5 consigli per scrivere un piano editoriale efficace sui social

La costruzione del piano editoriale dipende da una serie di variabili di progetto, di brand e di strategia. Spesso il piano editoriale si dà per scontato dandogli poca importanza in fase di scrittura. Oppure ci si fa prendere la mano e si improvvisa quotidianamente qualcosa pur di poter andare online.

In entrambi i casi si finisce poi per pagarne le conseguenze in termini di interazioni, traffico sul sito, crescita organica e portata.

Per evitare alcuni dei problemi più comuni, vi propongo 5 consigli da tenere sempre a mente quando si scrive un piano editoriale.

 

Consiglio #1: flessibilità, ma non anarchia

Il piano editoriale non deve essere visto solo come un assemblamento, di testo, grafica e calendario, chiuso e vincolante da cui non è più possibile fare alcuna modifica. Anzi, il piano editoriale deve essere continuamente aggiornato e verificato in base ai risultati che si ottengono, alla strategia e soprattutto in base alle nuove informazioni che vengono condivise.

Ne derivano due osservazioni: un piano editoriale troppo rigido rischia di essere già vecchio ancora prima di essere pubblicato e risultare poco efficace in termini di engagement; dall’altra parte un piano troppo flessibile rischia di non rispettare la strategia di fondo e quindi di essere inefficiente.

 

Consiglio #2: creatività per uscire dal rumore

I social si evolvono continuamente sia nelle abitudini di fruizione da parte del pubblico che nei contenuti e nei formati disponibili nelle varie piattaforme. Ognuno di noi quotidianamente scorre il proprio feed affidando alle mani e agli occhi il compito di scegliere il post dove soffermarsi per qualche secondo in più. Tutto il resto che scorriamo è solo rumore che non ci attrae, ma non ci respinge nemmeno così tanto da premere l’unfollow.

In questo rumore indefinito è il post più brillante a bucare lo schermo, per questo è importante indirizzare ogni singolo post del piano editoriale a questo obiettivo.

 

Consiglio #3: real time marketing: non è un obbligo per il piano editoriale, ma una opportunità

Anniversari, giornate mondiali e trend. Ogni giorno si potrebbe pubblicare qualcosa solo sulla base di questi tre argomenti. Anniversari e giornate mondiali sono appuntamenti prevedibili, mentre il più delle volte i trend sono fenomeni inaspettati e richiedono quindi una buona velocità di esecuzione e approvazione.

Il consiglio? Vagliate bene cosa può andare bene per un progetto, non tutti gli anniversari e le giornate mondiali fanno al caso vostro.

 

Consiglio #4: occhio sempre ai dati

L’altra faccia del piano editoriale sono i risultati e quindi i dati degli analytic. Il piano editoriale ha bisogno che i dati siano positivi per assumere valore e credibilità all’interno della strategia. Viceversa i dati saranno positivi se il piano editoriale è buono e la strategia forte. Non si può fare un buon piano editoriale senza tenere sempre d’occhio le metriche e i KPI di progetto.

Non vi affidate solo al vostro occhio e alla vostra memoria per valutare se i vostri contenuti hanno avuto buone performance, ma datevi obiettivi periodici misurabili e oggettivi. In base ai valori che registrerete in un certo periodo,  modificate il piano editoriale o la strategia così da affinare i contenuti in base ai risultati.

 

Consiglio #5: metteteci del vostro

I social network sono fatti per le persone, non dimenticatevene. I copy, le creatività, l’orario di pubblicazione, il tipo di contenuto, il formato, sono variabili che devono essere fruibili e comodi per un solo pubblico: le persone. Basta a testi troppo istituzionali, cta da televendita, click bait, bufale (ne avevamo parlato qui) e a tutti quei contenuti troppo finti. Partite da quello che piace a voi e a quello che vi piacerebbe leggere online a proposito di questo o quell’altro, e chiedetevi sempre: io lo condividerei?

 

Buon lavoro 🙂

Moda: i musei digitali

I musei nel settore fashion nati sul web rappresentano un nuovo modo di fruizione culturale: il brand dichiara di essere pronto ad aprirsi al pubblico.

Se il sito internet è paragonabile al caffè che due persone interessate in maniera vaga l’una all’altra bevono per la prima volta insieme, il museo virtuale è la prima cena condivisa, in cui si permette all’altro una maggiore confidenza.

Il digitale può infatti servire a un brand per rendere più nota al pubblico la propria dimensione storica, ma anche per enfatizzare la dimensione creativa.

Valentino Garavani, per esempio, ha inaugurato nel 2011 il suo museo virtuale che ripercorre la storia della famosa Maison, creata nel 1967. 

