Il 2013 è l’anno del Social media marketing per il B2B?

Negli USA i visitatori unici dei blog aziendali sommati a quelli di Linkedin sono ormai la metà di quelli della sconfinata popolazione di Facebook. I 2 spazi, blog e Linkedin, contraddistinguono la gran parte della presenza social di un’azienda B2B.

E’ un segnale che si sta avvertendo sempre più anche in Italia dove si moltiplicano le aziende B2B oriented che si avvicinano al social media marketing, che non significa solo Facebook, e che stanno capendo che i social media non impattano solo sui media di comunicazione, ma sulle relazioni con la clientela, i prospect, gli stakeholder e i potenziali collaboratori. Allora quali sono le funzioni e le strategie del social media marketing nel B2B e come si possono applicare? Quale ruolo può rivestire una social media strategy nel concerto di un piano industriale?

Esistono alcuni key factor di marketing e comunicazione peculiari che un’azienda B2B non può più ormai non considerare.

Innanzitutto il mercato si presenta quasi sempre molto segmentato per cui servono attività e risposte mirate. La “vendita” poi è sempre basata su relazioni personali e strette per cui diventa fondamentale costruire e rinsaldare il bond coi propri clienti e attirare i prospect. La necessità del lead è spesso l’approfondimento della sua industry, è pertanto raccomandabile costruire e popolare spazi dove trovare aggiornamenti e approfondimenti. Infine gli investimenti di marketing a disposizione sono quasi sempre più contenuti di quelli delle aziende B2C e quindi il social media marketing viene in aiuto consentendo l’ottimizzazione delle risorse.

Ecco che allora una corretta social media strategy può raggiungere importanti risultati come: ottenere awareness efficace per l’Azienda e i suoi prodotti verso pubblici specifici. Rinforzare il posizionamento e la reputazione aziendale diventando una voce autorevole e un hub di informazioni utili. Garantire una Lead generation efficiente. Fare sinergia e cross-fertilization tra le diverse componenti aziendali. Trasformare più velocemente conoscenza e risultati in reputazione per l’azienda. Accrescere le relazioni con il mondo della ricerca, che fa uso intenso dei social media e infine anche poter attrarre le risorse umane miglior.

Quali sono le leve principali di social media strategy sulle quali agire? Un’efficace social media strategy per le aziende B2B non può prescindere dalla “contaminazione” innanzitutto del sito che deve trasformarsi gradualmente in un social website.

E’ poi fondamentale la costruzione di un blog con una gestione e un content marketing in grado di segmentare i pubblici di riferimento: clienti, prospect, collaboratori per essere un’autorevole voce della propria industry. Il canale Youtube può diventare un repository efficace per fornire soluzioni in modo impattante e veicolare eventi aziendali , mentre Linkedin si trasforma e segmenta i pubblici veicolando traffico al sito aziendale.

Un aspetto non trascurabile per l’azienda B2B che approccia il social media marketing è l‘impatto della social media strategy e della sua corretta implementazione sull’organizzazione aziendale. Richiede il commitment del management e di sponsor interni e non può prescindere dal coinvolgimento di importanti asset come ad esempio i ricercatori e il front-line commerciale. Si rende quindi necessaria una formazione specifica alle divisioni aziendali e una definizione di regole di comportamento e di azione anche per contenere i rischi di dispersione, entropia e inconsistenza.

Talvolta può essere anche un bene che la gestione operativa dei social media rimanga all’interno dell’azienda. E’ infatti una leva di gestione del business e dell’organizzazione e consente inoltre di capitalizzare gli investimenti che sono prevalentemente in know-how e procedure. Un partner esterno competente in social media strategy per il B2B e in community marketing, può fornire invece consulenza strategica su quali canali attivare e come dare supporto nella progettazione operativa di ciascun canale: piani, linee guida, procedure di gestione, procedure di reporting, tono e linguaggio.

Può incaricarsi di fare formazione alle persone dell’azienda su ciascun canale, affiancarsi nella gestione nel primo periodo, eseguendo compiti specifici, per i quali l’internalizzazione non è giustificata o possibile. Ci sono insomma mille buonissimi motivi affinché anche in Italia le aziende B2B inizino ad interpellarsi circa l’opportunità di inserire la voce di community marketing nei loro piani e di concepire l’allocazione di risorse interne per interloquire con gli specialisti delle agenzie di social strategy e content marketing.

