Raccontare di più nei 140 caratteri di Twitter

Twitter è un canale che esiste ormai da dieci anni e nel corso della sua storia ha visto diversi cambiamenti importanti nel modo in cui le persone sono abituate a utilizzarlo. Inizialmente era possibile twittare soltanto testo entro i 140 caratteri, uno degli asset del sito di micro-blogging. L’idea iniziale era di collegare l’impiego del mezzo a un altro medium popolare, gli SMS, infatti inviando un messaggio a un numero dedicato era possibile comunicare con una ristretta cerchia di persone. Dagli albori le cose sono cambiate notevolmente, ora Twitter è usato principalmente attraverso l’applicazione mobile, oltre che da browser e attraverso i più disparati dispositivi.

Le modalità di fruizione e utilizzo non sono le uniche ad essere cambiate. Anche la gamma di soluzioni offerte per comunicare è stata ampliata, aggiungendo la possibilità di usare hashtag, allegare immagini, gallerie di immagini, video, Vine e GIF, oltre all’introduzione delle Twitter card, che in maniera analoga a Facebook sfruttano i meta-tag delle pagine linkate nel tweet per generare un’anteprima del contenuto collegato. Questa serie di media aggiuntivi però ha sempre avuto un impatto sul consumo dei 140 caratteri disponibili.

La novità annunciata da Twitter riguarda la semplificazione del conteggio dei caratteri disponibili.

Questo significa che potremo utilizzare tutti i 140 caratteri per ogni tweet (non si tratta quindi del tanto chiacchierato abbattimento del limite dei caratteri). Vediamo nel dettaglio quali saranno le modifiche che verranno introdotte:

  • Risposte: quando ci troveremo a rispondere a un tweet, la menzione del @profilo non verrà più conteggiata.
  • Media: foto, GIF, video, sondaggi o Quote Tweet non toglieranno più spazio alle parole.
  • Retweet e Quote Tweet: verrà abilitato il tasto di retweet sui propri lanci.
  • .@: i tweet che iniziano con la menzione di un profilo non verranno più considerati come risposte, verranno invece mostrati a tutti alla stregua di un normale lancio.

twitter e i 140 caratteri

Fonte: blog.twitter.com

Queste modifiche semplificano senz’altro l’utilizzo del canale, ma non saranno disponibili da subito: Twitter ha comunicato che verranno rilasciate nei prossimi mesi.

Amazon sfida Google. Ma è già in cantiere YouTube Unplugged

In Italia non è ancora arrivato ma è solo questione di tempo. Il nuovo progetto di Amazon si chiama Amazon Video Direct e si rivolge a chiunque abbia realizzato o abbia intenzione di realizzare video per il pubblico. Come funziona? Lo spiega Jim Freeman, responsabile della divisione video dell’azienda: “Amazon Video Direct offre per la prima volta un’opzione self-service per i fornitori di materiale video che consente di inserire i loro prodotti in un servizio streaming premium su abbonamento”.

In parole povere, basta avere un account Amazon (al momento funziona per Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Austria e Giappone) per poter caricare contenuti video e decidere se lasciarli visualizzare gratuitamente, in affitto limitato o sotto acquisto. Ovviamente, una parte degli introiti sarà da dividere con Amazon.

La mossa di Jeff Bezos rappresenta un vero e proprio atto di sfida nei confronti di Google/Youtube, tanto che diversi editori internazionali sono già stati coinvolti nel progetto (The Guardian, Condé Nast, Mashable, Mattel e Machinima). Non solo: per stimolare gli utenti a utilizzare il servizio, Amazon ha già predisposto un budget di 1 milione di dollari da distribuire ai 100 migliori titoli caricati. Un bel modo per attirare videomaker in cerca di fortuna. E anche per i produttori potrebbe rivelarsi una buona occasione. Gli accordi prevedono che il 50% degli introiti dai noleggi e dagli acquisti e il 55% dai ricavi pubblicitari sia attribuito a loro. E per gli utenti Prime, gli incassi ammonteranno a 15 cent per ogni ora di streaming e 6 cent nel resto del mondo.

