Festival Internazionale del Giornalismo, il primo giorno.

Si è conclusa la nostra prima giornata al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Numerosi sono stati i seminari che abbiamo seguito, si è parlato di live blogging, di fact-checking, di social storytelling e di citizen journalism. Certo è che il tema centrale rimane la produzione di notizie da parte dei non addetti ai lavori, degli utenti e dei cittadini.
L’industria dell’informazione può avvalersi di questa risorsa?
Come spesso accade, la virtù sta nel mezzo. La parola d’ordine è la mutua collaborazione. La potenza di fuoco dei social network deve essere unita alle skill, ai mezzi e all’esperienza delle testate giornalistiche, per garantire un’informazione che non perde il contatto con la vita quotidiana, né tantomeno con la deontologia giornalistica.
Investire sui contributi dei non-professionisti è possibile. Tramite meccaniche di incentivazione economica e crediti che premiano le notizie verificate positivamente si alimentano i contributor di valore, facendo in modo che il loro apporto si attesti su base continuativa.
Quando l’industria utilizza le notize dei cittadini, può dimenticarsi le regole base della professione?
No, naturalmente. Nicola Bruno propone questa check-list per i contenuti presi da Twitter e YouTube, ma le regole
possono essere applicate a qualsiasi contesto.

Twitter check-list
YouTube check-list

La direzione che pare di scorgere è quella di una approccio ponderato allo scenario media circostante, scevro dell’entusiasmo della prima ora, memore del retaggio giornalistico che sta alla base della professione.
Il web offre diversi strumenti per verificare la veridicità dei contenuti e si tratta di tool gratuiti alla portata di chiunque. Per esempio possiamo citare Wolfram Alpha per eseguire delle ricerche più articolate, mentre per verificare la veridicità delle immagini possiamo affidarci a TinEye o Google Immagini.
La chiave del citizen journalism è mantenere l’ownership della storia, il giornalista deve essere il manager che gestisce l’ammontare delle informazioni. L’informazione fatta dei cittadini può essere un complemento per le newsroom, ma necessita di criteri di controllo per evitare di incappare in grosse cantonate, come la ragazza gay di Damasco.

Gli analytics di Pinterest: quali vantaggi per i brand?

C’è chi pensa che si rivelerà una bolla di sapone, chi pensa che resterà uno dei protagonisti del mondo dei social media. Parlo di Pinterest, il sito con la crescita più alta di sempre che, dopo una lunga fase di silenzio, è tornato alla ribalta rilasciando alcune importanti features. Ultima in ordine temporale è l’accesso agli analytics.

Fissare KPI, valutare concretamente il raggiungimento di obiettivi strategici e i vantaggi derivanti dall’utilizzo di Pinterest erano esigenze espresse da tempo dalle aziende: in mancanza di servizi specifici per i profili business, la piattaforma correva seriamente il rischio di essere esclusa dagli investimenti.

D’altro canto  non utilizzare Pinterest poteva essere un’occasione persa, non si può infatti sottovalutare la sua capacità di drenare traffico verso siti terzi e l’alto tasso di conversione all’acquisto. L’anima marcatamente commerciale emerge anche dal seguente sondaggio di Bizrate che riporta le diverse ragioni che spingono gli utenti ad utilizzare Facebook e Pinterest:

Reasons for using Pinterest Facebook

L’introduzione degli analytics è sicuramente un enorme passo in avanti per dimostrare alle aziende quali sono i vantaggi derivanti dall’investimento nella piattaforma, oltre all’importanza che ormai ricopre Pinterest in una buona strategia digitale. Insomma, finalmente trova risposta la domanda che circolava dal tempo sulla creatura di Silbermann e Sharp: «Bello Pinterest, ma a cosa serve?».

Sapere quanti sono gli utenti che inseriscono nei board immagini tratte dal proprio sito certificato, quanti escono da Pinterest per avere più informazioni su un prodotto pinnato (e magari acquistarlo), quali sono le immagini più repinnate, è un dato che può aiutare i brand (penso soprattutto al settore fashion) per tracciare i gusti degli utenti e la loro risposta rispetto, ad esempio, a nuove linee di prodotti.