Il 2012 dei social media, fra cinque anni

Anche se tutto sommato è un momento abbastanza arbitrario, la fine di un anno solare è sempre il momento in cui ci si ferma un attimo e si guarda indietro per fare dei bilanci. Per questo, archiviate le grandi notizie di ieri – il 12.12.12 e il debutto di @pontifex – credo sia arrivato il momento anche per questo blog di chiedersi cos’è stato il 2012 per il social media marketing e la comunicazione in generale.

Ho deciso di pormi la domanda in maniera molto semplice, sperando che mi aiutasse nella riflessione: tra cinque anni, per cosa ricorderemo il 2012?

Io credo che fra cinque anni ci ricorderemo del 2012 come dell’anno di Facebook, dell’esplosione delle applicazioni Facebook, che ha raggiunto un miliardo di utenti registrati e si è quotato in borsa. Siamo tutti forse così assuefatti alla cosa, e soprattutto noi che ci abbiamo a che fare continuamente per passione e lavoro, che rischiamo di perdere il senso della meraviglia di fronte a questo fenomeno. Un miliardo di persone collegate tra di loro in questo modo è qualcosa di epocale, di inimmaginabile fino a pochissimo tempo fa. Il 2012 è allora stato l’anno di Facebook perché non c’è niente di paragonabile, soprattutto nell’anno del suo più grande restyling: la parola è timeline.

È un dato di fatto, incontestabile, talmente evidente da nascondere il fatto che in realtà il 2012 dei social media è stato altro. Sembra un paradosso, ma io ho invece la sensazione che le cose siano collegate. Basta guardare un po’ di dati, a cominciare ad esempio dal social media report di Nielsen, per scoprire che Facebook sotto tanti punti di vista è uno dei social network  che percentualmente sono cresciuti di meno. Il 2012 è stato l’anno dell’esplosione di tutte le piattaforme non-Facebook: da Instagram a Pinterest ai tantissimi social network specialistici, per non parlare di Tumblr.

Perché è successo adesso? Ho il sospetto che Facebook c’entri: la sua diffusione capillare e la sua trasversalità hanno permesso la stabilizzazione di un layer di socialità online di base, sulla quale è nato tutto il resto. Non è ovviamente un discorso così semplice, né limitato alla piattaforma: è un sistema complesso in cui la diffusione del mobile ha avuto un grande peso, ma il punto è quello. Non possono esistere i sottogruppi se non c’è un insieme più grande e amorfo che li contiene, non possono esistere le associazioni senza una società globale che gli individui condividono.

Proprio l’anno di Facebook, allora, è l’anno di tutto il resto: è l’anno in cui la socialità online  si è affermata come habit irrinunciabile per una grossa fetta di umanità. Fra cinque anni, io ricorderò questo.

E le marche? Anche in questo caso, voglio partire da Facebook. Il 2012 è stato l’anno della sua quotazione in borsa, passaggio chiave che ha inaugurato una stagione di focalizzazione spinta verso i veri clienti della piattaforma: gli investitori. Questo significa sia strumenti di gestione più avanzati sia possibilità di social advertising più raffinate. Ma significa altro, è un trend che sta coinvolgendo tutti. Io ho sempre pensato che uno dei grandi meriti di Facebook fosse quello di aver istituzionalizzato la presenza delle marche all’interno del suo network: fanno parte della nostra vita, perché non dovrebbero far parte di questo layer di socialità online in cui tutti siamo immersi?

Così, questo habit comprende il rapporto con le marche. Ha le sue regole e le sue potenzialità, ma c’è. E se il 2012 è l’anno dell’esplosione di tutto il resto, vuol dire che proprio quando Facebook ha un miliardo di utenti le marche possono guardare altrove, devono guardare altrove. Trovare le proprie nicchie e i propri linguaggi, diffondere i propri contenuti, costruire relazioni uniche perché frutto di uniche combinazioni di marche, persone, canali, linguaggi.

Il 2013 sarà divertentissimo.

