YouTube vuole la sua Community (e chiede l’aiuto di tutti)

Si chiama Community ed è una nuova sezione a disposizione di (alcuni, per il momento) canali YouTube attentamente selezionati. Come è facile intuire dal nome, si tratta di una bacheca a disposizione degli utenti dove è possibile condividere commenti testuali, foto, gif e ovviamente video (anche live). Obiettivo: migliorare l’engagement, aumentare le interazioni, creare spazio per i commenti relativi ai contenuti postati dai canali YouTube. In sintesi: creare una “community” di utenti legati da interessi comuni. Vi ricorda qualcosa?

Già, proprio come su Facebook il gestore del canale potrà utilizzare la bacheca per comunicare con gli iscritti al canale e dare spazio al dibattito. E gli utenti potranno iscriversi per ricevere notifiche ed essere aggiornati sulla pubblicazione di nuovi contenuti. La novità è ancora in fase beta ma sarà presto di dominio comune. Per il momento è online per canali molto popolari come John & Hank Green, AsapSCIENCE, The Game Theorists, Karmin, The Key of Awesome, The Kloons, Lilly Singh, Peter Hollens, Rosianna Halse Rojas, Sam Tsui, Threadbanger e VSauce3.

A questa novità Big G ne affianca un’altra, e si rivolge così a tutti coloro i quali hanno intenzione di aiutare a gestire il flusso di conversazioni. La seconda novità si chiama Youtube Heroes e, come spiegato qui, si tratta di “una community globale di collaboratori il cui scopo consiste nel creare la migliore esperienza possibile su YouTube per tutti”. In qualità di YouTube Hero, si potrà quindi segnalare contenuti inappropriati, aggiungere sottotitoli ai video e condividere le proprie conoscenze con altri utenti sul forum di YouTube. E ogni volta che sarà fornito un contributo, l’utente guadagnerà punti che danno diritto a una serie di vantaggi.

 

Stories: Instagram Vs Snapchat

La notizia è uscita quando eravamo già (se non altro con la mente) sotto l’ombrellone: Instagram ha reso disponibili le Stories.
È universalmente noto che “l’imitazione è la forma più sincera di adulazione”, quindi Snapchat in casa Zuckerberg deve piacere parecchio (del resto il CEO di Facebook aveva provato a comprarlo per 3 miliardi di dollari). Ecco che quindi le nuove Stories riprendono quasi in tutto gli snap; facciamo però un recap delle somiglianze e differenze tra i due strumenti.

Sono uguali perché per entrambi:

  • I contenuti sono fruibili solo per 24 ore.
  • Sono presenti filtri e contenuti aggiuntivi per personalizzare foto e video.
  • Chi vede il video può interagire.
  • È possibile vedere chi visualizza i miei contenuti.

Sono diversi perché:

  • Su Instagram si possono utilizzare solo foto e video live; Snapchat anche foto e video vecchi.
  • Instagram al momento presenta molti meno filtri di Snapchat.
  • Snapchat permette di creare dei gruppi di persone con cui condividere i propri snap, Instagram no.
  • Non c’è una sezione Discover di Instagram Stories che permette di far conoscere le storie dei brand, cosa che invece è presente su Snapchat.
  • Snapchat ha un target molto più teen, Instagram invece può contare su un’interfaccia più conosciuta e un pubblico più trasversale (e ampio).

Sono diversi i brand che hanno subito approfittato delle novità su Instagram. Ketel One Vodka ad esempio ha utilizzato Stories per mostrare la creazione di un cocktail. Avrebbe potuto farlo agevolmente su Snapchat? No, solo Instagram consente di restringere le visualizzazioni ad un pubblico maggiorenne, per fare lo stesso su Snapchat il brand avrebbe dovuto accedere a un servizio a pagamento.

