TikTok: l’app della Generazione Z

Negli ultimi articoli del nostro blog vi abbiamo parlato di TIkTok, di come funziona questo social network relativamente giovane e quali sono le possibilità per i brand al suo interno.
Se state pensando alla possibilità di sviluppare una una strategia di comunicazione su questo canale, il primo passo è sicuramente quello di valutare tutti gli aspetti dalle piattaforma.
Affrontiamo quindi una questione fondamentale: qual è il target di TikTok?

Tutti i numeri a livello globale di TikTok

I dati mondiali ci dicono che il 66% degli utenti ha meno di 30 anni e di questi il 41% ha un’età compresa tra i 16 e i 24 anni.
I numeri sono perfettamente in linea con le caratteristiche della piattaforma: continui aggiornamenti delle feature, grande connessione con i tormentoni musicali (caratteristica ereditata da Musical.ly), possibilità customizzazione dei contenuti in continua evoluzione e un generarsi velocissimo di challenge e tormentoni. Insomma: TikTok è pensata per chi è abituato da sempre all’utilizzo con piattaforme flessibili e in continuo cambiamento.

Nel nostro Paese si registrano oltre 2,4 milioni di utenti, il 65% dei quali sono donne.
A fare da padrona è chiaramente la Generazione Z. Nello specifico, il 21% dei tiktoker (così vengono chiamati gli utenti della piattaforma) sono teenager e a questi seguono i ventenni (14%).
Anche i dati di utilizzo sono incoraggianti: la media mensile di video views sull’applicazione è di 3 bilioni e i dati medi di utilizzo stimano 6 accessi al giorno all’applicazione per ogni user per un utilizzo totale di 34 minuti.

TikTok: più spazio per la Generazione Z

Sono passati oltre 10 anni da quando Facebook veniva definito “uno spazio per i più giovani”. Con il tempo, ma soprattutto l’arrivo dei loro genitori su questo social, i figli si sono spostati sull’allora neonato Instagram. Anche il target di questa piattaforma si è alzato, scatenando la necessità di una nuova piattaforma in cui poter dare spazio alla creatività e condividere con i coetanei sfide, duetti, balletti e, perché no, qualche battuta proprio sui genitori!

Ovviamente, anche i profili più famosi su TikTok appartengono ai nati fra il 1998 e il 2010. In Italia, i più famosi sono certamente: Luciano Spinelli, 18 anni e 6,9 milioni di follower; Sofia Viscardi, già famosissima Youtuber di soli 18 anni con 645 mila follower; fino ai giovanissimi Elisa Maino (16 anni) famosa per essere stata la prima italiana ad abbattere la soglia del milione di fan e Marco Cellucci, solo un anno più grande di lei e con una fan base di ben 5,4 milioni.

Il punto di vista dei brand: TikTok sì o no?

La risposta corretta è la sempreverde, ma mai scontata: “dipende dal posizionamento del brand”. Se il marchio si rivolge ad una audience molto giovane, in linea con il core target del social, allora perché no. Come per ogni canale di comunicazione chiaramente, bisognerà sviluppare una content strategy che sfrutti gli strumenti della piattaforma e riesca quindi a suscitare interesse negli utenti.
Le case non mancano: sono infatti già molti i brand che hanno aperto un account TikTok.

Un core target destinato a cambiare? Adulti in arrivo!

Abbiamo tenuto per il finale un dato non poco rilevante. In Italia, ben il 10% degli utenti appartiene alla fascia d’età intorno alla quarantina. Sono moltissimi infatti i profili degli adulti che si trovano su TikTok. Duetti, imitazioni, partecipazioni alle challenge e addirittura video in collaborazione con i figli sono i contenuti prodotti da questo segmento di audience.

Chissà che in futuro, quindi, il target della piattaforma non si evolva alzando l’età media degli utenti e aprendo quindi nuove possibilità ai brand.

I brand che hanno scelto TikTok per rinnovare la strategia social

Avete presente TikTok? L’applicazione che ha fatto impazzire migliaia di centennials in tutto il mondo grazie a contenuti divertenti e ingaggianti? Nel corso dell’ultimo anno, secondo i dati condivisi da Apple, TikTok si è confermata l’app gratuita più scaricata al mondo, seguita a ruota da YouTube e Whatsapp. Un successo globale che ha destato l’attenzione di moltissimi brand, tanto da scegliere la piattaforma per implementare la propria strategia social.

Non solo, l’App starebbe progettando la possibilità di migliorare l’attuale offerta pubblicitaria: un numero sempre crescente di funzioni di advertising sarà messo a disposizione dei brand per migliorare la propria strategia. Il nuovo modello di targeting, per esempio, permetterà di selezionare gli utenti sulla base degli interessi, creando delle audience personalizzate.

I brand che hanno scelto TikTok: come fare marketing sull’App del momento

Proprio per questo crescente interesse e per le numerose potenzialità di TikTok, ben oltre la semplice piattaforma di video musicali, molte aziende hanno deciso di presidiare l’app aprendo dei propri account: Sony e RedBull, per esempio, sono stati i primissimi brand ad utilizzarla come inserzionisti. Prendiamo il caso particolare di RedBull: con oltre 2,5 milioni di followers e l’introduzione dell’hashtag #GivesYouWings, ha dato il via alla condivisione di numerosi video a contenuto sportivo, per spronare i propri followers a sfide avventurose ed entusiasmanti, così come avvicinare gli utenti al famosissimo payoff.

