Il Social Media Marketing (è) Internazionale

I due recenti post di Alessandro e Davide su questo blog trattano argomenti meno lontani di quanto si possa pensare di primo acchito: il social media marketing internazionale il primo, un (presunto) fail il secondo.

Alessandro spiegava bene il principio base per cui lo stesso contenuto di comunicazione non possa essere trasportato da un paese all’altro limitandosi alla traduzione linguistica, e quanto la necessità di localizzare culturalmente i messaggi sia ancora più forte quando i canali utilizzati sono i social media.

Davide ci raccontava della campagna di Coca-Cola lanciata in occasione del Super Bowl: posizionata su valori alti di patriottismo a stelle e strisce, si era attirata alcune reazioni abbastanza critiche dagli stessi social media che avrebbero potuto decretarne il successo.

Ho pensato che i due argomenti non fossero così lontani quando ci ho riflettuto e mi sono chiesto di che nazionalità fossero gli utenti che hanno criticato la campagna: considerando il contenuto del messaggio, si potrebbe forse parlare di social media crisis internazionale così come parla di social media marketing internazionale?

CocaCola follower statistics
(La composizione della followerbase di @CocaCola – Fonte: Sysomos Map)

A pensarla in questo modo, in questo caso il potenziale errore è l’opposto di quelli da cui metteva in guardia Alessandro, ovvero l’eccessiva localizzazione in un canale che, di fatto, è globale. L’obiettivo del post però non è fare le pulci a quella campagna, che qui è solo un esempio, ma approfondire e verificare un’ipotesi: ad un livello base i social media sono sempre internazionali.

Banalmente perché, a differenza di altri canali (e soprattutto quelli tradizionali), la fruizione dei social media non è legata alla nazione. Le affissioni la stampa e gli spot tv, per intenderci, lo sono decisamente di più, nonostante Google e Youtube abbiano rimesso in gioco le distanze. Continuando a riflettere sul caso di studio, ad esempio, potremmo concludere che lo stesso messaggio aveva meno elementi di criticità – o variabili di incertezza – trasmesso su una TV americana durante il Super Bowl che pubblicato su Twitter.

I Social media, quindi, necessitano sempre di un doppio sguardo, locale e globale, nell’impostazione strategica, nella content strategy e nell’esecuzione.

Che tu sia un brand mondiale o un piccolo artigiano, che tu sia global o local, ci sono cose che non puoi trascurare:

  • la scelta dei canali e del taglio (una pagina unica o più presenze locali?)
  • la conoscenza della community (scrivendo in spagnolo mi rivolgo solo agli spagnoli o tra il mio pubblico c’è una grossa fetta di sudamericani?)
  • gli strumenti migliori per dare alla community contenuto rilevante (il canale scelto ha la possibilità di determinare il target di ogni singolo messaggio?)

L’importanza di chiamarsi Creatività

Il 22 settembre, mentre a Milano si passava dall’Happy Hour all’aperto sui Navigli al Giappo con il tavolo dentro, al Nokia Theatre di Los Angeles si svolgeva il Gala della Creatività: la 65esima cerimonia di consegna dei Prime Time Emmy Awards. I cosiddetti “Oscar della Televisione”. Come l’anno scorso, le protagoniste indiscusse sono state le serie TV in onda sui canali via cavo a pagamento, diventate ormai ossessioni serali per chi ama la serialità e il content marketing. Ma di questo abbiamo già parlato. Vi ricordate la patata? Il couch potato?

E come qualsiasi evento americano che si rispetti, l’Emmy Awards è anche occasione per le star di mostrare tutto il loro splendore sul red carpet. Fasciate nei loro bellissimi abiti e nei loro visi in ceramica laccata, le donne non perdono di certo l’attimo per forgiare la loro “principessità“. Eleganza e glamour a discapito, in alcuni casi, del buon gusto (NdA). Non è questo lo spazio e il momento per fare del Fashion Journalism, ma in qualche modo, l’immagine fa da padrona.

Canon, leader mondiale e indiscussa, nel campo dell’imaging e delle soluzioni digitali per la casa e l’ufficio, ha disegnato la strategia di comunicazione Canon’s Inspired mandando on air, qualche mese fa, il TV Commercial “Long live imagination“. La sua disarmante bellezza ha tolto fiato. Lo spot, il 22 settembre 2013, ha  vinto e meritato l’ambito Emmy ai 65th Annual Creative Arts Emmys Award nella categoria “Outstanding Commercial”.