ROI: Rischiare Ogni Iniziativa? Una strategia digitale avanzata

La misurabilità del ROI è un tassello fondamentale per una corretta ed efficace strategia digitale.
Anche se oggi persiste ancora un certo paradosso per cui, invocata e inseguita per anni, in tempi di puro broadcasting, dove sapere l’effetto che faceva la pubblicità era una chimera per le aziende di molti settori, la misurazione del ROI, oggi che nel digital è molto più facile, oggi che esistono strumenti d’analisi e metriche, è ancora ben lontana dall’essere diventata una regola praticata dal marketing delle aziende e dalle agenzie per una strategia digitale realmente avanzata.

E invece, soprattutto in tempi di budget di comunicazione centellinati, dovrebbe essere fondamentale, prima di intraprendere qualsiasi attività o strategia digitale – sito, social, viral marketing, social advertising, community marketing o blog marketing che sia – predisporre un sistema per capire che effetto ha avuto l’investimento e trarre insegnamento dai risultati.

Basterebbe pianificare pochi semplici passi.

  • Fissare obiettivi chiari, raggiungibili, misurabili. Magari concentrandosi meno sul ROI e più sul ROO, Return on objectives, sicuramente la strategia digitale migliore per misurare l’impatto dei social media, individuando una gamma di parametri che sono direttamente e indirettamente economici. Una massa di fan a cui “piace” o che segue il brand, ma non torna mai sulla pagina Facebook o l’account Twitter è molto meno importante di una manciata di fan che però condividono spesso gli aggiornamenti della marca con gli amici.
  • Predisporre gli strumenti per misurare i risultati e il valore di ogni singola iniziativa, sia in termini di generazione di nuovi contatti, conversione in clienti e fatturato, che in un’ottica di medio-lungo termine di loyalty, brand evangelism e CRM.
  • Analizzare. Sapere quali sono i canali più performanti – in termini di visite, contatti e acquisizione di clienti, per ottimizzare il content marketing o per aumentare la pressione su ciò che funziona e tagliare ciò che non funziona.
  • Le fonti. Conoscere quali canali stanno portando più traffico (SEO verso ricerca a pagamento, referral verso traffico diretto). Quali sono le attività che stanno generando un processo di vendita (cosa fanno i contatti prima di convertire, quali pagine li influenzano maggiormente, quanto tempo impiegano prima di decidere? Quale percorso fanno prima di acquistare?
  • Testare, non avere paura di cambiare, anche spesso, se serve ad ottimizzare.
  • Fare comparazione coi competitors.

Regole elementari che fortunatamente qualche azienda comincia a seguire e a praticare, anche grazie all’arrivo o alla crescita di importanza nelle aziende della figura del “digital manager”.  Ma anche una sfida per le agenzie chiamate ad impostare la loro strategia digitale e a venire giudicate dai risultati, obiettivamente oggi più misurabili di ieri e che le aziende devono pretendere come indice di competenza e professionalità.

Anche in ottica di partecipazione ai benefici delle strategie e delle campagne di comunicazione e promozione, oggi resa oggettivamente più possibile.

Couch potato: content marketing o nuova ricetta?

Avete presente il pantofolaio di una volta che insieme alla casalinga di Voghera, passava ore e ore a fare zapping davanti alla televisione con fare da bradipo?
Dimenticate quel termine, imparatene uno nuovo: couch potato (“a person who spends much time sitting or lying down, usually watching television”). A parte il sorriso iniziale dopo aver letto questo termine alquanto bizzarro, focalizziamo l’attenzione sul fatto che l’era del couch potato passivo, che fa più patata da divano che altro, è finalmente finita. Oggi non si conforma più ai dettami dell’industria televisiva senza avere voce in capitolo, non è più spettatore vecchio conio, ma decide, sceglie, personalizza.

Secondo la ricerca di Ericsson ConsumerLab su ‘TV and Video – An analysis of evolving consumer habits – Trend Report 2012’ , il 69% dei consumatori, a livello mondiale, vuole scegliere i propri contenuti video ed è anche disposta a pagare di più per migliorarne la fruizione. Paradossalmente, mentre da un lato trionfano l’on demand e la creazione del proprio palinsesto personale, dall’altro la TV diventa sempre più collettiva e condivisa. La Social TV, lo streaming on demand, il crowdsourcing, stravolgono le abitudini da divano. Si diffonde il live viewing on demand. I couch potato, mentre guardano una Serie TV o un film, interagiscono dinamicamente con i social media, attraverso pc, smartphone o tablet. Dicono la loro, diffondono contenuti utili per le agenzie che gestiscono le piattaforme, insomma, fanno parte di un mega brainstorming.