Il sito trova anche riscontro e supporto sui Social, con una community attiva di 56.602 persone.

Fonte: valentinogaravanimuseum.com

È diventato così possibile accedere alle sue creazioni costantemente, dall’inizio della sua carriera ad oggi, esplorando gallerie e sale che ricoprirebbero una superficie equivalente a oltre 10.000 metri quadri di un effettivo museo.

Ogni abito è raccontato tramite bozzetti, illustrazioni, campagne pubblicitarie, editoriali, fotografie, videoclip, immagini di eventi e red carpet.

Un altro esempio di museo virtuale è Il manifesto dell’eleganza senza tempo di Luisa Spagnoli, andato online nel 2016. 

Fonte: luisaspagnoli.com

Attraverso un racconto verticalizzato su quattro macro-aree tematiche: storia, costume, design e musica, la figura della donna imprenditrice della Maison si intreccia con l’intera storia del costume, tramite una combo di testi, immagini e video incastrati tra loro in un gioco interattivo.

All’interno di un museo virtuale non si parla più quindi di consumatore, ma di spettatore, il quale è costantemente invitato alla visione e all’approfondimento dei contenuti, in una logica narrativa che diventa entertainment.

“Musealizzare digitalmente” la propria storia o un aspetto della propria produzione, nell’epoca odierna, vuol dire quindi per un brand fare avanguardia: sdoganando il concetto di museo inteso come luogo fisico e temporaneo, l’attenzione dello spettatore si indirizza verso un non-luogo virtuale, spazio di circolazione e di comunicazione caratteristico del nostro tempo, in cui i contenuti possono essere sempre aggiornati, modificati e condivisi.

Come ha scritto la curatrice del Victoria & Albert Museum, Claire Wilcox in “I try Not to Fear Radical Things”: “Clothes are shorthand for being human”: termina il tempo in cui si parla solo di vestiti: gli abiti prendono vita, si animano, diventano umani, creano empatia tra il brand e le persone.

Il museo virtuale rappresenta così per un brand il giusto escamotage per promuovere se stesso in modo originale, facendosi conoscere meglio dall’utente: rimane intatto il fascino e il senso romantico del museo inteso come luogo sacro in cui assistere a qualcosa di spettacolare ma lo si vive per la prima volta attraverso le innovazioni digitali del momento, che pretendono dinamicità, apertura e fantasia.

Fashion: it’s all about pizza

(Alla fine di questo articolo scoprirai come cucinare una pizza perfetta e comunicare la moda oggi sui social.)

Anche se non è ancora del tutto scontato trovare una connessione wi-fi nel bar sotto casa, si può dire che nella nostra distopica epoca firmata 2017, l’Internet si è integrato completamente nelle nostre vite, con la stessa nonchalance e con lo stesso appetito di quel cucciolo di labrador che hai fatto entrare in casa tua qualche mese fa.

Basta leggere quel gran sociologo di Georg Simmel per trovare la ragione della connessione tra social e fashion:

“La moda è imitazione di un modello dato e appaga il bisogno di appoggio sociale, conduce il singolo sulla via che tutti percorrono, dà un universale che fa del comportamento di ogni singolo un mero esempio. Nondimeno appaga il bisogno di diversità, la tendenza alla differenziazione, al cambiamento, al distinguersi.”

La moda è quindi un concetto semplice, che si stanzia tra il bisogno di imitare l’altro e il bisogno di manifestare a tutti la propria identità, presunta o reale che sia.

(Apparentemente anche la ricetta della pizza è estremamente basica, ti bastano pochi ed economici ingredienti.)

Comunicare la moda però è un’arte difficile e non sarà di certo l’apertura di un profilo social a fare di te un retore contemporaneo degno di essere commentato o ricordato.

(Trovare pizze cucinate male – fredde, impasto deludente, qualità degli ingredienti, etc. – è molto frequente ed è un disagio che bisogna correggere.)

I meno esperti si ostinano infatti a voler tenere in piedi strumenti social che non funzionano – vedi il famigerato storytelling – che solo a sentirlo nominare mi fa piombare in una silenziosa crisi mistica.

Fondamentale e alla base di tutto è capire e aver chiaro quali siano i trend estetici e di linguaggio che meritano di essere esplorati e farli vivere nei formati social più intelligenti e sui canali più opportuni.
Instagram e Facebook in primis, seguiti da Tumblr e infine da Twitter e Snapchat, in percentuale decisamente minore.

(Decisamente importante quindi è dotarsi di materie prime di ottima qualità, ma è fondamentale anche seguire bene la ricetta e i tempi di lievitazione e di cottura.)