A questi, hanno seguito alcuni editori come ESPN, NBC News, The Washington Post e Dallas Morning che hanno aperto il proprio account su TikTok dando il via ad una vera e propria rivoluzione social.
In Italia, possiamo prendere ad esempio il noto caso dell’Inter: la squadra di calcio che sembra averne compreso l’enorme potenziale e ha per questo deciso di aprire un proprio account (che conta già oltre 50K follower!) per condividere video girati nel backstage e challenge per ingaggiare i tifosi. Un bel passo avanti, per connettersi direttamente ai propri fan attraverso contenuti sempre più spontanei, concreti e divertenti.

Continuiamo spostandoci verso il mondo del fashion, dove possiamo utilizzare l’esempio calzante di Guess: il noto marchio di moda che ha sponsorizzato per la prima volta un hashtag su TikTok, #InMyDenim per lanciare un trend e invogliare migliaia di utenti a caricare brevi video che mostrassero i loro look.

Portare un brand su TikTok e avere successo è davvero possibile. Ma da dove iniziare?

Secondo il GlobalWebIndex, su TikTok oltre il 60% degli utenti che hanno scaricato l’app nel corso dell’ultimo anno hanno visto e interagito almeno una volta coi video degli altri utenti, non solo, almeno il 55% avrebbe caricato un video. Cosa significa questo numero? Che l’applicazione conta moltissimi utenti effettivamente attivi e che TikTok si riconferma una piattaforma ad alto tasso di coinvolgimento.
Quindi, quali sono i modi per iniziare subito a fare marketing su TikTok? Vediamo quali strategie possono adottare i brand.

  • Promuovere un brand grazie alle TikTok Challenge
    
Le challenge sono divertenti sfide che i brand possono facilmente utilizzare per promuovere i propri contenuti e prodotti, adattandole alle specifiche esigenze. Prendiamo ad esempio una challenge utilizzata da Jimmy Fallon sulla NBC intitolata #tumbleweedchallenge, dove chiedeva agli utenti di girare e condividere un video mentre si rotolavano in luoghi insoliti. In meno di una settimana l’hashtag è stato utilizzato più di 8.000 volte ottenendo oltre 10 milioni di interazioni, determinando il più grande successo mai visto per una challenge. Allo stesso modo, le aziende possono sponsorizzare le proprie hashtag challenge per migliorare la Brand Awareness, incrementando views e interazioni.
  • I video di TikTok come demo di un nuovo prodotto
    È arrivato il momento di lanciare un nuovo prodotto, ma da che parte cominciare? TikTok, in questo senso, può rivelarsi molto utile per creare delle semplicissimo demo, ovvero dei brevi video dimostrativi. I video che utilizzano features interessanti o offrono spunti innovativi potrebbero potenzialmente diventare virali, aumentando esponenzialmente la visibilità del prodotto e quindi, le vendite.
  • Utilizzare TikTok e la funzione di Brand Takeover
    Si tratta, in particolare, di una pubblicità inserita nel flusso di video degli utenti (sotto forma generalmente di video o immagine statica), il cui scopo è quello di invitare gli utenti a visitare una landing page o un’hashtag challenge. La caratteristica di questa funzione è il carattere esclusivo: il takeover viene ad assegnato ad alcuni brand selezionati ogni giorno.

Insomma, TikTok continua ad ingaggiare ogni giorno nuovi utenti attorno al mondo e, nonostante sia partita come una piattaforma rivolta più ad un pubblico più giovane, un numero sempre crescente di adulti ne sta diventando l’utente ideale, grazie anche al nuovo posizionamento adottato da numerosi brand.

Un successo senza dubbio destinato
a crescere che cambierà il nostro modo di pensare ad una “strategia social”.

Quando il Community Management può essere la salvezza per il tuo brand

Saper gestire, ma soprattutto sapere mantenere un rapporto duraturo e solido con la propria community online, non è certo un “lavoro da ragazzi”. Ma non è nemmeno impossibile.
Oggi tutti pretendono risposte in real time e basta un solo hater a far scatenare una vera e propria situazione di crisi che si dilaga sul web, ma è davvero possibile far fronte a questa situazione?

Il ruolo del community manager: come far decollare un brand grazie al Community Management

Una community che funziona è senza dubbio una community capace di generare risultati.
Per farlo però, necessita di qualcuno che la guidi in questo percorso.
Si perché la community ama interagire con ciò che lo attrae, ma nello stesso tempo deve essere spronata nell’esaltare il proprio senso di appartenenza a un determinato gruppo.

Ecco perché il ruolo del Community Manager è di vitale importanza.
Questa persona, infatti, non ha solo il compito di far crescere le interazioni verso il brand e tra i fan, ma deve essere in grado di farli sentire parte di una vera famiglia, coinvolgendoli naturalmente. Deve creare empatia con la persona che ci cela dietro la tastiera.
Non solo: quando accadono dinamiche virali difficili da disinnescare, deve fare da “riappacificatore” tra gli utenti cercando di alleviare molto spesso la rabbia delle persone che, alle volte, potrebbe rovinare la Brand Reputation.

Il centro dell’attività del Community Manager è l’utente, che si trasforma nel protagonista del suo lavoro

Le persone non vogliono solo essere invase da pubblicità di tipo push anzi, vogliono aver modo di conversare e soprattutto vogliono essere ascoltate. Ecco perché il ruolo del Community Manager è così importante.
Più l’utente sarà stimolato verso questa direzione, più sarà invogliato ad entrare a far parte e in contatto col brand, diventando veri amanti e ambassador di marca.