 

Buffetto a chi è ancora convinto che il tradizionale commercial TV abbia raggiunto la sua fine o a chi crede che “la creatività non serva a vendere”.

Quello che è interessante notare, al di là dell’emotività dello storyboard, è lo storytelling di base e l’importanza dell’immagine.
Catturare lo “scatto perfetto” è il leitmotiv. Catturare il momento nel suo attimo più vero, trovarne il QUID, captare “quel qualcosa in più” capace di rendere il racconto (e il brand) memorabile, affascinante e tremendamente seducente. Per questo è fondamentale estrapolare il DNA del brand, seguire il ritmo del suo sangue e raccontarlo in modo “vero”, “reale”, “senza filtri” con un fiabesco storytelling.

L’immagine, il copy, la parte che si vede e che si sente, il dare e avere di una coppia creativa.
La creatività nella sua massima espressione. È l’eco di un amore che dura.

Questa è la vera natura del customer engagement.

Non è possibile ricordare senza immagini (l’infografica insegna).
Non è possibile arrivare fin dentro il cuore delle persone senza mostrare.
Non è possibile raccontare e poi non farsi riconoscere.
Non è possibile nemmeno trovare la strada per quel ristorantino che c’era tanto piaciuto se non avessimo avuto riferimenti visivi durante il nostro percorso.

Che sia una digital strategy, un progetto di social media marketing, un evento o una campagna di advertising la creatività è la benzina del customer engagement per chi non l’avesse ancora capito.

And The winner is… Creatività.

Tra sito e social media. Il ruolo del blog aziendale.

Un blog aziendale è un owned media che si colloca a metà tra il sito e i canali social: è dinamico, aggiornato periodicamente, affronta tematiche specifiche in modo completo, prevede l’interazione degli utenti, si presta alla viralizzazione dei contenuti grazie ai pulsanti di share.
Tra i canali utilizzati dai brand, si distingue sia dal sito aziendale (strutturato in modo da conservare una sostanziale fissità nel tempo) sia dai social media (dedicati alla conversazione con gli utenti e, generalmente, proiettati sul real time).

Perché costruire un blog aziendale?

Quanto più un argomento è complesso (pensiamo ai servizi bancari o alla consulenza legale) tanto più è difficile orientarsi tra i contenuti presenti in rete e trovare informazioni attendibili, soprattutto per gli utenti che non sanno destreggiarsi tra la miriade di forum, social media e blog. Se poi scarseggiano le notizie in lingua madre, il livello di difficoltà aumenta.

La rete sembra satura di informazioni, ma in realtà ci sono ancora molte conversazioni in cui le aziende potrebbero inserirsi mettendo a disposizione il proprio know-how. In quest’ottica, il blog corporate può diventare un vero e proprio servizio per rispondere alle esigenze degli utenti disorientati: un’occasione per i brand che vogliono costruirsi una reputazione e conquistare l’attenzione del  target.

Se occupa una nicchia ancora scoperta, il blog si candida a diventare un punto di riferimento per gli utenti, aumentando l’awareness e facilitando la diffusione dei propri valori, prodotti e servizi. Uno strumento in più per instaurare un dialogo con gli utenti e coinvolgere gli influencer.

Quante aziende investono sui blog?

Non si spiegano allora i risultati della ricerca di Technorati media, secondo i quali solo il 32% delle aziende investe sui blog, pur essendo la terza fonte online che influenza le persone nell’acquisto di un prodotto.

Technorati Media Digital Influence Report 2013

 

Non solo, sempre secondo Technorati media, i blog sono tra le cinque fonti considerate più attendibili in rete dagli utenti: perché non sfruttare questa opportunità?

 

 

Content curation. L’altro lato della content creation.

Cos’è la content curation?

La content curation è la creazione di una lista ragionata dei contenuti presenti nel web riguardanti un determinato topic. Consiste nella selezione di fonti attendibili, nel fornire informazioni aggiornate riguardo ad un determinato topic, riproporre in modo critico tali notizie al pubblico inserendo un commento o una valutazione personale: una bussola per orientare gli utenti nei milioni di contenuti presenti sul web.

Qual è l’obiettivo della content curation?

Quando la selezione ed interpretazione delle notizie è fatto con cura e precisione, l’autore si costruisce una credibilità e dimostra una competenza fino al punto da diventare un punto di riferimento per la propria nicchia. Una credibilità complessa difficile da costruire e che si distrugge in un attimo. Basta un errore nella selezione delle fonti e una disattenzione nella proposizione di una notizia che il castello di carte crolla!

