Telegram: una nuova frontiera per il customer care?

Partiamo dal principio, cos’è Telegram?
Un servizio di messaggistica istantanea simile a WhatsApp, anche se quest’ultimo vanta ancora una maggiore popolarità.

Creato nel 2013 dai fratelli Nikolai e Pavel Durov (i fondatori del social network russo VKontakte), Telegram inizia a farsi spazio, anche se lentamente. Ad oggi l’applicazione multipiattaforma di Instant Messaging raggiunge i 62 milioni di utenti mensili attivi circa, uno tra questi il Papa. Ebbene sì, proprio lui: Papa Bergoglio. Presente su Telegram da poco attraverso il canale @pgpompei,  trasmette messaggi audio quotidiani e lo utilizza per la diffusione del Vangelo per tutta la durata della Quaresima.

Perché la grande novità di Telegram sono proprio i canali, che nascono con l’obiettivo di  diffondere messaggi pubblici a un vasto pubblico. Il numero di membri di ogni canale infatti è illimitato e chi arriva dopo può accedere all’intera cronologia non perdendosi nulla.
La piattaforma potrebbe risultare molto utile alle aziende che vogliono raggiungere la loro community in maniera istantanea e veloce.

I canali di Telegram potrebbero appunto essere utilizzati per inviare agli utenti informazioni dettagliate e personalizzate: avvisi, informazioni di servizio, iniziative, offerte e –  magari – inviti alla newsletter. Si potrebbe quindi pensarlo come un nuovo mezzo di customer care? Perché no! L’importante è diffondere contenuti esclusivi. 

Sì, perché per un buon seguito le aziende dovrebbero condividere sui propri canali Telegram contenuti esclusivi, in modo da dare un valore aggiunto alla chat e un motivo in più agli utenti per farli unire al canale. Devono essere contenuti di approfondimento, non presenti sugli altri canali social. Inoltre i contenuti sono pubblici, tutti possono visualizzare i contenuti (basta semplicemente ricercare il canale, senza essere iscritto): quindi la possibilità di diffondere il proprio messaggio è davvero alta.

Certo al momento Telegram non è ancora molto diffuso, soprattutto qui in Italia. Ma potrebbe diventare una sfida per le aziende che vogliono essere sempre più innovative e al servizio degli utenti, non credete?

Una stanza tutta per sé, la #BlueRoom di Twitter

Da alcune settimane anche in Italia Twitter ha inaugurato la #BlueRoom, uno spazio esclusivo allestito dal colosso dei 140 caratteri, un luogo in cui celebrità italiane e internazionali possono interagire con il proprio pubblico in modo nuovo.

Uno spazio intimo, una stanza tutta per sé, un divano per sentirsi a casa che accoglie gli ospiti con deliziosi cupcake personalizzati (e rigorosamente brandizzati). Ma anche schermi, Periscope e Twitter Mirror per catturare ogni momento e diffondere urbi et orbi questi contenuti esclusivi in tempo reale.

Gli strumenti privilegiati sono due nuove app Twitter, Twitter Q&A, che permette di realizzare (un po’ come la sessione di “Domande e risposte” di Facebook, attiva solo per i profili verificati) video in tempo reale per rispondere alle domande dei fan, e la Twitter Challenger app che consente ai fan di coinvolgere i personaggi in divertenti sfide.

Il primo ospite è stato Marco Mengoni, che ha scelto la #BlueRoom per svelare le date del suo tour.

Poi Fred De Palma, Costantino Della Gherardesca, Il Volo, i finalisti di Pechino Express, Gianna Nannini, Laura Pausini e da ultima Emma Marrone, che proprio nella Blue Room ha lanciato il suo prossimo disco con una grande festa dedicata (anche) ai fan e alla rete.