Saranno quindi le aziende che concentrano il proprio business sul traffico al sito a trarre i maggiori benefici da questa novità, anche se continua a mancare un dato qualitativo sui follower, la possibilità di carpire i trend nel proprio settore di riferimento, una overview distinta per board. Per ora ci sono dati “autoreferenziali” e solo il monitoraggio quotidiano della piattaforma può restituire un’analisi di tipo qualitativo sulle attività e passioni degli utenti, un elemento fondamentale per comprendere come pinnare in modo da catturare l’attezione.

Facebook lo aveva capito da tempo, fornire un servizio di analytics interno è importante per stimolare la presenza delle aziende. Questa mossa riuscirà a mantenere Pinterest sulla cresta dell’onda?

Spotify: app marketing per band e media-brand

Spotify è un servizio di streaming musicale on demand lanciato nel 2008 dalla startup svedese Spotify AB e reso disponibile in Italia a partire da Febbraio 2013. I brani dispobinili provengono da una selezione delle major discografiche, come Sony, EMI, Warner Music Group e Universal, oltre che dalle etichette indipendenti. È disponibile per i sistemi operativi desktop di maggior adozione, Mac, Windows e Linux, oltre ai dispositivi mobili, iOS, Android, Windows Mobile, Windows Phone, Symbian e Blackberry (in beta) e alcune piattaforme per l’home entertainment.

Come funziona di fatto?
È sufficiente scaricare il software da questo indirizzo, dopo averlo installato e avviato, basterà inserire le proprie credenziali di Facebook per avere accesso a questo incredibile database musicale a disposizione.

Dov’è la “fregatura”?
Al momento del primo accesso viene attivato un trial gratuito di sei mesi, durante il quale è possibile ascoltare illimitatamente i brani disponibili, disturbati solo dai banner pubblicitari e dagli spot audio simil-radiofonici diffusi saltuariamente durante l’ascolto. Al termine del periodo l’accesso free prevede un limite di ascolto di dieci ore al mese, oppure la sottoscrizione di due tipi di abbonamento: Unlimited per 4,99€ al mese, e Premium  al costo di 9,99€ al mese.

All’interno delle feature offerte da Spotify, le applicazioni sono lo strumento più interessante a disposizione degli utenti e delle aziende. Si tratta di veri e propri siti HTML5 corredati dagli snippet di codice necessari per interagire con la piattaforma, tramite ascolto, condivisione e organizzazione del materiale preferito. Questa possibilità offre tante opportunità per gli utenti, che possono seguire le band preferita in un unico hub, dove ascoltare, leggere, guardare e seguire. Mentre le aziende e le band possono aggregare in un solo punto le informazioni sui concerti, sui dischi, i brani e le playlist da ascoltare con un click, rendendo l’esperienza più coinvolgente e soddisfacente tramite l’impiego di una strategia di app marketing.

Tra le band che hanno già deciso di cimentarsi con le Spotify apps possiamo citare i Blur, che hanno sviluppato la loro applicazione, dalla quale possiamo accedere alla discografia del gruppo, ai concerti, al feed twitter e alle playlist.

blur-spotify-app

Il DJ David Guetta nella sua applicazione aggrega le top tracks, i prossimi live e i riferimenti Twitter. Nella sezione “Play Guetta” compare invece un’infografica interattiva, che mostra in diretta in quali parti del mondo viene ascoltato l’artista.

Anche un altro famoso DJ si è applicato, infatti Steve Aoki con la sua app “Aoki’s House” convoglia tutti gli artisti che gravitano nella sua scena e mette a disposizione degli utenti una sorta di generatore di DJ set da party. Basta impostare la durata della festa, scegliere i DJ della crew da inserire nella line-up e cliccare su “Start the party”.

Aoki's Spotify app

Tra i media-brand italiani citiamo Rockol, tra le prime testate ad approdare su Spotify, che insieme alle recensioni testuali consente di ascoltare il disco del quale si sta leggendo, oltre a votarlo e aggiungerlo come playlist.