Comunicare in modo efficace la moda significa creare contenuti poliedrici: devono essere in grado di coinvolgere a livello irrazionale il pubblico ma devono anche contenere elementi riconoscibili, in cui tutti possano in qualche modo ritrovare se stessi e il proprio tempo.

I contenuti devono generare stupore ma anche empatia. Devono commuovere l’animo nell’accezione di partecipazione emotiva e affettiva, destando sentimenti, sia brutti che belli, di adesione, comprensione, lontananza, ilarità, invidia, ammirazione.

I contenuti che vincono sono quelli che arrivano al pubblico, provocando una reazione, che nella maggior parte dei casi diventerà un like, un commento, una condivisione o se hai fatto bene il tuo contenuto, tutto questo e molto di più.

Content is the king e nella moda, forse più che in ogni altro settore, questo punto è decisivo.

Per esempio Gucci utilizza il caro vecchio formato del meme per fare comunicazione in modo originale e divertente, unendo arte, cultura pop e ironia.
Il meme è infatti il formato utilizzato per promuovere un’idea o uno stile che si propaga per imitazione attraverso l’Internet, diventando un celebre fenomeno social.

Usare un linguaggio comune per scrivere testi vicini al pensiero delle persone, senza adagiarsi sulle citazioni famose già confezionate è uno strumento utile per creare un contenuto comprensibile dal pubblico.

La moda sui social deve anche saper valorizzare i trend locali, associando per esempio luoghi a look, o giocando sui modi di dire tipici trasformandoli in card illustrate, istantaneamente riconoscibili e condivisibili.

Far vivere alcuni trend famosi su Tumblr, come l’#aesthetic (es. prodotto scontornato su sfondi carini) anche su Facebook, significa sottoporre contenuti vincenti all’attenzione di un pubblico più ampio, destando attenzione e partecipazione.

Affrontare la spinosa questione del Real Time Marketing con classe e savoir-faire, vuol dire smettere di ragionare sul mero prodotto, allargandosi a una sfera di concetto e di entertainment più piacevole per la community a cui ci si rivolge.

Comunicare la moda è quindi un po’ come cucinare la pizza, se scegli e dosi bene gli ingredienti e la scaldi al punto giusto, puoi star sicuro che i tuoi ospiti la gradiranno. E chiederanno anche il bis.

Di seguito alcuni esempi di contenuti sulla moda fatti bene.

 


 

Possiamo quindi salutare definitivamente una mera comunicazione di prodotto, specie in un’epoca come la nostra in cui riuscire ad avere l’attenzione del pubblico è sempre più difficile, perché scrolliamo di continuo mondi, cose e persone con il pollice destro (o sinistro, se sei mancino).

L’influencer marketing ai tempi delle Stories

L’influencer marketing riflette i movimenti continui della galassia social, dove Instagram e Snapchat sono stelle variabili. Il loro destino è intrecciato: il “fantasmino” sta attraversando un momento di incertezza data la crescita esponenziale dell’app di Facebook, che – è noto – fa proprio quanto di buono trova in giro. E nell’ultimo anno a Menlo Park piace soprattutto Snapchat: in un recente articolo del Guardian si contano ad oggi 18 “prestiti”, tra cui le Instagram Stories, che rappresentano la minaccia maggiore per Evan Spiegel. Dopo la loro introduzione nell’agosto 2016, la crescita di Snapchat ha registrato un notevole rallentamento, che non sembra fermasi nonostante lo sbarco a Wall Street di due mesi fa (con una quotazione di 24 miliardi di dollari).

Bisognerà comunque aspettare per vedere la reazione del mercato all’introduzione dello Snapchat Ad Manager, il nuovo strumento per l’advertising annunciato ieri, che sarà lanciato il prossimo mese. Ma è certo che Instagram vive un’autentica età dell’oro e ha appena annunciato di aver toccato la quota di 700 milioni di utenti mensili attivi, registrando un incremento formidabile (saldo attivo di oltre 200 milioni da giugno). E nell’ultimo mese le Instagram Stories hanno raggiunto 200 milioni di utenti mensili attivi, sorpassando ufficialmente Snapchat a soli otto mesi dal loro lancio.

influencer marketing - instagram monthly active user
Fonte: TechCrunch

La crescita vertiginosa di Instagram pone una questione cruciale in chiave influencer marketing: cosa stanno facendo gli influencer di Snapchat, anche loro si stanno riversando in massa nelle Instagram Stories?
Uno studio recente di Mediakix cerca di fare chiarezza, prende in analisi il comportamento dei 12 top social media influencer negli ultimi 30 giorni e vaglia la loro attività di posting sulle rispettive app. Ne viene fuori che, in media, ogni giorno gli influencer utilizzano le Instagram Stories il 25% in più rispetto alle Snapchat Stories (6.6 vs. 5.3). Il risultato è estremamente significativo, considerando che si parla di un mercato – quello dell’influencer marketing su Instagram – stimato 1 miliardo di dollari nel 2017, con previsioni che parlano di 2 miliardi di valore complessivo entro il 2019.