Molto importante è anche avere nella propria pagina una netiquette. Un “buon galateo” aiuterà a far comprendere le regole della pagina ai followers, al fine di gestire al meglio i loro comportamenti. Gli utenti, infatti, vogliono essere compresi non sentirsi provocati. Tuttavia, è importante far capir loro che anch’essi devono avere rispetto nei confronti del brand: questo sarà un ottimo punto di partenza per mettere a punto la propria strategia.

Ora che hai capito un po’ meglio qual è il ruolo del Community Manager, ti starai chiedendo chi c’è dietro a tutto questo. E chi potrebbe essere, se non un bravo “comunicatore”?

Cosa significa essere un abile Community Manager

Non esistono leggi scritte per definire un bravo Community Manager, ma quali sono le buone qualità che lo mettono sulla buona strada?

  • Un’approfondita conoscenza del brand, a 360 gradi;
  • Essere sempre al passo con le nuove tendenze e saper scovare le novità del settore;
  • Essere un astuto copywriter e comunicatore;
  • Avere sempre grande cura e attenzione per essere sempre sul pezzo. Insomma, avere sempre la risposta giusta al momento giusto!
  • Essere un concreto (e naturale) problem solver;
  • Avere un pizzico di umorismo (non guasta mai!);
  • Ultima skills, ma non certo per minore importanza: la pazienza.

Un Community Manager sarà sempre alle prese con commenti e opinioni, spesso sgradevoli e imperterriti: ecco perché tutte queste qualità sono fondamentali per incrementare e fidelizzare la “famiglia virtuale” del tuo brand.

Usate la testa, usate un payoff

Oggi più che mai, guadagnarsi un posto nella memoria delle persone è un’impresa ardua.

Non bastano né il tormentone in TV né la campagna ‘super-simpa’ sui social: servono anche strategia, metodo e un pizzico di follia creativa.

E poi? Beh, un gran bel payoff.

Il primo passo è crederci

“Nah, tanto nei banner è illeggibile. Legarmi a un singolo messaggio non fa per il mio brand. E se domani volessi vendere altro?”: possono essere molti e differenti i dubbi che assalgono ogni giorno i clienti, in Italia come all’estero.

La risposta a tutte le perplessità è fortunatamente però sempre la medesima: osare. Sì, occorre compiere il prima possibile un passo deciso verso testa – e cuore – del consumatore, coniugando il brand con l’immagine che vogliamo trasmetterne.

Perché il tempo passa e un marchio si arricchisce sempre più di significato, lanciando messaggi sia espliciti sia impliciti, che costruiscono giorno dopo giorno le fondamenta della percezione di marca. Presente e futura.

Una guida di poche parole

Il giusto payoff è fondamentale per indirizzare questo processo, divenendo una sorta di guida virtuale nell’immaginario collettivo di chi, ad esempio, davanti allo scaffale di un supermercato si troverà a decidere se afferrare il vostro prodotto oppure quello a fianco, magari con un prezzo minore.

Come ‘pilotare’ quindi la sua mano e far sì che scelga il vostro prodotto, forse anche più caro della concorrenza, e lo metta nel carrello? Aumentando la brand awareness, ad esempio. E come si accresce questo ricordo del brand? Utilizzando un payoff.

Poche parole, ma ben misurate. Come già diceva Nanni Moretti, i copywriter di IAKI lo sanno (leggete qui), e voi ora sapete che potrete sempre contare sul loro know-how.

La ricetta perfetta (non) esiste

La ricetta del payoff perfetto non esiste, ma alcuni ingredienti per identificarne uno memorabile, sì. Facciamo qualche esempio pratico:

  • OCCHI CHIUSI!

Chiudete gli occhi e chiedetevi quali sono i valori che hanno costruito il successo della vostra azienda. Non barate, eh.

  • SINTESI

Dite meno, ma ditelo meglio. Questa regola varrebbe anche per il restante 99,99% della comunicazione, ma questa è un’altra storia…

  • SEMPLICE È MEGLIO

L’attenzione va catturata in pochi secondi, meglio essere brevi, chiari, diretti. In fondo, un payoff non va interpretato, va sposato.

  • SOLO LA VERITÀ

Per fortuna l’onestà è ancora un valore: mai ingannare il consumatore, oppure non lo riconquisterete più.

  • SONORITÀ

Ditelo ad alta voce, se il payoff suona male allora non è la soluzione migliore. E c’è sempre una soluzione migliore.

Un ultimo consiglio? Non improvvisate e ricordatevi queste parole: “Se credi che un professionista ti costi troppo è perché non hai idea di quanto ti costerà alla fine un incompetente”. Ultimissimo consiglio? Venite a trovarci in IAKI.

Quando un evento diventa digital: largo alla tecnologia!

Gli eventi costituiscono un eccellente strumento di marketing poiché rafforzano le relazioni brand-utente e si confermano come particolarmente influenti nella customer experience e nella brand awareness. Un elemento da non trascurare è l’apporto della tecnologia che, presentandosi nella sua veste innovativa, suscita la curiosità e la partecipazione del pubblico, soprattutto quando riesce a proporre contenuti interattivi.
Oggi un apporto digital, sempre più user-friendly, assume un peso decisamente prioritario all’interno delle strategie di marketing e comunicazione delle aziende, il cui scopo è quello di accrescere il valore di un marchio, suscitando emozioni e stimolando l’empatia tra brand e utente.

Scopriamo quindi in che modo tecnologia ed eventi si integrano per un’esperienza vincente!

