Fashion: it’s all about pizza

(Alla fine di questo articolo scoprirai come cucinare una pizza perfetta e comunicare la moda oggi sui social.)

Anche se non è ancora del tutto scontato trovare una connessione wi-fi nel bar sotto casa, si può dire che nella nostra distopica epoca firmata 2017, l’Internet si è integrato completamente nelle nostre vite, con la stessa nonchalance e con lo stesso appetito di quel cucciolo di labrador che hai fatto entrare in casa tua qualche mese fa.

Basta leggere quel gran sociologo di Georg Simmel per trovare la ragione della connessione tra social e fashion:

“La moda è imitazione di un modello dato e appaga il bisogno di appoggio sociale, conduce il singolo sulla via che tutti percorrono, dà un universale che fa del comportamento di ogni singolo un mero esempio. Nondimeno appaga il bisogno di diversità, la tendenza alla differenziazione, al cambiamento, al distinguersi.”

La moda è quindi un concetto semplice, che si stanzia tra il bisogno di imitare l’altro e il bisogno di manifestare a tutti la propria identità, presunta o reale che sia.

(Apparentemente anche la ricetta della pizza è estremamente basica, ti bastano pochi ed economici ingredienti.)

Comunicare la moda però è un’arte difficile e non sarà di certo l’apertura di un profilo social a fare di te un retore contemporaneo degno di essere commentato o ricordato.

(Trovare pizze cucinate male – fredde, impasto deludente, qualità degli ingredienti, etc. – è molto frequente ed è un disagio che bisogna correggere.)

I meno esperti si ostinano infatti a voler tenere in piedi strumenti social che non funzionano – vedi il famigerato storytelling – che solo a sentirlo nominare mi fa piombare in una silenziosa crisi mistica.

Fondamentale e alla base di tutto è capire e aver chiaro quali siano i trend estetici e di linguaggio che meritano di essere esplorati e farli vivere nei formati social più intelligenti e sui canali più opportuni.
Instagram e Facebook in primis, seguiti da Tumblr e infine da Twitter e Snapchat, in percentuale decisamente minore.

(Decisamente importante quindi è dotarsi di materie prime di ottima qualità, ma è fondamentale anche seguire bene la ricetta e i tempi di lievitazione e di cottura.)

Comunicare in modo efficace la moda significa creare contenuti poliedrici: devono essere in grado di coinvolgere a livello irrazionale il pubblico ma devono anche contenere elementi riconoscibili, in cui tutti possano in qualche modo ritrovare se stessi e il proprio tempo.

I contenuti devono generare stupore ma anche empatia. Devono commuovere l’animo nell’accezione di partecipazione emotiva e affettiva, destando sentimenti, sia brutti che belli, di adesione, comprensione, lontananza, ilarità, invidia, ammirazione.

I contenuti che vincono sono quelli che arrivano al pubblico, provocando una reazione, che nella maggior parte dei casi diventerà un like, un commento, una condivisione o se hai fatto bene il tuo contenuto, tutto questo e molto di più.

Content is the king e nella moda, forse più che in ogni altro settore, questo punto è decisivo.

Per esempio Gucci utilizza il caro vecchio formato del meme per fare comunicazione in modo originale e divertente, unendo arte, cultura pop e ironia.
Il meme è infatti il formato utilizzato per promuovere un’idea o uno stile che si propaga per imitazione attraverso l’Internet, diventando un celebre fenomeno social.

Usare un linguaggio comune per scrivere testi vicini al pensiero delle persone, senza adagiarsi sulle citazioni famose già confezionate è uno strumento utile per creare un contenuto comprensibile dal pubblico.

La moda sui social deve anche saper valorizzare i trend locali, associando per esempio luoghi a look, o giocando sui modi di dire tipici trasformandoli in card illustrate, istantaneamente riconoscibili e condivisibili.

Far vivere alcuni trend famosi su Tumblr, come l’#aesthetic (es. prodotto scontornato su sfondi carini) anche su Facebook, significa sottoporre contenuti vincenti all’attenzione di un pubblico più ampio, destando attenzione e partecipazione.

Affrontare la spinosa questione del Real Time Marketing con classe e savoir-faire, vuol dire smettere di ragionare sul mero prodotto, allargandosi a una sfera di concetto e di entertainment più piacevole per la community a cui ci si rivolge.

Comunicare la moda è quindi un po’ come cucinare la pizza, se scegli e dosi bene gli ingredienti e la scaldi al punto giusto, puoi star sicuro che i tuoi ospiti la gradiranno. E chiederanno anche il bis.

Di seguito alcuni esempi di contenuti sulla moda fatti bene.

 


 

Possiamo quindi salutare definitivamente una mera comunicazione di prodotto, specie in un’epoca come la nostra in cui riuscire ad avere l’attenzione del pubblico è sempre più difficile, perché scrolliamo di continuo mondi, cose e persone con il pollice destro (o sinistro, se sei mancino).