A conti fatti, ci sono diverse ragioni che possono spiegare il cambio di rotta dell’influencer marketing e l’utilizzo crescente delle Instagram Stories. La prima è la più ovvia: l’audience con cui interagire è maggiore (come dicevamo, Instagram ha appena sfondato la soglia di 700 utenti mensili attivi, mentre Snapchat è fermo a quota 300). Instagram ha “giocato sporco” copiando le Snapchat Stories, ma garantisce un bacino di utenti più grande e una maggiore varietà di contenuti: le “classiche” foto statiche sul profilo, le Instagram Stories e le Instagram Live Stories (i video in live streaming che scompaiono immediatamente, senza nemmeno aspettare le ormai canoniche 24 ore).

influencer marketing stories
Fonte: TechCrunch

Instagram appare insomma uno strumento più versatile e più facile da usare anche per gli utenti. La sezione Explore consente di scovare contenuti in linea con i propri interessi (suggeriti in base alle interazioni e ai profili seguiti). Un altro punto a favore se si parla di influencer marketing: gli influencer hanno maggiori possibilità di venire scoperti in modo “organico” e possono inoltre linkare – tramite il proprio profilo – contenuti esterni alla piattaforma. Mentre la natura “intimista” di Snapchat paradossalmente pone un limite al valore degli influencer al di fuori dell’app (l’unica vera capacità di link è delegata agli editori e agli inserzionisti). Di fatto, Snapchat tratta – apparentemente – celebrities e influencer come tutti gli altri, ragion per cui non si può misurarne la popolarità.

Per capire che aria tira, basta prendere l’esempio del campione del mondo di Formula 1 Lewis Hamilton, che nell’ultima delle sue Snapchat Stories annuncia l’approdo definitivo su Instagram (dove conta 4,2 milioni di follower).

snapchat-influencer-marketing

Detto ciò, sembrerebbe che per l’app di Evan Spiegel le cose non si mettano troppo bene. Ma c’è una cosa che Instagram non è riuscito a copiare, e che può rappresentare un’ancora di salvezza per Snapchat: una userbase fedelissima di “duri e puri”, preziosissima per gli influencer. Stando alle analisi di App Annie, i 60 milioni di utenti attivi ogni giorno su Snapchat offrono una possibilità straordinaria per chi vuole raggiungere un’audience che non frequenta altre piattaforme: il 35% degli utenti non va su Facebook nello stesso giorno in cui va su Snapchat, mentre addirittura il 46% non avrebbe un profilo Instagram. Ecco il tesoro nascosto per chi si occupa di influencer marketing.

Facebook e le foto a 360°: noia o rivoluzione?

Avrei voluto iniziare con una delle mie intro un po’ pazze (giusto per usare una espressione anni ’80) ma ho deciso di andare subito al sodo: Facebook ha introdotto le immagini a 360°.
Sorpresi? No dai. La rivoluzione era nell’aria, c’era l’esigenza di sfruttare tutti gli scatti panoramici realizzati con App, fotocamere e smartphone e Zuckerberg e soci non se la sono fatta scappare.

Di cosa si tratta? Semplice, le immagini panoramiche potranno essere pubblicate su Facebook (pagine e profili) e “navigate”, la stessa cosa che avviene per i video (ne avevo parlato qui).
Da desktop è sufficiente cliccarci sopra e muoversi all’interno della foto, mentre sul mobile abbiamo due opzioni: muovere il telefono oppure toccare la foto.

Come vengono visualizzate? Appariranno nei nostri stream e saranno contrassegnate da un’icona che rappresenta una bussola. L’icona è sul lato destro dell’immagine.

Qui c’è una foto pubblicata dal buon vecchio Mark il giorno del mio compleanno:

It’s 360 photo launch day! Here’s one inside the Supreme Court of the United States taken by Fred R. Conrad at The New York Times.

Pubblicato da Mark Zuckerberg su Giovedì 9 giugno 2016

Il product manager Andy Huang ha recentemente scritto: “We introduced photos on Facebook more than a decade ago, and they quickly became one of the main ways that people share their experiences.”. Vorrei tanto dire di essere d’accordo con lui, ma non è così. Ma chi sono io per dirgli di no?

