Fact Checking digitale

Facebook, Twitter e più in generale le piattaforme social, hanno assunto nel corso degli anni una connotazione ben al di là della semplice condivisione di contenuti estemporanei. Nelle situazioni più difficili questi network spesso diventano un luogo dove diffondere informazioni riguardo ciò che succede intorno, come ad esempio disastri naturali, agitazioni popolari o guerre. Il mondo del giornalismo ha imparato ad abbeverarsi dal bacino dei social network a piene mani, a volte dimenticando di mantenere quell’approccio deontologico necessario a preservare la qualità dell’informazione.

Un caso celebre è stato quello della ragazza gay di Damasco, Amina Arraf. I media mondiali hanno riposto parecchia attenzione nei confronti del blog della giovane di origini siriane-americane, fino a quando proprio su queste pagine è stata annunciata la scomparsa di Amina da parte di un cugino. Il caso diventa virale, scatenando iniziative di altri blogger e ancora più attenzione dei media tradizionali. Il “Free Amina” si interrompe quando uno studente americano a Edimburgo pubblica sul suo blog la confessione: è lui l’autore di tutti i post, la ragazza non esiste. Il problema è che era possibile rendersi conto della grossa cantonata eseguendo il fact checking, ovvero verificando la fonte e le informazioni. Successivamente il consolato ha infatti affermato che nei loro database non risultava nessuno corrispondente al profilo di Amina, oltre al fatto che nessun giornalista pareva aver incontrato la giovane in persona. Le foto circolanti ritraevano in realtà una donna di Londra che non era neppure mai stata in Siria.

Cosa si può fare per proteggere sé stessi e il pubblico da simili errori?
Verificare i dati prima di pubblicare, tramite alcuni servizi online, ma soprattutto modificando l’approccio, avvalendosi per esempio degli strumenti dell’OSINT.

OSINT sta per Open Source INTellingece, e rappresenta l’attività di raccolta di informazioni mediante la consultazione di fonti di pubblico accesso. Questo tipo di indagine può riguardare diversi tipi di media, prendiamo in analisi le tipologie principali.

I documenti di testo possono contenere preziose informazioni all’interno dei metadata dei file, come per esempio il nome dell’autore, la data di creazione e modifica, il percorso sul server dove era archiviato, il sistema operativo usato e tanto altro ancora. Foca Forensics permette di eseguire questa indagine, svelando per esempio se un nuovo documento rilasciato da Anonymous trafugato alla polizia sia veramente tale.

Le immagini possono essere esaminate seguendo diversi parametri, i metadata possono rivelare il dispositivo impiegato per lo scatto, le coordinate geografiche e molto altro, mentre l’ELA, Error Level Analysis di una foto, può darci indicazioni riguardo un possibile editing e dunque mistificazione. FotoForensics può aiutarci in entrambe i casi. Google Immagini è un altro utile alleato in grado di svelare se la foto di un utente sospetto sia stata trafugata in rete, o addirittura rivelarci il luogo ritratto in un’immagine. TinEye analogamente a Google può svelarci se una certa foto sia presente altrove in rete.

I video possono essere validati seguendo l’ingegno. Possiamo verificare le condizioni climatiche che appaiono con quelle registrate su WolframAlpha, oppure verificare che un luogo sia veramente quello mostrato consultando Google Street View o Google Earth.

In definitiva conta l’approccio: discovery, selection, formulation, delivery.

Che cos’è la viralità?

Tra le tante, ci sono due caratteristiche dell’internet che lo rendono mediamente un bel posto: il fatto che non si perda niente, e la serendipità intrinseca nel saltare da un link all’altro o nel refreshare la home di facebook. È così che pochi giorni fa mi sono imbattuto in un video che non vedevo da anni, ma che spiega meglio di mille tesi cosa vuol dire viralità.

Guardatelo tutto, ne vale la pena.

Proprio per la sua forza espressiva l’avevo inserito nella mia, di tesi, e anche se tanti lo usano per spiegare la leadership, io continuo a pensare che abbia molto da insegnarci sulla viralità, che spesso non è che l’obiettivo ultimo di engagement, anche e soprattutto per le marche che hanno deciso di entrare nel social web rispettandone i meccanismi.

Tornando al video, ecco cosa si vede:

  • Un soggetto che si esprime davanti a un pubblico.
  • Il contenuto del suo messaggio ha tre caratteristiche fondamentali: è sorprendente ma nello stesso tempo adatto al contesto, è semplice da imitare.