Ma non è finita qui. Alla serata dei Twitter Awards Antonella di Lazzaro, direttore di Twitter Italia Media, ha parlato della #BlueRoom come di un luogo dedicato sì alle celebrità, ma anche a politici, personaggi televisivi e, perché no, ai brand. Se Twitter confermasse questa direzione, la #BlueRoom rappresenterebbe uno strumento formidabile di amplificazione del messaggio che potrebbe riposizionare più di un brand su un target giovane e dinamico. E sicuramente le aziende non tarderanno a sfruttare le potenzialità di una piattaforma che può arrivare a raggiungere 18 milioni di utenti.

Quale sarà il primo brand a farsi avanti?

Novità per Snapchat. Dalla valorizzazione delle community ai nuovi strumenti di targeting

Vi trovate a New York o a Los Angeles? Allora Snapchat ha una sorpresa per voi: Story Explorer.
Vi trovate ancora nel Vecchio Mondo? Non vi preoccupate, Snapchat ha in programma di rendere disponibile la nuova funzionalità anche qua, solo un po’ di pazienza!

Questa nuova feature vi permetterà di approfondire in real time una storia che vi interessa particolarmente, apparirà in basso sul contenuto che state visualizzando la scritta “explore” e con uno swipe verso l’alto potrete godere di tanto altro materiale.
Lo scopo è quello di valorizzare le breaking news attraverso un racconto che viene da più punti di vista, quelli di tutti gli snapchatter che lo stanno vivendo in quel momento, in quella città e che decidono di condividere la propria esperienza.

Si tratta di un aggiornamento che punta sulla valorizzazione degli user generated content e della community che si è creata intorno al social network e che è formata da un pubblico prevalentemente giovane (13-34 anni) ed estremamente attivo: si contano oltre 100 milioni di snapchatter attivi ogni giorno, ma il dato è in continua crescita (ne avevamo già parlato qualche settimana fa a proposito dei nuovi selfie sponsorizzati).

Guardando questi dati non si può che pensare a quanto sia ghiotta per le aziende l’occasione di potersi rivolgere in prima persona ad una fetta di mercato di questo tipo, che andrà sicuramente ad aumentare grazie alla nuova introduzione. Per questo Snapchat ha individuato alcune nuove modalità per fornire ai brand uno strumento di targeting efficace: ha iniziato a vendere pacchetti di audience raggruppati per tematiche di interesse, individuate attraverso l’uso che viene fatto dai singoli del canale Discover, come racconta Digiday.

Se da una parte si tratta di un passo in avanti per la piattaforma, che riesce così ad andare incontro alla necessità degli inserzionisti di investire in un target quanto più mirato possibile, dall’altra le critiche dei brand sono ancora molte. In particolare, l’impossibilità di misurare il click-through rate, metrica fondamentale per valutare il successo di un’inserzione. Più in generale invece, la piattaforma fornisce scarsa trasparenza in termini di dati: sia sulle performance di Snapchat stessa, sia per l’impossibilità di mettere le mani su una piattaforma di interfaccia dedicata o di analytics.

In ogni caso si tratta di una occasione unica per le aziende di raggiungere un’audience così giovane e ampia, è impensabile quindi lasciarsi intimidire dai seppur evidenti limiti del social network.

E intanto, mentre attendiamo l’arrivo dello Story Explorer, raccontateci: quale tipo di notizia vi piacerebbe approfondire su Snapchat?

Cinque consigli per fare un buon social caring (senza impazzire)

Non me ne voglia Share’ngo, mi sono simpatici. Ma sono giovani, appena nati e poco esperti.

È anche per questo che questo nuovo servizio di carsharing mi è sembrato perfetto per stilare una lista degli errori da non fare per un buon social caring.

1) Tante teste, un’unica voce.

Mi fanno sorridere quelli che pensano che dietro un servizio di social caring, magari per un’azienda di grandi o grandissime dimensioni e attivo H24, ci sia un’unica persona (l’omino di Twitter).

