L’ultimo tentativo di Instagram per salvare IGTV

Negli ultimi mesi Instagram ha aggiornato la sua App con diverse funzioni, ora l’obiettivo sembra essere quello di accrescere le visualizzazioni su IGTV, canale che non ha ancora ottenuto i risultati sperati: riuscirà nel suo intento?

IGTV non è mai decollato davvero: Instagram corre ai ripari

È ormai da giugno dello scorso anno che sono approdati i video verticali, da quel momento il canale ha cercato in tutti i modi di spingerli integrando IGTV alle funzioni principali: dall’inserimento dei video nella tab “Esplora” all’introduzione delle notifiche pop-up per i nuovi video disponibili, e ancora all’inserimento delle preview nelle Stories.
Ma questi tentativi di pushing non sono minimamente bastati per diventare un degno concorrente di YouTube (che ha 1miliardo e 900mila utenti attivi al mese).

Instagram ha così introdotto l’ennesimo aggiornamento: ora gli utenti possono aggiungere la preview del proprio video IGTV al feed principale di Instagram.
In questo modo il pubblico ha la possibilità di fruire il contenuto in anteprima e, se interessato, continuarne la visione su IGTV.

Come funziona la preview dei video IGTV nel feed di Instagram?

È possibile decidere se condividere o meno il “teaser” del proprio video IGTV nel feed: selezionando questa opzione, l’anteprima del video apparirà nel feed dei follower, mentre l’immagine di copertina verrà visualizzata nella griglia del profilo.

Gli utenti possono fare “tap” sul video in qualsiasi momento per guardare il contenuto completo sul canale IGTV.
Inoltre nel momento in cui le persone lasciano un commento sul contenuto nel feed, esso verrà mostrato anche all’interno del video IGTV, e viceversa.

In questo modo gli utenti riusciranno a trovare più facilmente gli ultimi video inseriti dai propri following preferiti. Ma è davvero ciò che la maggior parte degli utenti vuole?

Per il momento alcuni Tweet di risposta a Instagram sembrano affermare il contrario, considerando la nuova aggiunta come un’imposizione non scelta.

Thelodownbylo

Quel che è certo è che al momento sono pochi gli attori che lavorano a contenuti esclusivamente per IGTV, mentre vengono riutilizzati contenuti già progettati su altri canali senza un investimento ad hoc per il formato di IGTV. Le barriere sul formato dei video verticali, quindi, sono ancora alte.

Ma la domanda è: per un brand è utile condividere i video IGTV all’interno del feed?

La risposta dipenderà ovviamente dalla propria strategia di video marketing e da come i video IGTV si adattano al resto dei post, tuttavia una volta creato un contenuto è bene utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per aumentarne la fruizione da parte del proprio pubblico.
Quel che è certo è che la novità porterà molte più visualizzazioni ai video pubblicati su IGTV rispetto a prima: il segreto starà nel riuscire ad incuriosire i propri followers in quei primi secondi di video, un vero e proprio teaser per portare gli utenti sul proprio canale.

In generale ciò che IGTV offre ai brand è proprio l’opportunità di sperimentare e testare quali contenuti sono più adatti per il proprio pubblico, e come esso reagisce davanti a formati che richiedono un lungo tempo di fruizione.
È proprio questo tempo sufficientemente lungo che permette ai marchi di raccontare delle storie, IGTV diventa così un luogo dove lo storytelling è “senza limiti”, al contrario degli altri formati presenti sul canale, che si esauriscono in pochi secondi.
Un tempo di fruizione lungo deve tuttavia essere sfruttato in modo adeguato, poiché è anche vero che i primi secondi di un video sono quelli cruciali per catturare l’attenzione del pubblico: se il contenuto non funziona subito, non lo farà neanche nei minuti successivi.

TikTok mania: ed è subito rivoluzione social

Toc toc è ora di parlare di TikTok, il Social Network di proprietà della società cinese Bytedance che sta spopolando tra i giovanissimi (e non solo) di tutto il mondo e che dal 2018 sta conquistando l’Occidente.

TikTok: il Social dove chiunque può diventare Content Creator

“TikTok, il suono di un ticchettio di orologio, rappresenta la natura breve dei video sulla nostra piattaforma… TikTok celebra tutti i tipi di video brevi, non solo musica, ma anche commedia, animali, sport, cibo, moda e altro ancora”
Andiamo con ordine, innanzitutto cos’è TikTok? Un’app nata a Pechino nel 2016 che ora sembra un mix tra Vine e Snapchat, o meglio immagina un Social Network fatto solo di Instagram Stories. Ma bando alle ciance, in maniera concreta si tratta di una piattaforma per creare e condividere brevi video musicali con possibilità di aggiungere filtri e utilizzare hashtag che permettono agli utenti di apparire tra le ricerche di tendenza. L’ obiettivo è quello di consentire alle persone di registrare e condividere passioni, momenti e situazioni della propria vita direttamente da mobile.
Se a primo impatto pensi di aver già visto qualcosa di simile non ti sbagli! Perché Bytedance nel 2017 ha deciso ed è riuscita ad acquistare Musical.ly e a unire le due applicazioni.
“Real short video for you, from you. Make every second count”: leggendo la descrizione e il payoff di lancio, che TikTok attualmente utilizza come bio sugli altri canali, capiamo subito che si tratta di un Social dove il fai da te conta eccome. C’è la volontà di consentire a chiunque di diventare un Content Creator usando direttamente il proprio smartphone, tutto ciò incoraggia la creatività degli utenti e la fame di interazioni, l’esempio indiscusso sono le features come i video Reaction o i “duetti”.

Diamo i numeri. Quali e quanto sono gli utenti che “giocano” con TikTok?