Il giorno in cui sono state rilasciate le Stories Nike, pur avendo un account Snapchat, ha deciso di provare la nuova feature e con una Story ha registrato 800.000 visualizzazioni in 24 ore. L’agenzia che segue i social dell’azienda è rimasta di stucco, il video migliore mai postato dal brand su Snapchat ha avuto “solo” 66.000 visualizzazioni.

Il plus di Instagram è il trattamento degli account dei brand, ben diverso da Snapchat. Su Instagram è semplice trovare i brand, seguire gli account e mettere Like ai contenuti, mentre su Snapchat non ci sono cuori, stelline o unicorni di sorta per apprezzare i post, e difficilmente si trovano account se non si conosce il nome esatto da seguire. Per non parlare dei numeri: Instagram vanta 500 milioni di utenti attivi al mese, Snapchat solo 150 milioni.

Da qualche giorno poi Instagram ha aggiunto anche la funzione zoom per le foto e i video: proprio come si può fare con le immagini della propria galleria, da mobile ora si può zoomare sui contenuti postati.

Un modo divertente per creare engagement, sfruttato per esempio da The Cheesecake Factory, Primark o British Airways:

Ora che abbiamo messo sul piatto tutti gli elementi a voi la parola. Meglio le Instagram Stories o le Snapchat Stories?

Snapchat introdurrà nuovi tool di targeting per l’adv

Non manca molto all’introduzione del targeting comportamentale nell’advertising di Snapchat. Stando a Business Insider, il director of revenue operations dell’azienda Clement Xue ha spiegato che il social network sta lavorando a nuovi strumenti di behavioral targeting che saranno messi a disposizione degli inserzionisti nel terzo trimestre del 2016.

Questi nuovi tool consentiranno di affinare l’advertising su Snapchat e targetizzare gli annunci pubblicitari in base al comportamento degli utenti. A quanto pare i dati saranno raccolti all’interno dell’app senza utilizzare altri insight relativi alla navigazione del web. Per fare un esempio, un utente potrebbe venir inserito nelle categorie “sport” o “basketball” se fruisce continuamente i contenuti dell’account Snapchat dell’NBA o del canale Discover dell’ESPN.

Il targeting comportamentale non prenderà in considerazione dati di navigazione extra app, a differenza di quanto fa Facebook (che pianifica inoltre di mostrare adv anche ai non iscritti). Lo stesso CEO di Snapchat Evan Siegel ha escluso l’utilizzo del retargeting schierandosi apertamente contro i “creepy ads” che tracciano i comportamenti degli utenti online. Sullo Snapchat’s Privacy Center si legge del resto un caloroso We want you to feel understood. Qualche dubbio però rimane.

Con questa mossa Snapchat è destinato a entrare definitivamente nell’olimpo dei social media. Snapchat ha cominciato a vendere spazi pubblicitari soltanto alla fine del 2014, ma da lì in poi il fantasmino ha continuato ad avanzare minaccioso anche nel campo dell’advertising fino al lancio – un mese fa – di Snapchat Partners, una advertising API che consente agli inserzionisti di comprare, ottimizzare e analizzare le campagne pubblicitarie su Snapchat mediante società terze.

Nel primo semestre di quest’anno, Snapchat è stata la seconda app più scaricata negli Stati Uniti (54,5 milioni di download contro i 59,7 di Messenger, come riporta Survey Monkey). Sulla scorta di questi numeri, eMarketer ha tracciato una crescita impetuosa della user base, dai 150 milioni attuali ai 270 previsti per la fine del 2017. E intanto pare che Apple abbia messo in cantiere la sua versione del fantasmino…

All-in di Twitter sul live streaming

Twitter tira le somme del secondo trimestre dell’anno e i risultati continuano a non essere del tutto convincenti. La media mensile degli utenti è cresciuta leggermente, ma gli incassi non hanno soddisfatto le previsioni degli analisti (nonostante una crescita del 20% rispetto al 2015).
Le novità introdotte in questi mesi, prima fra tutte la possibilità annunciata a marzo di dire molto di più nei 140 caratteri, non sembrano aver riscosso i risultati sperati, per questo il prossimo obiettivo di crescita che Twitter si pone è legato direttamente ai video, in particolare al live streaming.
Già da tempo Twitter ha manifestato la volontà di rafforzarsi in questo campo. Ne è un esempio la recente acquisizione della startup Magic Pony, specializzata nel machine learning, con cui Twitter punta a offrire foto e video di alta qualità senza che questi elementi incidano sulla piattaforma in termini di peso. La scelta di Twitter di creare un team tecnologico di altissimo livello potrebbe rivelarsi utile per poter sviluppare in futuro soluzioni innovative sulla realtà aumentata.