Il mondo del digital al servizio degli eventi per migliorare la relazione fra brand e utente

Negli eventi il target digital è sempre più quotato, per questo è necessario che un settore come quello del MICE (Meeting, Incentive, Conference and Exhibitions) evolva verso l’adozione di una strategia piena e consequenziale che coinvolga il prima, il durante e il post evento e che quindi accompagni l’utente durante l’intera esperienza. Si tratta di una vera e propria digital strategy ideata per gestire le caratteristiche e le fasi evolutive del progetto il cui fine è quello di rendere la tecnologia protagonista dell’attività e non ridurla un mero supporto.
Concretamente? Parliamo di un ingaggio degli utenti con “soluzioni multi-canale” nel pre-evento, per il quale gli utenti possono accreditarsi tramite portale e rispondere per mail ad un RPSV o scaricare il biglietto attraverso una apposita App. Durante, attività per promuovere l’interazione brand-utente e coinvolgere attivamente il pubblico durante l’evento: è proprio a questo punto che entra davvero in gioco il corpus digital rappresentato da piccoli apparecchi che suscitano la curiosità dell’utente per il loro essere automatizzati e sofisticati e di cui si può fare esperienza “touch” on-site. Per quanto riguarda l’ultima fase, sono state sviluppate delle tecniche di follow-up personalizzate, grazie alle quali l’utente instaura con il brand un dialogo 1to1 poiché riceve comunicazioni a misura delle sue scelte e delle sue preferenze.
Inoltre, il servizio digitale non coinvolge solo l’evento ma anche il suo back office, permettendo di ricevere in tempo reale dati e reportistica grazie a chatbot e avanzate piattaforme di gestione.

Incuriosire gli ospiti attraverso esperienze 3D per implementare la brand awareness

In effetti a chi non piace immortalare esperienze sensazionali ed invidiabili da postare sui social? In questo caso, la presenza di un influencer, blogger o attore che condivida sui suoi canali social contenuti live dell’evento, potrebbe rivelarsi fondamentale al fine di mostrarne il carattere esclusivo. Così facendo, catturando l’attenzione e la fiducia degli utenti, avremo aumentato notevolmente la visibilità del brand nei propri spazi social e nelle rispettive fanbase, approfittando del mezzo pubblicitario più potente al giorno d’oggi.

Ancora una volta il plus tecnologico ha un ruolo importate in questo processo, trasformando l’evento in una proposta accattivante attraverso contenuti interattivi che incuriosiscano gli ospiti portandoli a mettersi in gioco in prima persona. Parliamo per esempio di esperienza 3D come quella della Augmented Reality e dei marker che, con un click sullo smartphone, permettono agli utenti di visualizzare oggetti tridimensionali nello spazio circostante.

L’Augmented Reality per vivere un’esperienza tridimensionale: l’esperienza IAKI

Guardate qui. In questa occasione IAKI ha messo in gioco la propria esperienza in campo digital per realizzare un’App di Realtà Aumentata per un cliente molto importante. Durante l’evento sono stati distribuiti al pubblico alcuni marker piegati a flyer per permettere agli ospiti di utilizzare l’App: ogni foglio, attraverso un disegno grafico, rappresentava un modello virtuale di differenti elementi d’arrendo il quale, una volta inquadrato col proprio smartphone, sarebbe apparso sullo schermo come se realmente presente nell’ambiente circostante.
L’esperienza tridimensionale, da rivivere facilmente anche a casa, ha certamente fatto la differenza e permesso all’azienda cliente di acquisire nuovi lead e costumer, associando la percezione generale del brand al mondo dell’innovazione.

Insomma, nuove e sorprendenti tecnologie vengono testate e messe in funzione con un ritmo ormai velocissimo, spingendo brand e agenzie a ideare ogni giorno nuove soluzioni creative in campo digital al passo coi trend del momento. Per questo, il tentativo di spiccare e proporre soluzioni innovative e sempre più catchy, è un vero e proprio dovere e obiettivo per tutti coloro che lavorano in ambito creativo, ancora di più se l’obiettivo è (come dovrebbe essere) dare vita a un evento a tutti gli effetti indimenticabile.

Un brand per amico: come adeguarsi alla nuova privacy di Facebook

Dopo l’ultima F8, Facebook non sarà più lo stesso. O, per dirla alla maniera di Mark Zuckerberg, sarà al 100% sé stesso: una piattaforma per «connettere le persone tra loro», sempre più sicura nel difendere la privacy degli utenti e affidabile nell’utilizzo.

«Il futuro è privato» sarà infatti il motto che guiderà tutto l’universo social che fa capo a Facebook.

Ed è proprio “Privacy” la parola con cui si è aperta la conferenza. Se tutto andrà come annunciato, siamo di fronte ad un momento di passaggio di consegna tra le prime due epoche social: si chiude l’era della condivisione e della sovraesposzione, per lasciare spazio a quella delle conversazioni private tra utenti.

Sono tante le novità annunciate all’F8, ma che effetti avranno sulle strategie social messe in campo dai brand? Ecco le nostre previsioni.

Nuova parola d’ordine su Facebook: privacy, privacy, privacy

Fino a pochi anni fa, il Newsfeed rappresentava “l’esperienza social” per definizione, il sistema principale con cui gli utenti potevano dialogare, scoprire e condividere contenuti o informarsi su ciò che stava succedendo ai loro amici.

Oggi, è evidente invece quale sia il trend dominante nell’uso da parte degli utenti: conversazioni e condivisioni di contenuti in spazi privati. Questa nuova modalità di “stare sui social” si lega a un modo di pubblicare meno strutturato, non pianificato né permanente, ma molto più frequente. Emblematico è il successo che negli ultimi anni ha ottenuto il formato “Storia” (da Snapchat, a Instagram, a WhatsApp). Ma anche la velocissima crescita di TikTok, in cui la condivisione “random” è uno degli elementi distintivi.