Capiamoci meglio. Non solo mi sono innamorata della parola couch potato, in quanto copywriter e quindi creativa, vi dirò di più, sono stata totalmente sedotta dall’importanza e dalla versatilità che oggi assume la parola ‘contenuto‘, da quanto sia importante disegnare delle strategie di content marketing credibili e affascinanti. Non mi stupisco certo di quanto siano cambiate le abitudini delle persone, rimango però positivamente colpita da quanto sia indispensabile gestire in modo professionale tutti i canali di comunicazione con il massimo dell’attenzione e della poliedricità.

Innamorata del content marketing. E quel che conta è il dialogo.

Il content marketing esiste per creare legami d’amore, il suo obiettivo è instaurare familiarità, simpatia, fiducia attraverso il contenuto, la parola, il dialogo. Perché senza contenuto non c’è amore, non c’è SEO, non c’è community, non c’è social media marketing, e nemmeno customer engagement. E non ci sarei nemmeno io. Quante cose si perderebbero.

Per questi motivi il couch potato è preso di mira dai big spender, non solo per ingraziarsi un suo tweet o un post su Facebook, ma spesso i suoi contenuti arrivano ad influenzare la produzione e la creazione di un vero e proprio palinsesto. Non spaventatevi dunque se mentre guardate Fox Crime vi compare un hashtag, non è un problema di antenna, ma è una call-to-action all’interazione. Dimmi cosa pensi, e ti dirò cosa vedi.

E l’importanza del content marketing continua a essere in prima linea.
Content is the king. Dalla gente, per la gente, è il motto.

Quello che cambia è il punto di vista: non più da uno a molti, brand versus target; bensì da molti a molti, people versus people. Sono proprio loro, i nuovi couch potato che, utilizzando i social media durante la fruizione della Social TV, diffondono interazioni, condivisioni, stimoli e idee, contenuti che si trasformano da meri “pensieri” a “insight commerciali”, “idee da mettere a tavolino” per le agenzie di comunicazione, allo scopo unico di raggiungere l’inafferrabile e indefinibile social engagement e di creare delle fluide strategie di content marketing, per l’appunto.

Se questo post fa 1 milione di like divento rosa

Non so se sia un record, ma non avevo mai visto un post con più di un milione di like sulla pagina di un’azienda.
Coca-cola potrebbe essere orgogliosa della sua straordinaria capacità di customer engagement, ma il fatto è che il post non l’ha scritto il suo onnipotente team social media, ma un ragazzo dal buffo cappello che si chiama Austin Webb e che gioca terza base in una squadra di baseball sconosciuta.

Il post è questo: “Coca, ho una proposta. Tu hai nove milioni di follower, se io ricevo un milione di like, devi cambiare uno dei colori delle tue lattine in rosa. E devi donare il 30% dei profitti alla ricerca per la cura del cancro al seno. 
Quindi gente dateci dentro!!!”
Oltre ad aver raccolto 1.196.877 like (compreso il mio) e 10.120 commenti, il post sulla lattina rosa ha generato migliaia di post simili, che hanno ingolfato la pagina di Coca-Cola per giorni. Forse hanno perso tempo a contarli, perché i ragazzi della Coca-Cola ci hanno messo dieci giorni a rispondere.

Mi piace immaginare che in quei dieci giorni sia successo di tutto: progetti e controproposte, gente sveglia fino a notte fonda a disegnare draft per la lattina rosa, o argute risposte diplomatiche per sventare la minaccia, una guerra tra team per accaparrarsi l’eventuale megaprogetto.
So che qui noi ci abbiamo pensato, ipotizzando tra le altre cose lattine rosa virtuali come enormi salvadanai.
Suppongo che con le energie e le risorse della Happiness Factory di Atlanta, più una generosa porzione del loro oro magico di leprecauno, ne avremmo cavato fuori un buon progetto.
Purtroppo tutto finisce con il post di risposta ufficiale.

Alla battuta va Celeste Bottorff, vice-presidente Living Well The Coca-Cola Company, che parafraso così:
“Signori, grazie per il vostro supporto! Siete due milioni (vi abbiamo contati). Missione compiuta! Abbiamo realizzato che tra l’altro noi facciamo già quello che ci avete chiesto, attraverso Powerade, Sprite e l’associazione Living Well.
Quindi sharate duro quella roba! Doneremo un euro per ognuno di voi che lo fa. (Ma la lattina rosa ve la scordate)”

Un post che ha generato un solo commento:


Io ci ho messo like, al commento. Per ora è a quota uno anche quello.
Vice-president: 1
Terza Base: 1.198.877

C’è una lezione sul customer engagement sepolta in questa vicenda, ma se ve la devo spiegare voglio almeno un milione di like.