Restando in tema di novità, Periscope ha recentemente annunciato nuovi strumenti che potenzieranno e renderanno più fruibile il live streaming.
Gli Highlights saranno dei veri e propri trailer che avranno la funzione di mostrare i momenti più salienti di una diretta, per incuriosire gli utenti e fare in modo che si facciano un’idea sull’argomento del video. Un po’ la versione Periscope del “mentre non c’eri” di Twitter per trasmettere i momenti migliori di una diretta live. I trailer saranno disponibili sia per iOS che per Android.
La novità probabilmente più significativa è quella degli Embedded Tweets, i tweet dei live di Periscope che potranno essere incorporati in qualsiasi pagina web e il cui video partirà automaticamente con l’inizio di ogni diretta.

Queste nuove opportunità in campo live streaming potranno essere testate grazie agli accordi siglati per trasmettere live il Torneo di Wimbledon, la Convention Nazionale dei Democratici USA e le partite della NFL. Eventi che potrebbero rivelarsi capaci di offrire una solida risorsa, con lo scopo di mantenere gli utenti sulla piattaforma per più tempo e di riuscire a coinvolgere una fetta maggiore di pubblico.
Il microblog del cinguettio intraprende quindi una direzione sempre più video-centrica: resta però ancora da capire se questa è la strada giusta.

Pokémon Go, una nuova opportunità per i brand

Pokémon Go. Il post potrebbe finire qui per molti di voi e per due motivi: l’argomento non vi interessa oppure l’introduzione vi ha fatto ricordare che ci sono creature da catturare e che non state giocando da almeno 16 minuti.

E invece no, proseguiamo. Proseguiamo perché Pokémon Go è arrivato in Italia e sta mangiando velocemente il tempo, lo spazio su smartphone e di conversazione (on e off-line) e soprattutto l’equilibrio mentale di molti.

Su questo ultimo punto bisogna fare una riflessione seria, guardate questo video di 40 secondi che mostra cosa è successo quando Vaporeon, une dei Pokémon più rari del gioco, è apparso a Central Park (New York):


I brand possono sfruttare il fenomeno?

La mia risposta è sì. I marchi possono cogliere l’opportunità e cavalcare la cosa, non tanto entrando nell’applicazione quanto realizzando contenuti rilevanti per le persone appassionate del gioco ed entrando nel flusso di comunicazione che riguarda Pokémon Go. Ovviamente i contenuti realizzati devono avere l’intuizione giusta, un po’ di umorismo ed essere intelligenti. Non è sufficiente aggiungere un hashtag.

Ecco alcuni esempi interessanti:

Offline invece si possono sfruttare le le opportunità che il sistema offre. Si possono ad esempio creare eventi reali in zone “interessanti per l’App”, e attirare la gente verso questi luoghi fisici attraverso l’utilizzo dei moduli esca. Ovviamente l’azione deve essere coordinata e deve essere fatta una comunicazione corretta dell’attività. Il gioco, da solo, non basta.

Voi utilizzate Pokémon Go? Avete esempi interessanti di marketing legato all’applicazione da segnalare?

Ora mi scuserete, ma ho Rattata sulla scrivania e devo catturarlo. Lo faccio per lavoro, lo giuro.