Marketing e content curation

Con l’esplosione dei social media, ascoltare è diventato importante quanto parlare; un’opportunità per i brand di inserirsi nelle conversazioni degli utenti, costruire relazione, coinvolgerli. Concentrare tutte le fonti d’informazione in uno stesso luogo è fondamentale per analizzare i trend più rilevanti rispetto al proprio settore e conoscere il proprio target, i comportamenti e le preferenze; d’altro canto, costruirsi una leadership in un settore specifico accogliendo anche contenuti di esperti, consumatori, advocates può significare diventare a propria volta un media e influencers.

Non dimenticare la creation!

Ci sono molti strumenti disponibili per effettuare un buon lavoro di content curation. Basti pensare a Storify, che permette di aggregare e selezionare gli UGC, a Paper.li, una sorta di rivista personalizzata in base alle fonti inserite, o a Pinterest, il social network per la condivisione di ispirazioni. Ma la riproposizione e selezione delle notizie filtrate, senza nessun lavoro di commento ed interpretazione, equivale al lavoro che fa un feed automatico: inutile, visto che l’obiettivo della content curation è orientare e consigliare gli utenti.

Se un brand vuole affermare la propria leadership in uno specifico settore di conoscenza, quindi, deve dare spazio nei propri canali di comunicazione sia ai propri contenuti (content creation) sia ai contenuti di terze parti (content curation), riproponendoli in un’ottica originale.  Questa è la strada perché il brand diventi esso stesso una fonte per altri curator.

Spotify: app marketing per band e media-brand

Spotify è un servizio di streaming musicale on demand lanciato nel 2008 dalla startup svedese Spotify AB e reso disponibile in Italia a partire da Febbraio 2013. I brani dispobinili provengono da una selezione delle major discografiche, come Sony, EMI, Warner Music Group e Universal, oltre che dalle etichette indipendenti. È disponibile per i sistemi operativi desktop di maggior adozione, Mac, Windows e Linux, oltre ai dispositivi mobili, iOS, Android, Windows Mobile, Windows Phone, Symbian e Blackberry (in beta) e alcune piattaforme per l’home entertainment.

Come funziona di fatto?
È sufficiente scaricare il software da questo indirizzo, dopo averlo installato e avviato, basterà inserire le proprie credenziali di Facebook per avere accesso a questo incredibile database musicale a disposizione.

Dov’è la “fregatura”?
Al momento del primo accesso viene attivato un trial gratuito di sei mesi, durante il quale è possibile ascoltare illimitatamente i brani disponibili, disturbati solo dai banner pubblicitari e dagli spot audio simil-radiofonici diffusi saltuariamente durante l’ascolto. Al termine del periodo l’accesso free prevede un limite di ascolto di dieci ore al mese, oppure la sottoscrizione di due tipi di abbonamento: Unlimited per 4,99€ al mese, e Premium  al costo di 9,99€ al mese.

All’interno delle feature offerte da Spotify, le applicazioni sono lo strumento più interessante a disposizione degli utenti e delle aziende. Si tratta di veri e propri siti HTML5 corredati dagli snippet di codice necessari per interagire con la piattaforma, tramite ascolto, condivisione e organizzazione del materiale preferito. Questa possibilità offre tante opportunità per gli utenti, che possono seguire le band preferita in un unico hub, dove ascoltare, leggere, guardare e seguire. Mentre le aziende e le band possono aggregare in un solo punto le informazioni sui concerti, sui dischi, i brani e le playlist da ascoltare con un click, rendendo l’esperienza più coinvolgente e soddisfacente tramite l’impiego di una strategia di app marketing.

Tra le band che hanno già deciso di cimentarsi con le Spotify apps possiamo citare i Blur, che hanno sviluppato la loro applicazione, dalla quale possiamo accedere alla discografia del gruppo, ai concerti, al feed twitter e alle playlist.

blur-spotify-app

Il DJ David Guetta nella sua applicazione aggrega le top tracks, i prossimi live e i riferimenti Twitter. Nella sezione “Play Guetta” compare invece un’infografica interattiva, che mostra in diretta in quali parti del mondo viene ascoltato l’artista.

Anche un altro famoso DJ si è applicato, infatti Steve Aoki con la sua app “Aoki’s House” convoglia tutti gli artisti che gravitano nella sua scena e mette a disposizione degli utenti una sorta di generatore di DJ set da party. Basta impostare la durata della festa, scegliere i DJ della crew da inserire nella line-up e cliccare su “Start the party”.

