TikTok: l’app della Generazione Z

Negli ultimi articoli del nostro blog vi abbiamo parlato di TIkTok, di come funziona questo social network relativamente giovane e quali sono le possibilità per i brand al suo interno.
Se state pensando alla possibilità di sviluppare una una strategia di comunicazione su questo canale, il primo passo è sicuramente quello di valutare tutti gli aspetti dalle piattaforma.
Affrontiamo quindi una questione fondamentale: qual è il target di TikTok?

Tutti i numeri a livello globale di TikTok

I dati mondiali ci dicono che il 66% degli utenti ha meno di 30 anni e di questi il 41% ha un’età compresa tra i 16 e i 24 anni.
I numeri sono perfettamente in linea con le caratteristiche della piattaforma: continui aggiornamenti delle feature, grande connessione con i tormentoni musicali (caratteristica ereditata da Musical.ly), possibilità customizzazione dei contenuti in continua evoluzione e un generarsi velocissimo di challenge e tormentoni. Insomma: TikTok è pensata per chi è abituato da sempre all’utilizzo con piattaforme flessibili e in continuo cambiamento.

Nel nostro Paese si registrano oltre 2,4 milioni di utenti, il 65% dei quali sono donne.
A fare da padrona è chiaramente la Generazione Z. Nello specifico, il 21% dei tiktoker (così vengono chiamati gli utenti della piattaforma) sono teenager e a questi seguono i ventenni (14%).
Anche i dati di utilizzo sono incoraggianti: la media mensile di video views sull’applicazione è di 3 bilioni e i dati medi di utilizzo stimano 6 accessi al giorno all’applicazione per ogni user per un utilizzo totale di 34 minuti.

TikTok: più spazio per la Generazione Z

Sono passati oltre 10 anni da quando Facebook veniva definito “uno spazio per i più giovani”. Con il tempo, ma soprattutto l’arrivo dei loro genitori su questo social, i figli si sono spostati sull’allora neonato Instagram. Anche il target di questa piattaforma si è alzato, scatenando la necessità di una nuova piattaforma in cui poter dare spazio alla creatività e condividere con i coetanei sfide, duetti, balletti e, perché no, qualche battuta proprio sui genitori!

Ovviamente, anche i profili più famosi su TikTok appartengono ai nati fra il 1998 e il 2010. In Italia, i più famosi sono certamente: Luciano Spinelli, 18 anni e 6,9 milioni di follower; Sofia Viscardi, già famosissima Youtuber di soli 18 anni con 645 mila follower; fino ai giovanissimi Elisa Maino (16 anni) famosa per essere stata la prima italiana ad abbattere la soglia del milione di fan e Marco Cellucci, solo un anno più grande di lei e con una fan base di ben 5,4 milioni.

Il punto di vista dei brand: TikTok sì o no?

La risposta corretta è la sempreverde, ma mai scontata: “dipende dal posizionamento del brand”. Se il marchio si rivolge ad una audience molto giovane, in linea con il core target del social, allora perché no. Come per ogni canale di comunicazione chiaramente, bisognerà sviluppare una content strategy che sfrutti gli strumenti della piattaforma e riesca quindi a suscitare interesse negli utenti.
Le case non mancano: sono infatti già molti i brand che hanno aperto un account TikTok.

Un core target destinato a cambiare? Adulti in arrivo!

Abbiamo tenuto per il finale un dato non poco rilevante. In Italia, ben il 10% degli utenti appartiene alla fascia d’età intorno alla quarantina. Sono moltissimi infatti i profili degli adulti che si trovano su TikTok. Duetti, imitazioni, partecipazioni alle challenge e addirittura video in collaborazione con i figli sono i contenuti prodotti da questo segmento di audience.

Chissà che in futuro, quindi, il target della piattaforma non si evolva alzando l’età media degli utenti e aprendo quindi nuove possibilità ai brand.

I brand che hanno scelto TikTok per rinnovare la strategia social

Avete presente TikTok? L’applicazione che ha fatto impazzire migliaia di centennials in tutto il mondo grazie a contenuti divertenti e ingaggianti? Nel corso dell’ultimo anno, secondo i dati condivisi da Apple, TikTok si è confermata l’app gratuita più scaricata al mondo, seguita a ruota da YouTube e Whatsapp. Un successo globale che ha destato l’attenzione di moltissimi brand, tanto da scegliere la piattaforma per implementare la propria strategia social.

Non solo, l’App starebbe progettando la possibilità di migliorare l’attuale offerta pubblicitaria: un numero sempre crescente di funzioni di advertising sarà messo a disposizione dei brand per migliorare la propria strategia. Il nuovo modello di targeting, per esempio, permetterà di selezionare gli utenti sulla base degli interessi, creando delle audience personalizzate.

I brand che hanno scelto TikTok: come fare marketing sull’App del momento

Proprio per questo crescente interesse e per le numerose potenzialità di TikTok, ben oltre la semplice piattaforma di video musicali, molte aziende hanno deciso di presidiare l’app aprendo dei propri account: Sony e RedBull, per esempio, sono stati i primissimi brand ad utilizzarla come inserzionisti. Prendiamo il caso particolare di RedBull: con oltre 2,5 milioni di followers e l’introduzione dell’hashtag #GivesYouWings, ha dato il via alla condivisione di numerosi video a contenuto sportivo, per spronare i propri followers a sfide avventurose ed entusiasmanti, così come avvicinare gli utenti al famosissimo payoff.