Produrre contenuti nell’era del feedback totale

Nonostante io di mestiere faccia il copywriter, non ho scritto tanti spot per la radio.
Infatti, penso che non ne siano andati in onda più di sei.
Di tutti questi, l’unico di cui sono certo del successo è quello che abbiamo scritto per Zucca. Non è che a me piaccia più degli altri, ma nel corso dei mesi abbiamo notato che tante persone su internet avevano iniziato ad usare una frase dello spot (Sei solo oliva e ombrellino) per insultarsi amichevolmente e prendersi in giro. Oggi lo spot ha 40mila visite senza che nessuno spendesse un soldo per quel traffico, e per fortuna il fenomeno è ancora documentato qui.
Sulla base di quell’apprezzamento abbiamo preso molte decisioni successive, sia sulla pianificazione degli altri spot, sia sul progetto di Zucca in generale.

Mentre mi interrogavo sulle implicazioni culturali di questo fenomeno ho scoperto una cosa guardando la tele.
ABC manda in onda Once Upon Time, una serie tv prodotta da Disney che mi ha consigliato di vedere una nuova collega: gli scrittori della serie, ogni giorno dopo la diretta, si mettono attorno a un tavolo con tutti i tweet che sono riusciti a raccogliere sull’argomento e si fanno un bell’esame di coscienza e di social media strategy.

Will Wright ha creato The Sims, il videogioco di successo più amato dalle ragazze di tutto il mondo. Ogni tre mesi il suo studio, la Maxwell, rilasciava un’espansione a pagamento di 30 $ che conteneva aggiornamenti del gioco. Recentemente Wright ha dichiarato che la maggior parte di quei contenuti venivano sviluppati a partire da quello che le giocatrici scrivevano nei forum e nelle community dedicate a the Sims.

Reagire e misurare la propria offerta col feedback online non è sempre una storia di successo. A volte è anche un buona social media strategy per sopravvivere a un clamoroso FAIL. La Bioware ad esempio ha chiuso la sua epica saga spaziale in tre parti, Mass Effect, con uno dei finali più villipesi della storia dei videogiochi. Ma nell’arco di due mesi aveva sviluppato una patch rettificandolo: adesso almeno una parte di quelle persone che ora li odiano non sta più progettando di travolgere il gatto della producer con la propria auto.

Questo scenario apre interrogativi importanti sull’arte e l’autonomia artistica, in un mondo in cui il successo è sempre più influenzato dal feedback positivo o negativo. Fortunatamente io faccio il pubblicitario e quindi il problema dell’autonomia artistica l’ho risolto alla radice, scrivendo delle cose che fanno vendere di più.

(Anche questo post è stato scritto raccogliendo feedback in tempo reale, infatti ho tolto i punti in cui Gaël, leggendo, ha scosso la testa sconsolato).

Dove sta andando Pinterest: 7 domande a Pinterestitaly

Pinterest è uno dei fenomeni sociali più seguiti del momento, ne abbiamo parlato anche qui. I ragazzi di Pinterestitaly, il primo blog italiano interamente dedicato all’argomento, erano a Milano per il Pinstreet Market, che si svolge in questi giorni in concomitanza con la Settimana della Comunicazione. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda sul social pinnabile.

Ciao, come è nata l’idea di Pinstreet Market e di portare le board Pinterest nella vita reale?
Il nostro obiettivo quando abbiamo deciso di organizzare Pinstreet era diffondere la conoscenza di Pinterest anche tra coloro che non si sono mai iscritti ad un social network e non ne conoscono le dinamiche: portare Pinterest nei negozi ci è sembrato il modo più immediato per creare curiosità e dimostrare che quello che succede nella rete non segue dinamiche differenti da quelle che si svolgono nella realtà.