Rockol's Spotify App

Non dimentichiamo la vera killer feature di questa piattaforma, la fruizione seamless. Spotify in accordo con Facebook pubblica quanto ascoltiamo sul profilo usato per accedere al sistema, in questo modo gli amici saranno sempre al corrente degli ascolti effettuati, scoprendo nuove tracce, nuove band o qual è la nostra ossessione del momento. L’utente non perde mai il contatto con il contenuto-brano perché sia che si trovi sull’applicazione o su Facebook, può mettere in pausa quello che sta ascoltando, oppure cliccare play sui brani ascoltati da altri. L’approccio seamless vale anche per la comunicazione a pagamento sui contenuti musicali, le etichette discografiche hanno infatti la possibilità di linkare i banner mostrati su Spotify direttamente all’ascolto del disco pubblicizzato all’interno del software.

Secondo l’azienda, in seguito al lancio in Italia sono stati ascoltati 11 milioni di brani per un totale di 70 anni di ascolto e l’artista italiano più popolare è risultato Max Gazzè. Voi cosa state ascoltando adesso?

Vine: nuove possibilità di content marketing

Una delle mie ultime fissazioni è Vine. Lo testimoniano i video che sto facendo al mio cane Spock (detto #Spauck). Si tratta di una applicazione per iPhone e iPad (se non l’avete ancora scaricata la trovate qui) molto interessante che permette di realizzare video, facendo anche piccoli montaggi, e di raccontare storie nello spazio di pochi secondi, sei per l’esattezza.

Questa app ripropone una delle caratteristiche che hanno fatto la fortuna di Twitter, ovvero fare storytelling con risorse (spazio e tempo) limitate. Quando tempo e mezzi a disposizione sono pochi la creatività può fare la differenza, ecco quindi che spuntano i primi esperimenti, i primi micro film e i primi spot e le prime strategie digitali. Le caratteristiche di Vine permettono di creare contenuti senza preliminari e informazioni superflue mettendo in mostra solo l’essenza di prodotti e contenuti. Se volete farvi un’idea dei video attualmente pubblicati su Vine vi consiglio di dare un’occhiata a Seenive, come recita la sezione about: l’alternativa non ufficiale all’applicazione mobile targata Twitter.

Rispetto a Cinemagram c’è un’evoluzione. Si passa dalla realizzazione di GIF animate, anche se elaborate e creative, a veri e prorpi cortometraggi con audio. Tutto da condividere immediatamente con i propri contatti Twitter e Facebook.

Quali sono le possibilità per i brand? In realtà gli spazi per muoversi con originalità ci sono tutti. Lo strumento è nuovo e chi lo sta utilizzando lo fa in modo molto sperimentale. Su Vine possono essere veicolati messaggi in modo creativo, non invadente e spiritoso. Possono essere realizzati degli spot, clip in stop motion, presentati libri e riviste in anteprima (book trailer) e mostrata la gamma prodotti di una marca. I brand, inoltre, possono sfruttare l’effetto novità del mezzo che rende, di fatto, ogni contenuto, anche se ralizzato con qualità non altissima, notiziabile.

Ecco due dei brand che stanno utilizzando questo canale in modo interessante:

Ritz Crackers

Red Vines

Social: parlare alle community, facendone parte

Questa è una riflessione che parte dal real time marketing per cercare di capire una volta di più cosa vuol dire per una marca essere presente sugli spazi sociali online, parlare con le persone attraverso Facebook, Twitter o la prossima next big thing. Parto dall’inizio e ve la racconto così come l’ho pensata io, dopo avere letto tanti commenti sul tema.

Il caso di Oreo durante il blackout del Super Bowl è ormai una pietra miliare per chiunque faccia questo lavoro (e non solo). Ve lo dico come l’hanno detto tutti, perché il punto è quello: è stata una commistione di prontezza, creatività, scelta degli strumenti, che ha permesso a dei biscotti di diventare protagonisti delle conversazioni di milioni di persone, proprio durante l’evento che tutto l’advertising aspetta per un anno intero e in cui investe milioni di dollari.