Aoki's Spotify app

Tra i media-brand italiani citiamo Rockol, tra le prime testate ad approdare su Spotify, che insieme alle recensioni testuali consente di ascoltare il disco del quale si sta leggendo, oltre a votarlo e aggiungerlo come playlist.

Rockol's Spotify App

Non dimentichiamo la vera killer feature di questa piattaforma, la fruizione seamless. Spotify in accordo con Facebook pubblica quanto ascoltiamo sul profilo usato per accedere al sistema, in questo modo gli amici saranno sempre al corrente degli ascolti effettuati, scoprendo nuove tracce, nuove band o qual è la nostra ossessione del momento. L’utente non perde mai il contatto con il contenuto-brano perché sia che si trovi sull’applicazione o su Facebook, può mettere in pausa quello che sta ascoltando, oppure cliccare play sui brani ascoltati da altri. L’approccio seamless vale anche per la comunicazione a pagamento sui contenuti musicali, le etichette discografiche hanno infatti la possibilità di linkare i banner mostrati su Spotify direttamente all’ascolto del disco pubblicizzato all’interno del software.

Secondo l’azienda, in seguito al lancio in Italia sono stati ascoltati 11 milioni di brani per un totale di 70 anni di ascolto e l’artista italiano più popolare è risultato Max Gazzè. Voi cosa state ascoltando adesso?

Info-grafica: content marketing da vedere

L’informazione diventa grafica. Per affascinare, catalizzare, sedurre, per farsi ricordare, questo l’end benefit. Nei telegiornali, sui libri, in politica, in pubblicità, pare che la tendenza sia il ritorno all’università. Non avete mai fatto schemini per riassumere gli argomenti più ostici delle lezioni ad esempio? Possiamo anche prendere esempi dalla vita quotidiana per trovare formidabili case history. Sabato pomeriggio, IKEA. Acquistate un mobile, tornate a casa, aprite la scatola, prendete il foglio informativo e vi trovate davanti a quella bambina. La bambina che, con le sue istruzioni info-grafiche, rende il montaggio estremamente semplice. Evviva la brugola, vi direte ad un certo punto. La comunicazione visiva invade e pervade la nostra vita. Dai fogli illustrativi di sicurezza sull’aereo, i segnali stradali, alle indicazioni all’interno dei centri commerciali. I gesti sono diventati dizionario linguistico universale.

Anche per i bambini vale lo stesso discorso: le loro prime espessioni grafiche sono fantasiose, spontanee, originali e non sempre logiche. Diventano poi “stereotipi” della realtà, e sono proprio questi stereotipi che oggi consentono ai media e alle agenzie di comunicare attraverso un linguaggio universale, riconosciuto tout court.

La grafica pubblicitaria in questo senso ci aiuta perché si presta molto bene alla sperimentazione e alla creatività infografica per giungere a immagini semplici e facilmente comprensibili. L’obiettivo è attrarre attraverso invenzioni bizzarre. Ogni immagine diventa un modello della realtà. E il suo scopo è quello di fornire concetti e strumenti di lettura, di dialogare con l’interlocutore su uno specifico tema.

E il content marketing cosa c’entra?

Anche il content marketing viene “infograficizzato”. Il testo prende una forma nuova, diventa disegno, inserisce quel pizzico di empatia e di emotività al segno grafico. Il content marketing esiste per creare legami d’amore, il suo obiettivo è instaurare familiarità, simpatia, fiducia attraverso il contenuto, la parola, il dialogo. E quando la parola diventa disegno, diventa ancora più simpatica, condivisibile, appetibile. E noi copywriter diventiamo più malleabili e contenti. E il messaggio più “toccabile”.

Grafica e parola si uniscono in un connubio fatto d’amore e complicità, in una delle più belle storie d’amore. Insieme fanno dell’amore un’opera d’arte. Insieme diventano Infografica, o in altri modi chiamata: Data Visualization, Information Design o Visual Content.

Obiettivo? Rendere interessanti e accessibili ad un pubblico variegato una serie di dati che nella loro consuetudine apparirebbero soporiferi. Istruzioni d’uso? Non ce ne sono. Solo conoscere molto bene il contesto e il messaggio che si vuol dare. Perché? Per creare un messaggio chiaro e universale, per fare engagement.

