Snapchat diventa grande: arrivano i selfie sponsorizzati

Continua la crescita vertiginosa di Snapchat, l’app che ha dato valore all’effimero con la sua killer feature, ovvero la possibilità di scambiare foto e video che dopo la visualizzazione si cancellano automaticamente. Snapchat ha da poco raggiunto Facebook in termini di visualizzazioni video con 4 miliardi al giorno: un risultato davvero impressionante, soprattutto se si pensa che negli ultimi cinque mesi l’app è riuscita a raddoppiare le video view.

E così anche per Snapchat – che adesso vale 16 miliardi di dollari – è arrivata l’ora di batter cassa. Del resto, il servizio sta registrando molti cambiamenti che testimoniano il tentativo di rinnovarsi, a partire dalle “Storie sponsorizzate” dei brand o dalle notizie raccolte nella sezione “Discover” (tra i primi inserzionisti: CNN, Buzzfeed, National Geographic, MTV, Cosmopolitan, Daily Mail, Vice, People).

Qualche settimana fa sul blog ufficiale sono stati annunciati i replay a pagamento (3 per 99 centesimi di dollaro). Quest’ultima novità è più significativa di quanto sembri: in questo modo Snapchat rinuncia infatti alla distruzione dei messaggi dopo la prima visualizzazione – il marchio di fabbrica che l’ha contraddistinto rispetto agli altri servizi di messaggistica istantanea. Segno che i tempi sono realmente cambiati.

Ma la novità più interessante in chiave social media marketing riguarda il prossimo lancio di selfie sponsorizzati, che aprirà definitivamente ai brand la possibilità di interagire con un pubblico di 100 milioni di utenti attivi ogni mese, tramite filtri particolari e personalizzati. Per sfruttarne uno, un marchio dovrà sborsare fino a 750.000 dollari per un peak day (come Halloween, quando i filtri sponsorizzati verranno introdotti, Natale o Black Friday) o “soltanto” 450.000 dollari per un giorno qualsiasi dell’anno che non coincide con nessuna ricorrenza particolare sul calendario.

Questo cambio di rotta rispetto alle origini conferma che l’app è diventata grande e può ora porsi sul mercato degli advertiser con sicurezza. Snapchat spera di attrarre i grandi marchi con la sua larga base di utenti – che ormai coinvolge non più solamente i millenial, ma anche gli over 35 – nonostante non offra ancora opzioni di targettizzazione profilata come i giganti Facebook e Google. L’interesse dei brand è tuttavia confermato da una ricerca di eMarketer secondo cui Snapchat, dopo Instagram e Pinterest, è il social media che maggiormente attrae gli inserzionisti.

Periscope e il giornalismo

Grazie a internet, le notizie si diffondono molto velocemente da un angolo all’altro del globo e per le testate giornalistiche è diventato cruciale mantenere il passo. Per poter offrire servizi di informazione sempre più efficienti e coinvolgenti per il loro pubblico, i giornali sono attenti all’evoluzione della comunicazione e pronti a sperimentare.

A marzo è uscito Periscope, l’app Twitter che permette live streaming video da un qualsiasi smartphone iOS o Android. I video in streaming non sono certo una gran novità, la pirateria, gli hangout Google, YouTube ci hanno abituato a fruire quotidianamente di contenuti video in rete, ma Periscope gode di due vantaggi competitivi rispetto alle altre piattaforme: il primo è l’immediatezza, per poter essere on air basta aprire l’app e iniziare a filmare (niente di più facile); il secondo punto a favore è l’integrazione con Twitter. Questo è particolarmente importante per i giornali perché vivono di fatti che riguardano il presente e nessun canale può raccontarlo come Twitter che ha fatto del real time la sua forza.

Quando l’app iOS di Periscope fu lanciata, già nel suo primo giorno di vita fu utilizzata dai newyorkesi per testimoniare la diretta di un incendio scoppiato nell’East Village di New York. Periscope è così diventato un importante mezzo del citizen journalism: un giornalismo fatto di contribuiti e testimonianze degli utenti che da lettori diventano editori di notizie in grado di raggiungere un pubblico più vasto anche di alcune testate online.

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Fonte: Periscope

Se Periscope può essere utilizzato da chiunque per il citizen journalism, può anche essere utilizzato magistralmente dalle testate per documentare day by day dei momenti o delle crisi importanti come quella dei rifugiati che sta colpendo l’Europa in queste settimane.

