YouTube Shorts vs TikTok, nuove opportunità per i brand

Qualche mese fa il canale dei video per eccellenza ha lanciato un test per un nuovo formato, in risposta ai video TikTok e agli Instagram Reels: YouTube Shorts.

Dopo una prima fase sperimentale oltreoceano, è da poco arrivata anche in Italia una prima versione in beta che permette di realizzare brevi video verticali, fruibili soprattutto da app. La novità risiede quindi in una nuova sezione dedicata nell’interfaccia del canale (ci avevate fatto caso?) e in uno strumento integrato per crearli e caricarli, ancora in fase di sviluppo.

Che YouTube stia cercando di assomigliare sempre di più ai suoi concorrenti social?

La nuova funzionalità dei video brevi

Ma cosa sono esattamente gli Shorts di YouTube? Si tratta di clip che possono avere una durata massima di 60 secondi, in formato verticale, registrabili direttamente con la telecamera Shorts. Il formato è stato pensato per realizzare diversi mini video di 15 secondi, da scorrere passando velocemente da una all’altra.

Questa, per YouTube, è davvero una svolta, essendo da sempre una piattaforma che predilige video orizzontali. Ma non è finita qui: grazie agli accordi con diverse case discografiche (circa 250 etichette!) sarà possibile aggiungere, come per i social competitor, dei brani musicali al proprio girato.

Anche la modalità di visualizzazione degli YouTube Shorts è molto simile a quella di TikTok. Ovvero un feed continuativo gestito da algoritmi, che permette di navigare tag e account specifici.
Per non farsi mancare proprio nulla, il canale sta anche sviluppando nuovi strumenti come l’aggiunta di testi, la possibilità di impostare un timer e di regolare la velocità per accelerare o rallentare i video.

IAKI - YouTube Shorts

Ma quale scelta potrebbe esserci dietro ai video brevi? Sicuramente è un modo per estendere l’accesso sulla piattaforma a qualsiasi tipologia di utente che, anche a livello amatoriale, ha la possibilità di sfruttare la creazione di video in modo immediato e smart.

Il rischio? Che YouTube diventi un contenitore di video già pubblicati su TikTok, così come sta già accadendo su Instagram per i Reels.

YouTube Shorts vs. YouTube Stories

Cosa cambia quindi dalle Stories, trattandosi sempre di video di breve durata? All’interno di una YouTube story è possibile fare tap per arrivare alla fine di essa, rimanendo all’interno dell’ecosistema di quello specifico creator, o swicthando a uno differente; si tratta di contenuti più corti (fino a 15 secondi) che scompaiono dopo 7 giorni dalla pubblicazione.

Anche gli Shorts sono video di breve durata, ma non hanno alcuna progressione da completare. Rimangono infatti sul proprio canale in modo definitivo (a meno che non si eliminino manualmente).

Quindi, come con i video ordinari, è possibile che nel tempo YouTube inizi a mostrarli sempre a più persone, con un potenziale decollo di questo formato.

via GIPHY

Qual è l’opportunità per Creators e Aziende?

Un tentativo forse tardivo, quello di YouTube, ma forse immancabile dato il potenziale della piattaforma di condivisione video più utilizzata.

Grazie a questa funzionalità, i creators hanno infatti la possibilità di diversificare i propri contenuti, sfruttando anche quelli di breve durata, ma di impatto, in alternativa al formato più lungo.
Il bello di questa novità è proprio quella di avere l’occasione di attrarre il pubblico in pochi secondi. In questo modo si sfrutta il feed a scorrimento e la proposta casuale basata sulla cronologia delle ricerche e di visualizzazione sulla piattaforma degli utenti. Un’ottima occasione per farsi conoscere, no?

Inoltre, in ogni Short, appare automaticamente un pulsante di call to action per l’iscrizione istantanea al canale dell’autore o brand.

IAKI - Youtube shorts

D’altronde, i video brevi sono perfetti per veicolare messaggi di media durata, troppi lunghi per le Stories, ma allo stesso tempo troppo corti per giustificare un video di 15 minuti.
Infine, potrebbero anche essere elementi volti a presentare la “trama” di un video principale che gli utenti sarebbero incuriositi a guardare per intero sul canale.