A questi, hanno seguito alcuni editori come ESPN, NBC News, The Washington Post e Dallas Morning che hanno aperto il proprio account su TikTok dando il via ad una vera e propria rivoluzione social.
In Italia, possiamo prendere ad esempio il noto caso dell’Inter: la squadra di calcio che sembra averne compreso l’enorme potenziale e ha per questo deciso di aprire un proprio account (che conta già oltre 50K follower!) per condividere video girati nel backstage e challenge per ingaggiare i tifosi. Un bel passo avanti, per connettersi direttamente ai propri fan attraverso contenuti sempre più spontanei, concreti e divertenti.

Continuiamo spostandoci verso il mondo del fashion, dove possiamo utilizzare l’esempio calzante di Guess: il noto marchio di moda che ha sponsorizzato per la prima volta un hashtag su TikTok, #InMyDenim per lanciare un trend e invogliare migliaia di utenti a caricare brevi video che mostrassero i loro look.

Portare un brand su TikTok e avere successo è davvero possibile. Ma da dove iniziare?

Secondo il GlobalWebIndex, su TikTok oltre il 60% degli utenti che hanno scaricato l’app nel corso dell’ultimo anno hanno visto e interagito almeno una volta coi video degli altri utenti, non solo, almeno il 55% avrebbe caricato un video. Cosa significa questo numero? Che l’applicazione conta moltissimi utenti effettivamente attivi e che TikTok si riconferma una piattaforma ad alto tasso di coinvolgimento.
Quindi, quali sono i modi per iniziare subito a fare marketing su TikTok? Vediamo quali strategie possono adottare i brand.

  • Promuovere un brand grazie alle TikTok Challenge
    
Le challenge sono divertenti sfide che i brand possono facilmente utilizzare per promuovere i propri contenuti e prodotti, adattandole alle specifiche esigenze. Prendiamo ad esempio una challenge utilizzata da Jimmy Fallon sulla NBC intitolata #tumbleweedchallenge, dove chiedeva agli utenti di girare e condividere un video mentre si rotolavano in luoghi insoliti. In meno di una settimana l’hashtag è stato utilizzato più di 8.000 volte ottenendo oltre 10 milioni di interazioni, determinando il più grande successo mai visto per una challenge. Allo stesso modo, le aziende possono sponsorizzare le proprie hashtag challenge per migliorare la Brand Awareness, incrementando views e interazioni.
  • I video di TikTok come demo di un nuovo prodotto
    È arrivato il momento di lanciare un nuovo prodotto, ma da che parte cominciare? TikTok, in questo senso, può rivelarsi molto utile per creare delle semplicissimo demo, ovvero dei brevi video dimostrativi. I video che utilizzano features interessanti o offrono spunti innovativi potrebbero potenzialmente diventare virali, aumentando esponenzialmente la visibilità del prodotto e quindi, le vendite.
  • Utilizzare TikTok e la funzione di Brand Takeover
    Si tratta, in particolare, di una pubblicità inserita nel flusso di video degli utenti (sotto forma generalmente di video o immagine statica), il cui scopo è quello di invitare gli utenti a visitare una landing page o un’hashtag challenge. La caratteristica di questa funzione è il carattere esclusivo: il takeover viene ad assegnato ad alcuni brand selezionati ogni giorno.

Insomma, TikTok continua ad ingaggiare ogni giorno nuovi utenti attorno al mondo e, nonostante sia partita come una piattaforma rivolta più ad un pubblico più giovane, un numero sempre crescente di adulti ne sta diventando l’utente ideale, grazie anche al nuovo posizionamento adottato da numerosi brand.

Un successo senza dubbio destinato
a crescere che cambierà il nostro modo di pensare ad una “strategia social”.

Social Media Marketing: che fine ha fatto Twitter?

Ve lo ricordate Twitter? Dai, l’uccellino blu, il social dei 140 caratteri diventati ora 280, quello che ormai nelle social media strategy è quasi sparito dai radar.
Sappiamo che in Italia non è utilizzato come tanti altri social (molto poco ad esempio rispetto a WhatsApp che stravince con il 67% anche su Facebook che, nel 2018, è il secondo servizio web per utilizzo con il 56%, YouTube al 51,8%, Instagram al 26,7% ) e solo il 12,3% degli italiani dichiara di usarlo (percentuale che sale al 24% se si guarda al segmento di giovani tra i 14 e i 29 anni).

Anche noi ne abbiamo parlato nei nostri spazi per l’ultima volta circa 3 anni fa e da allora non è cambiato molto, a parte il numero di caratteri raddoppiato da 140 a 280.

L’uccellino blu di Twitter cinguetta ancora e, nonostante le difficoltà, non ha intenzione di smettere

Ammettiamolo, Twitter ne ha avute parecchie di difficoltà a livello globale e societario, dalle accuse di “shadow banning” durante la campagna USA che ha portato all’elezione di Trump alle continue voci di crolli in borsa e chiusure imminenti causa crescita zero, tutti fattori che hanno contribuito alla sua impopolarità. Aggiungiamoci anche che in casa Twitter sono sempre stati consapevoli di essere meno user friendly degli altri social, tanto che nel 2017 hanno anche girato uno spot per incentivare le iscrizioni e mostrare che il social è semplice da utilizzare. Ma è anche vero che l’utente medio di Twitter si fregia di far parte di una nicchia, dell’élite dei social in cui deve essere conciso e spesso può permettersi punte di ermetismo nei tweet che lo fanno sentire un novello Ungaretti.