Lì inizia, almeno in questo caso, il processo virale. Il primo ragazzo è un early adopter, un cool hunter, uno avanti: si fa spiegare i passi e condivide il contenuto. Il secondo follower è il punto di svolta che moltiplica esponenzialmente la visibilità del contenuto: tre persone insieme sono più che la loro somma. Adesso quella danza è virale e si aggiungono tutti gli altri.

Un caso talmente di successo che sui social oggi si chiamerebbe meme: perché ognuno che si aggiunge interpreta la danza a suo modo, ricondividendo con variazione, ma rispetta lo schema di base, che è il collante di tutti questi contenuti. Se non ci credete potete guardare di nuovo il video, e poi pensare a Condescending Wonka o Grumpy Cat.

Questo video racconta una case history di successo e, come sempre, da queste cose c’è da imparare. Io credo che il segreto sia già negli elementi iniziali del video: le persone, il contesto, il messaggio. Capire i primi due, costruire il terzo in modo che sia una bella sorpresa. In altri termini, e riportando il discorso ai social media, ci vuole una grandissima conoscenza delle community e degli strumenti a disposizione unita a un’esecuzione perfetta, che non deve avere paura di osare un po’.

Su Facebook, Twitter, Pinterest, Youtube, Google+ o Vine: chi ha il coraggio di essere il dancing guy del customer engagement?

 

 

Nessun correttore automatico è stato maledetto durante la scrittura di questo post, che spero diventi virile. DANNAZIONE!

 

Twitter e la TV: una storia oltre lo spot televisivo

L’altra sera seduta sul divano davanti alla tv ho iniziato a riflettere sulla connessione tra la televisione e Twitter: ormai live twitting, hashtag che compaiono all’interno degli spot televisivi e conduttori che cercano di prendere dimestichezza con il linguaggio di Twitter, dimostrano che c’è un legame consolidato tra questi due media. Basti pensare al record di tweet dell’ultimo Superbowl (oltre 30.600.000) che, anche grazie al lungo blackout, è diventato uno degli eventi più social di sempre. Da qui nasce una domanda: qual è il futuro della social tv?

Risale appena allo scorso dicembre, infatti, l’annuncio di una partnership esclusiva con Nielsen volta a creare il Nielsen Twitter TV Rating, un nuovo standard di misurazione del successo social di un programma televisivo che si basa interamente sui dati di Twitter.

Oltre a capire in quanti guardano un determinato programma, l’obiettivo è quello di capire il livello di interazione che quel programma genera negli spettatori.
Ma la piattaforma di microblogging sembra decisa a rivoluzionare completamente il modo di usufruire dei contenuti televisivi, in particolare degli spot. Il prossimo obiettivo è quello di unire l’aspetto pubblicitario televisivo con quello sociale: Twitter ha acquisito Bluefin Labs, una delle principali società di misurazione degli ascolti televisivi e dell’interazione con i social network.

Questo nuovo strumento analizza i programmi televisivi e le conversazioni, individua i tweet legati agli show e, di conseguenza, deduce quali spot le persone hanno visto.

Se fino a ieri lo spot televisivo iniziava e finiva in televisione, da oggi la “storia” dello spot può continuare e vivere in una conversazione. Grazie ai social media, lo spot è diventato una parte di qualcosa di più ampio: è un elemento di una conversazione condivisa, tra brand e persone.

 

 

Queste funzioni sono, almeno per il momento, una prerogativa degli Stati Uniti. Chissà se anche in Italia, dopo l’ormai conslidato arrivo del twitter marketing, si riuscirà a sfruttare anche questa preziosa opportunità. È vero, si tratta ancora di una soluzione sperimentale ma credo che si stia andando verso un nuovo modo di concepire i media nel loro complesso: non possiamo più considerarli come mezzi separati o trasversalmente interagenti, dobbiamo capire tutti i mezzi di comunicazione, televisione compresa, sono parte di un nuovo ecosistema di media che si involvono l’uno nell’altro e che genereranno un nuovo modo di comunicare le marche.

“The power of consumer” e il ruolo dei social media

Quest’anno ho avuto la fortuna e il piacere di partecipare ad Linkontro Nielsen, giunto alla 29esima edizione, tre giorni di panel e conferenze in cui si incontrano i principali attori italiani della grande distribuzione e della produzione.