Negli ultimi mesi l’app ha raggiunto e superato il mezzo miliardo di persone, diventando la terza applicazione al mondo più scaricata nel 2018 (dopo WhatsApp e Messenger). Dalle ultime statistiche, che risalgono al mese di novembre, in Italia si contano circa 2.4 milioni di utenti attivi ogni mese, per la maggior parte di sesso femminile. Gli utenti spendono circa 34 minuti al giorno su TikTok facendo schizzare le visualizzazioni video mensili a 3 miliardi.
I video hanno raggiunto milioni di persone anche al di fuori della piattaforma, gli utenti hanno iniziato a conoscere l’app e a fruire dei contenuti tramite Instagram e Twitter grazie alla loro facile riconoscibilità. Principalmente sono le giovanissime dai 12 ai 20 a popolare questo nuovo Social Network, ma non mancano adulti che provano (probabilmente invogliati dai figli/nipoti) a divertirsi e far divertire.

La tattica dei follower: ecco perché TikTok piace tanto ai giovani

Ti starai chiedendo come sia possibile diventare Content Creator su TikTok, o come sia possibile coinvolgere così velocemente tanti giovani? Bè la risposta è che la società di sviluppo dell’app ha usato il suo asso nella manica, c’ha visto lungo e ha pensato bene di sconvolgere l’idea classica del “following” e del coinvolgimento. Ecco come funziona: una volta effettuato il login l’app mostra una serie di video i cosiddetti “Per te” molto diversi tra loro e tramite un’analisi segna tutte le preferenze di ciascun utente. Di pari passo ogni utente sa che per avere visibilità ha bisogno di interagire con gli altri e su TikTok tutto ciò avviene in maniera naturale, specie con le funzionalità “duetti” e la nuovissima Reaction. Queste due strade permettono di aggiornare e trasformare costantemente i follower della piattaforma, che non risulteranno mai stabili come succede per gli altri Social Network.

Rivoluzione Social: perché brand e aziende dovrebbero aprire un profilo su TikTok?

Vista la veloce espansione e la medaglia d’oro di piattaforma del momento, il colosso cinese ha introdotto i formati pubblicitari sull’app: dalle ads giornaliere esclusive, ai video nativi nel Feed, passando per gli Hashtag Challenge e le maschere personalizzate.
L’incremento dell’Adv è un’opportunità da leccarsi i baffi, soprattutto se il target di riferimento è quello dei giovanissimi. Molte aziende non se lo sono fatte ripetere due volte e sono corse ai ripari aprendo i propri canali. Ad esempio Condé Nast Italia ha da poco lanciato i suoi brand editoriali sulla piattaforma.

Oppure Huawei che per promuovere il P Smart 2019 ha annunciato l’apertura delle audizioni della terza edizione di DoubleTap, e quest’anno TikTok è Title Sponsor.
O ancora Sky con la #IGTchallenge sorella minore della precedente #xf12inediti.

Quali saranno le conseguenze della pubblicità sul nuovo Social Network solo il tempo potrà dircelo, ma possiamo confermare che ad oggi esiste un nuovo concorrente soprattutto sul target giovanissimi che non deve essere ignorato. Zuckerberg, che non sa stare con le mani in mano sta già testando “Lasso” il possibile competitor di TikTok, ma stavolta non crediamo sarà così facile batterlo.

Digital payment: il futuro è sui social?

Il contante, le carte di credito e gli assegni stanno lasciando spazio al digital payment che risulta più veloce, immediato e sicuro. Nel mondo in costante evoluzione degli acquisti elettronici potrebbero entrare in gioco anche i social network?

Il digital payment ha trasformato la nostra concezione di shopping, anche su Instagram

Ce lo siamo domandati dopo la recente release di Instagram che ha attivato (solo per i profili aziendali) la funzione Shoppable, ovvero un tag che collega direttamente i prodotti visibili nei post al sito su cui acquistarli (ne avevamo parlato qui). Per utilizzare questa funzione è necessario caricare i prodotti del brand nella vetrina della pagina Facebook che, collegata all’account Instagram aziendale permette di visualizzare i prezzi ed effettuare l’acquisto.
Anche la funzione di acquisto tramite stories ha cambiato la concezione di shopping online. È infatti possibile tramite swipe up o tag atterrare sul sito del brand ed effettuare acquisti. La tendenza generale su Instagram sta premiando l’uso di stories piuttosto che i contenuti feed e questo, sicuramente, è uno stimolo che può far avvicinare maggiormente i brand a questa funzione.
L’80% dei marchi e dei rivenditori afferma inoltre che un ottimo contenuto visivo aiuta a fare scoprire nuovi prodotti e la nuova opzione di acquisto con clic, mixata ad immagini creative e ben realizzate, aiuta gli “spettatori” a diventare clienti.

E se i tag shoppable richiedono ancora una “terza parte” per completare i pagamenti, Instagram sta rilasciando segretamente un’opzione di pagamento nativa testata da alcuni utenti in gran parte ristoranti basata sulle prenotazioni. In caso di esito positivo del test, ciò potrebbe significare che l’intera transazione avverrà direttamente all’interno della piattaforma Instagram, senza passare da PayPal o da un altre piattaforme. I processi semplificati di digital payment, aumentano il volume delle transazioni, quindi i primi utenti dei pagamenti nativi su Instagram potrebbero vedere avere degli ottimi risultati!