La condivisione in spazi privati (gruppi, chat, Storie) sta insomma diventando un comportamento fondamentale a livello social. E sempre più profondo: la direzione finale sarà quella di considerare l’universo Facebook come un ambiente per sviluppare community, tanto quanto oggi lo conosciamo come un luogo per condividere esperienze. E al centro di tutto questo: i gruppi, come un vero principio organizzativo di tutto l’ecosistema social, andando a privilegiare la privacy.

Facebook come “spazio privato”: il tempo della sovraesposizione è finito

Se fino ad ora ha prevalso l’omologazione social, gli utenti si stanno sensibilizzando sempre di più al tema della privacy e alla comunicazione one-to-one, perdendo interesse nel sovraesporre le loro vite. I piccoli gruppi tutelano di più le persone e consentono di creare un ambiente familiare per esprimersi liberamente, senza timore di reazioni negative o flame umilianti. Pensate alla differenza che c’è tra dire la vostra opinione, ad alta voce, in mezzo a una piazza affollata e dirla tra le mura accoglienti di un salotto conosciuto. Bene: è esattamente questa la metafora usata da Zuckerberg stesso.

Questo è ciò che avverrà dal punto di vista degli utenti. Ma per per le pagine aziendali, che  pubblicano i loro post nel Newsfeed, il ridimensionamento di quest’ultimo significherà una tragedia per la loro comunicazione sui social network?

La risposta è NO, almeno per i brand che saranno pronti a superare gli schemi già rodati e ad adeguarsi alla nuova situazione. Sviluppare contenuti specifici ed esperienze pensati per nicchie e piccoli gruppi di interesse è un passo fondamentale, che può avvenire solo grazie a uno studio delle community di riferimento, dei loro interessi e dei canali che utilizzano. Il risultato vale però lo sforzo: questi spazi di condivisone di interessi e passioni assicurano un grado decisamente maggiore di engagement per i contenuti che vi circolano. E dunque più ritorno in termini di coinvolgimento e conversione per i brand che sanno veicolarli.
Una volta in più, ecco la prova dell’importanza di presidiare questi spazi e sviluppare contenuti e strategie ad hoc per essi  (ne abbiamo parlato qui).

Ma cosa cambia per le aziende? 

Per i brand, questi cambiamenti dovranno spronare un’evoluzione sui modi di sviluppare una relazione con le persone. Prima di tutto, a cambiare dovrà essere l’approccio: soprattutto nei gruppi più piccoli: è importante che ciò che viene proposto sia di valore per le persone, sia a livello personale che di community.

La grande sfida per le aziende sarà, da un lato, quella di creare beni, prodotti e contenuti sempre più personalizzati in base alle caratteristiche del destinatario, individuato da criteri di profilazione più sofisticati.
Dall’altro, ancora meglio se la comunicazione del brand riuscirà a catturare l’attenzione di tutto il gruppo, andando a toccare interessi comuni. Fornire un contenuto in esclusiva (o in anteprima) o permettere di vivere una versione diversa di un’esperienza comune possono essere soluzioni vincenti, spingendo gli utenti a considerare l’iscrizione al gruppo un valore aggiunto all’esperienza offerta dal brand.

È fondamentale infine evidenziare che il “ripiegamento” di Facebook sulla privacy non significa affatto che questi spazi privati rimaranno chiusi a comunicazioni aziendali e inserzioni pubblicitarie, anzi. Gli strumenti di WhatsApp per le aziende presentati alla F8, nonché le recenti modalità di acquisto su Instagram e le sperimentazioni sul trasferimento di denaro via chat, rivelano come Zuckerberg voglia permettere alla pubblicità e al commercio di entrare nella sfera privata degli utenti. Una decisone che dovrà spronare aziende e marketers a trovare nuove e creative soluzioni per un contatto continuo e sempre più personalizzato con gli utenti, simile a quello che abbiamo ogni giorno con i nostri amici.

“Z is coming”: come la Generazione Z detta le leggi della comunicazione

“Ho visto cose che voi Millennials non potreste neanche immaginarvi”

Così potremmo parafrasare un celebre film, se dovessimo parlare di Centennials, iGen, Post-Millennials, Plurals. No, non si tratta né di zombie né di robot provenienti dal futuro. Parliamo invece della Generazione Z, cioè tutti coloro nati dopo i Millennials tra il 1995 e il 2012.

Non si tratta di una semplice questione anagrafica o generazionale, in quanto gli Z sono i fautori e i protagonisti di un vero terremoto nel mondo della comunicazione e dei media.

Gli effetti di questa evoluzione sono sotto gli occhi di tutti. Basta una rapida controllata sui social per vedere il predominio dei video, il formato verticale sempre più presente ad ogni scroll, colori pastello, illustrazioni…

Il perché è presto detto: è la Generazione Z a “dettare legge”. Sono loro che, con le loro modalità di fruizione, stabiliscono i trend visivi e di formato.

Il design, come il resto della comunicazione, si evolve costantemente con l’evoluzione della società. La vera sfida è quindi trovare diverse soluzioni che possano adattarsi ed entrare sempre più nella quotidianità delle persone, nel modo più naturale possibile.