Gli YouTube Shorts sembrano quindi essere un ottimo strumento per farsi conoscere sulla piattaforma e aumentare la propria base di iscritti. Ora non possiamo fare altro che attenderne la versione ultimata!

Live streaming sui social: perché, dove e come farle

Facebook, Instagram, Twitter, TikTok, Youtube, Twitch: ormai su tutte le piattaforme social abbiamo la possibilità di organizzare una live streaming.

Gli elementi di unicità delle dirette sui social sono: l’idea di vedere qualcosa che sta accadendo in tempo reale, non registrato, e la possibilità di interagire al secondo con il video. Nessun altro strumento offre queste possibilità di connessione tra marca e community.

Bene, ma perché dovremmo fare una diretta sui social? Cosa succederà? Su quale canale è meglio farla? Soprattutto: come si fa?

Dateci solo 5 minuti e risponderemo a tutte le domande a tema “live streaming” che possono venirvi in mente!

Perché inserire nel piano di comunicazione le live streaming?

Il momento della diretta sui social rappresenta un appuntamento privilegiato con la community. Possiamo paragonarlo a un vero e proprio evento in cui diamo la possibilità alla nostra fan base di incontrare virtualmente il nostro brand e, soprattutto, poter parlarci.
Già, perché l’elemento chiave delle dirette social è proprio lo scambio con gli utenti, la possibilità di poter rispondere alle loro domande, raccogliere feedback o studiare meccaniche di gaming che li ingaggino.
Non dimentichiamo un altro punto forte delle live streaming: il fatto di poter amplificare la comunicazione oltre qualsiasi limite geografico. Se, ad esempio, scegliamo di organizzare una dirette durante l’evento di lancio di un prodotto, avremo modo di coinvolgere anche chi non sarà fisicamente presente.
Inoltre su alcuni social le live possono essere salvate, continuare a generare visualizzazioni, e quindi dare visibilità al brand, oltre il loro termine.

Scegliere il tema della vostra diretta sui social

Le occasioni per organizzare una live streaming possono essere diverse:

  • Amplificare un evento off line
  • Intervista di approfondimento su temi importanti per la nostra comunicazione
  • Q&A con la community
  • Tutorial
  • Stream di eventi pensati proprio per vivere esclusivamente sul web
  • Sessioni di intrattenimento o gaming

Insomma, tutto dipende dalla marca e dall’obiettivo di comunicazione che vogliamo raggiungere. Sarà questo elemento a determinare il format creativo live più adatto e ingaggiante per il brand.

Per esempio, per la rivista IlLibraio ci siamo occupati di diverse dirette Facebook legate all’uscita di particolari libri del gruppo editoriale GeMS. Durante la live, l’autore risponde a domande, curiosità ma anche semplici complimenti fatti dai lettori.
Tra le dirette ricordiamo quella con la scrittrice Monica Pais, che ha generato più di 20.000 visualizzazioni e oltre 700 interazioni, di cui 233 commenti.

Dove trasmettere la vostra live streaming?

Lo abbiamo detto all’inizio, ormai tutte le piattaforme social ci permetto di organizzare delle live streaming. Attenti però: la scelta del dove è importante tanto quanto il contenuto della diretta.
Già, perché possiamo pensare alla meccanica più coinvolgente, creare un appuntamento imperdibile e ingaggiare testimonial d’eccezione ma se scegliamo di fare la nostra diretta social sul canale sbagliato i risultati non saranno quelli sperati.
Qui la domanda da porci è solo una: “Qual è il canale in cui troviamo il target che volgiamo colpire?”.
Chiaramente questa scelta influenzerà anche le meccaniche della live streaming, quindi è bene scegliere con strategia la piattaforma più adatta alle esigenze.

Come organizzare una diretta sui social?