Manco a dirlo, Google non starà certo a guardare. È di pochi giorni fa l’annuncio di un nuovo servizio in streaming chiamato YouTube Unplugged, probabilmente online entro il 2017. L’idea, in questo caso, è quella di varare un servizio di cable TV streaming con un’offerta di canali televisivi via cavo. Si parla, stando a Bloomberg, di un pacchetto di canali composto da quattro reti di trasmissione visualizzabile con un abbonamento intorno ai 35 dollari al mese. Una mossa che punta a mantenere il dominio della fruizione video online tramite Youtube, allargando il servizio a contenuti televisivi internazionali.

Comunque andrà a finire, ne vedremo delle belle.

[immagine in copertina: The Country Caller]

Advertising takes the stage – Il meglio dell’ADV globale

Il 18 marzo per la prima volta a Milano la pubblicità “si fa un gran bel film”.
All’Anteo spazioCinema eccomi in poltrona per assistere alla visione del meglio della pubblicità internazionale 2015. TVN Media Group, editore anche di Pubblicità Italia, è l’organizzatore dell’evento: una rassegna delle campagne pubblicitarie globali 2015 selezionate da tre Festival: GrandPrix Advertising Strategies, Epica Awards e New York Festivals.

Per creativi e “comunic-attori” vedere gli showcase dell’advertising mondiale è una grande opportunità, di confronto e di miglioramento professionale.

Perché? Per sottolineare l’importanza della qualità delle idee nelle strategie di marca e per evidenziare il valore economico e culturale della professione per il nostro Paese.

Ho intervistato Lucía Ongay, global press manager di Epica Awards, le ho chiesto di raccontarmi perché è così importante oggi avere la capacità di integrare l’advertising classica con le strategie di social media. Le ho chiesto di dirmi anche quanto è importante il valore umano, in un momento in cui molte relazioni nascono e vivono solo virtualmente. Lei mi ha risposto così:

“Hello Erika, this is what I think about the questions you have sent me. Social Media Marketing has become very important in advertising as it has changed the relationship between clients and customers, the way they connect, the constant sharing of information means agencies and advertisers need to change the way they try to connect. Even if it looks like very technology oriented, the human aspect of Social Media Marketing is invaluable. Good content should be created for people first, and for search engines secondly, even if sometimes we tend to think the other way round. Showing the human side of a business has become increasingly important. And the emotional connection has also become increasingly important between brands and costumers”.


Gli uomini sono “animali sociali”. Hanno bisogno di riconoscimento sociale.

Questo è un assunto basico. La parola “social network” vuol dire banalmente “rete sociale”, e questa è pura traduzione. E le reti sociali, ovvero i gruppi di persone legate tra loro, non sono certo un’invenzione moderna. È farlo sul web che lo è. “Connettere persone affini a legami sociali” è come dire alle persone “lo sai che hai qualche cosa in comune con quel brand”? È solo il modo di essere catturati che è cambiato. Se n’è aggiunto uno nuovo. Ma lì dietro ci sono sempre persone. E sono persone con un cuore. Quindi l’emozione (di qualsiasi tipo essa sia) è sempre “the Queen”.
Eh sì, “la persona dev’essere messa al centro” come ha scritto sul nostro blog anche Francesca Ungaro nel post “Da “utente” a “persona”. Il cambiamento radicale nella comunicazione delle aziende”.

Un esempio? Ecco uno dei vincitori del Cannes Lions 2015: Samsung “Hearing Hands” (Leo Burnett Istanbul).

Case editrici e Instagram: quando i libri diventano fotogenici

Era una notte buia e tempestosa…
E questo basta per farci innamorare di un libro e calarci a pieni polmoni nel ritmo della narrazione.
L’incipit, infatti, è senz’altro una soglia testuale cui i lettori si affidano per sondare l’atmosfera di un libro e spesso le case editrici cercano di mutuare questa pratica anche nella promozione dei libri sui social: su Facebook e Twitter infatti, canali con una maggiore componente word based, solitamente vengono pubblicate citazioni o capoversi per ricreare, nel virtuale, il primo approccio tra libro e lettore.

Ma come si promuovono i libri su Instagram? Come fare cioè per raccontare l’atmosfera di un libro su un canale che predilige e premia l’iconicità rispetto alle parole?

Gli editori, che hanno tra le mani un prodotto accattivante anche esteticamente, cercano di trovare modi innovativi per sfruttare la piattaforma leader del visual web. E il panorama è variegato, in particolare diamo un’occhiata alle suggestioni che provengono dalle case editrici internazionali.
La Penguin Random House inserisce i libri ambientandoli in situazione, cioè in contesti informali e quotidiani abbinandoli spesso al food o alla natura, unione che ripaga molto bene in termini di interazione con gli utenti.