Digital payment e social network, una sinergia destinata a stupirci

Il futuro del digital payment riserverà sorprese anche su Facebook? Rimaniamo in attesa di sviluppi legati soprattutto alla funzione Marketplace, in uso presso alcuni utenti ma ancora poco valorizzata.
Il Marketplace è un luogo virtuale di compravendita dove gli utenti possono mettere in vendita la loro merce (soprattutto usata), decidere il prezzo e contattarsi per un incontro o una spedizione.
Ma arriviamo al sistema di pagamento: è completamente autogestito dagli utenti stessi, e non prevede l’intervento di Facebook. Nessuna feature controlla i pagamenti “prestando” solo il proprio spazio per far incontrare venditori e clienti.
Prossimamente Facebook potrebbe creare una “moneta” elettronica dedicata ai suoi utenti e fare circolare denaro anche all’interno dei suoi spazi? Questa implementazione potrebbe fidelizzare ulteriormente gli utenti e permetterebbe anche di spendere denaro all’interno degli spazi stessi: sponsorizzare un post, acquistare degli stickers, etc…
La sinergia tra Digital Payment e social network è quindi solo all’inizio.

Un settore in continua evoluzione: il digital payment è pronto a scavalcare il buon vecchio contante

Attualmente se parliamo di digital payment pensiamo subito a PayPal, uno dei metodi di pagamento elettronici più diffusi e conosciuti, ma non l’unico.
In Italia, ad esempio, abbiamo anticipato i tempi con Satispay l’app di pagamento elettronico che permette anche di inviare soldi ad amici attraverso una semplice azione sul proprio smartphone. Il procedimento è simile a quello di PayPal, ma la vera novità sta(va) nel poter effettuare acquisti anche nei negozi sotto casa, nessuna categoria esclusa. Edicola, farmacia o salumiere possono ricevere denaro “elettronico” attraverso l’app, ma non è tutto. Il venerdì in alcuni negozi si ha diritto all’opzione “Cashback” per cui, acquistando prodotti, si ha un ritorno economico pari al 20% di quello che si è speso. Un’opzione che fa sicuramente gola agli iscritti.

Come dicevamo oltre a PayPal, abbiamo altri esempi di competitor sul mercato. Parliamo ovviamente di Apple Pay, Samsung Pay, Vodafone Pay e Huawei Pay ma anche della neonata Jiffy, di Hype e di Google Pay.
Questo a significare che il settore è in crescita e l’interesse degli investitori è alto.
Entro il 2020, il mercato potrebbe arrivare a superare i 100 miliardi di euro. La stima è dell’Osservatorio Mobile Payment & Commerce del Politecnico di Milano: gli acquisti effettuati attraverso lo smartphone sono cresciuti infatti del 65% nel 2017 e superano i 5,8 miliardi (pari a un quarto degli acquisti online complessivi).

E il caro e vecchio contante che fa? Probabilmente se la passa male e vede un futuro non troppo roseo davanti a sé, ma alla fine cosa cambia? Sempre di soldi, soldi (cit.) si tratta.

Festa della Donna: fra strategie di comunicazione e brand positioning

Se ti sei fatto la domanda “Dobbiamo ancora festeggiare la giornata della donna?” forse non hai mai aperto i social negli ultimi anni.
La Festa della Donna è nata agli inizi del ‘900 per ricordare sia le conquiste sociali, economiche e politiche, sia le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto.

I numeri contano: l’impatto globale dell’#InternationalWomensDay

La Festa della Donna è una giornata importante anche per i brand nazionali e internazionali, che vogliono essere presenti per onorare al meglio la causa. Le pagine di tutto il mondo, infatti, si uniranno sotto un hashtag universale: #InternationalWomensDay.
Questo, nel 2018, ha fatto registrare su Instagram più di 100 mila post e una reach di 2.6 miliardi.
Anche in Italia i numeri evidenziano una viralità potente: su Twitter l’hashtag #8marzo ha raccolto oltre 70.000 menzioni ed è stato quello che ha coinvolto maggiormente gli utenti, seguito da #FestaDellaDonna, con oltre 13.500 menzioni.

L’8 Marzo è sicuramente uno degli avvenimenti più importanti nel mondo digital, sia per il potere dei numeri, sia per l’impatto che le campagne possono avere a livello globale, essendo un tematica sempre attuale ed essenziale. È quindi necessario essere davvero presenti, mettendo in campo il proprio sostegno alla causa e passando da una strategia di comunicazione ad un impegno concreto.

Brand positioning improntato al valore: le social campaign durante la Festa della Donna

Infatti in questi anni, le offese dei leoni da tastiera hanno preso di di mira soprattutto le donne. Lo dimostra il dato riportato da Vox Diritti: nel 2018 su Twitter in Italia, la categoria che ha ricevuto più insulti è proprio quella della donna, seguita da insulti legati a temi quali omofobia e immigrazione.
Per un totale allarmante: 743mila tweet riguardo le donne, di cui 326mila le offese e gli insulti che si sono susseguiti in quest’ultimo anno.

Anche per questo motivo, sono molte le pubblicità e le social campaign che in questi anni hanno cercato di “esserci” per la festa della donna e per le donne, veicolando un messaggio educativo, emozionale nel tentativo di abbattere gli stereotipi più comuni. Scegliere di esporsi in questa giornata può essere sicuramente rischioso per un brand, considerando il possibile esito negativo dell’iniziativa.

Strategie di comunicazione a confronto

Come è successo a Gillette, che ha deciso di spingersi contro la “toxic masculinity” e sostenere il movimento #MeToo con un video diventato subito virale che, insieme a diversi apprezzamenti, ha registrato un sentiment prevalentemente negativo proprio da parte del pubblico maschile di riferimento del brand. Ha ricevuto infatti quasi 1 milione e mezzo di Dislike su YouTube (a fronte della metà di Like) e si stima che, nella prima settimana dopo il lancio, si sia verificato un significativo calo di vendite.
Nella pubblicità non vediamo creme o rasoi, ma immagini di una mascolinità tossica, scene di molestie e abusi nei confronti delle donne. Uno spot pro-umanità che ha avuto il coraggio di parlare al proprio pubblico, quasi totalmente maschile, in modo femminista, per rinnovare la propria immagine ed esortare gli uomini ad avere atteggiamenti più positivi e meno sessisti nei confronti delle donne, con l’obiettivo di puntare ad un futuro auspicabile e a dare un modello positivo agli occhi dei bambini di oggi, gli uomini del futuro.