Il design per la Generazione Z

È ormai obbligatorio, per chiunque nel mondo della comunicazione digitale, essere al passo degli Z. Per affrontarli con le giuste “armi”, ecco una serie di consigli utili:

1) Largo al verticale

La Generazione Z è fatta da veri nativi digitali, nati e cresciuti con queste “tate digitali” chiamate social network. Parliamo infatti di utenti che incarnano davvero il mobile-first: lo smartphone è praticamente una “naturale” estensione della loro mano. Ecco perché trovano istintivo visualizzare contenuti che rispettano la struttura verticale del mezzo.

L’orientamento delle creatività passa così dall’orizzontale al verticale, e sono gli stessi social a premiare proprio le modalità e i formati che si adattano alle nuove dinamiche di fruizione (fonte: Buffer).

2) Il design e l’interfaccia

Prendete il vostro smartphone, accedete all’app del social network, scrollate per vedere altri contenuti, fate tap per far partire la gif animata, swipe up per scoprire il link…vi ricorda qualcosa?

Oltre a comunicare con emoji, a mandare messaggi vocali e postare Stories su Instagram, la Generazione Z usa le interfacce social al pieno delle loro capacità. È fondamentale, quindi, utilizzare a proprio vantaggio le gesture introdotte dalle piattaforme, considerandole come azioni naturali e istintive interne alle dinamiche della piattaforma ospite.

3) Messaggi chiari e diretti

È importante comunicare il messaggio in modo esplicito e diretto: stiamo infatti parlando con una generazione caratterizzata da scarsa attenzione. Non per colpa loro, ma per un tale stimolo e bombardamento di contenuti, colori ed emozioni dalle diverse piattaforme che li spinge a saltare i contenuti che risultano essere troppo complicati o invasivi.

Non stupisce che la soglia media di attenzione di questi utenti sia di soli 8 secondi: o il contenuto è immediatamente d’impatto oppure…spettatori persi (vale anche per le nuove anteprime di IGTV introdotte da Instagram).

Il modo più funzionale per veicolare un messaggio e intrattenere allo stesso tempo è sicuramente il video: creare dei contenuti multimediali, infatti, permette di sfruttare più livelli d’attenzione e di catturarla in modi diversi.

Non è quindi un caso che i contenuti premiati maggiormente dalle piattaforme social siano i video, specie quelli studiati per adattarsi al formato verticale. Ancora una volta, è la Generazione Z a influenzare direttamente le dinamiche dei social network.

Il perché è presto detto: gli Z usano Internet prevalentemente come fonte d’intrattenimento. A differenza delle vecchie generazioni non si “ritagliano” un momento per guardare un video su YouTube, ma sfruttano qualsiasi momento libero per fruire contenuti.

4) Creare un ambiente coerente e coeso tra le piattaforme

Una forte immagine coordinata, declinata sulle diverse piattaforme, permette di fidelizzare gli utenti: abituati a usare con dimestichezza i vari social, troveranno sempre un habitat naturale e familiare.

Usare una palette cromatica, uno stile fotografico, illustrato o tipografico è il modo giusto per riuscire a farsi riconoscere e costruirsi un’identità forte e riconoscibile immediatamente su tutti i canali.

È il momento di imparare una regola d’oro: gli utenti della Generazione Z non si fidelizzano con un brand in quanto tale, ma premiano chi sa offrire un valore aggiunto, emozionale e iconico.

Senza dimenticarci una verità assoluta: ogni design deve rispecchiare nativamente il canale su cui è veicolato, utilizzando gli strumenti e le potenzialità che offre.

Bene, vi sentite pronti per affrontare la Generazione Z?

 

Social network e influencer: come viene regolamentata la pubblicità online?

L’influencer marketing, si sa, è ormai all’ordine del giorno sui social, specialmente su Instagram. In questo modo i brand possono dar voce al proprio marchio tramite un ambassador che possiede una community (più o meno larga), la quale – aspetto più importante – si fida di lui.

Un mondo sempre più in estensione a quanto pare, basti notare che per il mercato dell’influencer marketing nel 2019 è stato previsto un investimento di circa 1 miliardo – il 7% degli investimenti totali del digital marketing -, mentre nel 2020 si aggirerà dai 5 ai 10 miliardi (fonte: Mediakix).

Credibilità social: a cosa gli influencer (e i brand) devono fare attenzione

La parola chiave per un influencer è credibilità, ma fino a dove si possono spingere i suoi contenuti per evitare di sfociare nella pubblicità occulta?

Come nella pubblicità offline, anche per gli influencer è necessario fare attenzione a questa fondamentale distinzione, nel momento in cui citano un marchio:

  • Quando fa parte di un’esigenza narrativa e la presenza di un brand ne caratterizza quindi il personaggio
  • Quando dietro c’è un compenso al fine di un product placement

In questo caso specifico potrebbe non essere chiaro se il contenuto di Beyoncé abbia finalità commerciali o meno, tuttavia basta analizzare il suo profilo Instagram e conoscere il personaggio per capire che probabilmente il marchio è un elemento che rappresenta l’essere del personaggio.

Il problema è chiaro: l’influencer marketing spesso non segue le regole della professionalità e della trasparenza, ma è bene mantenere un riferimento chiaro sulle collaborazioni tra influencer e aziende, soprattutto per non incappare in possibili sanzioni.

D’altra parte è anche vero che esprimere la commercialità all’interno di un post inquina la naturalezza del contenuto e la sua spontaneità, ma non è proprio questa la base dell’influencer marketing?

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Beyoncé (@beyonce)

Come distinguere sui social natura commerciale e riconoscibilità pubblicitaria

Ad oggi non esiste una legge specifica per gli influencer: ciò significa che ogni eventuale segnalazione per pubblicità occulta e non dichiarata viene valutata singolarmente.