Abbiamo capito perché fare una live, cosa dire e su quale canale. Ma in pratica: come si fa?
Dalla nostra esperienza di molti anni, abbiamo stilato una to do list che comprende:

  • Fare dei test e settare i canali in maniera adeguata, grazie alla collaborazione tra i nostri team social e team tecnico;
  • Organizzare la produzione, dalle luci alle riprese fino alla regia, scegliendo una soluzione light o più strutturata in base alle esigenze;
  • Preparare nel dettaglio la scaletta di quanto accadrà: diretta sì, ma le gaffe meglio evitarle! Fondamentali in questa fase saranno il team copy e il project manager;
  • Pensare alla gestione della community e delle interazioni: moderare, inoltrare domande e commenti a chi conduce la diretta, animare la conversazione con gli utenti saranno le attività in carico al community manager. Non dimentichiamo infatti che la partecipazione della fan base è fondamentale per la buona riuscita della della live streaming;
  • Studiare e realizzare un piano di comunicazione di teasing per la diretta e un follow-up per dare spazio al contenuto anche quando avremo spento le camere.

Questi sono solo alcuni dei dettagli da affrontare nell’organizzazione di una live. Altri dettagli dipenderanno dal format pensato per l’evento.

Non fatevi quindi ingannare dal temine “diretta”: non c’è nulla di improvvisato in una live streaming!
Ecco perché è meglio non correre rischi ma affidarsi a noi! Volete una prova?
Guardate cosa abbiamo pensato per il lancio di Fifa20, per il quale abbiamo gestito tutta la diretta YouTube: dall’idea creativa alla produzione.

YouTube vuole la sua Community (e chiede l’aiuto di tutti)

Si chiama Community ed è una nuova sezione a disposizione di (alcuni, per il momento) canali YouTube attentamente selezionati. Come è facile intuire dal nome, si tratta di una bacheca a disposizione degli utenti dove è possibile condividere commenti testuali, foto, gif e ovviamente video (anche live). Obiettivo: migliorare l’engagement, aumentare le interazioni, creare spazio per i commenti relativi ai contenuti postati dai canali YouTube. In sintesi: creare una “community” di utenti legati da interessi comuni. Vi ricorda qualcosa?

Già, proprio come su Facebook il gestore del canale potrà utilizzare la bacheca per comunicare con gli iscritti al canale e dare spazio al dibattito. E gli utenti potranno iscriversi per ricevere notifiche ed essere aggiornati sulla pubblicazione di nuovi contenuti. La novità è ancora in fase beta ma sarà presto di dominio comune. Per il momento è online per canali molto popolari come John & Hank Green, AsapSCIENCE, The Game Theorists, Karmin, The Key of Awesome, The Kloons, Lilly Singh, Peter Hollens, Rosianna Halse Rojas, Sam Tsui, Threadbanger e VSauce3.

A questa novità Big G ne affianca un’altra, e si rivolge così a tutti coloro i quali hanno intenzione di aiutare a gestire il flusso di conversazioni. La seconda novità si chiama Youtube Heroes e, come spiegato qui, si tratta di “una community globale di collaboratori il cui scopo consiste nel creare la migliore esperienza possibile su YouTube per tutti”. In qualità di YouTube Hero, si potrà quindi segnalare contenuti inappropriati, aggiungere sottotitoli ai video e condividere le proprie conoscenze con altri utenti sul forum di YouTube. E ogni volta che sarà fornito un contributo, l’utente guadagnerà punti che danno diritto a una serie di vantaggi.

 

Amazon sfida Google. Ma è già in cantiere YouTube Unplugged

In Italia non è ancora arrivato ma è solo questione di tempo. Il nuovo progetto di Amazon si chiama Amazon Video Direct e si rivolge a chiunque abbia realizzato o abbia intenzione di realizzare video per il pubblico. Come funziona? Lo spiega Jim Freeman, responsabile della divisione video dell’azienda: “Amazon Video Direct offre per la prima volta un’opzione self-service per i fornitori di materiale video che consente di inserire i loro prodotti in un servizio streaming premium su abbonamento”.