L’exploit di Oreo è utile a questa riflessione per inquadrare subito il problema, ma ovviamente non si tratta di un caso isolato. Nel bene e nel male il real time marketing sui social media sta cominciando a diffondersi e la collezione di esempi rilevanti – anche durante lo stesso blackout al Super Bowl – potrebbe continuare. A partire da questo, si tratta però di capire se ci sia una lezione dietro: perché ha funzionato così tanto?

La risposta può iniziare dalla constatazione che c’è chi ha fatto produzione real time di contenuti ben prima di Oreo e probabilmente con un engagement maggiore. Mi riferisco alle persone, che lo fanno continuamente. Per fare un esempio recente, la velocità con cui il mio newsfeed si è riempita di fotomontaggi di Papa Francesco Totti dopo la fumata bianca è degna del più efficiente team di creativi. I meme nascono così. Ma, allargando il discorso, la produzione di contenuti real time è davvero continua: sono così gli status update, i tweet di commento alle trasmissioni televisive, ecc.

Le esecuzioni forse lasciano a desiderare, ma forse no. Non erano esecuzioni perfette per la brand equity dello studente 18enne che le ha realizzate? Non erano esecuzioni ottime per il mezzo di destinazione? Per quanto ci piaccia prendere in giro il TG1 quando parla di “popolo di Facebook/Twitter/Web”, è innegabile che con il tempo i diversi spazi sociali abbiano sviluppato dei linguaggi tutti loro e particolari, che in alcune forme estreme sono totalmente incomprensibili a chi ne sta fuori. Vale sia per la forma che per il contenuto, dal low fi ai calembour.

Rimettendo il marketing al centro del discorso, è il momento di aggiungere delle spiegazioni al successo del real time marketing di Oreo e simili. Io credo che la chiave sia nella decisione di parlare alle community facendone parte, essere presenti negli spazi sociali online accettandone i meccanismi e partecipando al gioco. Che non significa sostituirsi alle presenze amatoriali: anche in questi spazi le marche devono continuare a essere se stesse, portare avanti la propria identità, con la qualità della loro comunicazione. Quel tipo di real time marketing è prima di tutto un approccio, e allo stesso modo è possibile pianificare altri contenuti –  d’altronde sono sicuro che ci sono anche persone che stanno già preparando delle immagini con gli auguri di Pasqua per stupire i propri amici.

Quello che è fondamentale è vivere completamente gli spazi sociali, monitorarli, avere con le community un rapporto paritario. Lo ripeto: farne parte. E non pensare di ripetere su questi canali schemi che qui sono estranei o, peggio, nascondersi dietro una conversazione artificiale.

Tornate all’header di questo post. Ecco, io penso che Hans l’Uomo Talpa sia un gran figo, ma se fa finta di essere Bart non ci casca nessuno (e fa pure un po’ ridere).

 

Contenuti Virali, scoprirli e rappresentarli, ViralSearch

Individuare e analizzare i contenuti virali, l’app “laboratorio” di Microsoft

Durante l’ultimo TechConf, Microsoft Research ha presentato ViralSearch, un software che permette di dare una rappresentazione grafica al termine viralità e non solo.

L’applicativo permette di indicizzare i social media, per ora si è visto a lavoro su Twitter, e analizzare i fenomeni virali, il loro livello di diffusione, da dove sono partiti, e tutta la catena della condivisione, fornendo analisi dettagliate degli internet meme.

httpvh://youtu.be/wSwOszoHuoI

ViralSearch potremmo definirlo una versione evoluta di Google Ripples (in italiano Google Eco), la web app che mostra la diffusione di un link su Google+, ma con il vantaggio di fornire una maggiore profondita di analisi e di non essere legato a un singolo social networks

Google+ Ripples - Diffusioni virali dei contenuti condivisi su Google+
Fonte: Google
Schermata di Google+ Ripples, il tool che permette di vedere la diffusione virale dei contenuti pubblicati sul social network di Google

Il software non è pubblico e non è dato sapere se mai lo diventerà, uno dei possibili scenario è che il suo algoritmo una volta uscito dalla fase di sviluppo venga “integrato” in Bing, potenziandone la social search. In ogni caso, visto il crescente e giustificato interesse dei marketing manager per termini come social network, follower, influencer e reputation, ViralSearch sembra avere le potenzialità per essere un ottimo strumento per le agenzie di Marketing digitale, di PR e per i grandi publisher di contenuti, permettendo con le sue funzionalità un’analisi dettagliata dei flussi di condivisione e l’individuazione certa degli influencer.