Il ruolo dei brand tra bufale ed emotività

Internet è per tutti sinonimo di accesso illimitato alle informazioni, ma siamo capaci di distinguere una notizia vera da una bufala? E di distinguere un profilo reale da un fake? Secondo lo studio “Infosfera italiana 2016” dell’Università di Napoli no, ma procediamo con ordine.

L’infosfera viene definita come “lo spazio semantico costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni”, dove per “documenti” si intende qualsiasi tipo di dato, informazione e conoscenza, per “agenti” si intendono le persone e per “operazioni” ogni tipo di reazione delle persone al documento.

L’indagine ha sottolineato come gli utenti, muovendosi tra vecchi e nuovi media e attingendo da questi informazioni a proprio piacimento, creino i propri palinsesti personali in base ai propri interessi, gusti e bisogni. Oltre a creare palinsesti, gli utenti creano dei nuovi contenuti e diventano loro stessi nuove fonti di informazione.

“Questo comportamento supera la dimensione gerarchica, che attribuiva alle fonti tradizionali il ruolo insostituibile ed esclusivo di emittenti dei messaggi professionali e autorevoli dell’informazione mainstream, sostituita dalla prassi dell’autocomposizione delle fonti nell’ambiente web e da una matrice di flussi continui di informazioni propagate in una dimensione orizzontale.”

In questo scenario la rete è lo strumento primario per accedere alle informazioni, ma è anche uno spazio che sovrabbonda di informazioni, creando 3 problemi:

– Si danno per certi i contenuti presenti nella prima pagina dei risultati di Google.

– La nostra capacità di percepire una fonte o un contenuto come “autorevole” è in continuo mutamento.

– Abbiamo sempre più fretta e questo ci fa tendere a velocizzare le scelte di decisione.

“L’affermarsi e il dispiegarsi della diffusione della tecnologia digitale, ci ha proiettato in una nuova era: attraverso la fase dell’informazione veloce siamo passati alla fase dell’accumulo e del capitalismo informazionale”.

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Fonte: slideshare.net

Riceviamo ogni giorno molte più informazioni di quante ne possiamo effettivamente processare (tra televisione, radio, giornali, caselle postali reali e virtuali, social network e blog, cartelloni pubblicitari nelle vie delle città, tele-promotrici di servizi per telefono etc.), ciò ci porta a fare economia sul nostro livello di attenzione e dunque siamo orientati al cosiddetto “confirmation bias”, la tendenza a rimanere legati ad un’idea che ci siamo fatti sulla base di informazioni preliminari, anche quando contenuti successivi la smentiscono.

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Fonte: slideshare.net

In questa cornice qual è il ruolo dei brand? Nell’ultimo anno alcune “notizie” sono rimbalzate da una pagina Facebook all’altra intasando i nostri feed. Basti pensare al vestito oro/blu, a “petaloso”, alla Santanché alla Scala di Milano, al balletto di Zaza prima di calciare il rigore… e potrei continuare per ore.

Alcuni brand decidono di cavalcare questi trend del momento perseguendo la strategia del real time marketing. Esagerare in questa strategia significa a lungo termine assecondare i 3 problemi sopracitati, perdendo però autorevolezza nei confronti degli utenti e diventando sempre meno credibili.

E un brand non credibile non piace a nessuno.

Quattro chiacchiere su Instagram e le case editrici del fumetto

“Il fumetto è morto, chi legge ancora i fumetti? I fumetti sono per bambini. Io leggo solo ZeroCalcare.”

Quante volte vi sarà capitato di sentire frasi così, soprattutto se siete appassionati della nona arte?
Rispondo io: molte, moltissime.

La realtà è ben diversa, il fumetto non è morto, non è forse popolare come lo era 40-50 anni fa ma ha un pubblico di fedelissimi che non abbandona mai le imprese dei suoi (super)eroi.
Così come quelle di quotidiani, magazine e libri, anche le case editrici del fumetto sono sbarcate già da tempo su Instagram.
La cassa di risonanza del social fotografico è ampia e permette di arrivare ad un pubblico più ampio e meno di nicchia come notoriamente è quello dei fumetti.
Le case editrici hanno la grande opportunità di sfruttare la visibilità ottenuta grazie a serie tv (DareDevil) e film di successo (Batman). Una grande opportunità che viene ripagata soprattutto in termini di notorietà da sfruttare su tutti i canali di comunicazione.