Ad esempio, Paul Ronzheimer, un reporter del quotidiano tedesco Bild, ha raccontato e documentato il viaggio in Germania dei rifugiati dell’isola greca di Kos con dei broadcast su Periscope: “È stato interessante vedere quanto interesse c’è stato nel racconto. Alcune volte i live viewer arrivavano a 5-6 mila e un video è stato rivisto 90.000 volte”.

Secondo Paul, Periscope gli ha permesso di utilizzare i commenti del pubblico per arricchire le sue interviste, poter filmare ogni volta che poteva stando al fianco dei rifugiati per tutto il viaggio: il giornalista ha potuto seguire anche le strade illegali percorse dai rifugiati e stare con loro durante situazioni molto delicate in cui non era permesso l’accesso alla troupe.

Nonostante fosse inizialmente preoccupato di ricevere commenti razzisti, il giornalista ha ricevuto migliaia di commenti, tweet e email di persone che lo ringraziavano per il suo lavoro grazie al quale è stato approfondito il problema dei rifugiati e la loro condizione.

Periscope è quindi la nuova frontiera del giornalismo moderno? 

Vi invito a visitare Periscope ora, aprite la vostra app! Non troverete reportage o notizie di rilievo. Periscope è ancora lontano da essere un tool di informazione pura, ma è sulla buona strada. Come molti social network, Periscope consiste di una grossa percentuale di broadcast di persone che filmano il proprio cane o la propria colazione, ed è esposto a diverse insidie tra cui la pornografia, la pirateria e la questione della privacy.

“La Grande Madre” e l’Instagram Call #TeachingToWalk

In occasione della mostra “La Grande Madre”, parte del palinsesto di Expo in Città, a cura di Massimiliano Gioni, progettata dal Comune di Milano e dalla Fondazione Nicola Trussardi, in anteprima italiana, viene presentata la performance Teaching to walk dell’artista slovacco Roman Ondák. Tutti i giorni, nelle sale della mostra, una mamma insegnerà al proprio bambino a camminare.

Sono quei primi passi. Il primo slancio di indipendenza. Quell’attimo in cui mamme a papà improvvisamente snocciolano litri di dolcezza e sguardi mielosi dettati da rughe sulla fronte. Proprio in mezzo agli occhi. E un dizionario fatto di monosillabi onomatopeici: “Ohhhh, Uh, Eh, Gné, Ehi Ehi, Frrr”. 
#TeachingToWalk è un evento dentro l’evento. Una performance fisica e un’Instagram Call. E così, tutto diviene un bel racconto collettivo di un istante imprevedibile e incantevole: i primi passi. L’idea è nata dall’esperienza personale dell’artista che, da padre, si è trovato a osservare l’intimità che si creava tra sua moglie e il loro bimbo proprio nei momenti in cui lei gli insegnava a camminare. Teaching to walk vuole quindi isolare il momento preciso in cui un bambino muove i primi passi verso l’indipendenza e perde gradualmente il contatto fisico con la madre. Catturare l’imprevedibilità, il suo mantra creativo. Non limitandosi a rappresentare quell’attimo, quanto piuttosto creando un vero e proprio coinvolgimento.

Mamme, fatevi avanti quindi. Andate sul sito e scrivete. La Fondazione Nicola Trussardi vi cerca insieme ai vostri bambini (di sesso maschile) per farvi venire una volta al giorno, per qualche giorno e per mezz’ora circa, a visitare la mostra, e a camminare nelle 29 sale in mezzo a oltre 400 opere.

Ma #TeachingToWalk non è solo una performance, è anche una call aperta a tutta la community di Instagram: un invito a condividere, con una foto, i primi passi, i propri o quelli di chi amiamo. Un instante. Uno scatto. Il primo gesto di indipendenza.
 Partecipare è semplice: basta postare su Instagram una o più immagini con l’hashtag #TeachingToWalk. Tutte le fotografie condivise saranno raccolte in un grande album in progress, sfogliabile sul sito www.lagrandemadre.org. La call si concluderà il 15 novembre 2015, con la chiusura della mostra La Grande Madre.

Imprevedibilità, integrazione tra il reale e il virtuale, condivisione, relazione umana, questi gli ingredienti principali di un momento di forte coinvolgimento. C’è un filo che unisce tutti noi. Quel filo si chiama emozione. Che essa sia creata con una tastiera o dalla pelle. Sempre di vibrazione si parla.