Per alcuni Pinterest è un social “in rosa”: è così o c’è spazio anche per il pubblico maschile?
Fino a poco tempo fa Pinterest era ancora un social maschile dove si parlava di nuove tecnologie e linguaggi di programmazione! Oggi, con gli ultimi dati del Global Web Index, la situazione è cambiata e i pinner sono per il 54% delle donne: quindi tutto sommato c’è un equilibrio. Noi pensiamo che Pinterest sia uno spazio dove poter condividere tutti i propri interessi e, in quanto tale, assolutamente asessuato!

Quali sono i settori merceologici che possono trarre i maggiori benefici dall’utilizzo di Pinterest? Potete menzionare qualche case positiva e una negativa?
Per la predominanza delle immagini, Pinterest si adatta sicuramente al food e al fashion, ma in realtà sta alla capacità del brand di adattare la propria comunicazione allo strumento che sta utilizzando. Ad esempio Honda, che conta 4mila followers, ha ingaggiato 5 top pinners invitandoli ad abbandonare il pc per 24 ore e a realizzare un desiderio in cambio di 500$ (salvo poi provvedere a raccontarlo su Pinterest una volta passate le 24 ore!). Un esempio di case negativa è quella di Uniqlo che, attraverso un vero e proprio attacco alla piattaforma, ha invaso lo stream degli utenti con lunghissimi pin dedicati ai suoi prodotti. Sono entrambi casi che hanno avuto visibilità a livello mondiale, ma, secondo noi, due perfetti esempi di buona e cattiva comunicazione.

Quali sono i brand internazionali che hanno colto lo spirito di questo social in modo corretto e che lo stanno utilizzando al meglio?
Sicuramente Etsy con i suoi 158mila followers è un ottimo esempio. Le board ospitano immagini accattivanti; i pin non sono dedicati solo alla vendita, ma collegati anche a blog, articoli, siti esterni; le descrizioni dei pin sono accurate. Inoltre Etsy, tramite le Guest Pinners board, offre spazio e visibilità ad alcuni utenti per raccontare le loro storie attraverso le immagini.

Secondo voi le dinamiche di Pinterest possono essere sfruttate nel giornalismo? In quale modo? Ci sono dei casi significativi?
Moltissimi sono i giornali americani che hanno aperto un account su Pinterest e da giugno anche il New York Times ha finalmente cominciato a costruire le sue boards. Il profilo che ad oggi troviamo più interessante è quello dell’Huffington Post: per loro natura le notizie finiscono in archivio non appena pubblicate, invece il profilo dell’HP, pubblicando i pin collegati agli articoli e dividendoli per board, riesce a tracciare la storia per immagini dei momenti più emozionanti della campagna elettorale negli USA o una selezione delle notizie più importanti in tema di tecnologia e scienza.

Pinterest non ha ancora un sistema di messaggistica tra gli utenti, lo sviluppo di questa funzionalità potrebbe aiutare i brand nelle digital PR?
Pinterest nasce da alcuni maniaci del collezionismo che decidono di condividere online le proprie collezioni e creare un motore di ricerca per le immagini: secondo noi non era nei loro piani diventare il terzo social network negli USA nel giro di 2 anni! Probabilmente devono ancora comprendere che direzione prendere. Sicuramente il livello di interazione tra gli utenti è ancora troppo basso e non permette di sfruttare tutte le potenzialità della piattaforma.

Una delle mancanze di Pinterest è l’impossibilità di acquistare prodotti in modo diretto. Questo fattore potrà penalizzare questo social in favore di altre piattaforme come ad esempio Garage?
In un sondaggio che abbiamo fatto su Pinterestitaly, il 13,6% dei nostri lettori vorrebbe acquistare su Pinterest. Anche se, secondo noi, Pinterest è molto diverso da Garage e Fancy in quanto la vendita può essere un “effetto collaterale”, ma non deve diventare obiettivo primario della piattaforma. Se si trasformasse in un luogo dedicato prettamente al comprare/vendere rischierebbe di trasformarsi soltanto nell’ennesimo spazio dedicato al social commerce.

Ringraziamo i ragazzi di Pinterestitaly per la disponibilità. Siete d’accordo con quello che ci hanno detto? Il modo migliore per esprimerlo è pinnare questo post. In caso contrario, i commenti sono il posto migliore per iniziare una conversazione.

Su TripAdvisor i grandi chef del CRM

La settimana scorsa sono stato a cena con Ali in un ristorante davanti a Porta Genova.