In parole povere, basta avere un account Amazon (al momento funziona per Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Austria e Giappone) per poter caricare contenuti video e decidere se lasciarli visualizzare gratuitamente, in affitto limitato o sotto acquisto. Ovviamente, una parte degli introiti sarà da dividere con Amazon.

La mossa di Jeff Bezos rappresenta un vero e proprio atto di sfida nei confronti di Google/Youtube, tanto che diversi editori internazionali sono già stati coinvolti nel progetto (The Guardian, Condé Nast, Mashable, Mattel e Machinima). Non solo: per stimolare gli utenti a utilizzare il servizio, Amazon ha già predisposto un budget di 1 milione di dollari da distribuire ai 100 migliori titoli caricati. Un bel modo per attirare videomaker in cerca di fortuna. E anche per i produttori potrebbe rivelarsi una buona occasione. Gli accordi prevedono che il 50% degli introiti dai noleggi e dagli acquisti e il 55% dai ricavi pubblicitari sia attribuito a loro. E per gli utenti Prime, gli incassi ammonteranno a 15 cent per ogni ora di streaming e 6 cent nel resto del mondo.

Manco a dirlo, Google non starà certo a guardare. È di pochi giorni fa l’annuncio di un nuovo servizio in streaming chiamato YouTube Unplugged, probabilmente online entro il 2017. L’idea, in questo caso, è quella di varare un servizio di cable TV streaming con un’offerta di canali televisivi via cavo. Si parla, stando a Bloomberg, di un pacchetto di canali composto da quattro reti di trasmissione visualizzabile con un abbonamento intorno ai 35 dollari al mese. Una mossa che punta a mantenere il dominio della fruizione video online tramite Youtube, allargando il servizio a contenuti televisivi internazionali.

Comunque andrà a finire, ne vedremo delle belle.

[immagine in copertina: The Country Caller]

Facebook: a qualcuno piace live

“Il tempo è breve; chi insegue l’immenso perde l’attimo presente.” Così diceva Euripide.
Chissà se anche Mark Zukerberg ha pensato questo quando ha deciso di rendere i video live disponibili a tutti.

Lirismi a parte, la realtà è che i dati di Facebook parlano di 500 milioni di utenti che ogni giorno passano complessivamente circa 100 milioni di ore a guardare video sulla piattaforma. Numeri importanti, numeri che avranno fatto scattare la scintilla a Mark Zuckerberg.
Per dare il massimo a Facebook mancava infatti la componente di video live. Se fino a ieri i video live sono stati ad appannaggio dei vip prima e dei profili verificati con spunta blu poi, adesso la funzione è estesa a tutti. Per ora solo ai possessori di dispositivi iOS negli USA, ma in poche settimane promette di essere a disposizione anche degli altri paesi.

facebook-live-streaming
Fonte: facebook.com

Come funziona? Per rendere le cose più semplici la funzione di video live streaming è integrata in Facebook, quindi non ci sono app extra da scaricare e installare sull’iPhone, probabilmente quando arriverà in Italia basterà un aggiornamento dell’applicazione.
A questo punto basterà selezionare “live video”, assicurarsi che l’inquadratura sia quella giusta e dare il via con “go live” allo streaming che sarà condiviso all’interno del news feed.
Gli amici verranno avvisati con una notifica (sì, proprio come quella che ricevete quando Gianni Morandi è in diretta con un video mention) e decideranno se seguire o meno lo streaming. Come interagire con chi ci sta guardando? Un contatore segnalerà quanti spettatori ci sono e i loro nomi, mentre i commenti saranno tutti visibili in real time.

Con questa funzione Facebook affila le lame della tempestività e punta dritto verso i diretti competitor: Periscope e YouTube.

Se prima i video erano una delle forme meno utilizzate su Facebook (e meno premiate dalla piattaforma), ora hanno lo stesso trattamento di immagini e link; addirittura Facebook ha modificato il proprio algoritmo del news feed a favore dei video. Ora, con l’introduzione del live streaming per tutti, siamo di fronte allo sdoganamento totale.

Anche YouTube dà la possibilità di diffondere video in modalità live, ma questa feature non è mai diventata un vero e proprio trend.