Info-grafica: content marketing da vedere

L’informazione diventa grafica. Per affascinare, catalizzare, sedurre, per farsi ricordare, questo l’end benefit. Nei telegiornali, sui libri, in politica, in pubblicità, pare che la tendenza sia il ritorno all’università. Non avete mai fatto schemini per riassumere gli argomenti più ostici delle lezioni ad esempio? Possiamo anche prendere esempi dalla vita quotidiana per trovare formidabili case history. Sabato pomeriggio, IKEA. Acquistate un mobile, tornate a casa, aprite la scatola, prendete il foglio informativo e vi trovate davanti a quella bambina. La bambina che, con le sue istruzioni info-grafiche, rende il montaggio estremamente semplice. Evviva la brugola, vi direte ad un certo punto. La comunicazione visiva invade e pervade la nostra vita. Dai fogli illustrativi di sicurezza sull’aereo, i segnali stradali, alle indicazioni all’interno dei centri commerciali. I gesti sono diventati dizionario linguistico universale.

Anche per i bambini vale lo stesso discorso: le loro prime espessioni grafiche sono fantasiose, spontanee, originali e non sempre logiche. Diventano poi “stereotipi” della realtà, e sono proprio questi stereotipi che oggi consentono ai media e alle agenzie di comunicare attraverso un linguaggio universale, riconosciuto tout court.

La grafica pubblicitaria in questo senso ci aiuta perché si presta molto bene alla sperimentazione e alla creatività infografica per giungere a immagini semplici e facilmente comprensibili. L’obiettivo è attrarre attraverso invenzioni bizzarre. Ogni immagine diventa un modello della realtà. E il suo scopo è quello di fornire concetti e strumenti di lettura, di dialogare con l’interlocutore su uno specifico tema.

E il content marketing cosa c’entra?

Anche il content marketing viene “infograficizzato”. Il testo prende una forma nuova, diventa disegno, inserisce quel pizzico di empatia e di emotività al segno grafico. Il content marketing esiste per creare legami d’amore, il suo obiettivo è instaurare familiarità, simpatia, fiducia attraverso il contenuto, la parola, il dialogo. E quando la parola diventa disegno, diventa ancora più simpatica, condivisibile, appetibile. E noi copywriter diventiamo più malleabili e contenti. E il messaggio più “toccabile”.

Grafica e parola si uniscono in un connubio fatto d’amore e complicità, in una delle più belle storie d’amore. Insieme fanno dell’amore un’opera d’arte. Insieme diventano Infografica, o in altri modi chiamata: Data Visualization, Information Design o Visual Content.

Obiettivo? Rendere interessanti e accessibili ad un pubblico variegato una serie di dati che nella loro consuetudine apparirebbero soporiferi. Istruzioni d’uso? Non ce ne sono. Solo conoscere molto bene il contesto e il messaggio che si vuol dare. Perché? Per creare un messaggio chiaro e universale, per fare engagement.

Trionfa il ritorno ad un linguaggio dalla forma molto semplice, che ritroviamo nel web design, su Linkedin e nelle social media strategy, e anche nella vita reale tra elezioni politiche e  agenzie che festeggiano anniversari. E tutto diventa più invitante, più comprensibile, più vitale.
A proposito, volete sapere come vivere più a lungo? Ecco i 22 modi per farlo. Ve lo dice, appunto, un’infografica:

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Via graphicspedia.net

Il 2013 è l’anno del Social media marketing per il B2B?