Passiamo a qualche esempio concreto analizzando il mercato americano delle nuvole parlanti.

Partiamo con una delle più famose case editrici: la Marvel.
Il colosso Marvel non produce solo comics, si occupa di cinema, gadgets e videogiochi. Il suo prodotto di punta rimane però il fumetto, anche se non è il più redditizio.
Instagram è senza dubbio un’ottima vetrina per arrivare ai più giovani senza deludere le aspettative dei vecchi fan.
L’utilizzo di mini-video qui è largamente diffuso, un buon modo per riassumere in pochi secondi le caratteristiche dei suoi personaggi abbinando anche scritte a immagini.
Le nuove uscite settimanali vengono fotografate tutte insieme, quasi come un promemoria.

Analizziamo anche la DC comics che, proprio grazie a dei brevi filmati, promuove i suoi fumetti dando una maggiore visibilità (e freschezza) al prodotto. Un modo per far ingolosire e incuriosire i lettori e farsi conoscere a dei potenziali nuovi fan.

Qui le similitudini con l’eterna rivale Marvel, sono parecchie: minivideo, sketchbook, presentazione dei personaggi. Qui però c’è anche il coinvolgimento degli appassionati con il “DC VERIFIED FAN”.

Rimanendo sempre sul mercato americano diamo un’occhiata anche alla IDW Publishing, una casa editrice “minore” ma pur sempre molto influente sul proprio mercato. Qui il coinvolgimento dei fan e della redazione è decisamente più presente rispetto a Marvel e Dc. Il profilo ospita molte foto scattate alle convention e propone regram degli utenti. Il legame con i propri lettori si fa più forte.
Lo stesso discorso vale anche per la DarkHorse comics. In entrambi i casi passa quasi in secondo piano il prodotto e si punta a costruire una community più forte. Un’idea sicuramente condivisibile ma che personalmente non apprezzo molto. Avrei preferito vedere più anteprime e sketchbook che cosplayer divertiti alle feste!

IDW is in full effect at #BotCon2014. We will be here all weekend, come see us.

Una foto pubblicata da IDW Publishing (@idwpublishing) in data:

Così come i libri e i giornali, anche il fumetto, sui social, cattura l’attenzione degli utenti e crea coinvolgimento e aiuta a vendere di più. Quello che molti definiscono un prodotto di nicchia potrebbe spiccare il volo (come Superman) e diventare più fruibile e vicino alle masse. Sempre che non arrivi la Kryptonite a rovinare tutto.

Twitter e Tumblr sempre più orientati al video content marketing

Che riguardino gattini, ricette o scherzi, sono sempre i video ad avere la meglio sulla vostra attenzione, non è così?
Ormai lo ha capito anche Facebook che, favorendo questo tipo di contenuti, ha fatto sì che molte delle stime sui trend del video content marketing si siano già rivelate corrette. Ad esempio alcune previsioni per il 2017 dicono che il 69% del traffico internet sarà detenuto da questo tipo di contenuto e che lo stesso viene fruito principalmente da mobile: un terreno estremamente fertile per le aziende che vogliono incrementare awareness e conversioni. E se YouTube registra due milioni di visitatori unici al mese, va da sé che per coloro che si occupano di marketing è ormai indispensabile incentrare le proprie strategie proprio sui video. Per questo anche le tecnologie si stanno adeguando al trend implementando nuovi strumenti per facilitare content e video creator.

In queste settimane anche i due nuovi lanci da parte di Twitter e Tumblr seguono questo trend, come già era successo per l’introduzione di Amazon Video Direct qualche giorno fa. In quel caso si trattava di un servizio rivolto ai creatori di video per il pubblico, proponendo un servizio di streaming premium su abbonamento. È evidente come anche i social stiano quindi formulando servizi che offrano alle aziende nuove opportunità di fare del video content marketing il cuore pulsante della propria comunicazione. Vediamo nel dettaglio come.