Quali sono le carte vincenti del colosso di Zuckerberg? Per dirne una: 1 miliardo di utenti attivi. Ci sembra un ottimo punto di partenza, che ne dite?
Siete pronti al vostro primo live? Ancora qualche settimana di pazienza e poi potrete condividere i vostri streaming.

Canali a pagamento su Youtube, diventerà una pay per view?

YouTube, la piattaforma video per eccellenza user genereted content, si apre ai canali a pagamento.

Dopo i rumors degli scorsi mesi, il 9 maggio hanno debuttato in America i primi canali ufficiali a pagamento: realizzati in collaborazione con 30 parteners, i nuovi canali potranno essere visualizzati (in Italia bisognerà attendere) su ogni device che consente l’accesso a YouTube, si potrà quindi gustare la nuova programmazione attraverso pc, tablet, smartphone e smart tv. I contenuti proposti nei 53 canali a pagamento spaziano dallo sport ai film, dalla musica alla programmazione per bambini; per avvicinare e far affezionare gli utenti si hanno 14 giorni di prova in cui non si paga nulla, dopo di che l’accesso iniziale costerà appena 99 cents.

Come cresceranno le tasche del colosso Google, proprietario di YouTube?
Apparentemente in maniera più che democratica, le revenue derivanti dall’abbonamento andranno infatti per il 55% al creatore del canale e per il 45% a YouTube. Ma se si considera che YouTube conta un miliardo di utenti e ogni mese circa sei miliardi di video visualizzati, se anche solo una piccola percentuale sottoscriverà l’abbonamento per i nuovi canali si avranno ingenti entrate così da permettere agli sviluppatori dei canali di creare proposte sempre più interessanti e di migliorare i programmi, oltre che far aumentare i guadagni della piattaforma.

La piattaforma video più diffusa è destinata dunque a diventare uno dei nuovi punti di riferimento delle pay per view?
Ni. E’ innegabile che YouTube non potesse ignorare ciò che avviene al di fuori della piattaforma, dove le offerte delle pay per view sono sempre più estese e sfaccettate, appare quindi quasi naturale affacciarsi in questo mondo, creando contenuti affidati alle mani di esperti e non solo i contenuti prodotti dagli utenti, ma questo non vuol dire che cambierà la sua natura, sarà sempre possibile continuare a uploadare i propri contenuti amatoriali, così come fruire della moltitudine di contenuti free.

Ci aspettiamo dunque che gli utenti accoglieranno positivamente questa novità, per tanti YouTube rappresenta un alternativa alla tv classica, i nuovi canali non tolgono nulla ai contenuti attuali, che resteranno sempre e comunque liberi e fruibili, piuttosto il servizio cresce dal momento che si potrà scegliere liberamente se avere o no un servizio migliore e con più canali.

Che ne pensate?

Il Customer Engagement va in orbita

Red Bull ha portato il Customer Engagement su un livello mai sperimentato prima.
Anche se, come qualcuno fa notare, Red Bull Stratos non è poi tanto diverso da quello che faceva Sector No Limits una 15ina di anni fa con testimonial come Patrick de Gayardon, a parte che c’è Internet di mezzo.

E, in effetti, la presenza di Internet è tutta la differenza. Non solo come potenza di buzz, cosa di per sé non da poco, ma perché ha spostato l’accento della comunicazione di marca sui contenuti: sul content marketing. E sul fattore di engagement che ne deriva.

15 anni fa, in pieno paradigma televisivo, Patrick de Gayardon e tutta la scuderia di testimonial Sector erano appunto soltanto dei testimonial, degli sportivi estremi che diventavano personaggi televisivi portando con sé il logo Sector e i valori della marca: che era pienamente co-protagonista della comunicazione.