Un riscontro totalmente positivo e inaspettato, di cui si parla ancora tanto, è invece la statua della Fearless Girl presente davanti ai palazzi di Wall Street. A oggi, la bambina senza paura è diventata una vera e propria attrazione turistica a New York, mentre sui social network i post dedicati hanno raggiunto cifre impressionanti. Su Twitter, dopo 12 settimane dalla sua comparsa, per la festa della donna del 2017, i tweet a riguardo hanno toccato i quattro miliardi di visualizzazioni, mentre le foto su Instagram i 700 milioni. L’obiettivo era quello di ricordare quanto ancora sia ostacolata, la presenza femminile nel settore della finanza e nelle posizioni dirigenziali.

È fondamentale infatti essere dediti a questa “causa”, avere qualcosa da raccontare e insegnare: una campagna priva di questi obiettivi non potrà che trasformarsi in un buco nell’acqua, o in un RTM da calendario qualsiasi.

Una social campaign per diffondere messaggi positivi: ecco perchè scegliere di rischiare, soprattutto alla Festa della Donna

Se parlare di donne sui social è così delicato perché quindi rischiare? Perché abbiamo in mano il potere di utilizzare gli strumenti di comunicazione e possiamo sfruttarli per diffondere messaggi positivi, assumersi il rischio di diventare virali, anche se inizialmente può essere visto in modo negativo, con idee che educhino l’ignoranza e combattano il sentimento di hate speech, di sessismo e bullismo, ormai diventato una “moda” senza senso e sempre più difficile da contenere. E se la Festa della Donna è un momento dove la sensibilità generale è più alta su questi temi, è giusto sfruttarlo per definire il brand positioning su valori e posizioni ben chiari. Non si tratta di genere, ma semplicemente di essere umani.

Emoji: un linguaggio in evoluzione che strizza l’occhio al Web Marketing

Dopo essere diventate compagne immancabili delle nostre chat e conversazioni, le emoji ne hanno raggiunti di traguardi negli ultimi anni: l’istituzione di una giornata mondiale ad hoc nel 2014, il “World Emoji Day” che ricorre ogni 17 luglio; la consacrazione a “Parola dell’anno 2015” e i continui upgrade.
Insomma, di emoji ne abbiamo sentito parlare in tutte le salse, ma sappiamo davvero perché sono così importanti nella comunicazione, soprattutto se parliamo di Web Marketing?

Emoji: come, dove e quando sono nate

Facciamo un passo indietro: da dove arrivano esattamente le emoji?
Il primo di questi simboli pittografici è approdato online in un non poi così lontano 1999, ad opera di un programmatore giapponese che ne realizzò un set di 176 al fine di facilitare la comunicazione elettronica. L’allora venticinquenne Shigetaka Kurita progettò una serie di “emoticon” molto diverse da quelle di cui disponiamo attualmente sui nostri smartphone.
 Ci vollero undici anni perché lo standard Unicode trasformasse quei simboli in un linguaggio universale: da quel momento, sarebbe stato possibile rappresentare le emoji allo stesso modo in ogni angolo del globo, a prescindere dal Paese di provenienza.

Il resto, è storia: non c’è voluto molto perché le emoji diventassero protagoniste indiscusse del nostro linguaggio online. Sono accattivanti, danno un tocco di colore, rimarcano qualsiasi concetto, ma possono davvero fare la differenza nei livelli di engagement di un brand? Scopriamolo insieme…

La ciliegina sulla torta: ecco perché le emoji ci piacciono tanto

“Ti aspettiamo.” vs “Ti aspettiamo!” vs “Ti aspettiamo 🤗”

Quali sensazioni vi trasmettono questi messaggi?
Ognuno, nonostante il significato identico, viene percepito diversamente. Ed ecco svelato il misterioso “effetto emoji”: il potere rafforzativo e immediato caratteristico di questi simboli grafici, in grado di fornire una rilettura appetibile e amichevole di un messaggio.

A scanso di equivoci, alcune statistiche ci aiutano a confermare questo successo:
• Su Facebook i post contenenti un emoji raggiungono in media il 57% di reaction in più e oltre il 33% di commenti e shares
• Su Instagram e Twitter oltre il 90% degli utenti si esprimono utilizzando almeno due emoji (cuoricini, faccine e chi più ne ha più ne metta)
• Le email contenenti un emoji in oggetto vengono aperte circa il 50% di volte in più
• Le notifiche push adornate da emoji ricevono, in media, il 9% di click in più

D’altro canto, ci risulta difficile non credere a queste percentuali: l’utilizzo delle emoji rende decisamente più immediato qualsiasi Call To Action, dentro e fuori dai social: ci invitano a cliccare su un link oppure ci spronano alla conversazione attraverso le creazione di un copy sempre più corposo e funzionale all’obiettivo prefissato.

Vi state chiedendo il perché di tutto questo successo? Semplice, le immagini riescono ad esprimere bene ciò che le parole a volte non dicono.

Emoji e Web Marketing: mondi lontani o connessi?

Ogni brand è molto più di un logo: oltre prodotti e design esistono personalità e carattere propri (primo fra tutti, il Tone Of Voice) in grado di contraddistinguere un marchio da tutti gli altri, avvicinando i consumatori e migliorandone le connessioni.
Proprio per queste ragioni, utilizzare le emoji può contribuire a rafforzare personalità e identità di un brand.
Qualunque sia l’obiettivo, che si tratti di coinvolgere o spiegare, le emoji possono offrire un’interpretazione colorata e coinvolgente di ciò che è stato scritto, una vera e propria rilettura visiva in grado di rafforzare, sottolineare e accentuare.
Quindi, perché non iniziare subito? 😍

Attenzione però, come qualsiasi regola che si rispetti esiste una controindicazione: vietato esagerare.