Tra le altre cose c’erano due fenicotteri bellissimi che passavo a salutare ogni giorno, e c’era anche Steve Hasker, President Global Product Leadership di Nielsen, che con il suo intervento “The Power of the Consumer” me li ha fatti dimenticare. La sua relazione partiva da un punto molto semplice e arrivava a una conclusione meno intuitiva: siamo in recessione e il consumatore ha una forza come mai prima.

Dati alla mano, la recessione secondo Hasker sta rimettendo in discussione tutti gli attori in gioco nell’economia del consumo: i flussi migratori che ne derivano cambiano demograficamente i paesi e di conseguenza la composizione dei consumatori, che essendo diversi hanno esigenze e desideri diversi. Nello stesso tempo, la crisi cambia gli equilibri interni al mercato, con vecchi player in difficoltà e nuovi arrivati, in un contesto generale di maggior concorrenza su tutti i fronti.

Il nuovo consumatore ha adesso una forza nuova perché il mercato cerca in qualsiasi modo di andargli incontro, ma non solo. Qui veniamo al punto secondo me cruciale: quello che rende il consumatore veramente potente è la frammentazione del processo d’acquisto, che adesso è composto da tantissimi step intermedi fatti di conversazione, confronti, possibilità di scelta.

Possibilità che sono in larga parte dovute alla tecnologia e ai Social Media. Hasker ha portato esempi concreti, come la situazione del consumatore che davanti a uno scaffale controlla da mobile  prezzi, recensioni e opinioni degli amici su un prodotto prima di comprarlo. È tutto diverso adesso, il consumatore ha tantissime informazioni in più e per chi vende le cose sono più complesse.

È vero però anche l’inverso: con i big data le informazioni sono quelle che il consumatore lascia, su di sé, i suoi gusti e le sue abitudini. Se non si sa come interpretarli, certo, i big data sono più un ulteriore problema che la soluzione, ma di certo sono uno degli strumenti più importanti per compiere quello che Hasker ritiene un dovere dei marketer: trasformarsi in consumer scientist.

consumer scientist

Fin qui il suo discorso, lineare e ineccepibile. Se vogliamo andare avanti però capiamo che l’immagine se l’immagine qui sopra continuasse verso il basso scopriremmo una cosa interessante.

Utilizzo lo stesso aneddoto che Hasker ha utilizzato per spiegare meglio la sua tesi: quando era giovane andò a trovare lo zio, titolare di un piccolo negozio, e rimase stupito dal fatto che conoscesse il nome di tutti i suoi clienti. Lo zio rispose che conoscere i clienti era il primo segreto del suo lavoro – ed è la stessa cosa che bisognerebbe fare con i big data e i nuovi consumatori.

Ma, aggiungo io, a quei clienti adattava il tono di voce, ad alcuni le barzellette, ad altri la comunicazione formale, e forse la conoscenza serviva proprio a quello. Il consumer scientist non sostituisce il communicator, ma lo anticipa. E se i nuovi consumatori derivano il loro potere dai Social Media, è lì che la comunicazione deve spostarsi.

WeTilt, un esempio di social field marketing

Il social field marketing è una disciplina che comporta l’impiego di personale sul campo, impegnato in una comunicazione unidirezionale tramite l’impiego del sampling, della distribuzione di merchandise, dimostrazioni di prodotto o marketing esperienziale.

Questo tipo di processo e la meccanica unidirezionale comportano uno sforzo maggiore da parte degli attori impegnati nel coinvolgimento del pubblico. Ciò è dovuto al target cui ci si rivolge, distratto e poco interessato, solitamente restio ad essere fermato e coinvolto per via della sovraesposizione a questo genere di iniziative.

Il trend dei progetti di field marketing, si orienta in direzione dei social network, a discapito dei canali tradizionali. Questo perché il social apre un canale che consente agli utenti di individuare con quali brand e prodotti desidera interagire.

Un esempio concreto è l’iniziativa WeTilt, promossa da Decathlon, dove gli utenti vengono reclutati tramite il sito wetilt.it e i canali social del brand per testare la bicicletta pieghevole Tilt 5, B’TWIN. Le persone possono iscriversi attraverso un tab posizionato sulla pagina Facebook e candidarsi per un test metropolitano in tre città diverse: Milano, Firenze e Roma. Tra tutti i partecipanti saranno estratti i vincitori di alcune bici pieghevoli. Anche gli altri canali dell’universo Decathlon sono stati coinvolti a diversi livelli per offrire una presenza integrata a livello digital. Su Facebook oltre al tab è stato previsto un filone editoriale dedicato all’iniziativa, la customizzazione grafica del canale e una campagna di advertising a supporto. Stesso discorso per Twitter, che oltre a cinguettare informazioni e dettagli su WeTilt, è stato vestito con una skin grafica articolata in background e copertina del profilo, in questo caso si è cercato di sfruttare appieno i vantaggi che ad oggi è in grado di offrire il Twitter marketing. Il brand inoltre ha attivato i suoi canali corporate a integrazione della srategia di comunicazione.