Roman Ondak – Teaching to walk, 2015 – La Grande Madre, Palazzo Reale, Milano (26 agosto – 15 novembre 2015) – Photo: Pietro Baroni – Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

Facebook introduce i video a 360°

Facebook è sempre in movimento, da sempre. Cambiano dimensioni delle immagini, layout di pagine e profili, tasti (come il Dislike) e vengono aggiunte funzionalità. Questo per la gioia di utenti e addetti ai lavori [da leggere con tono sarcastico].
L’ultima novità, in ordine di tempo, è l’introduzione dei video a 360°.

Di cosa si tratta?

Come avrete letto nel titolo (lo spoiler era inevitabile) si potranno visualizzare video a 360°.
I clip vengono creati attraverso uno speciale set di videocamere che registrano la scena simultaneamente. Questo significa che, quando il video viene riprodotto sul social network, l’utente potrà scegliere da quale angolatura guardarlo.

Da desktop, potrà farlo muovendosi con il cursore mentre dai dispositivi mobili potrà fare la stessa cosa, ma con le dita o semplicemente ruotando il dispositivo.
I primi publisher ad utilizzare questo formato video saranno: Star Wars, Discovery, GoPro, LeBron James & Uninterrupted, NBC Saturday Night Live, e VICE.

Speed across the Jakku desert from Star Wars: The Force Awakens with this immersive 360 experience created exclusively for Facebook.

Posted by Star Wars on Mercoledì 23 settembre 2015

 

La funzione è fruibile da subito per la versione Facebook da browser e dispositivi con sistema operativo Android. Nei prossimi mesi arriverà anche per iOS.

Quali sono le possibilità per i brand?

Come per ogni nuova funzionalità c’è spazio per la sperimentazione. Creatori di video e storyteller avranno la possibilità di esplorare questo nuovo mezzo e proporre contenuti divertenti e ingaggianti che puntino su un’esperienza dell’utente nuova e immersiva.

Dislike, questo sconosciuto

La scorsa settimana Mark Zuckerberg ha annunciato durante una sessione di Q&A che Facebook è al lavoro su una soluzione che vada oltre il “like” ai contenuti. Questa dichiarazione ha sconvolto le menti degli utenti e dei professionisti del settore, che si sono sbizzarriti nelle interpretazioni più svariate di questa affermazione sibillina.

Quello che è stato realmente detto non è molto, riassumiamo per punti:

  • Facebook sta lavorando a un tipo di interazione diversa dal “like”.
  • La ragione sta nel consentire di esprimere maggiore empatia per le storie, a volte tristi o negative.
  • A breve cominceranno i test di questa nuova funzionalità.
  • Se i test saranno positivi proseguiranno con il rilascio al pubblico.

Quello che si è letto in giro invece è stato libera interpretazione:

  • Non si tratterà di un tasto “dislike”
  • La funzionalità riguarderà solo gli utenti e non le pagine

Fortunatamente possiamo ascoltare le sue stesse parole per renderci conto della vaghezza di quanto raccontato alla sessione di domande.

Nonostante la penuria di informazioni, ci sono diversi aspetti interessanti su cui riflettere:

  • Non è chiaro come questa novità influirà all’interno dell’algoritmo del newsfeed. Sappiamo che nuove metriche sono già state prese in considerazione per misurare il gradimento verso i contenuti, come il tempo speso sulle storie, anche in assenza di interazione. Questo lascia intuire il desiderio di interpretare in maniera più granulare i comportamenti delle persone, andando oltre l’accezione iniziale like-centrica.
  • Un altro aspetto interessante è quello che riguarda l’advertising: questo nuovo approccio verrà impiegato anche nelle campagne a pagamento? Se sì, potrebbe trattarsi di un modo furbo di spingere le persone a interagire in ogni caso anche con contenuti che non gradiscono? In questo caso uno dei risvolti sarebbe quello di un aumento dei costi dell’adv, dal momento che una percentuale maggiore degli utenti interagirebbe con il contenuto, pur non portando valore di sentiment positivo per il brand. Questo sempre nell’ipotesi del tasto “dislike”.

Quello che sappiamo per certo è che l’argomento ha incontrato l’interesse delle persone, quindi primo test superato. Dettagli invece ne abbiamo pochi, quindi non resta altro da fare che aspettare gli sviluppi nei prossimi mesi.