Tuttavia, per distinguere la natura della comunicazione è ormai accettato prendere in considerazione alcuni elementi informativi come:

  • Presenza di mention o hashtag che segnalino la natura della collaborazione (es. #adv #ad #partner…)
  • Tag partnership: possibilità di taggare i partner commerciali nei contenuti brandizzati tramite il feed e le storie su Instagram
  • Marchio in evidenza nella foto: dovrà essere ben visibile e non celato
  • Qualità della foto: una foto professionale presuppone più facilmente che ci sia dietro una collaborazione
  • Prodotti donati all’influencer: scambio non monetario


In Italia, un primo “vero” intervento è avvenuto solo nel 2017, quando l’AGCM ha inviato alcune lettere di moral suasion ai principali influencer e ai titolari dei marchi utilizzati dagli stessi, in cui ha ricordato che la pubblicità deve essere chiaramente riconoscibile in quanto tale.

L’Autorità ha sollecitato quindi l’inserimento di apposite avvertenze come ad esempio gli hashtag di tipo #ad e #adv, che hanno subito avuto un incremento dell’utilizzo.
Non sono quindi presenti regolamenti o modalità obbligatorie ufficiali, ma solo precauzioni e accorgimenti, che è bene seguire per non incorrere in segnalazioni o provvedimenti per pubblicità occulta.

È invece attualmente in corso il procedimento per indagare e cercare di regolarizzare la promozione di prodotti tramite gruppi segreti Facebook, che per loro natura hanno una visibilità privata e quindi diventano spesso luogo dove l’”etichetta” sulla pubblicità online non è rispettata.

GDPR: come influisce la normativa sui dati personali sull’influencer marketing?

Una precauzione da prendere quando si intraprende una collaborazione con un influencer è anche il trattamento dei suoi dati personali, che dovranno essere trattati nel pieno rispetto del GDPR.

L’azienda ha il dovere di disciplinare contrattualmente il rapporto con l’influencer, tutelandolo/a dal punto di vista della privacy. Questo vuol dire che il Sistema di Gestione Privacy implementato dalle aziende deve tenere in considerazione anche il trattamento dei dati dell’influencer stesso, comprese le sue immagini.

E i follower che ruolo hanno in tutto questo? Sono interessati nel momento in cui manifestano la propria volontà, ma soprattutto se sono profili reali.

Se sono interessati, come stabilito dal GDPR, devono essere informati sul trattamento che viene effettuato con i loro dati personali, e possono quindi esercitare i diritti riconosciuti dalla normativa.

In ogni caso il dato pubblico non può essere usato per ogni finalità: i followers acconsentono al trattamento dei dati personali solo per finalità espressamente indicate dal social network sul quale hanno caricato i propri dati.

Social Media Marketing: che fine ha fatto Twitter?

Ve lo ricordate Twitter? Dai, l’uccellino blu, il social dei 140 caratteri diventati ora 280, quello che ormai nelle social media strategy è quasi sparito dai radar.
Sappiamo che in Italia non è utilizzato come tanti altri social (molto poco ad esempio rispetto a WhatsApp che stravince con il 67% anche su Facebook che, nel 2018, è il secondo servizio web per utilizzo con il 56%, YouTube al 51,8%, Instagram al 26,7% ) e solo il 12,3% degli italiani dichiara di usarlo (percentuale che sale al 24% se si guarda al segmento di giovani tra i 14 e i 29 anni).

Anche noi ne abbiamo parlato nei nostri spazi per l’ultima volta circa 3 anni fa e da allora non è cambiato molto, a parte il numero di caratteri raddoppiato da 140 a 280.

L’uccellino blu di Twitter cinguetta ancora e, nonostante le difficoltà, non ha intenzione di smettere

Ammettiamolo, Twitter ne ha avute parecchie di difficoltà a livello globale e societario, dalle accuse di “shadow banning” durante la campagna USA che ha portato all’elezione di Trump alle continue voci di crolli in borsa e chiusure imminenti causa crescita zero, tutti fattori che hanno contribuito alla sua impopolarità. Aggiungiamoci anche che in casa Twitter sono sempre stati consapevoli di essere meno user friendly degli altri social, tanto che nel 2017 hanno anche girato uno spot per incentivare le iscrizioni e mostrare che il social è semplice da utilizzare. Ma è anche vero che l’utente medio di Twitter si fregia di far parte di una nicchia, dell’élite dei social in cui deve essere conciso e spesso può permettersi punte di ermetismo nei tweet che lo fanno sentire un novello Ungaretti.

Nonostante questi aspetti che ne fanno un social particolare (non si può avere un giro ristretto di interlocutori come per Facebook, si scrive o al singolo o a tutti, non si postano immagini d’effetto come su Instagram e non ci sono le Stories) l’uccellino blu cinguetta ancora e non ha intenzione di smettere.

Twitter: sorvegliato speciale o Social Media di riferimento?

I segnali positivi arrivano da un Q4 del 2018 sereno e da ricavi in crescita di un +24% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, pari a 909 milioni di dollari. Quello che non convince è il calo degli utenti attivi mensili, a quota 321 milioni e in calo del 5% rispetto ai tre mesi precedenti e del 9% anno su anno. Twitter rimane quindi un “sorvegliato speciale”, da tenere sotto osservazione per il futuro, ma da non scartare a priori in una strategia di social media marketing.