Nonostante questi aspetti che ne fanno un social particolare (non si può avere un giro ristretto di interlocutori come per Facebook, si scrive o al singolo o a tutti, non si postano immagini d’effetto come su Instagram e non ci sono le Stories) l’uccellino blu cinguetta ancora e non ha intenzione di smettere.

Twitter: sorvegliato speciale o Social Media di riferimento?

I segnali positivi arrivano da un Q4 del 2018 sereno e da ricavi in crescita di un +24% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, pari a 909 milioni di dollari. Quello che non convince è il calo degli utenti attivi mensili, a quota 321 milioni e in calo del 5% rispetto ai tre mesi precedenti e del 9% anno su anno. Twitter rimane quindi un “sorvegliato speciale”, da tenere sotto osservazione per il futuro, ma da non scartare a priori in una strategia di social media marketing.

Sì, perché anche se sulla carta non sembra essere un social vincente ci sono alcuni settori che hanno fatto di Twitter la propria piattaforma di riferimento.

Un esempio su tutti è quello del mercato editoriale: non è un caso che gli account più seguiti, anche in Italia, siano quelli dei principali siti di news. Per farvi qualche esempio:

Un fatto che non sorprende, visto che Twitter è per antonomasia il social del “live” e dei trending topic (gli argomenti più popolari e chiacchierati del momento).
La fame di informazioni in tempo reale è tanta che i principali broadcast internazionali hanno creato canali preferenziali dedicati unicamente alle Breaking News: a farla da padrone in questo caso sono la CNN (quasi 55 Mln di follower) e la BBC (39 Mln di follower)

Quindi il real time rimane centrale nella strategia Twitter, quello stesso real time che Facebook ancora non è riuscito a centrare con nessuna nuova feature e che Instagram prova ogni giorno a cavalcare con le Stories.

Sarà abbastanza per continuare a salvare l’uccellino blu dall’estinzione?

L’ultimo tentativo di Instagram per salvare IGTV

Negli ultimi mesi Instagram ha aggiornato la sua App con diverse funzioni, ora l’obiettivo sembra essere quello di accrescere le visualizzazioni su IGTV, canale che non ha ancora ottenuto i risultati sperati: riuscirà nel suo intento?

IGTV non è mai decollato davvero: Instagram corre ai ripari

È ormai da giugno dello scorso anno che sono approdati i video verticali, da quel momento il canale ha cercato in tutti i modi di spingerli integrando IGTV alle funzioni principali: dall’inserimento dei video nella tab “Esplora” all’introduzione delle notifiche pop-up per i nuovi video disponibili, e ancora all’inserimento delle preview nelle Stories.
Ma questi tentativi di pushing non sono minimamente bastati per diventare un degno concorrente di YouTube (che ha 1miliardo e 900mila utenti attivi al mese).

Instagram ha così introdotto l’ennesimo aggiornamento: ora gli utenti possono aggiungere la preview del proprio video IGTV al feed principale di Instagram.
In questo modo il pubblico ha la possibilità di fruire il contenuto in anteprima e, se interessato, continuarne la visione su IGTV.

Come funziona la preview dei video IGTV nel feed di Instagram?

È possibile decidere se condividere o meno il “teaser” del proprio video IGTV nel feed: selezionando questa opzione, l’anteprima del video apparirà nel feed dei follower, mentre l’immagine di copertina verrà visualizzata nella griglia del profilo.

Gli utenti possono fare “tap” sul video in qualsiasi momento per guardare il contenuto completo sul canale IGTV.
Inoltre nel momento in cui le persone lasciano un commento sul contenuto nel feed, esso verrà mostrato anche all’interno del video IGTV, e viceversa.

In questo modo gli utenti riusciranno a trovare più facilmente gli ultimi video inseriti dai propri following preferiti. Ma è davvero ciò che la maggior parte degli utenti vuole?

Per il momento alcuni Tweet di risposta a Instagram sembrano affermare il contrario, considerando la nuova aggiunta come un’imposizione non scelta.

Thelodownbylo

Quel che è certo è che al momento sono pochi gli attori che lavorano a contenuti esclusivamente per IGTV, mentre vengono riutilizzati contenuti già progettati su altri canali senza un investimento ad hoc per il formato di IGTV. Le barriere sul formato dei video verticali, quindi, sono ancora alte.

Ma la domanda è: per un brand è utile condividere i video IGTV all’interno del feed?

La risposta dipenderà ovviamente dalla propria strategia di video marketing e da come i video IGTV si adattano al resto dei post, tuttavia una volta creato un contenuto è bene utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per aumentarne la fruizione da parte del proprio pubblico.
Quel che è certo è che la novità porterà molte più visualizzazioni ai video pubblicati su IGTV rispetto a prima: il segreto starà nel riuscire ad incuriosire i propri followers in quei primi secondi di video, un vero e proprio teaser per portare gli utenti sul proprio canale.

In generale ciò che IGTV offre ai brand è proprio l’opportunità di sperimentare e testare quali contenuti sono più adatti per il proprio pubblico, e come esso reagisce davanti a formati che richiedono un lungo tempo di fruizione.
È proprio questo tempo sufficientemente lungo che permette ai marchi di raccontare delle storie, IGTV diventa così un luogo dove lo storytelling è “senza limiti”, al contrario degli altri formati presenti sul canale, che si esauriscono in pochi secondi.
Un tempo di fruizione lungo deve tuttavia essere sfruttato in modo adeguato, poiché è anche vero che i primi secondi di un video sono quelli cruciali per catturare l’attenzione del pubblico: se il contenuto non funziona subito, non lo farà neanche nei minuti successivi.