In effetti questa novità rappresenta una nuova opportunità per i brand per creare contenuti interessanti. Soprattutto nel settore dell’intrattenimento, del turismo e in tutti quei settori dove, ovviamente, l’immagine è importante.

Ecco qualche esempio di chi ha già provato:

 

Facebook Spaces: la seconda vita di Second Life?

La seconda vita di second Life è su Facebook. Come la seconda vita di molti di noi del resto. Insomma un’inception di vite.

Facebook da tempo prende quel che c’è di bello (o ritiene utile) e lo fa proprio. Finite le novità del momento volge lo sguardo al passato e si ricorda di Second Life lanciando Facebook Spaces.

Ai più giovani forse il nome Second Life non dirà niente, ma per chi ha superato la soglia degli enta (io no, da tempo ho 21 anni), Second Life rappresenta una pietra miliare nel percorso che ci ha portati ai social del 2017.

Per chi non sapesse di cosa parlo ecco un estratto da Wikipedia: “Second Life è un mondo virtuale elettronico digitale online lanciato il 23 giugno 2003 dalla società americana Linden Lab a seguito di un’idea del fondatore di quest’ultima, il fisico Philip Rosedale”.

In Second Life ci sono case, luoghi, negozi e persone che creano e fanno cose straordinarie (lo dicono anche loro in home page). Sì perché il mondo di Linden Lab è ancora vivo e lotta insieme a noi. O a qualcuno di noi.

Facebook quindi lancia Spaces, un luogo virtuale da visitare con la realtà… virtuale.
Al momento è tutto in beta per Oculus Rift e Touch e si può scaricare dall’Oculus Store.

Fonte: Facebook Spaces

Con Facebook Spaces si può creare la propria copia virtuale partendo da una foto Facebook e customizzabile con molti dettagli. Si possono condividere ricordi incontrando virtualmente gli amici e mostrando loro foto e video. Ci sarà la possibilità di disegnare oggetti 3D, scattare selfie virtuali con gli amici.

 

Come dice Rachel Franklin, Head of Social VR Facebook, è solo l’inizio:

“Today is only the beginning. We’re launching in beta, and we’ll add new features as we learn from your feedback and continue exploring what makes social VR experiences most meaningful. We also plan to bring the experience to more platforms over time. We’ve only just scratched the surface of social VR technology. In the future, it will continue to transform the way people around the world stay connected with their communities and those closest to them. We can’t wait to get there”.

Opportunità per i brand?

Con Facebook Spaces i brand avranno un ulteriore spazio per il coinvolgimento delle persone e per la promozione dei propri prodotti.
Al momento credo che una delle attività più interessanti da attivare su questo canale sia legata all’influencer marketing. Vedo gruppi di discussione e presentazioni di prodotti (come accade per noti marchi di cosmetici che vendono porta a porta) ed eventi. Il tutto realizzato a costi organizzativi minori.

Insomma, una nuova versione di Second Life, ma con il visore. Ci vediamo lì?

Il decalogo Facebook contro le Fake News

Quali sono i segnali per individuare una fake news?

Sarà capitato anche a voi di trovare un articolo condiviso su Facebook con un titolo urlato e sensazionalistico o con una formattazione strana o errori di battitura, o con una url che assomiglia a quella di un sito conosciuto e autorevole. Sono tutti segnali che ci indicano che quella notizia in realtà è un falso: è una fake news.

Nonostante la notizia contenga uno di questi segnali non sempre le persone riescono a distinguerla e a evitarla cedendo alle bufale. Ne avevamo parlato QUI.

Le fake news sono dannose per tre motivi:

  • Generano ricchezza ai proprietari dei siti che lanciano notizie false con logiche acchiappa click.
  • Assenza di controlli per chi si crea fake news.
  • Nessuno è immune alle fake news: nonostante tutti gli strumenti in possesso per smascherare una falsa notizia, la nostra guardia non è sempre alta e i titoli accattivanti finiscono per farci cliccare.

Le ripercussioni sociali, economiche e politiche della circolazione di queste notizie sono molteplici e meritano un discorso molto approfondito. Mi limiterò solo a spiegare cosa Facebook sta facendo per contrastare la diffusione di questo fenomeno.