Tuttavia mai agire secondo la propria individualità: a monte vanno stilate le linee guida, che comprendono il tono di voce, le casistiche di intervento e tutti i do e i don’t del caso: in modo da dare l’impressione di essere un’unica persona.

Più è affiatato il team più sinergico sarà il risultato.

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2) Si risponde a tutti i commenti.

Tutti quelli che fanno parte delle casistiche di intervento di cui sopra. La prima attività da fare al mattino è evadere le richieste arrivate fuori dall’orario di copertura, cronologicamente e per priorità, senza lasciarne di inevase.

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3) Don’t feed the troll.

Non sprecate tempo ed energie a rispondere a chi ha deciso che tanto vi attaccherà comunque, solo per il gusto di farlo.

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4) Non fatevi coinvolgere.

Cari Share’ngo, lo stavate facendo bene. Un plauso per aver citato Enjoy sulla vostra pagina, a dimostrazione che spesso i brand sbagliano a considerare i competitor uno spauracchio innominabile, e avete risposto con grande dignità ed intelligenza all’utente che vi chiedeva perché fare pubblicità ai concorrenti. Ma perché esagerare, aggiungendo figli a carico e incombenze domestiche?

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5) Mai troppo friendly.

Purtroppo per voi, gli utenti non hanno per niente il senso dell’umorismo.

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Sono solo alcuni punti di partenza, ma per un ottimo social caring serve tempo, esperienza e affiatamento. Un augurio al social team Share’ngo e anche un pat pat sulla spalla per il loro lavoro tutt’altro che facile.

Pay with a tweet: pagare i contenuti con le azioni sociali

Così come la maggior parte dei media anche i social network sono un mercato a due vie, dove da una parte ci sono i consumatori che fruiscono i contenuti e dall’altra i brand che comprano spazi pubblicitari e offrono contenuti. Come sappiamo bene a differenza di altri media sui social gli utenti possono anche produrli i contenuti, menzionando o semplicemente citando i loro marchi preferiti. Spesso ciò avviene anche in modi e per motivi lontani dalla funzione del prodotto, per esempio quando gli spot diventano dei veri e propri meme, entrando nell’abitudine linguistica del quotidiano.

Il brand può impiegare a suo vantaggio il comportamento spontaneo delle persone affinché producano contenuti in una maniera fruttuosa e quantificabile. Quello che si definisce come approccio “spintaneo”. La call to action rappresenta lo strumento base per indirizzare il comportamento degli utenti, che può essere ricompensato dando visibilità e importanza a quanto prodotto, oppure attraverso la spedizione di gift a tema con l’iniziativa.

Un’altra soluzione che permette di definire in maniera più precisa l’output e lo sforzo richiesto all’utente è costituita dal “pagamento” attraverso le azioni sociali, in cambio di prodotti, servizi o contenuti erogati dal brand. Il modello più noto è il “Pay with a tweet“, dove viene chiesto all’utente di twittare un testo predefinito in cambio di ciò che era interessato ad ottenere. Nel tempo questo formato si è evoluto, approdando in ambiti diversi rispetto ai servizi e ai contenuti digitali, vediamo alcuni casi interessanti.

Il brand inglese Innocent ha deciso di aumentare la portata della comunicazione sui pranzi vegetariani con l’iniziativa “Tweet & Eat”, dove al raggiungimento di determinate soglie di volume di tweet il prezzo dei prodotti veniva abbassato a favore dei consumatori. L’hashtag di progetto è diventato trending topic nelle quattro ore successive al lancio, con 40.000 persone che hanno scaricato il coupon.

Un concetto simile è stato applicato da Showtime per la sua serie Homeland, dove è stato chiesto ai follower di twittare all’account della serie includendo l’hashtag #HomelandIntel. In cambio gli utenti hanno ricevuto un tweet con il link per guardare il clip esclusivo.