Trionfa il ritorno ad un linguaggio dalla forma molto semplice, che ritroviamo nel web design, su Linkedin e nelle social media strategy, e anche nella vita reale tra elezioni politiche e  agenzie che festeggiano anniversari. E tutto diventa più invitante, più comprensibile, più vitale.
A proposito, volete sapere come vivere più a lungo? Ecco i 22 modi per farlo. Ve lo dice, appunto, un’infografica:

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Via graphicspedia.net

Couch potato: content marketing o nuova ricetta?

Avete presente il pantofolaio di una volta che insieme alla casalinga di Voghera, passava ore e ore a fare zapping davanti alla televisione con fare da bradipo?
Dimenticate quel termine, imparatene uno nuovo: couch potato (“a person who spends much time sitting or lying down, usually watching television”). A parte il sorriso iniziale dopo aver letto questo termine alquanto bizzarro, focalizziamo l’attenzione sul fatto che l’era del couch potato passivo, che fa più patata da divano che altro, è finalmente finita. Oggi non si conforma più ai dettami dell’industria televisiva senza avere voce in capitolo, non è più spettatore vecchio conio, ma decide, sceglie, personalizza.

Secondo la ricerca di Ericsson ConsumerLab su ‘TV and Video – An analysis of evolving consumer habits – Trend Report 2012’ , il 69% dei consumatori, a livello mondiale, vuole scegliere i propri contenuti video ed è anche disposta a pagare di più per migliorarne la fruizione. Paradossalmente, mentre da un lato trionfano l’on demand e la creazione del proprio palinsesto personale, dall’altro la TV diventa sempre più collettiva e condivisa. La Social TV, lo streaming on demand, il crowdsourcing, stravolgono le abitudini da divano. Si diffonde il live viewing on demand. I couch potato, mentre guardano una Serie TV o un film, interagiscono dinamicamente con i social media, attraverso pc, smartphone o tablet. Dicono la loro, diffondono contenuti utili per le agenzie che gestiscono le piattaforme, insomma, fanno parte di un mega brainstorming.

Capiamoci meglio. Non solo mi sono innamorata della parola couch potato, in quanto copywriter e quindi creativa, vi dirò di più, sono stata totalmente sedotta dall’importanza e dalla versatilità che oggi assume la parola ‘contenuto‘, da quanto sia importante disegnare delle strategie di content marketing credibili e affascinanti. Non mi stupisco certo di quanto siano cambiate le abitudini delle persone, rimango però positivamente colpita da quanto sia indispensabile gestire in modo professionale tutti i canali di comunicazione con il massimo dell’attenzione e della poliedricità.

Innamorata del content marketing. E quel che conta è il dialogo.

Il content marketing esiste per creare legami d’amore, il suo obiettivo è instaurare familiarità, simpatia, fiducia attraverso il contenuto, la parola, il dialogo. Perché senza contenuto non c’è amore, non c’è SEO, non c’è community, non c’è social media marketing, e nemmeno customer engagement. E non ci sarei nemmeno io. Quante cose si perderebbero.

Per questi motivi il couch potato è preso di mira dai big spender, non solo per ingraziarsi un suo tweet o un post su Facebook, ma spesso i suoi contenuti arrivano ad influenzare la produzione e la creazione di un vero e proprio palinsesto. Non spaventatevi dunque se mentre guardate Fox Crime vi compare un hashtag, non è un problema di antenna, ma è una call-to-action all’interazione. Dimmi cosa pensi, e ti dirò cosa vedi.

E l’importanza del content marketing continua a essere in prima linea.
Content is the king. Dalla gente, per la gente, è il motto.

Quello che cambia è il punto di vista: non più da uno a molti, brand versus target; bensì da molti a molti, people versus people. Sono proprio loro, i nuovi couch potato che, utilizzando i social media durante la fruizione della Social TV, diffondono interazioni, condivisioni, stimoli e idee, contenuti che si trasformano da meri “pensieri” a “insight commerciali”, “idee da mettere a tavolino” per le agenzie di comunicazione, allo scopo unico di raggiungere l’inafferrabile e indefinibile social engagement e di creare delle fluide strategie di content marketing, per l’appunto.

Il Customer Engagement va in orbita

Red Bull ha portato il Customer Engagement su un livello mai sperimentato prima.
Anche se, come qualcuno fa notare, Red Bull Stratos non è poi tanto diverso da quello che faceva Sector No Limits una 15ina di anni fa con testimonial come Patrick de Gayardon, a parte che c’è Internet di mezzo.