Se il 20 giugno sarete nei pressi di Milano, Firenze o Roma, iscrivetevi a WeTilt per confermare la nostra teoria.

Instagram, la forza delle immagini e il caso Nike

Se mi guardo indietro di un anno ricordo come il social media del momento fosse Pinterest, che al tempo era al massimo della sua fase di maturazione. Oggi invece c’è un altro social, una nuova pietra miliare che sta cambiando il modo di usufruire i contenuti fotografici: Instagram.

Instagram ha accelerato quella tendenza già in atto su Facebook di creare e condividere contenuti di qualità (in poco più di un anno la percentuale di foto presenti nei newsfeed delle persone è cresciuta dal 20% al 50% come testimonia una recente ricerca di PostRocket). E senz’altro l’acquisto di Instagram da parte di Facebook è stato lungimirante. Era solo questione di tempo perché anche i brand si rendessero conto dell’importanza di sfruttare al massimo i contenuti visivi per aumentare awerness e per stimolare la partecipazione attiva degli utenti.

Un caso molto interessante da prendere ad esempio è quello di Nike che recentemente ha realizzato una collaborazione con Instagram e ha dato vita ad un nuovo modo di utilizzare l’UGC per far vivere ai consumatori un’esperienza diversa. Nike è un brand che da anni ha fatto della personalizzazione uno dei suoi cavalli di battaglia e ora ha mosso un altro passo nell’evoluzione di questo concept che unisce la personalizzazione “classica” del disegnare la propria scarpa con Instagram.

Post instagram

Fonte: Nike PhotoID

L’idea nella sua semplicità è geniale, e Nike potrà senz’altro contare sull’effetto virale che può nascere dalla fusione della funzione “share” presente sul suo sito o su Facebook, e le potenzialità di condivisione di Instagram.

Basta accedere al sito Nike PhotoID e con soli 4 click le proprie Nike saranno ispirate alla propria foto di Instagram preferita. Sul sito si possono sfogliare la gallery con tutte le versioni create dagli utenti in base alle proprie foto su Instagram.

Si aprono grandi orizzonti per il binomio brand-Instagram, quello che sarà interessante capire è se in futuro ci sarà un’ulteriore integrazione con Facebook, non soltanto a livello di condivisione delle immagini (oggi il 98% delle immagini pubblicate sono condivise anche su Facebook), ma anche a livello di funzionalità. Il ruolo dei brand è quello di offrire alle persone un’esperienza continua a prescindere dai canali, dai momenti e dai dispositivi con cui entreranno in contatto con i contenuti.

Pinterest introduce i Rich Pin. Quali vantaggi per i brand?

Pinterest è un social network che permette ai suoi 48,7 milioni di utenti (dati ComScore di febbraio 2013) di catalogare in board le proprie passioni e condividerle in rete. La catalogazione avviene tramite il pulsante Pin It che permette, anche tramite mobile, di catturare le immagini, commentarle e pubblicarle sul proprio profilo.

Una piattaforma che ha velocemente conquistato un pubblico di donne giovani, con un alto reddito e propense a fare acquisti online. Un target che le grandi catene e i brand che puntano sull’ecommerce, non si vogliono lasciare sfuggire. Un’indagine di Sephora ha evidenziato che gli utenti sono propensi all’acquisto su Pinterest 15 volte di più rispetto a quando navigano su Facebook. Infatti, mentre Facebook si presta ad aumentare la brand awareness, a facilitare il CRM e il dialogo della marca con i propri utenti, Pinterest è il luogo ideale per la promozione dei propri prodotti.

In quest’ottica, sono stati da poco introdotti i Rich Pin.

Cosa sono i Rich Pin?

Solitamente gli utenti pinnano i prodotti che amano nelle proprie board, l’immagine pinnata conserva il link del sito di provenienza. In questo modo, se su Pinterest un utente vede un prodotto che gli piace, basterà cliccare sul pin per scoprire come acquistarlo. Da oggi, le aziende possono creare dei pin “aumentati” che contengono una serie di informazioni che l’utente può visualizzare senza uscire dalla piattaforma. Per ora, sono tre le categorie di pin che possono esser aumentate: i film (cast e anno di produzione), le ricette (ingredienti e modalità di esecuzione), i prodotti (prezzi e disponibilità).

rich pin movie

Quali sono i vantaggi dei Rich Pin?