Emoji: un linguaggio in evoluzione che strizza l’occhio al Web Marketing

Dopo essere diventate compagne immancabili delle nostre chat e conversazioni, le emoji ne hanno raggiunti di traguardi negli ultimi anni: l’istituzione di una giornata mondiale ad hoc nel 2014, il “World Emoji Day” che ricorre ogni 17 luglio; la consacrazione a “Parola dell’anno 2015” e i continui upgrade.
Insomma, di emoji ne abbiamo sentito parlare in tutte le salse, ma sappiamo davvero perché sono così importanti nella comunicazione, soprattutto se parliamo di Web Marketing?

Emoji: come, dove e quando sono nate

Facciamo un passo indietro: da dove arrivano esattamente le emoji?
Il primo di questi simboli pittografici è approdato online in un non poi così lontano 1999, ad opera di un programmatore giapponese che ne realizzò un set di 176 al fine di facilitare la comunicazione elettronica. L’allora venticinquenne Shigetaka Kurita progettò una serie di “emoticon” molto diverse da quelle di cui disponiamo attualmente sui nostri smartphone.
 Ci vollero undici anni perché lo standard Unicode trasformasse quei simboli in un linguaggio universale: da quel momento, sarebbe stato possibile rappresentare le emoji allo stesso modo in ogni angolo del globo, a prescindere dal Paese di provenienza.

Il resto, è storia: non c’è voluto molto perché le emoji diventassero protagoniste indiscusse del nostro linguaggio online. Sono accattivanti, danno un tocco di colore, rimarcano qualsiasi concetto, ma possono davvero fare la differenza nei livelli di engagement di un brand? Scopriamolo insieme…

La ciliegina sulla torta: ecco perché le emoji ci piacciono tanto

“Ti aspettiamo.” vs “Ti aspettiamo!” vs “Ti aspettiamo 🤗”

Quali sensazioni vi trasmettono questi messaggi?
Ognuno, nonostante il significato identico, viene percepito diversamente. Ed ecco svelato il misterioso “effetto emoji”: il potere rafforzativo e immediato caratteristico di questi simboli grafici, in grado di fornire una rilettura appetibile e amichevole di un messaggio.

A scanso di equivoci, alcune statistiche ci aiutano a confermare questo successo:
• Su Facebook i post contenenti un emoji raggiungono in media il 57% di reaction in più e oltre il 33% di commenti e shares
• Su Instagram e Twitter oltre il 90% degli utenti si esprimono utilizzando almeno due emoji (cuoricini, faccine e chi più ne ha più ne metta)
• Le email contenenti un emoji in oggetto vengono aperte circa il 50% di volte in più
• Le notifiche push adornate da emoji ricevono, in media, il 9% di click in più

D’altro canto, ci risulta difficile non credere a queste percentuali: l’utilizzo delle emoji rende decisamente più immediato qualsiasi Call To Action, dentro e fuori dai social: ci invitano a cliccare su un link oppure ci spronano alla conversazione attraverso le creazione di un copy sempre più corposo e funzionale all’obiettivo prefissato.

Vi state chiedendo il perché di tutto questo successo? Semplice, le immagini riescono ad esprimere bene ciò che le parole a volte non dicono.

Emoji e Web Marketing: mondi lontani o connessi?

Ogni brand è molto più di un logo: oltre prodotti e design esistono personalità e carattere propri (primo fra tutti, il Tone Of Voice) in grado di contraddistinguere un marchio da tutti gli altri, avvicinando i consumatori e migliorandone le connessioni.
Proprio per queste ragioni, utilizzare le emoji può contribuire a rafforzare personalità e identità di un brand.
Qualunque sia l’obiettivo, che si tratti di coinvolgere o spiegare, le emoji possono offrire un’interpretazione colorata e coinvolgente di ciò che è stato scritto, una vera e propria rilettura visiva in grado di rafforzare, sottolineare e accentuare.
Quindi, perché non iniziare subito? 😍

Attenzione però, come qualsiasi regola che si rispetti esiste una controindicazione: vietato esagerare.

Community Marketing: i gruppi Facebook per migliorare la strategia

Il valore di “fare gruppo”: ecco perché il Community Marketing può rivelarsi un’arma vincente per la vostra strategia

Gestire una pagina Facebook è spesso una sfida difficile per un brand. Accendere conversazioni e fare interagire gli utenti può rivelarsi un’operazione più complicata del previsto.
Come superare questo problema? Con una nuova feature in via di sviluppo? Un tool  di engagement portentoso? Un trucco per aggirare l’algoritmo? No, la risposta potrebbe nascondersi in spazi che esistono da sempre sul social network.

Stiamo parlando dei cari vecchi gruppi Facebook. All’interno di questi “ambienti”, il senso di community e di condivisione di interessi incoraggia gli utenti a sentirsi a proprio agio nello scambiarsi contenuti e commenti a vicenda. È molto probabile, infatti, che gli argomenti delle discussioni siano cari a tutti i membri del gruppo. Quasi come si trovassero in un privé separato dall’affollato locale della newsfeed di Facebook, gli utenti si sentono più incentivati a esprimere la propria opinione, in un’area virtuale che sembra costruita apposta per accogliere la loro “comunità”. E tutti noi sappiamo quanto sia importante oggi lavorare bene sul community marketing nei social network.