Treat yourself. 😎

Una foto pubblicata da Penguin Random House (@penguinrandomhouse) in data:

La sua brand awareness poi è talmente riconoscibile e consolidata che può anche giocare con il suo logo ed ottenere alti livelli di engagment.

La Bloomsbury Publishing ricerca e ricrea le suggestioni evocate dal libro nei contesti fotografici in cui lo ritrae.
Éditions Grasset predilige invece lanciare le ultime uscite a partire dalle rassegne stampa e dai momenti che gravitano attorno al libro oggetto di comunicazione, cioè incontri con gli autori e firmacopie.

L’americana Farrar Straus & Giraux gioca e punta molto sulla grafica e sulla continuità tematica tra libro e sfondo alla ricerca di un’identità grafica ben riconoscibile, essenziale e minimal.
Un elemento che le accomuna è quello di portarci anche dietro le quinte del libro in modo ingaggiante e ludico. I contenuti condivisi raccontano le attività che ruotano intorno alla creazione del libro stesso, tante sono le immagini e video che mettono in evidenza aspetti poco conosciuti dell’autore, della redazione del libro o degli stessi luoghi in cui lo scritto è ambientato. Sono foto che raccontano non solo l’atmosfera del libro ma che fanno leva anche sugli aspetti particolari dell’oggetto della comunicazione, cioè del libro in quanto tale e del mondo che gravita intorno ad esso.

Forse il segreto del successo dei libri su Instagram è l’essenzialità: un’immagine, poche parole per commentarla e il gioco è fatto. Perché i libri sono davvero fotogenici.

#HappyBirthdayYourMajesty, i 90 anni (social) della Regina Elisabetta

Ammirata come una celebrity, compassata come una vera signora british, elegantemente fuori dal tempo come solo lei riesce ad essere: questi sono solo alcuni degli ingredienti che fanno di Elisabetta II d’Inghilterra una delle sovrane più amate al mondo.
Il 21 aprile, in occasione del suo 90° compleanno, tutto il mondo ha avuto l’occasione di farle gli auguri: del resto lei, personaggio simbolo della monarchia britannica, regina da record (con oltre 63 anni e 217 giorni di regno ha battuto il primato della Regina Vittoria) e di stile, grazie ai caratteristici tailleur abbinati agli immancabili cappellini rigorosamente tinta pastello, ha da tempo fatto breccia se non nel cuore almeno nell’immaginario di tutti.
In occasione del 90° genetliaco dell’augusta sovrana la rete si è scatenata e al grido di #HappyBirthdayYourMajesty sono giunti messaggi di auguri dai quattro angoli del mondo.

Su Facebook hanno aperto le danze i brand: British Airways ha scelto di mostrarla in cima a una scaletta pronta al decollo, Land Rover insieme al consorte Filippo su un’auto fiammante, mentre The Tube ha ricordato con orgoglio che Elisabetta è stata la prima reggente a viaggiare in metropolitana.
Barbour ci ha tenuto a fare gli auguri con un biglietto-Union Jack mentre l’ippodromo di Ascot, dove Elisabetta e la Royal Family sono di casa, ha voluto festeggiare ricordando la sua passione per le corse con un momento di gioia (quasi) incontenibile della Regina proprio in occasione di una gara! (Video da non perdere per chi pensa che la Royal M’am non perda mai l’aplomb).

Relive the moment Estimate won the Gold Cup for Her Majesty The Queen and the joyous scenes that followed in the Royal…

Pubblicato da Ascot Racecourse su Giovedì 21 aprile 2016

 

La pagina della Nazionale inglese ha invece ricordato la premiazione all’Inghilterra con la Coppa del mondo. Naturalmente anche gli spazi di news hanno riportato la notizia, ma è stata l’occasione giusta per uscire dagli schemi: via libera allora alle emoji per la BBC, mentre SkyTG24 ha rilanciato con emoji e GIF.
Sul versante brand anche in Italia non si sono lasciati sfuggire l’occasione del real compleanno: Vespa ha puntato sugli amati corgi, ormai quasi più iconici della Regina stessa, Puro sullo stile inconfondibile delle sue mise.