Negli USA i visitatori unici dei blog aziendali sommati a quelli di Linkedin sono ormai la metà di quelli della sconfinata popolazione di Facebook. I 2 spazi, blog e Linkedin, contraddistinguono la gran parte della presenza social di un’azienda B2B.

E’ un segnale che si sta avvertendo sempre più anche in Italia dove si moltiplicano le aziende B2B oriented che si avvicinano al social media marketing, che non significa solo Facebook, e che stanno capendo che i social media non impattano solo sui media di comunicazione, ma sulle relazioni con la clientela, i prospect, gli stakeholder e i potenziali collaboratori. Allora quali sono le funzioni e le strategie del social media marketing nel B2B e come si possono applicare? Quale ruolo può rivestire una social media strategy nel concerto di un piano industriale?

Esistono alcuni key factor di marketing e comunicazione peculiari che un’azienda B2B non può più ormai non considerare.

Innanzitutto il mercato si presenta quasi sempre molto segmentato per cui servono attività e risposte mirate. La “vendita” poi è sempre basata su relazioni personali e strette per cui diventa fondamentale costruire e rinsaldare il bond coi propri clienti e attirare i prospect. La necessità del lead è spesso l’approfondimento della sua industry, è pertanto raccomandabile costruire e popolare spazi dove trovare aggiornamenti e approfondimenti. Infine gli investimenti di marketing a disposizione sono quasi sempre più contenuti di quelli delle aziende B2C e quindi il social media marketing viene in aiuto consentendo l’ottimizzazione delle risorse.

Ecco che allora una corretta social media strategy può raggiungere importanti risultati come: ottenere awareness efficace per l’Azienda e i suoi prodotti verso pubblici specifici. Rinforzare il posizionamento e la reputazione aziendale diventando una voce autorevole e un hub di informazioni utili. Garantire una Lead generation efficiente. Fare sinergia e cross-fertilization tra le diverse componenti aziendali. Trasformare più velocemente conoscenza e risultati in reputazione per l’azienda. Accrescere le relazioni con il mondo della ricerca, che fa uso intenso dei social media e infine anche poter attrarre le risorse umane miglior.

Quali sono le leve principali di social media strategy sulle quali agire? Un’efficace social media strategy per le aziende B2B non può prescindere dalla “contaminazione” innanzitutto del sito che deve trasformarsi gradualmente in un social website.

E’ poi fondamentale la costruzione di un blog con una gestione e un content marketing in grado di segmentare i pubblici di riferimento: clienti, prospect, collaboratori per essere un’autorevole voce della propria industry. Il canale Youtube può diventare un repository efficace per fornire soluzioni in modo impattante e veicolare eventi aziendali , mentre Linkedin si trasforma e segmenta i pubblici veicolando traffico al sito aziendale.

Un aspetto non trascurabile per l’azienda B2B che approccia il social media marketing è l‘impatto della social media strategy e della sua corretta implementazione sull’organizzazione aziendale. Richiede il commitment del management e di sponsor interni e non può prescindere dal coinvolgimento di importanti asset come ad esempio i ricercatori e il front-line commerciale. Si rende quindi necessaria una formazione specifica alle divisioni aziendali e una definizione di regole di comportamento e di azione anche per contenere i rischi di dispersione, entropia e inconsistenza.

Talvolta può essere anche un bene che la gestione operativa dei social media rimanga all’interno dell’azienda. E’ infatti una leva di gestione del business e dell’organizzazione e consente inoltre di capitalizzare gli investimenti che sono prevalentemente in know-how e procedure. Un partner esterno competente in social media strategy per il B2B e in community marketing, può fornire invece consulenza strategica su quali canali attivare e come dare supporto nella progettazione operativa di ciascun canale: piani, linee guida, procedure di gestione, procedure di reporting, tono e linguaggio.

Può incaricarsi di fare formazione alle persone dell’azienda su ciascun canale, affiancarsi nella gestione nel primo periodo, eseguendo compiti specifici, per i quali l’internalizzazione non è giustificata o possibile. Ci sono insomma mille buonissimi motivi affinché anche in Italia le aziende B2B inizino ad interpellarsi circa l’opportunità di inserire la voce di community marketing nei loro piani e di concepire l’allocazione di risorse interne per interloquire con gli specialisti delle agenzie di social strategy e content marketing.