Integrare le immagini di prodotto con informazioni aggiuntive, permetterà ai pinners che pubblicano immagini dal sito di viralizzare una serie di informazioni e catturare l’interesse degli altri pinners. Inoltre, un utente sarà più interessato a seguire su Pinterest profili di brand che forniscono informazioni aggiuntive e facilmente fruibili sui prodotti, senza dover uscire dalla piattaforma .

Conclusione

Integrare i rich pins nel proprio sito consentirà ai brand di attuare una strategia digitale che coinvolga e conquisti followers su Pinterest, aumentando di conseguenza i referral e le vendite.

Canali a pagamento su Youtube, diventerà una pay per view?

YouTube, la piattaforma video per eccellenza user genereted content, si apre ai canali a pagamento.

Dopo i rumors degli scorsi mesi, il 9 maggio hanno debuttato in America i primi canali ufficiali a pagamento: realizzati in collaborazione con 30 parteners, i nuovi canali potranno essere visualizzati (in Italia bisognerà attendere) su ogni device che consente l’accesso a YouTube, si potrà quindi gustare la nuova programmazione attraverso pc, tablet, smartphone e smart tv. I contenuti proposti nei 53 canali a pagamento spaziano dallo sport ai film, dalla musica alla programmazione per bambini; per avvicinare e far affezionare gli utenti si hanno 14 giorni di prova in cui non si paga nulla, dopo di che l’accesso iniziale costerà appena 99 cents.

Come cresceranno le tasche del colosso Google, proprietario di YouTube?
Apparentemente in maniera più che democratica, le revenue derivanti dall’abbonamento andranno infatti per il 55% al creatore del canale e per il 45% a YouTube. Ma se si considera che YouTube conta un miliardo di utenti e ogni mese circa sei miliardi di video visualizzati, se anche solo una piccola percentuale sottoscriverà l’abbonamento per i nuovi canali si avranno ingenti entrate così da permettere agli sviluppatori dei canali di creare proposte sempre più interessanti e di migliorare i programmi, oltre che far aumentare i guadagni della piattaforma.

La piattaforma video più diffusa è destinata dunque a diventare uno dei nuovi punti di riferimento delle pay per view?
Ni. E’ innegabile che YouTube non potesse ignorare ciò che avviene al di fuori della piattaforma, dove le offerte delle pay per view sono sempre più estese e sfaccettate, appare quindi quasi naturale affacciarsi in questo mondo, creando contenuti affidati alle mani di esperti e non solo i contenuti prodotti dagli utenti, ma questo non vuol dire che cambierà la sua natura, sarà sempre possibile continuare a uploadare i propri contenuti amatoriali, così come fruire della moltitudine di contenuti free.

Ci aspettiamo dunque che gli utenti accoglieranno positivamente questa novità, per tanti YouTube rappresenta un alternativa alla tv classica, i nuovi canali non tolgono nulla ai contenuti attuali, che resteranno sempre e comunque liberi e fruibili, piuttosto il servizio cresce dal momento che si potrà scegliere liberamente se avere o no un servizio migliore e con più canali.

Che ne pensate?

BitCoin: la prima valuta digitale libera dalle banche

Quanti di voi sanno cos’è un BitCoin?
Noi ce lo siamo chiesto e oltre ad approfondire l’argomento in rete, abbiamo avuto la fortuna di partecipare a un seminario in proposito a Perugia, nel contesto del Festival Internazionale del Giornalismo, a cura di Franco Cimatti, moderatore della community italiana BitCoin.
Per rispondere al quesito iniziale, BitCoin è una valuta elettronica creata nel 2008 da uno sviluppatore, o da un gruppo di sviluppatori, sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto.

Quali sono le differenze principali rispetto a qualsiasi altra valuta?
È un sistema economico decentralizzato. Non esiste un ente che ne determini il valore o regoli le transazioni. BitCoin è un sistema alternativo a quello delle banche, infatti come anticipato non è necessario passare da enti terzi per trasferire valuta, a meno che non vogliate convertire in valuta locale, Euro per esempio. Nel qual caso è sufficiente rivolgersi ai numerosi exchanger in circolazione.

Esistono inoltre diverse attività online che accettano pagamenti tramite BitCoin, quindi è già possibile impiegarli per i propri acquisti senza passare dal cambio valuta.