Su Twitter Cineworld Cinemas ha ricordato una delle sue apparizioni più celebri, al fianco di Daniel Craig nei panni della più regale Bond Girl in occasione cerimonia di apertura alle Olimpiadi 2012.
Google Maps ha ideato uno speciale Pegman con le sembianze della Regina mentre Burger King ha annunciato uno speciale rebranding del ristorante in Tottenham Court per festeggiare il compleanno reale e Haribo ha rispolverato il ritratto di caramelle gommose realizzato per il Royal Jubilee (e il video del making of).

Anche su Instagram non sono mancati tributi per l’#HappyBirthdayYourMajesty: il più fantasioso è quello di LEGO che ha dedicato alla Regina un francobollo davvero speciale!

Difficile che sulle vostre bacheche di Facebook sia passato in sordina, ma se vi siete persi #HappyBirthdayYourMajesty sappiate che la Regina è pronta a replicare: i festeggiamenti ufficiali infatti si celebreranno l’11 giugno, e state certi che Facebook ve lo ricorderà! Ora non avete più scuse!

Apple arriva su Twitter e fa scuola di social caring

Ci è arrivato tardi, ma ci è arrivato. Eccome. Fino a un paio di mesi fa il colosso di Cupertino era rimasto uno dei pochi brand a non avere una presenza sui social network, né istituzionale né di social caring. Il servizio di customer care è sempre esistito, efficiente come solo Apple sa fare, ma relegato fuori dai social. 

Poi il primo tweet:

Ed ecco un po’ di dati, a neanche due mesi dall’apertura:

  • 54.500 tweet (una media di 1000 al giorno!).
  • Servizio attivo dalle 5 alle 20, 7 giorni su 7.
  • 290000 follower raggiunti, con un trend di acquisizione di circa 5000 follower al giorno.
  • 1 tweet riceve in media 270 RT e 500 preferiti.

Numeri che darebbero soddisfazione a chiunque e dimostrano il successo dell’account. Qual è dunque il segreto di una strategia vincente per un account di social caring su Twitter?

  • Il tono happy to help. Gli utenti possono essere arrabbiati, maleducati, frettolosi, disperati. L’account sdrammatizza, crea empatia, simpatia, e si spende fino all’ultimo per risolvere i loro problemi.
  • Tempestività. Che paga, sempre, massimizzando la soddisfazione dell’utente che sente su di sé un’attenzione unica.
  • Semplicità. Grafiche immediatamente comprensibili e pulite, che svolgono perfettamente la loro funzione: informare. Il servizio all’utente non rincorre le logiche di engagement di qualsiasi pagina di brand: il contenuto non dev’essere divertente né virale, ma utile. Più lo è, più il tweet avrà successo.
  • Differenziazione. Se non c’è account istituzionale, come fa Apple, specificare che si tratta di un profilo dedicato al social caring, meglio se specificando nella bio orari e giorni di copertura del servizio.
    Se l’account istituzionale esiste, meglio separare gli account, come fa Netflix. Più è grande il network più saranno necessari account differenziati. Tim, ad esempio, utilizza account personali brandizzati:

Ecco alcuni account di social caring che si distinguono per queste caratteristiche:

E in Italia?

Seguite il loro esempio e farete un buon lavoro!

To have, to be, to fit in

To have

Molte cose piccole sono diventate grandi con un appropriato uso della pubblicità. (Mark Twain)


Un prodotto ha piccole caratteristiche tali per diventare desiderabile. Le ha nel DNA, la pubblicità semplicemente le esalta e con la giusta dose di persuasione, le rende attraenti, grandi. È un odore che il brand ha già sulla pelle. Avere. To have. La campagna Volkswagen “Think Small” del 1959, ideata dalla Doyle Dane Bernbach, ne è un esempio. Una riflessione (apparentemente neutra) su pregi e difetti del Maggiolino della Volkswagen.
Pregi e difetti che il Maggiolino, ha.