Quello che oggi è cambiato, grazie al paradigm shift internet, è che il volo supersonico di Felix Baumgartner è protagonista assoluto di un’operazione di cui Red Bull è “soltanto” finanziatore e, soprattutto, media company. Perché, ha prodotto un contenuto video scientifico/sportivo che stato guardato da oltre 8 milioni di persone live su YouTube e che genererà anche un documentario BBC in onda a Novembre negli States sul National Geographic Channel.
La marca diventa invisibile, cedendo il passo al contenuto e all’atleta. Come nota AdFreak, infatti, la marca è “omnipresent yet invisible”.

Facendo un passo indietro a favore dei contenuti, Red Bull aumenta la sua visibilità e la sua capacità di fare engagement, al punto che qualcuno già addita l’evento come prossimo oro a Cannes nella categoria special events e live advertising. E a giudicare dal numero di spoof istantanei (qui di seguito vedete quello di Conan o’Brien e, sotto, quello di Ogilvy Vienna, con i Lego), tendo ad essere d’accordo.

Il customer engagement e il remix

Siri sta generando una forma di customer engagement spontaneo. Per quale Brand? Siri, naturalmente. E di conseguenza per Apple.
In rete ci sono da mesi tantissimi spoof video su Youtube: talmente tanti e divertenti, che qualcuno ha già stilato le classifiche dei migliori.

Personalmente, trovo geniale questo qua sotto:

httpv://youtu.be/hckrig2BwNY

Non è recentissimo, ma resta un bell’esempio di virale (effetto, non filmato… mi raccomando;-) ): Siri usata come partner in un duetto canoro. Oltre a essere un divertentissimo video geek, è pure una bella self promotion per l’autore e per la sua app.

L’effetto Siri è un customer engagement talmente grande che non si ferma alla rete, ma riceve una consacrazione pure dalla TV, come nella divertentissima serie “Big Bang Theory”:

Ora, potrà pure essere un’operazione di product placement e di marketing virale da parte di Apple; tuttavia resta il fatto che Siri esprime il potere di customer engagement che la tecnologia ha, quando tocca le corde giuste di certi comportamenti umani. Nel caso di The big Bang Theory, l’innato desiderio (maschile) di avere una donna che ti ascolta e fa sempre quello che dici: una geisha geek.

Da un punto di vista più ampio, di comunicazione, il comportamento che ha scatenato il customer engagement spontaneo è l’innata tendenza delle persone a far propri i contenuti che trovano piacevoli o divertenti, a remixarli.

Prima di Siri, un altro caso eclatante fu The Kinect Effect (uno dei vincitori del vincitori del premio Ads worth spreading del TED), che vedete qua sotto:

httpv://youtu.be/diy7rkWkDtU

Provate a googlare kinect mashup e vi renderete conto di cosa ha scatenato l’arrivo di Kinect. Ha ragione Kirby Ferguson, quando dichiara che la creatività è remix: nel caso di Siri e di Kinect è proprio andata così.

 

Social Media Marketing in fiera

Fieri di parlare del Social Media Marketing anche in fiera! Ebbene sì, da un po’ di anni molte aziende destinano sempre meno risorse alle fiere di settore, ritenendole solo “una tassa da pagare” verso il pubblico B2B, e preferendo agire su altre leve di business. Invece la presenza nelle fiere specializzate, negli eventi, oggi può essere un potente media in grado di amplificare e mettere a frutto l’esperienza del brand nel Social Media Marketing.

Ecco dunque che lo stand, con i suoi prodotti e messaggi, si trasforma e diventa il fulcro di operazioni di Social Media Marketing, progettate al fine di raccogliere contatti qualificati e diffondere la conoscenza della marca, ma anche di incrementare il traffico organico e diretto sul sito aziendale, aumentare i follower sui Social Network e gli iscritti a newsletter e/o blog.

Facciamo un passo indietro.

Occorre pianificare molto bene le attività prima, durante e dopo l’evento in fiera, e con disciplina, individuare le metriche e predisporre gli strumenti adeguati per misurare i risultati.
Qualche esempio?