Il primo passo avanti è stato di Mark Zuckerberg, che ha annunciato che a partire da venerdì 7 aprile per alcuni giorni agli utenti di 14 Paesi sarà disponibile un nuovo strumento educativo contro la disinformazione per aiutare gli utenti ad identificare le notizie false. Una sezione del Centro Assistenza Facebook che contiene informazioni, consigli e un decalogo su come individuare meglio notizie false. Non è quindi uno strumento per segnalare le bufale ma per educare gli utenti a riconoscerle.

https://www.facebook.com/zuck/posts/10103623502743251
Oltre a questo spazio Facebook, collaborando con alcuni organismi esterni di verifica delle notizie, negli Stati Uniti (e presto anche in alcuni paesi europei) ha introdotto il bollino rosso da affiancare alle notizie ritenute false. Decidere quali notizie sono vere e quali sono false è un tema rischioso e delicato perché ogni intervento potrebbe essere soggetto a critiche e sollevare anche questioni etiche.

Quello che i brand possono e devono fare, specie quando vogliono cavalcare un trend, è di verificare il topic e osservare con disciplina il decalogo Facebook.
Può capitare infatti che un brand voglia creare un contenuto di real time marketing per mostrarsi, il consiglio è di essere sempre prudenti: se la notizia è nota, vera ed è in linea con la strategia del brand allora si può pensare a un contenuto per seguire la tendenza.

 

IL DECALOGO

  1. Occhio ai TITOLI!!!! Spesso le fake news utilizzano titoli con parole altisonanti, urlate in caps lock e accompagnate da molti punti esclamativi.
  2. Un secondo aspetto sono gli url: per sembrare vere e attendibili, le fake news sono ospitate su url molto simili ai siti di informazione autorevoli.
  3. Scopri qual è la fonte della notizia. Basta fare un check sulla sua attendibilità per scoprire se la notizia è vera o meno.
  4. Errare è umano, ma spesso le fake news hanno molti errori di battitura (troppi), l’impaginazione è sbagliata.
  5. Non credere alle foto. Molte volte anche le foto che accompagnano le fake news sono finte.
  6. Nelle fake news le date spesso sono riportate male o non hanno un senso cronologico con altri avvenimenti.
  7. Simile al terzo punto, ma riguarda le fonti di chi riporta la notizia. Le vere notizie riportano studi, ricerche, esperti del settore, etc.
  8. Se la notizia non è riportata anche da giornali autorevoli non c’è alcuna prova che quella notizia sia vera.
  9. Cerca di capire il tono della notizia. Può darsi che si tratti solo di uno scherzo.
  10. Alcune volte la fake news è dichiaratamente una notizia finta per stimolare l’ironia delle persone. In questi casi la fonte di questa notizia usa un tono sempre ironico e scherzoso.

Album su Instagram: nuove possibilità di storytelling

Instagram ha chiuso in bellezza il 2016 con 600 milioni di utenti attivi. La sua crescita sembra non arrestarsi, così come la sua evoluzione. Dopo il lancio delle Stories, l’ultima novità (introdotta un mese fa) consiste negli album, che permettono di postare fino a dieci foto o video in un unico post e rendono Instagram sempre di più “Facebook-like”.

Per il momento è possibile caricare le foto solo in formato quadrato 1:1. La didascalia è unica per l’intero album, così come la geolocalizzazione, e non è possibile interagire con ogni singola foto o video, ma mettendo Like o commentando l’intero carousel.
Si tratta di una novità sostanziale che mette in discussione il core su cui si è sempre basato Instagram, ossia la condivisione dello scatto migliore che racchiude l’esclusività di un momento unico. C’è addirittura chi considera questa nuova feature la “morte” di Instagram. Tra questi, il Tech Editor di Mashable Pete Pachal, secondo cui questa novità è destinata a rendere Instagram indistinguibile da Facebook, distruggendo il focus sul quale l’app ha costruito il suo successo: la qualità della singola foto, che racchiude la perfezione e l’emozione di un istante speciale. Instagram diventerebbe così un’app come tante altre già diffuse, senza una sua vera peculiarità.

Bisogna però ammettere che l’album su Instagram apre realmente nuove e differenti possibilità di trattamento dei contenuti da parte dei brand. Uno dei vantaggi è quello di non risultare troppo invadente nel feed e presentare anzi i contenuti in modo alternativo, con un unico post che permette di scorrere più immagini o video. Caricare foto su foto rischia infatti di infastidire l’utente che naviga sul social, con il rischio di allontanarlo. Postando un album su Instagram si potrà invece esprimere la propria brand identity in modo più discreto e più efficace. Gli album costituiscono inoltre un nuovo format da sperimentare per i post sponsorizzati, come alternativa ai soliti annunci pubblicitari.