Community Marketing: i gruppi Facebook per migliorare la strategia

Il valore di “fare gruppo”: ecco perché il Community Marketing può rivelarsi un’arma vincente per la vostra strategia

Gestire una pagina Facebook è spesso una sfida difficile per un brand. Accendere conversazioni e fare interagire gli utenti può rivelarsi un’operazione più complicata del previsto.
Come superare questo problema? Con una nuova feature in via di sviluppo? Un tool  di engagement portentoso? Un trucco per aggirare l’algoritmo? No, la risposta potrebbe nascondersi in spazi che esistono da sempre sul social network.

Stiamo parlando dei cari vecchi gruppi Facebook. All’interno di questi “ambienti”, il senso di community e di condivisione di interessi incoraggia gli utenti a sentirsi a proprio agio nello scambiarsi contenuti e commenti a vicenda. È molto probabile, infatti, che gli argomenti delle discussioni siano cari a tutti i membri del gruppo. Quasi come si trovassero in un privé separato dall’affollato locale della newsfeed di Facebook, gli utenti si sentono più incentivati a esprimere la propria opinione, in un’area virtuale che sembra costruita apposta per accogliere la loro “comunità”. E tutti noi sappiamo quanto sia importante oggi lavorare bene sul community marketing nei social network.

Questo valore di confidence che riveste lo spazio dei gruppi (e, avrete immaginato, li rende un campo di osservazione molto interessante per le strategie di digital marketing dei brand) non è sfuggito neanche a Facebook stesso. Infatti, da un paio d’anni, i gestori delle pagine hanno la possibilità di collegare la pagina che amministrano a gruppi Facebook, che passano quindi sotto la loro moderazione. In questo modo si dà a chi amministra una pagina (leggi, un brand) un interessante strumento aggiuntivo per avvicinarsi al proprio pubblico ed entrare nel vivo delle questioni che animano la community.

Un luogo d’incontro per la vostra Community: i gruppi Facebook

Considerato quanto detto fin qui, è facile capire perché i gruppi Facebook possono rivelarsi un prezioso strumento a servizio della strategia di community marketing di un brand. Si tratta infatti di un modo efficace per ascoltare e conoscere la propria audience, leggerne opinioni e commenti, ricavare feedback immediati su questioni e “test” che si possono lanciare all’interno di questo spazio. Il quale, è bene ricordarlo, rimane un ambiente chiuso e sotto l’attento controllo degli amministratori. Il che lo rende un terreno molto meno scivoloso per fail negativi a rischio di viralità incontrollata.

Inoltre, le statistiche mostrano che i gruppi Facebook hanno, per i contenuti che circolano al loro interno, valori di engagement mediamente più alti rispetto a quelli delle pagine pubbliche, che possono correre il rischio di essere percepite come mere “vetrine” di un brand. È facile capire come la possibilità di discutere, da pari a pari, di questioni che appassionano tutta la community sia un forte incentivo per decidere di prendere la parola e farsi coinvolgere nelle conversazioni.

Per il brand che gestisce la propria pagina, dunque, il gruppo Facebook collegato può essere un ottimo modo per offrire alla community di follower un valore aggiunto. Una strada per coinvolgere in modo più diretto l’utente che ha mostrato interesse verso il brand, rendendolo protagonista nel test di nuove idee o nell’approfondimento di alcune tematiche.
Il gruppo Facebook si rivela quindi una risorsa in più per creare un forte senso di community. Questo è un elemento chiave per riuscire a fidelizzare i “super fan” che, particolarmente affezionati al brand, hanno deciso non solo di seguire la sua pagina, ma anche di iscriversi al gruppo (magari incentivati, in questo, dall’offerta di contenuti o promozioni speciali riservate ai membri).

Conoscere a fondo la propria community: ecco come utilizzare al meglio le funzioni dei gruppi Facebook

È chiaro che godere di un accesso così ravvicinato alle opinioni dirette del proprio follower/consumatore è utilissimo per sviluppare strategie ad hoc. Queste potranno infatti colpire direttamente gli interessi e le richieste più forti o, viceversa, individuare e migliorare gli aspetti critici.

Grazie agli Insights del gruppo Facebook, infatti, è possibile monitorare quanti utenti hanno visualizzato e interagito con un post, e di conseguenza valutare il potenziale di interesse di quel contenuto per l’insieme dei propri follower.
Si può anche studiare l’attività dei membri, sapere quanti (e chi) sono quelli nuovi e avere una valutazione in termini di engagement dei contenuti che vengono proposti.

Inoltre, con lo strumento dei sondaggi è possibile raccogliere opinioni in modo diretto e sistematico. Su un gruppo Facebook, si possono creare anche album di foto visibili solo ai membri o creare file che possono essere modificati da più utenti in simultanea, promuovendo così lo spirito collaborativo della community.
Inoltre, le chat di gruppo possono essere sfruttate dagli amministratori per dialogare, in questo caso in modo davvero molto diretto, con una cerchia più ristretta di membri. Anche se necessitano di un maggiore controllo e di una moderazione efficace per evitare che le discussioni diventino caotiche.

Proprio a proposito delle chat, negli ultimi giorni Zuckerberg ha annunciato ufficialmente un nuovo sistema unificato di messaggistica per i profili aziendali. Dalla propria pagina Facebook, un brand potrà gestire l’invio dei messaggi Messenger, Instagram e – in futuro – WhatsApp. La funzionalità sarà completa entro la fine di quest’anno o all’inizio del 2020. Si tratta di una novità importante, che potrà sostenere ancora meglio un’efficace strategia di merging della comunicazione tra i diversi canali social di un brand.