To be

La pubblicità non è una scienza. È persuasione. E la persuasione è un’arte. (Bill Bernbach)


Attraverso la persuasione subentra, nel processo di percezione del valore del brand, una dimensione sensoriale. Il prodotto è quelle caratteristiche. Non le possiede, ma è. Si veste con quell’outfit, parla con quel tono di voce, ti dà la mano con quella vena timida oppure disinvolta, si muove con quel suo portamento, e risponde con quel temperamento, che è suo, appartiene al suo codice. Quel brand diventa rilevante perché esprime caratteri, ovvero codici distintivi e personali. Ha una personalità, un carattere, una silhouette. Il consumatore rifiuta brand-eroi, ma vuole una personalità in cui riconoscersi. [Ne parlavamo anni fa in quest’articolo Customer engagement storytelling]. Essere. To be. Il commercial della MINI Paceman Sports Activity Coupé può annoverarsi nella lista dei tanti esempi. Un’automobile che è un attore urbano (orientata al go-kart feeling) e anche un’icona di stile.
Ha queste caratteristiche. È queste caratteristiche. 

To fit in

Si passa da un concetto di “star strategy” alla Jacques Séguéla fino ad un concetto di “brand che fa del self branding“.
Obiettivo: trasmettere una determinata immagine affinché possa, il brand, fare networking nell’ambiente in cui desidera vivere. In che modo? Capitalizzando sulle relazioni che è in grado di costruire. E poi? Fare il cantastorie di sé. Non solo il brand ha, ed è, ma “fitta” totalmente con il suo ambiente. E qui un esempio a dir poco sorprendente è lo spot Emirates che in occasione della partita in casa dell’Amburgo contro i rivali del Bayern, mette in mostra il talento calcistico del proprio personale di bordo in modo molto efficace. Un match da “Business Class”.

Quale sarà il quarto step? Lo sapremo dopo la pubblicità.

10 Anni di Festival Internazionale del Giornalismo

Un po’ difficile da raggiungere (5 ore in treno e 2 cambi a Firenze e a Terontola), ma è sempre bello tornare a Perugia, soprattutto per il Festival Internazionale del Giornalismo.

Quest’anno il festival spegne 10 candeline e il modo migliore per festeggiarlo era esserci, anche perché anno dopo anno la lineup degli speaker è sempre più interessante. Solo per fare qualche nome della decima edizione possiamo citare: Lucia Annunziata dell’Huffington Post, Celia Guimaraes di Rai News, Livia Iacolare di Twitter Italia, Pierluigi Pardo di Sport Mediaset, Paolo Barberis (consigliere dell’Innovazione del Presidente del Consiglio), Dino Amenduni, Mafe De Baggis, Riccardo Iacona, Sarah Varetto (direttore di Sky TG24), Craig Silverman di BuzzFeed Canada, Mark Little di Twitter, Peter Gomez, Giovanni Floris, Diego Bianchi, e tanti tanti altri, tutti stipati in una agenda fittissima di appuntamenti in 12 location sparse per la città.

Il Festival Internazionale del Giornalismo è un grande momento per imparare e osservare: imparare perché ogni speach ti arricchisce trasmettendoti nuovo know how; osservare perché gli speaker che arrivano da tutto il mondo fanno il punto su tutto ciò che riguarda un determinato topic condividendo le loro esperienze.

Ho iniziato il mio giro della manifestazione con “Maledetto Storytelling” con Diego Amenduni e Mafe De Baggis. Lo storytelling è una tecnica di comunicazione, molto nota a chi come noi si occupa di digital, che nel corso degli ultimi anni l’ha subita da parte dei politici che ne hanno abusato per fini propagandistici.
Il “maledetto” sta infatti proprio a sottolineare la distorsione che vive oggi lo storytelling. La bellezza di questa tecnica sta invece non in chi la racconta (ad esempio un politico o un potente), ma nella sua missione: raccontare una storia. Una storia è raccontata bene quando tocca degli elementi che sono presenti nella nostra mente e nei nostri ricordi, e il compito dello storyteller deve essere quello di riuscire a toccare questi elementi attraverso un percorso narrativo.

“Accettiamo che lo storytelling sia uno strumento positivo. Contano le storie, altrimenti vengono confuse con la fuffa.”
Dino Amenduni

Al Festival Internazionale del Giornalismo non potevano certo mancare i social. Perché social e giornalismo sono legati a doppio filo: e infatti non è mancato Twitter, fresco fresco di compleanno celebrato con #Twitter10 (a proposito di social, qui abbiamo scritto di come sia possibile fare giornalismo su Snapchat).