Questo valore di confidence che riveste lo spazio dei gruppi (e, avrete immaginato, li rende un campo di osservazione molto interessante per le strategie di digital marketing dei brand) non è sfuggito neanche a Facebook stesso. Infatti, da un paio d’anni, i gestori delle pagine hanno la possibilità di collegare la pagina che amministrano a gruppi Facebook, che passano quindi sotto la loro moderazione. In questo modo si dà a chi amministra una pagina (leggi, un brand) un interessante strumento aggiuntivo per avvicinarsi al proprio pubblico ed entrare nel vivo delle questioni che animano la community.

Un luogo d’incontro per la vostra Community: i gruppi Facebook

Considerato quanto detto fin qui, è facile capire perché i gruppi Facebook possono rivelarsi un prezioso strumento a servizio della strategia di community marketing di un brand. Si tratta infatti di un modo efficace per ascoltare e conoscere la propria audience, leggerne opinioni e commenti, ricavare feedback immediati su questioni e “test” che si possono lanciare all’interno di questo spazio. Il quale, è bene ricordarlo, rimane un ambiente chiuso e sotto l’attento controllo degli amministratori. Il che lo rende un terreno molto meno scivoloso per fail negativi a rischio di viralità incontrollata.

Inoltre, le statistiche mostrano che i gruppi Facebook hanno, per i contenuti che circolano al loro interno, valori di engagement mediamente più alti rispetto a quelli delle pagine pubbliche, che possono correre il rischio di essere percepite come mere “vetrine” di un brand. È facile capire come la possibilità di discutere, da pari a pari, di questioni che appassionano tutta la community sia un forte incentivo per decidere di prendere la parola e farsi coinvolgere nelle conversazioni.

Per il brand che gestisce la propria pagina, dunque, il gruppo Facebook collegato può essere un ottimo modo per offrire alla community di follower un valore aggiunto. Una strada per coinvolgere in modo più diretto l’utente che ha mostrato interesse verso il brand, rendendolo protagonista nel test di nuove idee o nell’approfondimento di alcune tematiche.
Il gruppo Facebook si rivela quindi una risorsa in più per creare un forte senso di community. Questo è un elemento chiave per riuscire a fidelizzare i “super fan” che, particolarmente affezionati al brand, hanno deciso non solo di seguire la sua pagina, ma anche di iscriversi al gruppo (magari incentivati, in questo, dall’offerta di contenuti o promozioni speciali riservate ai membri).

Conoscere a fondo la propria community: ecco come utilizzare al meglio le funzioni dei gruppi Facebook

È chiaro che godere di un accesso così ravvicinato alle opinioni dirette del proprio follower/consumatore è utilissimo per sviluppare strategie ad hoc. Queste potranno infatti colpire direttamente gli interessi e le richieste più forti o, viceversa, individuare e migliorare gli aspetti critici.

Grazie agli Insights del gruppo Facebook, infatti, è possibile monitorare quanti utenti hanno visualizzato e interagito con un post, e di conseguenza valutare il potenziale di interesse di quel contenuto per l’insieme dei propri follower.
Si può anche studiare l’attività dei membri, sapere quanti (e chi) sono quelli nuovi e avere una valutazione in termini di engagement dei contenuti che vengono proposti.

Inoltre, con lo strumento dei sondaggi è possibile raccogliere opinioni in modo diretto e sistematico. Su un gruppo Facebook, si possono creare anche album di foto visibili solo ai membri o creare file che possono essere modificati da più utenti in simultanea, promuovendo così lo spirito collaborativo della community.
Inoltre, le chat di gruppo possono essere sfruttate dagli amministratori per dialogare, in questo caso in modo davvero molto diretto, con una cerchia più ristretta di membri. Anche se necessitano di un maggiore controllo e di una moderazione efficace per evitare che le discussioni diventino caotiche.

Proprio a proposito delle chat, negli ultimi giorni Zuckerberg ha annunciato ufficialmente un nuovo sistema unificato di messaggistica per i profili aziendali. Dalla propria pagina Facebook, un brand potrà gestire l’invio dei messaggi Messenger, Instagram e – in futuro – WhatsApp. La funzionalità sarà completa entro la fine di quest’anno o all’inizio del 2020. Si tratta di una novità importante, che potrà sostenere ancora meglio un’efficace strategia di merging della comunicazione tra i diversi canali social di un brand.

Sfruttare lo spirito della community per incrementare la strategia: iniziamo!

Una volta convinti che la strada dei gruppi Facebook possa essere un supporto valido per  la vostra strategia, non vi resta che scegliere quale impostazione dare loro. I gruppi Facebook possono essere infatti aperti (visibili a tutti, non solo ai membri), chiusi (contenuti e membri sono visibili solo a chi ne fa parte, ma ci si può iscrivere) o segreti (non rintracciabili su Facebook, se non su invito di uno dei membri).

Se amministrato con cura, i gruppi Facebook potranno diventare potenti strumenti a vostra disposizione per monitorare e studiare da vicino il vostro target di riferimento e, in questo modo, fidelizzare i followers e proporre loro contenuti già “testati” per essere coinvolgenti e di successo.

Instagram: così sono spariti nel nulla centinaia di follower

Ogni mattina, a un paio d’ore dal sorgere del sole, un Instagrammer si sveglia e sa che dovrà postare più di tutti gli altri, o perderà i suoi follower. Uno scenario troppo tragico perfino da immaginare, dite?
E invece no, il peggior incubo di ogni Instagram addicted, professionista e non, si è realizzato proprio la scorsa settimana quando sono svaniti nel nulla centinaia (e in alcuni casi, migliaia) di follower.
Ma com’è possibile che tutti questi utenti siano stati risucchiati in una bolla spazio-tempo?