Se pensiamo ad un brand del mondo food and beverage, per esempio, l’album può essere un formato utile per raccontare e spiegare step by step ricette o preparazioni, rendendole subito consultabili e immediate.

☝️Turn audio on to hear the #TastyStory☝️ Honey-Glazed Fried Chicken Servings: 4 INGREDIENTS 4 chicken drumsticks 4 chicken thighs Brine 8 cups water ¾ cup apple cider vinegar 3 tablespoons salt Seasoning Lemon pepper, to taste Onion powder, to taste Garlic powder, to taste Seasoned salt, to taste Breading 3 cups flour 2 eggs 1 cup milk 2 tablespoons hot sauce Glaze ¼ cup honey 2 tablespoons water PREPARATION 1. In a large glass bowl, combine water, vinegar, and salt, mixing until some salt is dissolved. Add chicken, cover, and refrigerate for 2-8 hours. 3. Remove chicken from brine, place in bowl and season. 4. In a medium bowl, combine eggs, milk, and hot sauce to create the egg wash. Add flour to bowl and set aside. 5. Transfer chicken to egg wash then the flour, coating evenly. 6. Fry chicken in a large cast-iron pan for 10-15 minutes on each side. 7. Place chicken on drying rack and let cool for 5 minutes. 8. Mix honey and water together and lightly brush each piece of chicken. 9. Enjoy!

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Pensiamo anche a un possibile utilizzo dell’album nel mondo beauty, per veicolare un tutorial su come utilizzare un prodotto di cosmesi, o nell’ambito fashion, per mostrare un outfit completo composto da più capi o spunti per un look, come nel caso di Vans.

Every step is a work of art. Shop the new Vans x Kendra Dandy Collection. Shop online or find a store at vans.com

Un post condiviso da vans (@vans) in data:

Questi sono solo alcuni dei modi in cui gli album su Instagram possono essere sfruttati. Mentre un’immagine singola o un video vincolavano maggiormente nella selezione dei contenuti per scegliere lo scatto migliore e in un certo senso più esplicativo, l’album su Instagram continua sulla strada alla narrazione, iniziata con le Stories. Sempre più proiettata nell’ottica dello storytelling, questa nuova feature dà la possibilità ai brand di raccontare in più step delle storie su qualsiasi cosa (prodotti, panorami, viaggi, contenuti esclusivi di backstage, eventi), senza che questi contenuti scompaiano dopo 24 ore, ma valorizzandoli invece in una gallery sfogliabile come un mini-racconto interattivo.

Gli album costituiscono quindi una feature destinata ad avere successo o a essere scartata perché troppo lontana dalla vera natura del social? È ancora troppo presto forse per rispondere a questa domanda, ma una cosa è certa: Instagram continua sulla sua strada di crescita e sperimentazione, e la sua “morte” sembra ancora lontana.

Chatbot e Millennials: l’esempio di Facebook Messenger

Un futuro senza robot? Impossibile. Nell’immaginario collettivo il mondo, in un futuro ormai non troppo lontano, sarà governato dai robot e dall’automazione. Zuckerberg ha già iniziato a muoversi in questa direzione introducendo i chatbot all’interno dell’app di messaggistica di Facebook, Messenger.

I chatbot sono dei software che permettono ad un robot di simulare una conversazione reale con noi umani, per capirsi: come Siri di Apple, ma via chat. Questi bot possono essere sfruttati dalle persone per accedere a determinati servizi tramite le conversazioni all’interno di Messenger. Nel video qui di seguito David Marcus, chief di Facebook Messenger, racconta l’introduzione dei primi chatbot:

Secondo alcune ricerche i Millennials sono la fascia d’età più interessata all’uso dei chatbot da parte delle aziende: visto l’uso che facciamo dei social e dei nostri device, l’idea di avere un assistente sempre a disposizione a cui poter chiedere informazioni o grazie al quale effettuare acquisti senza mai dover lasciare Facebook non può che fare gola a molti. Il 60% dei Millennials ha già sfruttato questa tecnologia e il 70% di questi ha trovato l’esperienza positiva.

L’uso di chatbot da parte dei brand è in crescita, una volta sviluppata la tecnologia gli usi possono essere molteplici: dalla gestione del CRM all’assistenza all’acquisto. Ma quali sono i rischi?

È importante che i brand riescano a bilanciare in maniera adeguata l’introduzione e l’uso di questi software, ad esempio se il tool viene utilizzato per la gestione del CRM il rischio è che la conversazione con il brand diventi totalmente impersonale e filtrata solamente dal robot. I brand dunque devono riuscire a dare comunque la possibilità alle persone, qualora il bot non sia in grado di gestire determinate situazioni, di interagire con un rappresentate “umano” dell’azienda. Ancora una volta, i robot non possono prendere il posto dell’uomo in un rapporto del genere. Sicuramente però possono aiutarlo.