Durante tutta la manifestazione l’Hotel Brufani ha ospitato la #BlueRoom di Twitter, uno spazio esclusivo per permettere a degli ospiti speciali di vivere un’esperienza Twitter immersiva e interattiva con il proprio pubblico con interviste, annunci, sessioni di Q&A e molto altro ancora. Tra i tanti passati dalla Blue Room anche Zoro.

[foto in copertina di Stefano Gizzi #IJF15]

Fare giornalismo su Snapchat

Il futuro del giornalismo è esclusivamente digitale? La questione è apertissima, anche se alcuni indizi sembrano far intravedere una risposta. Una decina di giorni fa, per esempio, l’Independent ha deciso di dire per sempre addio alla carta perché – spiega il proprietario del quotidiano Evgeny Lebedev – “l’industria della stampa è in fase di cambiamento e il cambiamento è avviato dai lettori. Ci indicano che il futuro è digitale”.
E in questo orizzonte, lo sappiamo bene, è il mobile a farla da padrone, mettendo all’angolo il desktop. Il fondatore di BuzzFedd Jonah Peretti spiega che il mobile è l’ecosistema naturale in cui far vivere i contenuti della sua media company, sempre più millenium-friendly e legati a video, listicle e GIF. Del resto, i 200 milioni di utenti unici mensili di BuzzFedd accedono al 70% dei contenuti da dispositivi mobili.

Parliamo comunque di uno scenario incerto e in continua evoluzione, dove si aprono sempre più spazi anche per l’interazione con l’Intelligenza Artificiale. Solo una settimana fa il Guardian ha pubblicato un articolo intitolato AI is already making inroads into journalism but could it win a Pulitzer?. Il titolo sembra provocatorio, ma non lo è affatto se si pensa ai software che vengono sempre più impiegati per impacchettare articoli sportivi e clickbait. Una ricerca della Oxford University va in questa direzione spiegando che quello del giornalista è uno dei mestieri più a rischio nel futuro prossimo.

Futuro prossimo, forse: ma non immediato. Il presente parla ancora altre lingue. Una di queste è quella di Snapchat, il social network popolarissimo tra i millenial, con il 70% degli oltre 200 milioni di iscritti negli USA che sono under 35. I numeri sono impressionanti: secondo Edison Reserach, Snapchat (insieme a Instagram) è secondo solo a Facebook nel numero di volte con cui le persone controllano il proprio account (12% contro 35%).
Qualcuno addirittura considera Snapchat la nuova frontiera del giornalismo. Forse le cose non stanno così, ma se anche colossi dell’informazione come BBC, CNN, Washington Post e New York Times sono approdati su Snapchat, c’è un motivo: la possibilità di comunicare in maniera nuova per raggiungere un pubblico giovanissimo. Perché l’idea che le nuove generazioni non siano interessate alle notizie non risponde al vero, dice il portavoce della CNN Matt Dornic all’American Journalism Review. Quindi, il punto è trovare il modo giusto.

Come spiega un recente articolo del Corriere della Sera, sono sostanzialmente due i mezzi da impiegare se si vuole fare giornalismo su Snapchat: la sezione Discover e le singole Storie.
La sezione Discover è uno spazio esclusivo, aperto nel gennaio 2015 e dedicato a editori partner come BuzzFedd, Mashable, National Geographic, Cosmopolitan, MTV, ESPN, Daily Mail. L’ultimo arrivato (il ventunesimo) è una startup di news video: NowThis. Qui i contenuti – visibili per sole 24 ore – sono gestiti da team dedicati (il Wall Street Journal per esempio ne ha messo in piedi uno di cinque persone per pubblicare otto snap al giorno, dal lunedì al venerdì) e ovviamente curati in base ai diversi tagli redazionali. Temi di attualità per CNN, listicle ironiche per BuzzFeed e star news per MTV. E le possibilità espressive sono enormi: con un semplice swipe si passano in rassegna testi, foto, video e GIF. Ovviamente l’immediatezza è il cardine di tutti questi contenuti, pensati per una fruizione veloce e in movimento.

Altro discorso per le Storie. Non vantano nessuna esclusività e sono accessibili a tutti: quando una persona crea un contenuto può decidere di aggiungerlo alla propria Storia del giorno. La foto o il video verranno conservati per 24 ore, prima di volatilizzarsi. Le Storie rappresentano un’alternativa per fare giornalismo su Snapchat, un’opzione più flessibile per editori e giornalisti che decidono di postare soltanto contenuti speciali. Due esempi: il Washington Post, che ha seguito il Super Bowl, e John Sweeney, il giornalista di BBC Panorama che ha costruito un interessantissimo reportage su Snapchat mentre seguiva la rotta balcanica dei migranti verso l’Europa.