Twitter Engage: la nuova app per i content creator

Twitter Engage (al momento disponibile solamente per i device Apple iOS negli Stati Uniti) è la nuova app che agevola i video creator nella pubblicazione di contenuti nativi. Permetterà inoltre di monitorare più facilmente l’audience raggiunto, fornirà informazioni specifiche sul pubblico e particolari tool per l’advertisement. Come annunciato da Jack Dorsey, CEO e co-fondatore di Twitter: “We want to be the best place for creators and influencers to build an audience and make it easier for creators to make money on Twitter, and soon, Vine”. Uno sforzo in più da parte del social network per rimanere a galla e in qualche modo intercettare almeno parte dei content creator e delle aziende che attualmente si riversano su altri canali come Facebook, YouTube e Tumblr.
Da sottolineare anche che il limite di 30 secondi per i video caricati su Twitter verrà ampliato a 140 nei prossimi giorni. Questo, e la novità per cui il caricamento dei video non toglierà più caratteri ai 140 concessi per ogni tweet, apriranno la strada alla possibilità di sviluppare strategie di video content marketing più strutturate e complete anche su Twitter.

Tumblr come distributore di servizi

Ma Twitter non è solo nella corsa ai video, risale sempre a pochi giorni fa anche un annuncio da parte di Tumblr: a breve le video dirette saranno supportate dalla piattaforma di micro-blogging. I content creator sono senz’altro un asset importante per Tumblr che risulta il principale distributore di GIF tra i social network, quindi allargare ai video sembra essere la naturale crescita della piattaforma.
Quello che stupisce è la scelta dell’azienda di non creare (o acquisire) un tool interno per la pubblicazione diretta ma lo sviluppo di più partnership con sistemi esterni come YouTube, YouNow e altri. Tumblr sta recentemente attraversando un periodo di stallo e non è chiaro se questa scelta potrebbe rivelarsi del tutto positiva per l’azienda. Competere con strumenti come Facebook Live può essere una sfida dalla vittoria incerta, allo stesso tempo proporsi soltanto come distributore di un servizio già presente su altri social non rende il canale indispensabile per questo tipo di contenuto. Twitter invece ha fatto la scelta opposta, proponendo uno strumento specifico, proprietario e addirittura segmentando l’offerta con una applicazione a sé stante. Potrebbe essere questa la chiave vincente, oppure l’ennesima sfida persa contro il colosso Facebook.

Si dice che una immagine valga più di mille parole, e i video? Se questo è il futuro di internet allora non solo i social devono adeguarsi ma anche e soprattutto le aziende, proponendo contenuti validi, innovativi e attuali. Adesso che le tecnologie ci sono, resta solo mettersi all’opera in chiave di video content marketing. Volete già segnalarci qualche case history di successo?

Brand e Snapchat: 3 motivi per esserci

Snapchat è ormai l’applicazione più popolare tra i giovani, con oltre 670mila utenti attivi in Italia e statistiche che fanno tremare perfino Zuckerberg (che, ricordiamolo, non è riuscito a comprare l’app neanche con un’offerta da 3 miliardi di dollari). E già questo, forse, sarebbe sufficiente per introdurlo nella strategia social della maggior parte dei brand. Eccone altri tre motivi: 