  • Invogliare i prospect a fare visita allo stand con una forte call-to-action, predisponendo un’offerta di valore gratuita e irresistibile per i visitatori e comunicandola con una landing page personalizzata, per raccogliere i loro dati.
  • Preparare materiale fieristico “online friendly” apponendovi QRCode, hashtag, check-in, ecc.
  • Partire in anticipo attraverso l’uso delle mail, della press release con media sharing link e social button, e considerando anche di lanciare un concorso.
  • Utilizzare tutte le presenze social dell’azienda (Facebook, Twitter, LinkedIn e Youtube) anche durante la fiera per monitorare immediatamente feedback e, perché no, guidare i clienti sino al proprio stand.
  • Fare follow-on con i contatti, raccogliendo commenti e mantenendo la conversazione avviata per l’evento.
  • Misurare i risultati sui nuovi lead e clienti, l’andamento del traffico diretto e organico sulle proprie piattaforme social, l’aumento dei follower, i commenti nei post sul blog e/o i video più popolari su Youtube.

Così la presenza in fiera può diventare una formidabile vetrina per il proprio pubblico che sarà coinvolto in un’esperienza memorabile e duratura. Un’attività di Social Media Marketing che vede online (con esperienze di Twitter marketing ad esempio) e offline andare a braccetto.

Customer engagement storytelling

C’era una volta Brand, viveva in un quartiere molto piccolo di una grande città. Brand aveva un cuore enorme, un carattere forte e un fisico da fare invidia ai migliori atleti del mondo. Brand aveva però un problema di socialità. Non riusciva a diventare come il suo amico, Customer Engagement. Non riusciva a trovarsi una donna per diventare un lovebrand, e a farsi degli amici per diventare un friendsbrand. Non veniva ascoltato, capito e tanto meno invitato a feste o eventi. Brand non riusciva a fare storytelling, a raccontare la sua storia.  Brand non riusciva a far arrivare la sua voce.

L’arte di raccontare il brand per predisporre gli utenti all’ascolto e al worth of mouth, in modo naturale e spontaneo, può avvenire soltanto se la storia raccontata è coinvolgente quanto una fiaba. In poche parole, se la storia è customer engagement. Nel copywriting il segreto: no al copywriter che crea e usa “il pubblicitese”, sì al copywriter che vive e usa il linguaggio di tutti i giorni, quello sanguigno, personale, confidenziale. Solo in questo modo il brand può interagire con la sfera emotiva del suo pubblico, e la narrazione può divenire contenuto, messaggio, plot, storytelling. La brand reputation aumenta e il WOM accelera il suo ritmo e il suo buzz nel tempo.

Il brand diventa così esperienza quotidiana, e appellandosi alla sfera più intima e meno commerciale, si racconta.

Ma in che modo lo fa? Come fa a diventare customer engagement?

Il brand è un essere umano. Ha un cuore, un corpo, una personalità che si adatta alla situazione e al contesto d’uso. Per questo motivo ha bisogno di spazi differenti, multipli, in cui confrontarsi e farsi sentire. Ha bisogno di esprimere appieno il suo carisma, e per questo cerca piattaforme e luoghi multi-narrativi, multi-mediali, che arricchiscano la fantasia e l’immaginazione degli utenti, e nello stesso momento diano libero sfogo alla sua poliedricità.
Una pagina su Facebook di presentazione, un canale You Tube in cui la sua vita prende forma in modo visivo, un fumetto che illustra le sue scelte in termini di amicizia, un profilo su Pinterest che ci dice cosa acquista o cosa cucina, un sito web che impacchetta tutte le informazioni. Ogni media lavora per sviluppare la storia, e produrre un’immersione totale nel sangue del brand, portando così ad un’unica e irripetibile esperienza di intrattenimento. Si chiama cross-medialità, multi-narrazione, spreadability (cit. Henry Jenkins).

E così Brand iniziò a raccontare la sua vita come fosse una fiaba, trovò il modo giusto per farlo, quello proveniente dal cuore, coinvolgente e versatile, intimo, che toccò le emozioni di tutti i suoi interlocutori creando una relazione quotidiana continuativa. Diventò dunque Customer Engagement anche lui, affascinò i suoi amici, instaurò con loro una lunga relazione d’amore che, ancora oggi, fa sognare ad occhi aperti.