In occasione di eventi speciali (dal Siblings Day al GP delle Americhe della MotoGP), poi, un team dedicato di Snapchat seleziona i migliori snap e li raccoglie un collage.

Fare giornalismo su Snapchat è possibile? A questo punto, la risposta è chiara: sì, ma in modo nuovo. Resta comunque ancora da capire a pieno come evolverà il comportamento degli editori. Anche in relazione al discorso advertising, che Snapchat sta portando avanti in tutta fretta (perché il tempo di battere cassa è arrivato: basti pensare che un editore della sezione Discover come Cosmopolitan polarizza 3 milioni di utenti al giorno). I giornalisti quindi hanno fra le mani un grande strumento: secondo Chris Snider della Drake University, “a great storytelling platform”. Perché immediatezza non significa necessariamente sacrificio della qualità.

Facebook Vs Snapchat: ai posteri l’ardua sentenza

Di lotte tra il vecchio e il nuovo, tra il gigante e il bambino, tra il cattivo e il buono è pieno il mondo, si sa che l’antagonista è ciò che rende il protagonista tale. Quello che ci chiediamo adesso è se si può già considerare Snapchat come antagonista di Facebook o se si tratta ancora di un lontano spauracchio.

Per schiarirci le idee niente di meglio di un po’ di dati.
Dal white paper di comScore “2016 US Cross-Platform Future in Focus” emerge chiara (negli Stati Uniti, ma il dato si può estendere) la netta supremazia di Snapchat nelle fasce d’età 18-24 e 25-34 rispetto a tutti gli altri social network.

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Fonte: comscore.com

Che Snapchat fosse popolare tra il pubblico più giovane non è certo una novità (ne abbiamo parlato anche qui), certo è che una tale polarizzazione può allo stesso tempo favorire e rallentare la crescita della piattaforma stessa. Il pubblico giovane è quello che si appresta ad entrare nel mondo del lavoro, ad alimentare il mercato con la propria domanda e diventare quindi una fetta particolarmente golosa per gli inserzionisti. Ma Snapchat non può permettersi di esaurire la propria offerta su questo segmento, per questo si aprirà presto una nuova sfida: riuscire a raggiungere anche una fascia d’età più adulta.

Ed è forse proprio questa differenza che tiene ancora Snapchat lontano dalla portata di Facebook. Certo, Facebook non è più una novità, ma ha dimostrato negli anni di essere in grado di rinnovarsi costantemente, sapendo ascoltare le esigenze del proprio pubblico e acquistando altre realtà che hanno reso l’esperienza sulla piattaforma sempre più completa e interessante per le persone e per le aziende. Qui di seguito un dettaglio sulla demografica di Facebook a confronto con quelle delle altre piattaforme: oltre ad essere maggiormente radicata in più segmenti d’età è anche quella che riscuote maggiore engagement da parte delle persone.

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Fonte: comscore.com
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Fonte: comscore.com

Secondo il report di Salesforce sullo “State of Marketing” relativo all’anno 2015, l’82% delle persone che si occupa di marketing sostiene che i Social Media siano oramai una componente fondamentale per il proprio business. Una recente ricerca di Morrison Foerster inoltre ritiene che Facebook sia il Social Network più popolare, tra chi si occupa di marketing a livello B2B e B2C.

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Fonte: salesforce.com

Per questo la crescita di Snapchat, anche se sicuramente da osservare e studiare, non preoccupa il colosso Facebook, che può ancora vantare una netta superiorità in termini di pubblico e di engagement.

L’ultima minaccia di Snapchat a Facebook riguarda invece l’advertising: è di poco tempo fa la notizia che anche Snapchat si sta preparando all’apertura agli inserzionisti, un’occasione che alletta le aziende e intimorisce gli iscritti alla piattaforma. Ma con la promessa da parte delle aziende per il 2016 di investire circa il 70% del budget totale nel digital marketing, Snapchat non poteva sottrarsi a questo ulteriore salto. E mentre testiamo la nuova chat 2.0 di Snapchat aspettiamo fiduciosi di vedere cosa ci riserveranno le prime inserzioni dedicate alla piattaforma.