Il produttore inglese di snack Walkers Crisps ha pensato a una declinazione ancora più creativa di questo approccio, disponendo in tre fermate del bus di Londra dei dispositivi speciali. Le persone sono state coinvolte attraverso un video dove il testimonial della campagna, Gary Lineker, chiedeva loro un tweet dove lo menzionassero su Twitter in cambio di uno dei nuovi prodotti. Guardate il video per farvi un’idea:

Voi cosa ne pensate? Fareste mai un tweet per ottenere in cambio qualcosa?

Social Media Marketing Internazionale

Un’azienda che opera in un contesto internazionale, esportando prodotti o servizi, ha la necessità di dotarsi di una strategia di marketing e di comunicazione che parli più lingue. Ma un “interprete” può essere sufficiente allo scopo? Secondo noi no. Questo significa che non è sufficiente tradurre i contenuti in un’altra lingua per fare in modo che siano efficaci e rilevanti per gli utenti, almeno in una strategia di Social Media Marketing Internazionale.

Questa affermazione non è sempre vera, perché per esempio nel campo pubblicitario spesso si procede proprio in questo modo, traducendo i testi e montandoli sull’impianto grafico di campagna.

coca-cola social media marketing internazionale

Il paradigma si prospetta come traduzione versus localizzazione, ovvero: conviene tradurre i testi e adattarli a quello che si ha, oppure localizzare la strategia secondo il contesto culturale e linguistico della regione dove si andrà a operare? Nel campo del Social Media Marketing Internazionale è senza dubbio più efficace la seconda ipotesi. Soprattutto perché in questo modo si riescono a valorizzare le peculiarità dei mercati esteri dove il brand va a operare.

Il contesto culturale è un aspetto importante sotto diversi punti di vista, tutti quelli che compongono la strategia che andremo ad approntare, ovvero:
Attività editoriale: tradurre i contenuti nella lingua di destinazione è un approccio limitato, occorre scriverne ex novo, affidandosi a professionisti del mestiere, non a semplici traduttori.
Influencer marketing: affidarsi ai blogger e alle persone più influenti nell’area di azione, disegnando l’evento o i materiali da recapitare secondo gli aspetti più rilevanti in base all’attività prevista.
Community management: è l’aspetto più delicato. Gestire le interazioni scaturite da una strategia di Social Media Marketing Internazionale senza comprendere appieno le sfumature di una lingua che non si padroneggia può condurre a fail memorabili.
Oltre a quanto appena visto, c’è un aspetto basilare ancora: il fuso orario. Come possiamo monitorare tempestivamente le interazioni se di default siamo destinati a visualizzarle ore dopo?

Le complessità e la variabilità dei differenti contesti culturali può condurre a esiti imprevisti. Infatti talvolta è necessario stravolgere l’impianto strategico definito, prevedendo un approccio completamente diverso per una determinata area.

IAKI ha seguito la campagna Tommy Hilfiger Eyewear, con l’ambizioso obiettivo di divulgare lo stile “preppy” in Italia, Spagna, Germania e Francia. Una combinazione di Social Media Marketing, Influencer Marketing, online advertising e consumer promotion hanno costituito il Marketing mix vincente per questo progetto.

La decisione strategica più importante è stata quella di rimanere focalizzati sui valori preppy legati al brand Tommy Hilfiger: “il preppy è la combinazione di accessori, non è un nuovo modo di vestire”, questo è stato per noi complicato da interpretare, proprio perché un po’ fuori dalla cultura italiana legata alla moda. Abbiamo dovuto leggere tantissimo su questo tema, passare ore e ore a prendere le misure tra le informazioni online e quelle on the road.

Gestire in modo integrato i Social Media all’estero comporta la padronanza delle complessità del contesto culturale di riferimento, oltre a un team di professionisti specializzati e una spiccata sensibilità strategica.

Instagram: fare business attraverso le immagini

La crescita di una comunità come Instagram, celebre applicazione di Photo-sharing è sotto gli occhi di tutti, specie dopo l’acquisizione da parte del colosso Facebook.
Ma oltre al proprio diletto personale, come può essere utilizzato Instagram per fare del business per il proprio brand o per la propria azienda?
E ancora: conviene farlo?