Google+: everything in its right place

Un annuncio interessante arrivato l’altro ieri smuove la scena social media: non sarà più necessario disporre di un account Google+ per utilizzare i vari prodotti di “big G”, basterà un account Google. Il motivo di questa scelta? Everything in its right place, dice il vice presidente del reparto Streams, Photos and Sharing:

“We’re going to continue focusing Google+ on helping users connect around the interest they love, and retire it as the mechanism by which people share and engage within other Google products.”

In altre parole il colosso di Mountain View è tornato sui suoi passi, ammettendo che forzare gli utenti ad avere un account Google+ per usare il resto dei servizi non è stato proprio una buona idea. Questo sia perché manifestato direttamente dalle persone, ma anche perché a quanto pare l’esecuzione del progetto si è allontanata dall’idea iniziale.

Quale sarà dunque il futuro di Google+?
Difficile dirlo, quello che è certo è che per ora cercherà di avere aspettative più realistiche, per iniziare smettendo di inseguire Facebook e concentrandosi su una strategia differenziata e incentrata sugli interessi e gli argomenti (vedi l’introduzione di Google Collections).

Riflettendoci Google ha sempre avuto una miriade di prodotti e servizi distinti, accomunati solo nel menu in alto. Con l’introduzione dell’ennesimo tentativo di vincere nel panorama social, dopo Buzz e Wave, l’errore è stato proprio quello di forzare la relazione tra le varie appendici: YouTube, Google e via dicendo. Questa forzatura ha creato confusione degli utenti, oltre a costituire un vero e proprio flusso illogico nell’esperienza di utilizzo.

Definito il “Facebook killer” nel 2011, oggi molti vedono Google+ morto e sepolto piuttosto. Secondo AdWeek invece non tutti sono di questo avviso, contando sul successo di alcune componenti della piattaforma come Hangout e Photos, oppure sull’utilizzo della piattaforma da parte dei millennials che si nascondono dai genitori, tutti accalcati su Facebook.

Le parti dell’ultimo progetto social di Google forse vivranno da sole come la coda mutilata di una lucertola, ma quello che è certo è che il colosso di Mountain View non ha fortuna con i social network. Qualche minuto di silenzio per i caduti in battaglia Wave e Buzz ascoltando i Radiohead.

Pay with a tweet: pagare i contenuti con le azioni sociali

Così come la maggior parte dei media anche i social network sono un mercato a due vie, dove da una parte ci sono i consumatori che fruiscono i contenuti e dall’altra i brand che comprano spazi pubblicitari e offrono contenuti. Come sappiamo bene a differenza di altri media sui social gli utenti possono anche produrli i contenuti, menzionando o semplicemente citando i loro marchi preferiti. Spesso ciò avviene anche in modi e per motivi lontani dalla funzione del prodotto, per esempio quando gli spot diventano dei veri e propri meme, entrando nell’abitudine linguistica del quotidiano.

Il brand può impiegare a suo vantaggio il comportamento spontaneo delle persone affinché producano contenuti in una maniera fruttuosa e quantificabile. Quello che si definisce come approccio “spintaneo”. La call to action rappresenta lo strumento base per indirizzare il comportamento degli utenti, che può essere ricompensato dando visibilità e importanza a quanto prodotto, oppure attraverso la spedizione di gift a tema con l’iniziativa.

Un’altra soluzione che permette di definire in maniera più precisa l’output e lo sforzo richiesto all’utente è costituita dal “pagamento” attraverso le azioni sociali, in cambio di prodotti, servizi o contenuti erogati dal brand. Il modello più noto è il “Pay with a tweet“, dove viene chiesto all’utente di twittare un testo predefinito in cambio di ciò che era interessato ad ottenere. Nel tempo questo formato si è evoluto, approdando in ambiti diversi rispetto ai servizi e ai contenuti digitali, vediamo alcuni casi interessanti.

Il brand inglese Innocent ha deciso di aumentare la portata della comunicazione sui pranzi vegetariani con l’iniziativa “Tweet & Eat”, dove al raggiungimento di determinate soglie di volume di tweet il prezzo dei prodotti veniva abbassato a favore dei consumatori. L’hashtag di progetto è diventato trending topic nelle quattro ore successive al lancio, con 40.000 persone che hanno scaricato il coupon.

Un concetto simile è stato applicato da Showtime per la sua serie Homeland, dove è stato chiesto ai follower di twittare all’account della serie includendo l’hashtag #HomelandIntel. In cambio gli utenti hanno ricevuto un tweet con il link per guardare il clip esclusivo.

