciando per il prossimo autunno un nuovo video-formato pubblicitario di quindici secondi, ovvero nuove Facebook ads destinate a mescolarsi al flusso di notizie e probabilmente sincronizzabile con la messa in onda in televisione. Nel campo dei media online invece viene lanciato l’embed dei post, come avviene da tempo anche per Twitter e altri canali, che consente al mondo dell’editoria di incorporare con maggiore facilità i contenuti provenienti da Facebook e usarli per fare content curation.

Al momento è Twitter a scrivere le pagine di una nuova storia dei media, ma questo è un campo in cui le dimensioni contano e presto anche Facebook farà parte dei giochi, quindi che le emittenti lo preferiscano o meno dovranno rapportarsi con un nuovo scenario. Un recente studio di Nielsen afferma che negli Stati Uniti il reach di Facebook raggiunge e supera quello della televisione durante il day time. La fascia più ambita del prime time invece registra il 36% degli spettatori collegati sia alla televisione che a Facebook.

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Fonte: Nielsen.com

La prossima stagione TV si preannuncia bollente e piena di novità, intanto quest’estate i vostri commenti televisivi li twitterete o li pubblicherete su Facebook?