Instagram: fare business attraverso le immagini

La crescita di una comunità come Instagram, celebre applicazione di Photo-sharing è sotto gli occhi di tutti, specie dopo l’acquisizione da parte del colosso Facebook.
Ma oltre al proprio diletto personale, come può essere utilizzato Instagram per fare del business per il proprio brand o per la propria azienda?
E ancora: conviene farlo?

Assolutamente sì.

Oltre alla già risaputa compatibilità anche per il mondo android, ed il probabile arrivo anche per le altre piattaforme rimanenti, con il conseguente arrivo di ulteriori nuovi utenti, Instagram ha la possibilità -ad esempio- di dare il giusto risalto al vostro backstage della campagna pubblicitaria per il lancio di un nuovo prodotto o al vostro evento (in sale congressi, alberghi, fiere, mostre, rassegne) provando a coinvolgere anche i partecipanti allo stesso evento. Instagram quindi si pone come la piattaforma visiva per antonomasia per quei brand che vogliono raccontarsi anche in immagini e che puntano a creare una community fedele e strutturata.

Mostrare e mostrarsi quindi, non ha avuto mai così senso.

Più nel dettaglio, non dobbiamo mai sottovalutare di:

Creare la corretta identità: username più adatto per il brand, una biografia che vi presenti per sommi capi ed un link ai vostri account sociali. Interazione fra i vari account: La possibilità di poter veicolare i tuoi contenuti, verso altri ‘lidi’ sociali non è da trascurare: scegli di pubblicare (a seconda dei casi) le tue foto anche su Twitter, Facebook oppure Foursquare, Tumblr etc. Esalta la creatività utilizzando i filtri fotografici offerti dalla piattaforma. Geolocalizza i tuoi contenuti, grazie anche alla partnership con l’altrettanto celebre Foursquare il tuo ‘luogo’ potrebbe essere già una venue esistente e quindi essere associato ad essa. L’engage è fondamentale: non dimenticare mai di interagire, creando dialogo e dibattito, con i tuoi utenti. Raccontati: Il concetto di condivisione sui social network in questo contest possiede ancora maggiore senso: fatti vedere o mostra quello che finora non ti era possibile raccontare con strumenti più tradizionali e ricordati di postare sempre regolarmente: fatti abbracciare dal fascino dello storytelling, il tuo brand o la tua azienda non se ne pentiranno. Premia: Offri anteprime ai tuoi followers, premia i tuoi fan con novità che non vedranno su altri canali ‘tradizionali’.

Un coinvolgimento ancora più grande: è quello che può avvenire se crei dei ‘contest’ on-line, incoraggiando proprio la partecipazione della tua rete di contatti e magari utilizzando una parola chiave (hashtag) di riferimento per poter -in un secondo momento- raccogliere tutti i contenuti prodotti.

Tanti, tantissimi i brand nel mondo che lo utilizzano già da tempo con grande successo, come ad esempio Gucci, Marc Jacobs, Burberry, Tiffany, Red Bull,Starbucks e General Elettric, CNN, Mtv, Nh Hotels, Pepsi, NPR, Threadless.

Ora una volta stabilita la tua strategia, non resta che aprirti subito il tuo nuovo account ‘aziendale’ e cominciare a scattare.

Da poco Instagram ha realizzato la sua versione ‘web’, uno showcase vero e proprio delle proprie foto (corrispondente all’indiurizzo instagram.com/username) con le quali è possibile interagire direttamente da browser. Fin’ora le azione possibili sono ancora limitate al ‘like’, al ‘comment’ della singola immagine, oltre al poter sfogliare l’intera collection dell’utente desiderato.