Il produttore inglese di snack Walkers Crisps ha pensato a una declinazione ancora più creativa di questo approccio, disponendo in tre fermate del bus di Londra dei dispositivi speciali. Le persone sono state coinvolte attraverso un video dove il testimonial della campagna, Gary Lineker, chiedeva loro un tweet dove lo menzionassero su Twitter in cambio di uno dei nuovi prodotti. Guardate il video per farvi un’idea:

Voi cosa ne pensate? Fareste mai un tweet per ottenere in cambio qualcosa?

L’Italia ama lo smartphone

Il proliferare dell’utilizzo degli smartphone è ormai cosa assodata, lo possiamo notare ogni volta che andiamo a un concerto dalle mani alzate e dagli schermi che disturbano la visuale del palco per esempio. Ma gli italiani quanto amano lo smartphone? Tanto. Secondo una ricerca condotta da Deloitte, “State of the Media Democracy“, l’85% ne possiede uno. Aspetto ancora più interessante è che il dato risulta in crescita rispetto al 2013, dove era il 72% ad essere dotato di un telefono di ultima generazione.

Più smartphone significa anche un maggiore utilizzo dei servizi disponibili sul web in mobilità, quindi seguendo abitudini e modelli di fruizione diversi. Disporre di questo genere di informazioni è fondamentale, perché ci consente di ottimizzare la mobile social marketing strategy affinché ottenga risultati coinvolgenti come su desktop. A completare il panorama dobbiamo considerare che su Facebook il 60% degli accessi avviene da mobile, principalmente tramite l’applicazione.

Qual è il risvolto sulla mobile social marketing strategy?
I brand non possono più permettersi di trattare il mobile come un’appendice della strategia digitale, al contrario la strategia e i contenuti vanno ottimizzati in partenza:

  • Secondo il modello di fruizione
  • Secondo le specifiche tecnologiche
  • Secondo criteri di leggibilità

Ignorare questi aspetti implica un tasso di interazione con i propri contenuti inferiore, che grazie all’EdgeRank sappiamo condurre a un futuro di reach molto bassi che a loro volta portano a interazioni ancora più basse.

Come usare questo dato a proprio favore?

  • Considerare un modello di fruizione mordi e fuggi deve condurre a un tipo di scrittura semplice e chiaro, con testi di lunghezza ridotta e terminologia di facile comprensione.
  • Nel momento in cui viene inserito un link in un post, considerare il sito di destinazione e domandarsi se è fruibile agevolmente via mobile, un test pratico è utile allo scopo.
  • Assicurarsi che le immagini di accompagnamento al testo che abbiamo scelto siano leggibili anche su schermi di dimensioni ridotte, mentre si è di fretta o si sta facendo altro.

Siate sinceri, quanti di voi ottimizzano i contenuti per il mobile?

 

Internet delle cose, cosa?

L’espressione “Internet delle cose” è stata coniata nel 2009, quando i dispositivi RFID lasciavano presagire un futuro distopico in stile Minority Report e IBM (qualche anno prima) immaginava nuove prospettive per la spesa nei supermercati.

http://www.youtube.com/watch?v=eob532iEpqk

Questo neologismo si riferisce agli oggetti fisici che hanno una rappresentazione virtuale, all’interno di una rete informatica. L’evoluzione tecnologica e la miniaturizzazione hanno condotto questo trend verso altre soluzioni rispetto ai chip RFID, considerando ipotesi che prima non erano immaginabili.

L’esempio più vicino di Internet delle cose è il QR Code, che alla stregua di un codice a barre permette di scansionare il codice grafico rappresentato, abbinandolo a un contenuto univoco sul web. Anche se tralasciamo le considerazioni sull’uso indiscriminato e improduttivo di questo strumento, i limiti appaiono evidenti:
– Deve essere inquadrato frontalmente e in parallelo, con condizioni di luce ottimali
– È necessario prevedere l’ingombro dell’elemento grafico
– Può collegarsi a un solo contenuto

Il sostituto più promettente del QR Code sembra essere Clickable Paper, che scalda i motori dal 2012. Il funzionamento è semplice, si seleziona l’area dove inserire i collegamenti ipertestuali, si assegnano i link e si stampa. Già da un paio di anni esiste l’applicazione per il mercato giapponese, mentre di recente è stata rilasciata anche in altre localizzazioni.