Sfruttare lo spirito della community per incrementare la strategia: iniziamo!

Una volta convinti che la strada dei gruppi Facebook possa essere un supporto valido per  la vostra strategia, non vi resta che scegliere quale impostazione dare loro. I gruppi Facebook possono essere infatti aperti (visibili a tutti, non solo ai membri), chiusi (contenuti e membri sono visibili solo a chi ne fa parte, ma ci si può iscrivere) o segreti (non rintracciabili su Facebook, se non su invito di uno dei membri).

Se amministrato con cura, i gruppi Facebook potranno diventare potenti strumenti a vostra disposizione per monitorare e studiare da vicino il vostro target di riferimento e, in questo modo, fidelizzare i followers e proporre loro contenuti già “testati” per essere coinvolgenti e di successo.

Instagram: così sono spariti nel nulla centinaia di follower

Ogni mattina, a un paio d’ore dal sorgere del sole, un Instagrammer si sveglia e sa che dovrà postare più di tutti gli altri, o perderà i suoi follower. Uno scenario troppo tragico perfino da immaginare, dite?
E invece no, il peggior incubo di ogni Instagram addicted, professionista e non, si è realizzato proprio la scorsa settimana quando sono svaniti nel nulla centinaia (e in alcuni casi, migliaia) di follower.
Ma com’è possibile che tutti questi utenti siano stati risucchiati in una bolla spazio-tempo?

Fino a 2 milioni di follower in meno: Instagram ha eliminato tutti gli account fake?

Dunque, cosa è successo? In un primo momento, abbiamo pensato al comunicato dell’azienda lanciato nel corso dello scorso novembre, quello in cui Instagram annunciava che si sarebbe attrezzato per ridurre drasticamente il numero degli account fake o inattivi presenti sulla piattaforma, al fine di arginare il dilagante fenomeno dell’acquisto di follower. “Inizieremo a rimuovere like, segui e commenti non autentici dagli account che utilizzano app di terze parti per aumentare la loro popolarità” sentenziava Instagram.

Eppure, l’ennesimo down dell’applicazione sembra essere stato di ben altra natura. In particolare, un Tweet dell’azienda spiega che sembrerebbe essersi trattato di un problema tecnico che sarebbe stato risolto in poche ore, riportando gli account alla normalità.
Difficile dire cosa sia accaduto davvero.

Caro Instagram, al popolo del web queste pulizie di primavera anticipate non sono proprio piaciute

Il presunto problema tecnico ha scatenato la rete, che si è espressa con una lunghissima serie di polemiche: una valanga di tweet con gli hashtag #InstagramPurge e #InstagramDown.

Se gli utenti social hanno trasformato l’improvviso crash di Instagram in una tragedia a suon di cinguettii, noi abbiamo deciso di tracciarne un andamento per scovare malcontenti, opinioni e feedback online.
Ciò che sappiamo, è che del “down” di Instagram se n’è parlato eccome negli ultimi giorni. In particolare, analizzando l’andamento dell’hashtag #InstagramDown abbiamo notato un crescente successo, con un particolare picco fra 13 e 14 febbraio che ne ha accresciuto la popolarità del 127%.

Brrandwatch

Solo in Italia, l’hashtag è stato utilizzato 73 volte, superando le 209mila impressions grazie ai numerosi retweet e gli approfondimenti di testate autorevoli.

Brandwatch

Se in un primo momento gli utenti hanno sperato in una soluzione quanto meno tempestiva da parte dell’Applicazione, col passare del tempo, la situazione non è certamente migliorata e così il malcontento ha iniziato a farsi sentire: primo fra tutti gli utenti hanno evidenziato, attraverso vari tweet, un’incongruenza fra i dati se visualizzati da diversi device, da mobile i follower sembravano calati, da desktop addirittura aumentati e in qualche caso i numeri sembravano essere completamente divergenti rispetto a quelli precedenti.
Più in generale, raccogliendo le opinioni degli Instagrammer, è stato subito evidente come la preoccupazione più grande fosse quella di un probabile bug: se così fosse stato, i follower persi sarebbero stati difficilmente recuperati.

Malcontento e ironia non solo per quanto riguarda presunti problemi tecnici e annessi: gli utenti Instagram prima si lamentano di un malfunzionamento, poi di un aggiornamento mal riuscito e poi di un cambiamento che gli avrebbe fatto storcere il naso.

Alla ricerca dell’hashtag #InstagramDown: ma cosa significa Social Listening?

Brandwatch.com

Ma come è possibile approfondire una situazione in tempo reale, come abbiamo fatto noi in questo caso?
Ecco che il Social Listening accorre in nostro aiuto, permettendoci di tenere d’occhio tutto quel che accade attorno a un brand (o meglio, a una keyword preziosa per la nostra indagine), dentro e fuori dai social. Controllare le mention, leggere le discussioni, i feedback e le opinioni: tutto questo può esserci utile al fine di analizzare le opinioni dei consumatori e conoscere approfonditamente le loro esigenze.

In generale, iniziare un “ascolto” significa anche scovare le ragioni di successi e fallimenti, offrendoci l’opportunità di implementare una strategia e analizzarne le criticità.
Esiste qualcosa di più prezioso dell’opinione di un consumatore? Conoscerne i desideri per creare un prodotto su misura, a lungo termine, ci permetterà di aumentare le chance di successo e migliorare la Brand Awareness.

Successo per caso: quando un post sbagliato diventa virale

Post sbagliati e senza senso: errori o colpi di genio?