La non-troppo recente acquisizione da parte di Facebook è molto evidente nel layout che è stato scelto di darvi: tipica la parte ‘alta’ del profilo che richiama di molto la ‘cover image’ dei profili timeline. Una novità questa che ha dato una ‘scossa’ alle già presenti app, che permettevano di usare ‘fino al midollo’ i propri account Instagram. Non crediamo che sia stato lanciato un vero e proprio ‘segnale di guerra’, ma questo rimane di sicuro un certo passo avanti da parte dei ragazzi d’0ltreoceano per lanciare un segnale quantomeno di cambiamento.
Ora non resta che attendere i prossimi passi della ormai ex-startup Californiana.

 

Social Reader: una ricetta per l’insuccesso?

Se leggere le notizie è la preghiera dell’uomo laico, come diceva Hegel, leggerle online è la preghiera dell’uomo laico 2.0. Ogni quotidiano nazionale dispone di un sito web con la rassegna delle notizie della versione stampata, oltre a una vasta gamma di contenuti di intrattenimento in omaggio. Alcuni di questi siti dispongono anche di una versione “social”, fruibile tramite un’applicazione Facebook. Le funzionalità principali di questo genere di applicativi sono abbastanza ricorrenti:

  • Ordinamento automatico degli articoli in base al gradimento o alla “lettura”.
  • Pubblicazione automatica delle notifiche di “lettura” sulla propria Timeline.
  • Possibilità di condivisione o di espressione del gradimento rispetto a una notizia.

Ma facciamo un piccolo passo indietro, prima di scegliere il canale su cui fruire i contenuti online, prima ancora della scelta del mezzo, ovvero: a quale testata affido la mia informazione?

La scelta della testata preferita viene operata in base ai più disparati criteri, come lo schieramento politico individuale e del giornale, le firme dei giornalisti che vi scrivono, il formato e il layout. Oltre a queste ragioni funzionali, ideologiche e di fruizione, ne esistono di ulteriori, di natura sociale e familiare. Molti comprano lo stesso quotidiano letto dal padre (oppure uno di segno opposto), altri ostentano la lettura di una testata come presa di posizione o status. Una cosa è certa, la scelta viene effettuata, anche se talvolta non è concretizzata in una pratica di acquisto del giornale cartaceo. Potremmo dunque affermare che a prescindere dagli aspetti elencati, un giornale viene letto anche per il modo in cui le notizie vengono erogate. Una volta smarcato questo punto passiamo alla domanda successiva.

Se leggo un quotidiano anche per come eroga le informazioni, ha senso rimandare all’utente la responsabilità dell’ordinamento delle notizie? Probabilmente la risposta è no. La certezza è quella di attuare uno scollamento tra la percezione del brand e i contenuti che lo rappresentano sui social. Prendiamo come esempio Blu La Repubblica, dove gli articoli proposti non corrispondono con quelli della prima pagina online, né tantomeno con la versione stampata.

Qualcuno di voi a questo punto starà pensando che all’estero sicuramente non viene commesso lo stesso errore. Sbagliato, anche il Washington Post adotta lo stesso approccio, anche se lo fa con un risultato nettamente migliore.

L’attuale futuro dei social reader punta in una direzione, la stessa dell’Huffington Post, ESPN e Yahoo!, ovvero l’applicazione social diventa invisibile e si insinua nelle trame del sito.

Nel dettaglio:

  • Assenza dell’applicazione su Facebook.
  • L’ordinamento degli articoli è quello del sito.
  • L’applicativo sociale è invisibile, nascosto nel codice del sito web.
  • Previo consenso dell’utente, su Facebook vengono condivise le azioni svolte sul sito web.
  • Graduale abbandono degli automatismi invasivi, come le notifiche di “lettura”.
  • Controllo maggiore sulle azioni condivise.

La battaglia del Social Reader si combatte sul campo dell’automatico vs manuale o per dirla meglio, sull’impiego assennato di automatismi e operazioni volontarie. Questo non solo per evitare che la homepage di Facebook sia infarcita di notifiche poco interessanti, ma per garantire un’esperienza rilevante e informativa ai lettori. L’indice degli articoli non dovrebbe essere stabilito dal numero di letture totalizzate, perché anche se fosse un valore realmente misurabile (e non lo è), poco dovrebbe importarcene come utenti.
Adesso diteci, voi usate i social reader?