E, in effetti, la presenza di Internet è tutta la differenza. Non solo come potenza di buzz, cosa di per sé non da poco, ma perché ha spostato l’accento della comunicazione di marca sui contenuti: sul content marketing. E sul fattore di engagement che ne deriva.

15 anni fa, in pieno paradigma televisivo, Patrick de Gayardon e tutta la scuderia di testimonial Sector erano appunto soltanto dei testimonial, degli sportivi estremi che diventavano personaggi televisivi portando con sé il logo Sector e i valori della marca: che era pienamente co-protagonista della comunicazione.

Quello che oggi è cambiato, grazie al paradigm shift internet, è che il volo supersonico di Felix Baumgartner è protagonista assoluto di un’operazione di cui Red Bull è “soltanto” finanziatore e, soprattutto, media company. Perché, ha prodotto un contenuto video scientifico/sportivo che stato guardato da oltre 8 milioni di persone live su YouTube e che genererà anche un documentario BBC in onda a Novembre negli States sul National Geographic Channel.
La marca diventa invisibile, cedendo il passo al contenuto e all’atleta. Come nota AdFreak, infatti, la marca è “omnipresent yet invisible”.

Facendo un passo indietro a favore dei contenuti, Red Bull aumenta la sua visibilità e la sua capacità di fare engagement, al punto che qualcuno già addita l’evento come prossimo oro a Cannes nella categoria special events e live advertising. E a giudicare dal numero di spoof istantanei (qui di seguito vedete quello di Conan o’Brien e, sotto, quello di Ogilvy Vienna, con i Lego), tendo ad essere d’accordo.

Customer engagement storytelling

C’era una volta Brand, viveva in un quartiere molto piccolo di una grande città. Brand aveva un cuore enorme, un carattere forte e un fisico da fare invidia ai migliori atleti del mondo. Brand aveva però un problema di socialità. Non riusciva a diventare come il suo amico, Customer Engagement. Non riusciva a trovarsi una donna per diventare un lovebrand, e a farsi degli amici per diventare un friendsbrand. Non veniva ascoltato, capito e tanto meno invitato a feste o eventi. Brand non riusciva a fare storytelling, a raccontare la sua storia.  Brand non riusciva a far arrivare la sua voce.

L’arte di raccontare il brand per predisporre gli utenti all’ascolto e al worth of mouth, in modo naturale e spontaneo, può avvenire soltanto se la storia raccontata è coinvolgente quanto una fiaba. In poche parole, se la storia è customer engagement. Nel copywriting il segreto: no al copywriter che crea e usa “il pubblicitese”, sì al copywriter che vive e usa il linguaggio di tutti i giorni, quello sanguigno, personale, confidenziale. Solo in questo modo il brand può interagire con la sfera emotiva del suo pubblico, e la narrazione può divenire contenuto, messaggio, plot, storytelling. La brand reputation aumenta e il WOM accelera il suo ritmo e il suo buzz nel tempo.

Il brand diventa così esperienza quotidiana, e appellandosi alla sfera più intima e meno commerciale, si racconta.

Ma in che modo lo fa? Come fa a diventare customer engagement?

Il brand è un essere umano. Ha un cuore, un corpo, una personalità che si adatta alla situazione e al contesto d’uso. Per questo motivo ha bisogno di spazi differenti, multipli, in cui confrontarsi e farsi sentire. Ha bisogno di esprimere appieno il suo carisma, e per questo cerca piattaforme e luoghi multi-narrativi, multi-mediali, che arricchiscano la fantasia e l’immaginazione degli utenti, e nello stesso momento diano libero sfogo alla sua poliedricità.
Una pagina su Facebook di presentazione, un canale You Tube in cui la sua vita prende forma in modo visivo, un fumetto che illustra le sue scelte in termini di amicizia, un profilo su Pinterest che ci dice cosa acquista o cosa cucina, un sito web che impacchetta tutte le informazioni. Ogni media lavora per sviluppare la storia, e produrre un’immersione totale nel sangue del brand, portando così ad un’unica e irripetibile esperienza di intrattenimento. Si chiama cross-medialità, multi-narrazione, spreadability (cit. Henry Jenkins).

E così Brand iniziò a raccontare la sua vita come fosse una fiaba, trovò il modo giusto per farlo, quello proveniente dal cuore, coinvolgente e versatile, intimo, che toccò le emozioni di tutti i suoi interlocutori creando una relazione quotidiana continuativa. Diventò dunque Customer Engagement anche lui, affascinò i suoi amici, instaurò con loro una lunga relazione d’amore che, ancora oggi, fa sognare ad occhi aperti.