Mi aveva attirato il fatto che fosse stato aperto sulla carcassa spolpata di un ristorante precedente, e che fosse recensito molto bene su TripAdvisor. Alla fine il ristorante non era particolarmente buono, io gli avrei dato due stellette e mezzo. Però penso che il suo successo su TripAdvisor sia ampiamente meritato.

Infatti TripAdvisor, al momento, in Italia, non si può dire che sia una piattaforma particolarmente significativa per scegliere un ristorante. In primo luogo, il campione di recensori è probabilmente troppo piccolo per essere rilevante. In una città come Milano, con 5 milioni di abitanti e 2500 ristoranti, il quarto miglior ristorante secondo TripAdvisor è un bar e ha 17 recensioni.

Questo mi ha fatto pensare ad una cosa, lavorando in un’agenzia che si occupa di social media marketing. Si chiama Trip Advisor Mafia. Io e un gruppo di colleghi stampiamo dei biglietti da visita, ci vestiamo in gessato e giriamo per i ristoranti limitrofi all’ufficio in pausa pranzo, e offriamo la protezione su TripAdvisor: se ci fai mangiare bene e magari ci offri il caffè, non succede nulla alla tua pagina. Altrimenti ti spariamo sette recensioni negative che ti spediscono a quota 2200 nella classifica.

Lavorando con professionisti integerrimi ed essendo io stesso non particolarmente amante delle mafie, ho accantonato il progetto, ma mentre lo facevo ho scoperto che esiste davvero.

Qui, quo e qua.

In questi articoli vengono prese in considerazione praticamente tutte le forme possibili di truffa, estorsione e ritorsione possibili su un sito con milioni di visitatori e decine di recensioni per ristorante. Una sproporzione che permette ad esempio a un fornitore di vini di offrire un affare come questo: se compri dieci casse di vino da me, ti faccio fare dieci recensioni positive sulla pagina del tuo ristorante. E considerato che il tuo ristorante di recensione forse ne ha sei, capisci che è qualcosa che ti cambia la giornata.

Nel frattempo il mio ristorante due stelle e mezzo che però è ventiquattresimo su TripAdvisor, ha trovato una ricetta per la felicità: ha centinaia di recensioni, e a tutte quelle negative risponde il proprietario. Usa dei toni garbati, invita la gente a tornare a trovarlo promettendogli che non resterà delusa.

È un successo del CRM da cui anche altre aziende potrebbero imparare. Inoltre fa un ottimo budino.

Il giornalismo nell’era di Twitter

La TV ci ha aperto una finestra sul mondo, ma selezionando cosa farci vedere e sentire. Twitter ci porta direttamente dentro gli eventi, ma tocca a noi fare la selezione. Come sta il giornalismo nell’era di Twitter? Difficile dare una risposta esaustiva nello spazio di un post, meglio iniziare col porsi alcune domande:

Un tweet è una notizia? La prima istintiva risposta è “no!”, ma la storia del progressivo dimagrimento delle news nasce ben prima di Twitter. Già nei TG cogliere il contesto di una news è sempre stata impresa assai ardua. In questo senso il tweet non è altro che l’ultimo stadio di una deriva del giornalismo che brucia il contesto sull’altare del real-time. E un giornalismo simile difficilmente sopravviverà alle innovazioni della comunicazione.

Twitter racconta meglio la realtà? Sì e no. La TV rappresentava solo la porzione di mondo a portata di telecamera, distorcendo la realtà prima con la selezione che con lo sguardo. Twitter narra ciò che accade minuto per minuto, democratizzando la cronaca e quindi moltiplicando drammaticamente le fonti di informazione. In questo senso Twitter raccontà più cose ma dice meno sul singolo fatto. E poi, chi garantisce l’attendibilità dei messaggi?

Chi dà per primo la notizia? La battaglia sulla tempestività e lo scoop è sempre stata terreno di confronto fra testate. Oggi la competizione è con i cittadini che twittano da ogni dove: una guerra persa in partenza e soprattutto una sfida pericolosa. Inseguire i tweet sullo scivoloso terreno del real-time significa incappare, primo o poi, nel più classico degli epic fail. È accaduto tre mesi fa al canale Breaking News della CNN (qui la storia) e accadrà di nuovo. E come sappiamo, la rete non dimentica.