Il problema si pone anche quando i chatbot vengono utilizzati per permettere ai clienti di acquistare prodotti direttamente da Messenger senza approdare mai sul sito: c’è ancora diffidenza da parte delle persone a rilasciare i propri dati sensibili, ad esempio quelli della carta di credito, ad un robot. È importante quindi che il brand riesca a rendere affidabile il software e dare comunque la possibilità a chi ancora non ha dimestichezza con il mezzo di acquistare in altro modo.

Un altro campo di sviluppo in cui i bot sono già stati implementati è il giornalismo: alcune testate online hanno realizzato il proprio software che permette ai lettori di ricevere le informazioni direttamente tramite messaggio privato su Facebook. Un esempio illustre è il Guardian che ha lanciato il proprio bot già lo scorso Novembre. Tramite il chatbot è possibile sottoscrivere un abbonamento alle informazioni, scegliere quando le si vuole ricevere, sfogliare le varie sezioni e gli argomenti o visualizzare i titoli del giorno. I segmenti su cui sperimentare sono potenzialmente infiniti, tutto ciò che può semplificare la user experience di un servizio è accolto positivamente dal pubblico.

Quindi alle aziende non resta che testare questo nuovo tool anche sui propri spazi sociali e monitorare i feedback dei propri clienti.

E voi, siete pronti a fare due chiacchiere con un robot?

A proposito di major discografiche, etichette indipendenti e Instagram

Musica e fotografia, vanno d’accordo? Se ci dovessimo basare sulla classifica stilata da Social Blade diremmo che sì, la gente ama i propri beniamini anche su Instagram. Tra i 10 profili più seguiti troviamo infatti star come Selena Gomez (più di 100 milioni di follower!), Taylor Swift e Beyoncé.

E le case discografiche invece come sono messe? Ho fatto una piccola ricerca per analizzare i loro profili Instagram e vedere come interagiscono con il proprio pubblico, creando engagement e consolidando la brand awareness.
La scelta è ricaduta sulle tre grandi major e su due etichette di nicchia. Un confronto necessario in un’epoca dove anche le case discografiche “minori” possono dire la loro e farsi conoscere più facilmente attraverso i social network.

Sono partito dalla pagina internazionale di Universal (poco più di 7.000 follower). I post sono di tipo promozionale, intervallati da ricorrenze (compleanni, anniversari dell’uscita di dischi storici), minivideo e foto di concerti. Frequente anche l’uso dei regram. Un profilo gradevole, ma non particolarmente originale.

25 years ago Nirvana’s Nevermind was released and forever altered the rock landscape. #Nevermind25

Una foto pubblicata da UMG (@universalmusicgroup) in data:


Passiamo a Sony. Questo profilo (poco più di 40.000 follower) ha una caratteristica fondamentale: pubblica con una grande frequenza puzzle di immagini (spesso composti da tre foto).

sony-music-instagram
Fonte: profilo Instagram @sonymusic

Una scelta singolare ma azzeccata, fresca e di grande impatto. Una comunicazione così diretta, permette di dare maggiore visibilità ai contenuti.

Warner Music invece punta molto sul concetto di live e lo fa con le foto dei concerti, dei cantanti e dei fan. Anche qui l’uso di video e regram non manca.

@anitta gave a stunning performance at last night’s Olympic Games Opening Ceremony #olympics2016 #letthegamesbegin

Una foto pubblicata da Warner Music (@warnermusic) in data:

E dopo aver incontrato le major principali del panorama musicale mondiale, vediamo come se la cavano due “alternative” come Rough Trade Records e SubPop. Partiamo dall’etichetta britannica (circa 9.000 follower), che  fa un uso di Instagram simile a quello che potrebbe fare un fanatico di musica indie. Foto di dischi in vinile, locandine di concerti, regram dei post delle band. Una scelta che punta ad avvicinarsi molto agli “indie addicted” ed allontanarsi dal pubblico mainstream.

La Sub Pop (103.000 follower), storica etichetta discografica di Seattle, punta come Rough Trade a stabilire punti di contatto con i fan “alternative” pubblicando dischi in vinile di prossima uscita, minivideo e foto dei concerti. Una modalità che sicuramente rende SubPop più vicina ai suoi seguaci.

Instagram si conferma allora un mezzo vincente anche per la musica. E allora lunga vita al rock’n’roll, lunga vita a Instagram!