Mercoledì 31 maggio 2017, ore 12.06 @realDonaldTrump pubblica su Twitter “Despite the constant negative press covfefe”

Venerdì 8 febbraio, ore 18.34 @IKEAItalia pubblica su Facebook “hhsdjh”

No, non si tratta di una nuova trovata dell’Accademia della Crusca e nemmeno di una parola che vi è sfuggita in quella lezione di lessico inglese al liceo.
Sono stati entrambi errori? Può essere.
Eppure perché ne stiamo parlando? Sappiamo tutti che su Facebook cliccando i tre punti presenti in alto a destra di un post compare l’opzione “Modifica post” oppure “Nascondi dal diario”, mentre su Twitter il post può essere eliminato.
Eppure i due post sono diventati virali e godono di notevole fama. Infatti il tweet di Donald Trump ha ottenuto 6.275 like e 5.087 retweet, mentre il post di IKEA ha raggiunto ben 25.480 reaction, 6.008 commenti e 12.543 condivisioni (conteggiati al momento in cui va online questo post).

Un errore di successo? L’importante è saperlo gestire, anche sui social

Sorge spontanea la domanda: il Social Media Manager di IKEA aveva già iniziato il suo weekend quando ha pubblicato un post senza senso oppure si tratta di una trovata studiata e ben riuscita?
Il Presidente degli Stati Uniti invece era così innervosito dalla costante presenza della stampa nella sua vita che ha sbagliato a digitare un insulto? O si tratta di un modo alternativo per provocare la stampa che tanto odia, senza utilizzare un linguaggio scurrile?

Il risultato è stato in entrambi i casi notevolmente positivo anche grazie alle capacità di gestione dell’imprevedibile successo. Infatti IKEA il giorno successivo si è addirittura pavoneggiata per i risultati raggiunti dal suo post virale, ricondividendolo e sottolineando, con ironia, la semplicità di quello che sembra, a tutti gli effetti, un errore.

Ammettiamolo, come utenti siamo alla ricerca del post sbagliato che ci sorprenda e aspettiamo il momento in cui il brand che seguiamo faccia una gaffe che possa creare scalpore. Oppure che un influencer organizzi un’altra festa di compleanno in un supermercato (con relative polemiche sullo spreco alimentare) per ammirare le reazioni degli utenti e pensare al livello di engagement della pagina che cresce.

Spettatori o artefici per caso: perché un post “sbagliato” potrebbe migliorare il nostro engagement?

Ma se i risultati sul web sono positivi, in termini di interazioni e copertura, e gli utenti, nella maggior parte dei casi, reagiscono positivamente, come mai continuiamo a essere solo spettatori di questi avvenimenti e non invece artefici?
Valutiamo il caso in cui il nostro intento sia quello di intraprendere questa attività.
Se vogliamo creare un post di questo genere il nostro obiettivo dev’essere quello di uscire dagli schermi e trovare la chiave per distinguerci dal panorama social attuale e dal classico piano editoriale che svolgiamo ogni mese.

La prima domanda da porsi è: siamo pronti a svolgere quest’attività?
La pagina che gestiamo si rivolge ad un pubblico che deve essere pronto ad uno stimolo di questo tipo, ad un pubblico attivo e positivo.

Un altro punto fondamentale sono gli obiettivi. Non possiamo intraprendere un’azione social di questo tipo senza avere chiaro in testa qual è il nostro obiettivo.
Vogliamo creare engagement? Lanciare un post virale? Ricevere critiche o complimenti? Chiariamoci le idee, prendiamoci del tempo e se vogliamo procedere crediamoci fino all’ultimo commento!
Sarai tu il prossimo a commettere il “giusto” errore o continuerai a fare lo spettatore?

Real Time Marketing, o semplicemente RTM

Se non hai mai sentito parlare di Real Time Marketing.. no dai, non possiamo crederci!

Oggi tutti, o quasi, parlano della strategia RTM sui social network (lo avevamo fatto anche noi). O almeno, tutti hanno iniziato a farlo dopo questo famosissimo tweet di Oreo durante il Super Bowl 2013.
Giovani che sognano di lavorare nel mondo digital o marketers esperti che già si muovono con sicurezza in questo campo, sicuramente sapete di cosa stiamo parlando.

Per quelli che invece hanno bisogno di schiarirsi meglio le idee in proposito, ecco una piccola guida che in breve vi renderà veri esperti di RTM, pronti a sfruttare questa risorsa al momento giusto!

Prima una definizione

Un contenuto RTM è una tipologia di approccio utilizzato da un’azienda e pensato appositamente per rispondere, in tempo reale, a una specifica situazione temporanea.

In poche parole, misura la bravura di un brand nell’essere reattivo e pronto a sfruttare un trend o un hot topic dell’ultima ora al momento giusto e in un tempo ristretto. Ma non solo: l’abilità sta nel sapere trattare questo contenuto con originalità e nel saperlo elaborare velocemente, per evitare di parlare di qualcosa che si è già “bruciato”.

Per fortuna, non sempre l’improvvisazione è l’unica strada: per alcune occasioni “pianificate” è possibile infatti programmare per tempo il contenuto RTM. In questi casi, proporre un’idea creativa lontana dalle aspettative più scontate potrebbe essere un’impresa più agevole.

Quindi, nella pratica?

Ma facciamo un passo indietro. Prima di mettersi a lavorare su un contenuto RTM, è necessario dotarsi di un ottimo strumento per l’ascolto e l’analisi delle conversazioni online (abbiamo spiegato perché qui). In questo modo si potrà sempre monitorare la nascita, lo sviluppo e il “boom” di un trend online. E, di conseguenza, essere pronti a “piazzare” il proprio contenuto al momento più adeguato.

Una volta trovato l’argomento di cui ci si vuole occupare, ecco che sorge una domanda spontanea (e utile da porsi): a quali condizioni il Real Rime Marketing risulta davvero significativo per i brand?