Come mai il mondo non è ancora pieno di carta cliccabile? Attualmente pare non esistere uno strumento di authoring autonomo, quindi è necessario interpellare l’azienda produttrice e farselo fare da loro.

Possibili applicazioni? Penso subito al settore food. Immaginate di comprare una confezione di pasta e inquadrando la scatola vi vengono suggerite diverse ricette, così da permettervi di comprare subito gli ingredienti necessari.

Questi sono solo gli albori dell’Internet delle cose, perché il futuro riguarderà sempre di più gli oggetti in grado di connettersi e non solo di suggerire ipertesti sotto interrogazione. Il mio esempio preferito è Tile, una startup che produrrà questi portachiavi in grado di essere localizzati oppure di emettere suoni, oltre a essere inventariati tramite apposita applicazione mobile. Una rivoluzione per le persone disordinate insomma.

I brand che utilizzo possono fare dell’Internet delle cose? Immaginate delle flûte di cristallo dotate di questa tecnologia, così da poter condividere un brindisi sui social tramite app Facebook…

Ma se esiste l’Internet delle cose, esisteranno anche i social network delle cose?

Social Media Marketing Internazionale

Un’azienda che opera in un contesto internazionale, esportando prodotti o servizi, ha la necessità di dotarsi di una strategia di marketing e di comunicazione che parli più lingue. Ma un “interprete” può essere sufficiente allo scopo? Secondo noi no. Questo significa che non è sufficiente tradurre i contenuti in un’altra lingua per fare in modo che siano efficaci e rilevanti per gli utenti, almeno in una strategia di Social Media Marketing Internazionale.

Questa affermazione non è sempre vera, perché per esempio nel campo pubblicitario spesso si procede proprio in questo modo, traducendo i testi e montandoli sull’impianto grafico di campagna.

coca-cola social media marketing internazionale

Il paradigma si prospetta come traduzione versus localizzazione, ovvero: conviene tradurre i testi e adattarli a quello che si ha, oppure localizzare la strategia secondo il contesto culturale e linguistico della regione dove si andrà a operare? Nel campo del Social Media Marketing Internazionale è senza dubbio più efficace la seconda ipotesi. Soprattutto perché in questo modo si riescono a valorizzare le peculiarità dei mercati esteri dove il brand va a operare.

Il contesto culturale è un aspetto importante sotto diversi punti di vista, tutti quelli che compongono la strategia che andremo ad approntare, ovvero:
Attività editoriale: tradurre i contenuti nella lingua di destinazione è un approccio limitato, occorre scriverne ex novo, affidandosi a professionisti del mestiere, non a semplici traduttori.
Influencer marketing: affidarsi ai blogger e alle persone più influenti nell’area di azione, disegnando l’evento o i materiali da recapitare secondo gli aspetti più rilevanti in base all’attività prevista.
Community management: è l’aspetto più delicato. Gestire le interazioni scaturite da una strategia di Social Media Marketing Internazionale senza comprendere appieno le sfumature di una lingua che non si padroneggia può condurre a fail memorabili.
Oltre a quanto appena visto, c’è un aspetto basilare ancora: il fuso orario. Come possiamo monitorare tempestivamente le interazioni se di default siamo destinati a visualizzarle ore dopo?

Le complessità e la variabilità dei differenti contesti culturali può condurre a esiti imprevisti. Infatti talvolta è necessario stravolgere l’impianto strategico definito, prevedendo un approccio completamente diverso per una determinata area.

IAKI ha seguito la campagna Tommy Hilfiger Eyewear, con l’ambizioso obiettivo di divulgare lo stile “preppy” in Italia, Spagna, Germania e Francia. Una combinazione di Social Media Marketing, Influencer Marketing, online advertising e consumer promotion hanno costituito il Marketing mix vincente per questo progetto.

La decisione strategica più importante è stata quella di rimanere focalizzati sui valori preppy legati al brand Tommy Hilfiger: “il preppy è la combinazione di accessori, non è un nuovo modo di vestire”, questo è stato per noi complicato da interpretare, proprio perché un po’ fuori dalla cultura italiana legata alla moda. Abbiamo dovuto leggere tantissimo su questo tema, passare ore e ore a prendere le misure tra le informazioni online e quelle on the road.

Gestire in modo integrato i Social Media all’estero comporta la padronanza delle complessità del contesto culturale di riferimento, oltre a un team di professionisti specializzati e una spiccata sensibilità strategica.