  • Perché ha dettato nuove logiche di fruizione, che confermano un trend ben noto al mercato, lo spostamento della comunicazione social dal pubblico al privato. Dopo Messenger e i DM su Instagram, Snapchat è la conferma e l’estremo di questa tendenza: non si interagisce pubblicamente, ma solo one to one. E forse questo è il motivo per cui alcuni studi sostengono che Snapchat offra una user experience migliore rispetto ai concorrenti.
  • Perché è intrattenimento puro, dal basso. Dalla nascita dei social siamo abituati a sottolineare il ruolo della community come fonte di spunti per migliorare l’offerta e il valore del brand. Ebbene, in questo caso la geolocalizzazione permette a ciascuno di contribuire con la sua storia e diventare parte di un vero racconto collettivo. Come dice Evan Spiegel, il fondatore di Snapchat, “Somewhere along the way, when we were building social media products, we forgot the reason we like to communicate with our friends is because it’s fun.”
  • Perché finalmente porta guadagno. È di alcuni giorni fa l’annuncio di nuove API per la pubblicità all’interno dell’applicazione, che potrebbero risolvere più di un problema dei brand, primo fra tutti quello della permanenza in app browser. “Quello che succede su Snapchat rimane su Snapchat” – era il fondamento dell’app, ora non più: gli inserzionisti potranno scegliere di inserire all’interno dell’annuncio azioni aggiuntive come il link verso un sito esterno. 

Grazie a quest’ultima cruciale innovazione l’azienda punta a raggiungere 1 miliardo di dollari di fatturato nel 2017. Impresa impossibile o solo audace?

Facebook Adv: l’impero colpisce ancora. Questa volta i non iscritti

Facebook è un autentico colosso della pubblicità. I ricavi provenienti dagli ad hanno raggiunto i 17 miliardi di dollari nel 2015 e nel primo trimestre di quest’anno è già stata toccata la quota di 5 miliardi. È quindi del tutto naturale che il gigante di Menlo Park si concentri sempre più sull’advertising ampliando di continuo il proprio ventaglio di proposte. Se Slideshow (concepito per i mercati emergenti) e Canvas (dedicato unicamente al mobile) puntavano a sfruttare a pieno il bacino interno al social network, l’ultimissima novità conferma che adesso l’impero di Facebook avanza inesorabile anche verso i non iscritti.

Finora Facebook mostrava le inserzioni pubblicitarie agli iscritti che visitavano app e siti esterni ma appartenenti all’Audience Network (la piattaforma pubblicitaria per mobile lanciata un anno e mezzo per “ospitare” l’advertising di Facebook basandosi sui dati raccolti all’interno del social network). L’ultimo annuncio spiega però che d’ora in poi gli ad saranno mostrati anche a chi non ha un account Facebook. Il pubblico viene potenzialmente raddoppiato, passando da 1,65 miliardi di utenti mensili ai 3,17 miliardi di persone che hanno utilizzato Internet nel 2015 (dati dell’International Telecommunication Union).

Lo sviluppo del people-based marketing di Facebook si evolve sempre più nel tentativo di profilare l’utente tramite l’impiego di nuovi strumenti di targeting come il pulsante “Mi piace”, cookie, plugin e altri dati. “Our buttons and plugins – spiega il VP Engeneering di Facebook Andrew Bosworth – send over basic information about users’ browsing sessions. For non-Facebook members, previously we didn’t use it. Now we’ll use it to better understand how to target those people”. Gli inserzionisti potranno contare su una copertura più estesa e una targetizzazione più accurata. Sull’altro fronte, gli iscritti hanno la possibilità di controllare le inserzioni visualizzate mediante le impostazioni, modificando o disattivando la pubblicità basata sugli interessi.

Un articolo del Washington Post (supportato da un altro post di The Drum) spiega che con questa mossa Facebook sta cercando di trasformarsi da social network in una vera online advertising company, entrando direttamente in competizione con Google e con il centinaio di aziende dedicate ai servizi di advertising. Non sappiamo ancora se all’inizio i dati a disposizione degli inserzionisti saranno accurati come quelli raccolti all’interno dell’universo di Facebook; senz’altro andranno pian piano a costruire una nuova user base profondamente segmentata. Quest’ultima iniziativa inciderà sicuramente sull’intero mercato pubblicitario, ma in alcuni paesi europei potrebbe anche creare a Facebook alcuni problemi relativi alla privacy degli utenti.