Sì, perché anche se sulla carta non sembra essere un social vincente ci sono alcuni settori che hanno fatto di Twitter la propria piattaforma di riferimento.

Un esempio su tutti è quello del mercato editoriale: non è un caso che gli account più seguiti, anche in Italia, siano quelli dei principali siti di news. Per farvi qualche esempio:

Un fatto che non sorprende, visto che Twitter è per antonomasia il social del “live” e dei trending topic (gli argomenti più popolari e chiacchierati del momento).
La fame di informazioni in tempo reale è tanta che i principali broadcast internazionali hanno creato canali preferenziali dedicati unicamente alle Breaking News: a farla da padrone in questo caso sono la CNN (quasi 55 Mln di follower) e la BBC (39 Mln di follower)

Quindi il real time rimane centrale nella strategia Twitter, quello stesso real time che Facebook ancora non è riuscito a centrare con nessuna nuova feature e che Instagram prova ogni giorno a cavalcare con le Stories.

Sarà abbastanza per continuare a salvare l’uccellino blu dall’estinzione?

#FridaysForFuture: l’hashtag del cambiamento

Le grandi rivoluzioni partono dal basso. Nel 2019 però possono anche nascere da un hashtag. Questo è il caso di #FridaysForFuture e della sua guida Greta Thunberg.
Chi è Greta Thunberg? Sedicenne, svedese e studentessa con tanta voglia di far sentire la sua voce e far conoscere le sue idee. L’hot topic? Il cambiamento climatico e la richiesta di un’economia a basse emissioni di anidride carbonica.

Greta Thunberg e l’inizio del cambiamento: così è nato l’hashtag #FridaysForFuture

Tutto è partito il 20 agosto 2018, quando Greta ha iniziato a saltare le lezioni scolastiche del venerdì per andare davanti il parlamento svedese tenendo in mano un cartello con la scritta “Skolstrejk för klimatet” ovvero “Sciopero scolastico per il clima”. Il suo mezzo di comunicazione? Instagram. La teenager infatti ha pubblicato ogni venerdì una foto con lo stesso cartello e sempre nello stesso posto. Ha sfruttato Instagram come un diario: #FridaysForFuture era un appuntamento fisso, in cui raccontava perché stesse scioperando e quali fossero le sue idee in relazione al climate change. È riuscita così a farsi conoscere in tutto il mondo, soprattutto grazie ai social media: il suo hashtag #fridaysforfuture è diventato oggi il simbolo di tantissimi giovani (e non), uniti sotto questo impegno comune. Si sono anche creati gruppi Fridays For Future di ogni nazionalità, che sostengono la causa della Thunberg.

L’hashtag conta su Instagram circa 120 mila post. Insieme a questo si aggiungono anche #climatestrike con 72 mila post e #climatemarch che ne ha ben 55 mila.
In Italia dal 20 agosto a oggi gli hashtag legati all’allarme sul cambiamento climatico hanno collezionato oltre 160mila mention. L’hashtag #FridaysForFuture è stato utilizzato quasi 64mila volte e 39mila volte solo nella giornata di venerdì 15 marzo, quando migliaia di studenti in tutto il mondo sono scesi in piazza per chiedere azioni concrete ai politici. Il “traffico” social a livello mondiale vanta numeri da capogiro: sono infatti milioni i tweet e le conversazioni sul topic. Il profilo personale della giovane attivista (@GretaThunberg) è cresciuto a dismisura ed è arrivato ora a contare quasi il milione di follower.

Anche Google Trends evidenzia un’impennata di ricerche riguardo il “cambiamento climatico”. Il grafico mostra infatti come, durante il 2018, l’interesse (e la curiosità) degli utenti si è iniziato ad alzare durante il mese di settembre, quando sono iniziati i primi #FridaysForFuture, senza più scendere. Il picco delle ricerche è ovviamente il 15 marzo, con un interesse che è rimasto molto alto anche nei giorni a seguire, delineando un coinvolgimento persistente da parte degli utenti.

Google Trends

Il movimento di Greta Thunberg è nato sui social per cambiare il mondo

Le generazioni Z e Y, spesso descritte in termini negativi come social addicted, sembrano avere avuto il loro riscatto: è proprio dal mondo digitale che questo grande movimento di piazza ha avuto modo di esistere e far parlare di sé. In questo caso i social media sono riusciti a portare all’attenzione di un pubblico vasto una maggiore conoscenza del problema, favorendo così la mobilitazione degli attivisti, dando spazio sia a dibattiti online che alle sempre presenti fake news. Fanno parte di questo oceano di commenti e discussioni anche i detrattori (ma se la giovane Greta è a tutti gli effetti un’influencer, come potrebbe non avere anche lei i propri haters?). Pronti a urlare allo sfruttamento dell’immagine di una giovane ragazza manovrata dall’alto, anche loro alla fine contribuiscono a denotare l’importanza dell’argomento, che come ogni tema caldo vede sempre schierarsi due fazioni di pensiero.

Una teenager ci insegna quindi che si può cambiare il mondo anche attraverso internet. Per farlo, è importante avere un messaggio chiaro, comunicato in modo personale, immediato e letteralmente in tempo reale, come solo i social possono permettere.
Creare un appuntamento fisso, come se fosse una serie televisiva (e per fare questo le Instagram Stories, sono ormai un mezzo potentissimo).
Forgiare un’immagine forte e iconica, dato che i social, ormai, vivono di foto e video che possono diventare virali.
E, ovviamente, avere uno slogan che rimanga impresso: cosa può farlo, oggi, meglio di un hashtag distintivo e ben riconoscibile?