Qualche esempio?
WordPress già dalla fine del 2012 accetta pagamenti in BitCoin, su 7 Buck Tees potete acquistare le vostre t-shirt politicamente scorrette, su StompRomp la vostra nuova chitarra e infine su Rock’n Roll Shaman il vostro sciamano digitale.

Il costo minimo di gestione, la proprietà del conto nel senso più ampio e la trasparenza delle operazioni, hanno portato questa valuta alle luci della ribalta. Oltre a questi aspetti economici e di gestione, BitCoin rappresenta anche il nome del software peer-to-peer adoperato per svolgere le operazione e conservare il database. Infatti ogni client BitCoin possiede lo stesso database, all’interno del quale sono archiviati i dati inerenti alle transazioni svolte, compresi mittente, destinatario e ammontare della cifra corrisposta. Ovviamente tutte queste informazioni sono criptate e non è possibile collegare gli identificativi personali a un’identità specifica, a meno che non siate voi stessi a commettere questo errore.

In pratica, come si può trasferire un ammontare di BitCoin da una persona ad un’altra se non esiste valuta fisica e una banca?
Lo scambio avviene digitalmente, tramite l’impiego di una sorta di servizio mail crittografato interno al sistema.

Come appare un indirizzo BitCoin?
Così: 983tZpt8K1S7NmH4Zx6rewF9WQrcZv163A

Avete già fatto acquisti con i BitCoin? Siete dei minatori? Vi avvicinerete a questo mondo nuovo? Fateci sapere le vostre impressioni nei commenti!

Festival Internazionale del Giornalismo. Il secondo giorno.

La seconda giornata del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia è trascorsa all’ombra dei big, ombra si fa per dire, visto il diluvio pomeridiano. I keynote di Emily Bell del Guardian, e Harper Reed, CTO per la campagna di Obama, sono stati i main event di oggi.
Ma partiamo dal principio. Abbiamo imparato che Scribble Live può essere un ottimo strumento per il content aggregation, soprattutto quando i contenuti sono concessi in syndication ad altre testate in tutto il mondo. Un esempio? Durante i tragici avvenimenti della maratona di Boston, la testata Boston.com ha usato Scribble Live per aggregare sul proprio sito i contenuti provenienti dai propri reporter e dai cittadini, uniformandoli in un flusso unico regolato da un approccio strettamente giornalistico di verifica delle informazioni. Il coinvolgimento degli utenti, misurato in User Engangement Minutes, è volato da cinquanta mila minuti a sette milioni di minuti. La necessità di informazione è stata corrisposta da un’etica giornalistica nei confronti del citizen journalism, i contributi degli utenti sono stati valorizzati dal filtro dei professionisti.
Per dirla con una citazione di Andrew Sparrow del Guardian: “If journalism is the first draft of history, live blogging is the first draft of journalism”.
Emily Bell ci ha confermato che la qualità del lavoro di informazione dipende in ampia parte dal sistema di organizzazione e dai processi, oltre al fatto che sul tema di integrazione di vecchi e nuovi media la sua posizione sia molto chiara: DISINTEGRAZIONE!
Il seminario sull’open source intelligence ci ha istruito su alcuni strumenti utili per verificare la veridicità dei contenuti e delle fonti. Tra i più interessanti c’è Foca Forensics, uno strumento focalizzato sull’analisi dei metadati di una vasta gamma di documenti testuali, in grado di fornire dati sull’autore del documento, la data di creazione, il sistema operativo e tante altre informazioni interessanti. Molti di questi dettagli sono accessibili già dalle informazioni dei file raggiungibili dal proprio sistema operativo. Questo tool però esegue l’operazione in batch su un numero molto maggiore di file. Se invece desideriamo curiosare riguardo le immagini, su fotoforensics.com possiamo eseguire l’error level analysis, che ci dirà se l’immagine è originale oppure è stata sottoposta a editing di varia natura.
Harper Reed ci ha conquistato con il suo keynote travolgente, l’attitudine hipster e il successo incredibile riscosso con la campagna Obama. A quanto pare l’esperienza in Threadless sul modello del crowdsourcing gli è servita anche per le elezioni presidenziali, ma a detta sua assegnare le diverse mansioni all’elite dei professionisti delle maggiori aziende mondiali come Reddit, Twitter e Facebook è stato utile, noi non fatichiamo a dargli credito. Il suo consiglio al mondo dei giornalisti? “Fucking do math!”.