Fino a 2 milioni di follower in meno: Instagram ha eliminato tutti gli account fake?

Dunque, cosa è successo? In un primo momento, abbiamo pensato al comunicato dell’azienda lanciato nel corso dello scorso novembre, quello in cui Instagram annunciava che si sarebbe attrezzato per ridurre drasticamente il numero degli account fake o inattivi presenti sulla piattaforma, al fine di arginare il dilagante fenomeno dell’acquisto di follower. “Inizieremo a rimuovere like, segui e commenti non autentici dagli account che utilizzano app di terze parti per aumentare la loro popolarità” sentenziava Instagram.

Eppure, l’ennesimo down dell’applicazione sembra essere stato di ben altra natura. In particolare, un Tweet dell’azienda spiega che sembrerebbe essersi trattato di un problema tecnico che sarebbe stato risolto in poche ore, riportando gli account alla normalità.
Difficile dire cosa sia accaduto davvero.

Caro Instagram, al popolo del web queste pulizie di primavera anticipate non sono proprio piaciute

Il presunto problema tecnico ha scatenato la rete, che si è espressa con una lunghissima serie di polemiche: una valanga di tweet con gli hashtag #InstagramPurge e #InstagramDown.

Se gli utenti social hanno trasformato l’improvviso crash di Instagram in una tragedia a suon di cinguettii, noi abbiamo deciso di tracciarne un andamento per scovare malcontenti, opinioni e feedback online.
Ciò che sappiamo, è che del “down” di Instagram se n’è parlato eccome negli ultimi giorni. In particolare, analizzando l’andamento dell’hashtag #InstagramDown abbiamo notato un crescente successo, con un particolare picco fra 13 e 14 febbraio che ne ha accresciuto la popolarità del 127%.

Brrandwatch

Solo in Italia, l’hashtag è stato utilizzato 73 volte, superando le 209mila impressions grazie ai numerosi retweet e gli approfondimenti di testate autorevoli.

Brandwatch

Se in un primo momento gli utenti hanno sperato in una soluzione quanto meno tempestiva da parte dell’Applicazione, col passare del tempo, la situazione non è certamente migliorata e così il malcontento ha iniziato a farsi sentire: primo fra tutti gli utenti hanno evidenziato, attraverso vari tweet, un’incongruenza fra i dati se visualizzati da diversi device, da mobile i follower sembravano calati, da desktop addirittura aumentati e in qualche caso i numeri sembravano essere completamente divergenti rispetto a quelli precedenti.
Più in generale, raccogliendo le opinioni degli Instagrammer, è stato subito evidente come la preoccupazione più grande fosse quella di un probabile bug: se così fosse stato, i follower persi sarebbero stati difficilmente recuperati.

Malcontento e ironia non solo per quanto riguarda presunti problemi tecnici e annessi: gli utenti Instagram prima si lamentano di un malfunzionamento, poi di un aggiornamento mal riuscito e poi di un cambiamento che gli avrebbe fatto storcere il naso.

Alla ricerca dell’hashtag #InstagramDown: ma cosa significa Social Listening?

Brandwatch.com

Ma come è possibile approfondire una situazione in tempo reale, come abbiamo fatto noi in questo caso?
Ecco che il Social Listening accorre in nostro aiuto, permettendoci di tenere d’occhio tutto quel che accade attorno a un brand (o meglio, a una keyword preziosa per la nostra indagine), dentro e fuori dai social. Controllare le mention, leggere le discussioni, i feedback e le opinioni: tutto questo può esserci utile al fine di analizzare le opinioni dei consumatori e conoscere approfonditamente le loro esigenze.

In generale, iniziare un “ascolto” significa anche scovare le ragioni di successi e fallimenti, offrendoci l’opportunità di implementare una strategia e analizzarne le criticità.
Esiste qualcosa di più prezioso dell’opinione di un consumatore? Conoscerne i desideri per creare un prodotto su misura, a lungo termine, ci permetterà di aumentare le chance di successo e migliorare la Brand Awareness.

Real Time Marketing, o semplicemente RTM

Se non hai mai sentito parlare di Real Time Marketing.. no dai, non possiamo crederci!

Oggi tutti, o quasi, parlano della strategia RTM sui social network (lo avevamo fatto anche noi). O almeno, tutti hanno iniziato a farlo dopo questo famosissimo tweet di Oreo durante il Super Bowl 2013.
Giovani che sognano di lavorare nel mondo digital o marketers esperti che già si muovono con sicurezza in questo campo, sicuramente sapete di cosa stiamo parlando.

Per quelli che invece hanno bisogno di schiarirsi meglio le idee in proposito, ecco una piccola guida che in breve vi renderà veri esperti di RTM, pronti a sfruttare questa risorsa al momento giusto!

Prima una definizione

Un contenuto RTM è una tipologia di approccio utilizzato da un’azienda e pensato appositamente per rispondere, in tempo reale, a una specifica situazione temporanea.

In poche parole, misura la bravura di un brand nell’essere reattivo e pronto a sfruttare un trend o un hot topic dell’ultima ora al momento giusto e in un tempo ristretto. Ma non solo: l’abilità sta nel sapere trattare questo contenuto con originalità e nel saperlo elaborare velocemente, per evitare di parlare di qualcosa che si è già “bruciato”.