Che fine ha fatto l’approfondimento? Alla sfida del citizen journalism sempre attivo e sempre connesso, il giornalismo tradizionale ha risposto in due modi: inseguendo i nuovi media o andando dalla parte opposta. Da qui, la moltiplicazione degli editoriali e del numero di pagine. Una risposta di reazione e differenziazione, ma anche una risposta contro lo spirito del tempo e difficilmente adattabile alle abitudini di chi naviga online.

Come sta quindi il giornalismo? Nel mezzo di un guado. Ignorare la rivoluzione di Twitter nell’informazione è impossibile, l’unica strada è studiare il fenomeno per cercare di sfruttarlo a proprio vantaggio. Questo implica sempre un radicale cambiamento di approccio da parte dei media tradizionali, verso una massiccia integrazione con i nuovi canali sociali e l’abbandono di una logica di avversione o rifiuto. E forse Twitter darà una mano al giornalismo a spogliarsi di ciò che non gli serve e avvicinarsi al pubblico.

Qual è la vostra opinione?

La VFNO 2012 da Fashion Mag a Social Fashion Branding

Per aggiornarci su sfilate, capsule collection, atelier e fashion trend facciamo un salto in edicola e acquistiamo qualche magazine. Questo è il nostro primo pensiero. La moda diffonde infatti il suo potere in questo modo, attraverso l’odore della carta. Negli ultimi anni però le sinergie tra web e carta stampata sono state talmente decisive che hanno affascinato anche una tradizione editoriale così fortemente radicata, qual è quella della moda. Certo, dovrebbe essere scontato il cambiamento, dati i concetti alla base della moda: caducità, trasformazione, tendenza. Eppure la moda pare ostinarsi all’evoluzione. Ma vi stiamo dicendo una piccola bugia. La milanese VFNO 2012 del 6 settembre ne è l’esempio.

La nottata più glamorous, in live tra Milano, Roma e Firenze, nata dalla matita di Vogue, dedicata alla moda, allo shopping, agli stilisti, i designer, i blogger, i fashion addicted e alle persone comuni, quest’anno ha visto alcuni brand avvicinarsi al social, allargando la propria brand experience e spingendosi verso un customer engagement fatto di piccoli passi, ma di grandi successi. Vediamo alcuni esempi. Ermanno Scervino, in occasione del lancio del suo nuovo sito, oltre a circondarsi di fashion blogger molto famose, ha creato “Be part of our fashion story“. Ha dato la possibilità a 10 utenti iscritti alla newsletter di essere estratti per partecipare alla sfilata donna durante la Fashion Week milanese. Durante la VFNO ha collocato alcuni monitor all’interno del negozio creando un filo diretto con gli utenti di Facebook e Twitter. Ha connesso così mondo offline con mondo online. Burberry ha celebrato la sua piattaforma Art of the Trench. Ha lanciato l’iniziativa sulla sua pagina ufficiale Facebook, giorni prima dell’evento, invitando gli utenti a inviare i propri scatti mentre indossavano un trench, e durante la Vogue Fashion Night Out ha invitato le persone in boutique a farsi fotografare con un trench, apparendo in tempo reale sul proprio stream sociale. E così anche Tezenis e Nespresso hanno coinvolto fashion, food, lifestyle blogger all’interno delle loro boutique per creare brandstories stimolanti e per sublimare la propria brand experience.

E siamo arrivati al nodo. Solo un brand con una storia accattivante da raccontare seduce chi lo ascolta e chi lo vive. Storytelling è la keyword, esperienza è la conseguenza. Per i fashion brand fare social media marketing è strategico, non dev’essere strumento per promuovere i prodotti, non dev’essere vetrina commerciale, bensì brand experience allo stato puro, un’occasione per raccontarsi, per narrare la propria storia, per crearsi un linguaggio, e per parlare da vicino ai propri lovers.

Cosa pensiamo? Che i fashion brand possono essere storytellers efficaci, ma devono costruire una strategia comunicativa “ingaggiante”, che assume la forma di un diario, un racconto, un fumetto. I fashion brand non devono sostituire il magazine con i social media, ma devono utilizzare i profili Facebook, Tum­blr, Twit­ter e Pinterest esattamente allo stesso modo, con un piano editoriale strutturato e stuzzicante.
E così anche la moda diventa social.
In fondo, è il suo obiettivo originario.
Evviva i ritorni alle origini!
Sarà l’inizio di un nuovo capitolo nella storia della moda?