Assolutamente sì.

Oltre alla già risaputa compatibilità anche per il mondo android, ed il probabile arrivo anche per le altre piattaforme rimanenti, con il conseguente arrivo di ulteriori nuovi utenti, Instagram ha la possibilità -ad esempio- di dare il giusto risalto al vostro backstage della campagna pubblicitaria per il lancio di un nuovo prodotto o al vostro evento (in sale congressi, alberghi, fiere, mostre, rassegne) provando a coinvolgere anche i partecipanti allo stesso evento. Instagram quindi si pone come la piattaforma visiva per antonomasia per quei brand che vogliono raccontarsi anche in immagini e che puntano a creare una community fedele e strutturata.

Mostrare e mostrarsi quindi, non ha avuto mai così senso.

Più nel dettaglio, non dobbiamo mai sottovalutare di:

Creare la corretta identità: username più adatto per il brand, una biografia che vi presenti per sommi capi ed un link ai vostri account sociali. Interazione fra i vari account: La possibilità di poter veicolare i tuoi contenuti, verso altri ‘lidi’ sociali non è da trascurare: scegli di pubblicare (a seconda dei casi) le tue foto anche su Twitter, Facebook oppure Foursquare, Tumblr etc. Esalta la creatività utilizzando i filtri fotografici offerti dalla piattaforma. Geolocalizza i tuoi contenuti, grazie anche alla partnership con l’altrettanto celebre Foursquare il tuo ‘luogo’ potrebbe essere già una venue esistente e quindi essere associato ad essa. L’engage è fondamentale: non dimenticare mai di interagire, creando dialogo e dibattito, con i tuoi utenti. Raccontati: Il concetto di condivisione sui social network in questo contest possiede ancora maggiore senso: fatti vedere o mostra quello che finora non ti era possibile raccontare con strumenti più tradizionali e ricordati di postare sempre regolarmente: fatti abbracciare dal fascino dello storytelling, il tuo brand o la tua azienda non se ne pentiranno. Premia: Offri anteprime ai tuoi followers, premia i tuoi fan con novità che non vedranno su altri canali ‘tradizionali’.

Un coinvolgimento ancora più grande: è quello che può avvenire se crei dei ‘contest’ on-line, incoraggiando proprio la partecipazione della tua rete di contatti e magari utilizzando una parola chiave (hashtag) di riferimento per poter -in un secondo momento- raccogliere tutti i contenuti prodotti.

Tanti, tantissimi i brand nel mondo che lo utilizzano già da tempo con grande successo, come ad esempio Gucci, Marc Jacobs, Burberry, Tiffany, Red Bull,Starbucks e General Elettric, CNN, Mtv, Nh Hotels, Pepsi, NPR, Threadless.

Ora una volta stabilita la tua strategia, non resta che aprirti subito il tuo nuovo account ‘aziendale’ e cominciare a scattare.

Da poco Instagram ha realizzato la sua versione ‘web’, uno showcase vero e proprio delle proprie foto (corrispondente all’indiurizzo instagram.com/username) con le quali è possibile interagire direttamente da browser. Fin’ora le azione possibili sono ancora limitate al ‘like’, al ‘comment’ della singola immagine, oltre al poter sfogliare l’intera collection dell’utente desiderato.

La non-troppo recente acquisizione da parte di Facebook è molto evidente nel layout che è stato scelto di darvi: tipica la parte ‘alta’ del profilo che richiama di molto la ‘cover image’ dei profili timeline. Una novità questa che ha dato una ‘scossa’ alle già presenti app, che permettevano di usare ‘fino al midollo’ i propri account Instagram. Non crediamo che sia stato lanciato un vero e proprio ‘segnale di guerra’, ma questo rimane di sicuro un certo passo avanti da parte dei ragazzi d’0ltreoceano per lanciare un segnale quantomeno di cambiamento.
Ora non resta che attendere i prossimi passi della ormai ex-startup Californiana.