Per fortuna, non sempre l’improvvisazione è l’unica strada: per alcune occasioni “pianificate” è possibile infatti programmare per tempo il contenuto RTM. In questi casi, proporre un’idea creativa lontana dalle aspettative più scontate potrebbe essere un’impresa più agevole.

Quindi, nella pratica?

Ma facciamo un passo indietro. Prima di mettersi a lavorare su un contenuto RTM, è necessario dotarsi di un ottimo strumento per l’ascolto e l’analisi delle conversazioni online (abbiamo spiegato perché qui). In questo modo si potrà sempre monitorare la nascita, lo sviluppo e il “boom” di un trend online. E, di conseguenza, essere pronti a “piazzare” il proprio contenuto al momento più adeguato.

Una volta trovato l’argomento di cui ci si vuole occupare, ecco che sorge una domanda spontanea (e utile da porsi): a quali condizioni il Real Rime Marketing risulta davvero significativo per i brand?

La risposta è semplice: tempismo e qualità dei contenuti.
Questi aspetti sono essenziali per differenziare la propria proposta da tutte le altre che, come avrete immaginato, con buona probabilità invaderanno i social network negli stessi giorni.

Parlare di un topic che è sulla cresta dell’onda può essere una strada per attirare l’attenzione di una grande fetta di utenti, ma – questo è certo – bisogna prepararsi a sgomitare con altri che cercheranno di fare lo stesso con contenuti RTM simili.

E come si fa ad ottenere risultati performanti?

La vera sfida si fa allora più grande.
Il punto fondamentale è che, una volta individuato l’hot topic giusto, non basta “esserci”. Bisogna arrivare prima degli altri, o per lo meno, bisogna creare un valore aggiunto intorno a ciò che si propone.

Come dicevamo, alcuni RTM sono pianificabili, per altri ci si deve  “giocare” letteralmente una mattinata di lavoro.
In entrambe i casi, i risultati possono essere performanti, ma a patto che alla base del lavoro non ci sia (solo) improvvisazione e  fiducia in un lampo di genio improvviso, ma una vera e propria strategia, ideata e pianificata ad hoc, sia stata necessaria un’intera settimana, oppure una sola mattina.

Ma si deve “esserci” per forza?

Questo è un altro punto fondamentale.
Non tutti devono essere dappertutto. Soprattutto se il prezzo da pagare per “esserci” a tutti i costi è quello di risultare scontati. La priorità deve sempre essere quella di sapersi differenziare.

E non è finita. Primaria importanza ha anche la capacità di restare nel proprio campo d’azione, riuscendo a creare un contenuto che sfrutti l’onda del momento, rimanendo comunque coerenti con la vision del brand e i valori che include. Tanto che alcuni esperti sostengono che sia meglio puntare a un altro RTM: il Right Time Marketing invece che il Real Time Marketing.

Sicuramente si può anche “ironizzare” su un tema, ma senza esagerare, per evitare scivoloni. Diventare virali, in modo negativo, non è mai una strategia vincente. Meglio evitare di ritrovarsi a dover gestire crisi in cui si è entrati da soli.

Dopo quest’ultimo ammonimento, siete finalmente pronti! Ora non vi resta che munirvi di creatività e tempismo e iniziare a pensare al prossimo imperdibile evento da sfruttare per proporre un contenuto RTM. Cavalcare l’onda giusta, come veri surfer esperti, potrebbe essere la vostra chiave per ingigantire la brand awareness e sorprendere il vostro pubblico!

Stories e la nuova evoluzione del linguaggio

“Le Stories sono un formato che è sulla via per superare i feed come modo in cui le persone condividono le cose” – Chris Cox, 1 maggio 2018, Facebook F8 Keynote.

La storia delle Stories

Lanciate da Snapchat nel 2011, riprese da Instagram nel 2016 e infine consacrate da Facebook e WhatsApp nello stesso anno, le Stories sono l’ultimo step di un percorso evolutivo di un linguaggio che fa a meno delle parole.

Nel 2008, quando Facebook è stato lanciato, era possibile condividere uno status: l’unica forma di espressione erano infatti brevi frasi, scevre di qualsiasi altro tipo di supporto, visivo o non. “A cosa stai pensando?” significava perciò dover processare un pensiero, un’emozione o un’opinione e trasformarli in parole.

Dopo qualche tempo, è stato possibile condividere anche immagini. Abbiamo dovuto poi aspettare ben 7 anni per poter condividere gif native e, nel frattempo, abbiamo visto l’esplosione delle emoji. Da un anno a questa parte anche gli status sono diventati immagini: l’utente può infatti facilmente customizzarli con sfondi di ogni sorta. Allo stesso tempo il semplice “Like”, si è evoluto in una rosa di reactions, dando modo agli utenti di esprimere diverse opinioni con un solo clic.

Immagini, reactions, emoji e gif dicono tutto da sé: non hanno bisogno di essere accompagnati da testo per essere compresi. Anzi, a volte risultano essere molto più esplicativi e velocemente comprensibili di qualsiasi testo scritto. Velocemente comprensibili e altrettanto velocemente realizzabili.

Se da un lato è questa velocità (e democraticità) di produzione che li rende così popolari, dall’altro lato abbiamo anche una questione di fruibilità. Non serve leggere, interpretare un testo articolato, ma basta un colpo d’occhio per inquadrare il contenuto.