La risposta è semplice: tempismo e qualità dei contenuti.
Questi aspetti sono essenziali per differenziare la propria proposta da tutte le altre che, come avrete immaginato, con buona probabilità invaderanno i social network negli stessi giorni.

Parlare di un topic che è sulla cresta dell’onda può essere una strada per attirare l’attenzione di una grande fetta di utenti, ma – questo è certo – bisogna prepararsi a sgomitare con altri che cercheranno di fare lo stesso con contenuti RTM simili.

E come si fa ad ottenere risultati performanti?

La vera sfida si fa allora più grande.
Il punto fondamentale è che, una volta individuato l’hot topic giusto, non basta “esserci”. Bisogna arrivare prima degli altri, o per lo meno, bisogna creare un valore aggiunto intorno a ciò che si propone.

Come dicevamo, alcuni RTM sono pianificabili, per altri ci si deve  “giocare” letteralmente una mattinata di lavoro.
In entrambe i casi, i risultati possono essere performanti, ma a patto che alla base del lavoro non ci sia (solo) improvvisazione e  fiducia in un lampo di genio improvviso, ma una vera e propria strategia, ideata e pianificata ad hoc, sia stata necessaria un’intera settimana, oppure una sola mattina.

Ma si deve “esserci” per forza?

Questo è un altro punto fondamentale.
Non tutti devono essere dappertutto. Soprattutto se il prezzo da pagare per “esserci” a tutti i costi è quello di risultare scontati. La priorità deve sempre essere quella di sapersi differenziare.

E non è finita. Primaria importanza ha anche la capacità di restare nel proprio campo d’azione, riuscendo a creare un contenuto che sfrutti l’onda del momento, rimanendo comunque coerenti con la vision del brand e i valori che include. Tanto che alcuni esperti sostengono che sia meglio puntare a un altro RTM: il Right Time Marketing invece che il Real Time Marketing.

Sicuramente si può anche “ironizzare” su un tema, ma senza esagerare, per evitare scivoloni. Diventare virali, in modo negativo, non è mai una strategia vincente. Meglio evitare di ritrovarsi a dover gestire crisi in cui si è entrati da soli.

Dopo quest’ultimo ammonimento, siete finalmente pronti! Ora non vi resta che munirvi di creatività e tempismo e iniziare a pensare al prossimo imperdibile evento da sfruttare per proporre un contenuto RTM. Cavalcare l’onda giusta, come veri surfer esperti, potrebbe essere la vostra chiave per ingigantire la brand awareness e sorprendere il vostro pubblico!

Influencer marketing: il futuro è dei nano influencer!

Influencer marketing: c’è a chi piace… nano.

L’influencer marketing, ormai da qualche anno (ne avevamo parlato qui in relazione all’introduzione delle Instagram Stories), è uno dei trend più affermati nel campo del social advertising, soprattutto per quanto riguarda Instagram.

Brand e agenzie, finora, hanno fatto la fila per assicurarsi gli influencer con più follower per le proprie strategie pubblicitarie, conosciuti come mega influencer (profili con oltre 500mila follower). Ma l’alto costo di investimento (si parla di centinaia di migliaia di dollari a pubblicazione) e la saturazione che si inizia a percepire a questi “piani alti” fanno pensare che il 2019 sarà finalmente l’anno di uno shift di attenzione. A beneficiarne potrebbe essere un’altra tipologia di account: quella dei cosiddetti nano influencer, utenti con un numero di follower variabile tra i 1.000 (ma anche meno) e i 10 mila, ultimo gradino nella gerarchia social, alle spalle dei micro influencer  (da 10 a 100 mila follower).

Quali sono i vantaggi di questa strategia?

Innanzitutto, questi (ex?) anti-eroi di Instagram fanno della credibilità e della persuasione la loro forza. Pur non essendo famosi e non avendo mai lavorato in modo professionale con i social media, sono “naturalmente” molto bravi nella creazione di contenuti. Inoltre, sono abilissimi a coinvolgere il pubblico che li segue (secondo una stima, arriverebbero a toccare attivamente fino all’8,7% dei loro seguaci, rispetto a circa il 1,7% di quelli delle super celebrità). I loro follower, proprio perché li percepiscono come persone “comuni”, hanno verso di loro una fiducia vera e genuina. Ne ascoltano i consigli perché realmente interessati a quella nicchia di contenuti (e di mercato) in cui i nano influencer sono posizionati. E si sentono più vicini a loro che al lifestyle ostentato dagli influencer a sei zeri. Infatti, come ha raccontato una nano influencer al New York Times: “È come se uno dei tuoi amici ti parlasse di quanto funziona un nuovo shampoo o un nuovo prodotto per la cura della pelle. Solo che invece di dirlo durante l’aperitivo, lo diciamo su Instagram.”

In secondo luogo, le persone “normali” sono più facili da gestire rispetto ai vip. Il loro coinvolgimento non prevede costi folli (spesso può bastare una micro-fee o anche un kit di prodotti omaggio) . E generalmente questi utenti, inorgogliti dall’essere presi in considerazione da un brand che li sceglie come propri ambassador, si sentono coinvolti con sincerità nel promuoverne i prodotti.

Infine, i nano influencer sono anche più facili da contattare. Quasi sempre è sufficiente un Direct su Instagram o una email, senza passare attraverso intermediari o trattative contrattuali. E nel giro di poco tempo la collaborazione è pronta a partire.

In conclusione, per l’influencer marketing il 2019 potrebbe essere l’anno in cui si concretizzerà la profezia di Andy Warhol sui “15 minuti di celebrità”. Ma, forse, declinati all’opposto: con il successo dei nano influencer, “tutti saremo anonimi per 15 minuti” (o, almeno, per il tempo di una foto su Instagram).