 

Crisis management: i social media sono tappeti

Quando il mese scorso è stato il momento di celebrare il miliardo di iscritti, Facebook ha scelto un video con un messaggio molto semplice: chairs are like Facebook.

Facebook è come le sedie (e poi come ponti, campanelli, aerei) perché, cito, sono “tutte cose che le persone usano per incontrarsi e scambiarsi idee, condividere musica e molte altre cose”. Visto il committente, lo spot è stato ovviamente sezionato, parodiato e stroncato, ma mi è tornato in mente riflettendo sui social media in generale. Ovvero luoghi in cui ci sono anche le marche a incontrare le persone, scambiare idee e condividere molte altre cose, sia quando le cose vanno bene che quando vanno male.

Riflettendo sul crisis management, ho pensato che i social media sono tappeti.

Inizio da questa considerazione: i social media sono tappeti perché sono personalizzabili. Chiunque piazzi un tappeto nel proprio salotto può decidere il colore, la trama e l’ordito, la forma, la grandezza e il materiale. Nello stesso modo i social media, ognuno nel suo modo specifico, consentono alle marche infinite modalità di presenza: da quelle istituzionali alle campagne creative al CRM, ogni marca può e deve scegliere la via di customer engagement più appropriata.

A patto, però, di non dimenticare il secondo punto di contatto tra social media e tappeti, ed è una considerazione ancora più evidente della prima: entrambi esistono perché le persone ci stiano sopra. Altrimenti quella che è una grande opportunità rischia di diventare un bel problema, nell’affrontare una crisi di community management.

Uno dei più grandi errori che si possono fare in questo caso, sia con i social media che con i tappeti, è infatti quello di cedere alla tentazione di coprire e fare finta di niente. Un buco sul pavimento o un prodotto difettoso, una macchia enorme o una crisi aziendale che mette a rischio decine di posti di lavoro: guardate invece quant’è bello questo motivo persiano, quant’è brillante questa campagna, quant’è divertente la nostra app!

Non può funzionare così. Se i social media sono tappeti, vuol dire che riproducono il terreno su cui sono poggiati. Se sotto c’è un buco sarà abbastanza evidente, se si nascondono dei sacchi di spazzatura sembrerà di camminare sulle montagne.

Perché questa è la differenza principale nel crisis management tra social media e media broadcast: le persone ci stanno sopra, tastano il terreno con i piedi e sono tante, se il tappeto è abbastanza invitante e largo per accoglierle. Le persone ci stanno sopra se il padrone di casa ha qualcosa da dire e poco da nascondere, come dovrebbero essere le marche sui social media.

(PS. Anche se quella polvere sembra poca, bisogna essere pronti al fatto che oltre a camminarci sopra le persone possono anche sollevare l’angolo e controllare con gli occhi cosa c’è sotto.)

Su TripAdvisor i grandi chef del CRM

La settimana scorsa sono stato a cena con Ali in un ristorante davanti a Porta Genova.

Mi aveva attirato il fatto che fosse stato aperto sulla carcassa spolpata di un ristorante precedente, e che fosse recensito molto bene su TripAdvisor. Alla fine il ristorante non era particolarmente buono, io gli avrei dato due stellette e mezzo. Però penso che il suo successo su TripAdvisor sia ampiamente meritato.

Infatti TripAdvisor, al momento, in Italia, non si può dire che sia una piattaforma particolarmente significativa per scegliere un ristorante. In primo luogo, il campione di recensori è probabilmente troppo piccolo per essere rilevante. In una città come Milano, con 5 milioni di abitanti e 2500 ristoranti, il quarto miglior ristorante secondo TripAdvisor è un bar e ha 17 recensioni.