Le Stories oggi

All’insieme di fattori appena illustrato dobbiamo il successo di questa comunicazione non verbale, di cui le Stories sono l’apoteosi indiscussa. E i numeri degli utenti attivi ogni giorno lo confermano:
– WhatsApp Stories: 450 milioni di utenti attivi al giorno
– Instagram Stories: 400milioni di utenti attivi al giorno
– Facebook (Messenger): 300 milioni di utenti attivi al giorno
– Snapchat Stories: 191 milioni di utenti attivi al giorno
(fonte: Tech Crunch)

Il resto del mondo digital non è stato a guardare: Netflix ha introdotto nella sua app mobile un formato Stories per mostrare le anteprime delle ultime uscite e, dalle ultime notizie di settore, traspare la volontà di muoversi verso questa direzione anche da parte di LinkedIn.

Anche per quanto riguarda la possibilità di sponsorizzare le Stories, il mondo dei social network è in continua evoluzione. Già consolidata questa potenzialità per Instagram, da fine settembre è possibile sfruttarla anche su Facebook/Messenger e WhatsApp ha annunciato che la prevederà a partire dal 2019.

E a quanto pare, questo format sta avendo una crescita di visual sharing 15 volte più veloce del classico feed: già nello scorso maggio, Chris Cox ci aveva visto – ovviamente – bene.

Un nuovo tipo di linguaggio

Le Stories ci pongono però di fronte ad diverso tipo di contenuto non verbale perché, a differenza degli altri, si evolve in continuazione. Quanto creato dall’utente può essere customizzato con filtri, geolocalizzazione, emoji, stickers, face masks, gif. Senza contare i polls e l’emoji slider, che alzano decisamente l’asticella, in quanto capaci di creare interazione tra creatore e fruitore.
Proprio per questo è sempre più importante per i brand essere presenti sulle piattaforme con questo tipo di format, non una tantum o in occasione di eventi, ma con un presidio quotidiano, proprio come i normali utenti utilizzano i social. Contenuti accattivanti e innovativi che si allontanino dalla comunicazione istituzionale per creare un reale curiosità nell’utente, portandolo a fidelizzarsi. Anche considerando che, come dicevamo, la sua attenzione sta sempre più abbandonando il Feed in favore delle Stories.

Tirando le somme, con le Stories abbiamo a che fare con un nuovo modo di comunicare, alla portata di tutti e letteralmente a portata di mano, visto che per farlo basta avere in tasca uno smartphone. Che ormai di “phone” ha sempre meno, ma che invece si fa veicolo di un’espressione del sé che esclude quasi del tutto le parole.

La riflessione che potrebbe quindi sorgere spontanea è: questa rivoluzione del linguaggio non verbale rischia di lasciarci, prima o poi, senza parole? 🤔

Facebook Marketing: la realtà aumentata apre nuove strade all’advertising

Con la realtà aumentata di Facebook, vestiti e accessori li provi direttamente sullo smarthphone. E per la taglia, come la mettiamo?

La realtà aumentata sta per colonizzare il territorio del Facebook marketing. Da poco infatti è arrivato l’annuncio ufficiale del gigante di Menlo Park, che dice di testare nel news feed annunci pubblicitari in augmented reality (AR). Si parte dagli Stati Uniti, ma l’obiettivo è rendere questo formato disponibile a tutti gli advertiser entro fine anno, con grandissime conseguenze sul modo di fare – e fruire – pubblicità.

Ce lo fa capire il primo esempio: l’AR ad che consente alle persone di “provare” un paio di occhiali da sole Michael Kors. Lo stesso stilista dice: “We see augmented reality as an emerging and important part of our customer-centric mobile strategy. We know our customer is highly visual, and we are always looking for ways to deliver experiences that are not only unexpected but relevant, personalized and useful to her in her shopping journey.”

Facebook Marketing
Fonte: facebook.com

Insomma, questo “tocca per provarlo” consente di “indossare” virtualmente un indumento, come se lo smartphone diventasse un camerino di un negozio. Ecco la rivoluzione: il brand non solo parla alle persone, ma offre loro un’autentica experience che può avvicinare ai prodotti anche chi non ama fare shopping, e spinto dalla curiosità vuole solo “provare”. E può farlo ovunque, basta avere sotto mano il proprio smartphone. Le potenzialità sono evidentemente enormi non solo per il fashion, ma anche per altri settori come la cosmetica e l’arredamento.

L’annuncio della realtà aumentata in ambito Facebook Marketing è stata così commentata dal Vice President Product Marketing di Facebook Ty Ahmad-Taylor: “People now expect a personalized and visually inspiring experience wherever they shop — whether on their phone or in-store, which is why video will play an increasingly important role in the mobile shopping experience”.

La nuova feature fa testare i prodotti in modo simile a quello dei filtri di Snapchat, sempre più minacciato dai sapienti “copia e incolla” del rivale. Del resto Facebook ha comprato già nel 2016 MSQRD (l’app per “animare” i propri selfie con filtri speciali) e condotto vari esperimenti anche con Wayfair (e-commerce proprietà di Facebook): Asus, che ha accettato la sfida dell’AR experience, ha registrato su Messenger un tasso di interazione 10 volte superiore rispetto alla versione normale degli annunci.

Parliamo comunque di vero e proprio trend, non limitato al Facebook advertising. L’intero mercato della realtà aumentata è in crescita esponenziale: si stima possa raggiungere i 120 miliardi di dollari nel 2020 con un tasso di crescita annua del +180%.