Questo mi ha fatto pensare ad una cosa, lavorando in un’agenzia che si occupa di social media marketing. Si chiama Trip Advisor Mafia. Io e un gruppo di colleghi stampiamo dei biglietti da visita, ci vestiamo in gessato e giriamo per i ristoranti limitrofi all’ufficio in pausa pranzo, e offriamo la protezione su TripAdvisor: se ci fai mangiare bene e magari ci offri il caffè, non succede nulla alla tua pagina. Altrimenti ti spariamo sette recensioni negative che ti spediscono a quota 2200 nella classifica.

Lavorando con professionisti integerrimi ed essendo io stesso non particolarmente amante delle mafie, ho accantonato il progetto, ma mentre lo facevo ho scoperto che esiste davvero.

Qui, quo e qua.

In questi articoli vengono prese in considerazione praticamente tutte le forme possibili di truffa, estorsione e ritorsione possibili su un sito con milioni di visitatori e decine di recensioni per ristorante. Una sproporzione che permette ad esempio a un fornitore di vini di offrire un affare come questo: se compri dieci casse di vino da me, ti faccio fare dieci recensioni positive sulla pagina del tuo ristorante. E considerato che il tuo ristorante di recensione forse ne ha sei, capisci che è qualcosa che ti cambia la giornata.

Nel frattempo il mio ristorante due stelle e mezzo che però è ventiquattresimo su TripAdvisor, ha trovato una ricetta per la felicità: ha centinaia di recensioni, e a tutte quelle negative risponde il proprietario. Usa dei toni garbati, invita la gente a tornare a trovarlo promettendogli che non resterà delusa.

È un successo del CRM da cui anche altre aziende potrebbero imparare. Inoltre fa un ottimo budino.

Il Social Media Marketing si fa bello e va in TV

Sempre più spesso le persone guardano la TV mentre navigano con il PC o con lo smartphone (secondo una recente ricerca di Yahoo! la percentuale sarebbe dell’84%). Così il Social Media Marketing si fa bello e va in TV. Questo fenomeno ha favorito l’evoluzione del fenomeno della Social TV, ovvero l’interazione, attraverso i Social Network tra utenti e applicazioni, mentre comodamente sul divano si fruisce di programmi televisi. Parliamo di evoluzione, perché quello della Social TV non è un fenomeno recente, ma nasce con l’invenzione della televisione. I primi apparecchi erano pochi, e costringevano le persone ad aggregarsi in gruppi, a casa di chi poteva permetterseli, o nei luoghi pubblici, scatenando dinamiche sociali di condivisione e interazione.

Già film come “Operazione San Gennaro” o “Totò, lascia o raddoppia?” raccontano l’Italia del tempo con le persone strette attorno alle TV per vedere i programmi. Il Social Media Marketing dunque non è poi così giovane a pensarci bene!

I pochi schermi disponibili degli anni ’50 aggregavano le persone per necessità; oggi i Social Network come Twitter e Friendfeed, e le applicazioni, come Miso e GetGlue, creano Community marketing, per condividere esperienze. Twitter e Friendfeed vengono attualmente utilizzati per seguire i prodotti televisivi, attraverso thread e hashtag dedicati: un esempio è la quinta edizione di X Factor dove è stato utilizzato l’hashtag su misura #XF5.

In sostanza, quello che possiamo dire è che, dalla nascita della televisione ad oggi, sono cambiate le piattaforme, ma non le dinamiche, le quali fin da principio sono da intendersi social. Il pubblico vuole esprimere opinioni e partecipare attivamente, e qui sta anche il futuro della televisione, ed è qui che deve guardare chi crea contenuti, pubblicità e muove le tendenze. Ovvero l’agenzia di comunicazione. Uno dei possibili sviluppi? Avere format televisivi, film e telefilm in grado di evolvere insieme alle scelte di chi sta guardando. Sarà la rivoluzione dei Social Media?

Cosa ne pensate?