Pokémon Go, una nuova opportunità per i brand

Pokémon Go. Il post potrebbe finire qui per molti di voi e per due motivi: l’argomento non vi interessa oppure l’introduzione vi ha fatto ricordare che ci sono creature da catturare e che non state giocando da almeno 16 minuti.

E invece no, proseguiamo. Proseguiamo perché Pokémon Go è arrivato in Italia e sta mangiando velocemente il tempo, lo spazio su smartphone e di conversazione (on e off-line) e soprattutto l’equilibrio mentale di molti.

Su questo ultimo punto bisogna fare una riflessione seria, guardate questo video di 40 secondi che mostra cosa è successo quando Vaporeon, une dei Pokémon più rari del gioco, è apparso a Central Park (New York):


I brand possono sfruttare il fenomeno?

La mia risposta è sì. I marchi possono cogliere l’opportunità e cavalcare la cosa, non tanto entrando nell’applicazione quanto realizzando contenuti rilevanti per le persone appassionate del gioco ed entrando nel flusso di comunicazione che riguarda Pokémon Go. Ovviamente i contenuti realizzati devono avere l’intuizione giusta, un po’ di umorismo ed essere intelligenti. Non è sufficiente aggiungere un hashtag.

Ecco alcuni esempi interessanti:

Offline invece si possono sfruttare le le opportunità che il sistema offre. Si possono ad esempio creare eventi reali in zone “interessanti per l’App”, e attirare la gente verso questi luoghi fisici attraverso l’utilizzo dei moduli esca. Ovviamente l’azione deve essere coordinata e deve essere fatta una comunicazione corretta dell’attività. Il gioco, da solo, non basta.

Voi utilizzate Pokémon Go? Avete esempi interessanti di marketing legato all’applicazione da segnalare?

Ora mi scuserete, ma ho Rattata sulla scrivania e devo catturarlo. Lo faccio per lavoro, lo giuro.

Il ritorno di Bebo e il Social Media Marketing Internazionale

Il panorama dei social network è in costante espansione, continuano a nascere nuove piattaforme e non sempre è facile orientarsi e scegliere quella più adatta alla propria strategia marketing. Non tutte decollano allo stesso modo e c’è chi fallisce e decide poi di risorgere dalle proprie ceneri, come Bebo. Il suo ritorno potrà delineare un nuovo spazio di sviluppo per la costruzione di strategie di social media marketing internazionale?

Facciamo un passo indietro.
Cos’è Bebo?
Acromino di «blog early, blog often», è stato fondato dai coniugi Michael e Xochi Birch nel 2005. Fino al 2008 è stato uno dei social network più popolari in Gran Bretagna, fino alla cessione ad Aol per 850 milioni di dollari. Nel momento di massima espansione in alcuni Paesi, come ad esempio l’Irlanda, ha persino superato la popolarità di Google.

Bebo è fallito nel luglio dello scorso anno e i fondatori del social hanno deciso di riacquistare il loro progetto, per un milione di dollari.

Il social network non è ancora pronto e, mentre il fondatore Michael Birch fa parlare di sé e di Bebo in modo non del tutto convenzionale (come potrete constatare guardando il video), gli utenti sono invitati a lasciare la propria mail per essere i primi ad esser avvertiti non appena sarà rilasciata la nuova versione.

https://www.youtube.com/watch?v=Lm9J8Glk0bE

Quali opportunità potrebbe offrire il rilancio di Bebo?

I fondatori assicurano che, come in passato, sarà un luogo in cui divertirsi e incontrarsi con gli amici, una community dal tono creativo e leggero. Uno dei limiti del primo Bebo era però la scarsa trasversalità nei Paesi data dallo scarso numero di lingue supportate. Ci aspettiamo che ritorni con un’anima internazionale, elemento oggi più che mai fondamentale per avere davvero successo.

Lo spirito provocatorio dei fondatori e la creazione di community e contenuti ingaggianti non bastano più per rilanciare un social network nel 2014. La base per (ri)affacciarsi sullo scenario attuale è infatti un progetto dal respiro internazionale, che guardi a diversi mercati e offra opportunità ad aziende di tutto il mondo.

Un investimento su Bebo potrebbe essere una prospettiva interessante per aziende e brand se, come nella precedente versione, gli utenti avranno la possibilità di indicare quale tipo di pubblicità vogliono visualizzare. Uno strumento di advertising così personalizzato e mirato darebbe l’opportunità agli investitori di parlare a un pubblico che è davvero interessato al contenuto proposto, garantendo così una maggiore efficacia della comunicazione.

E se la piattaforma fosse sviluppata in più lingue rispetto al “vecchio” Bebo? Ancora meglio, diciamo noi. Un’attività su scala internazionale richiederebbe una conoscenza profonda dei vari contesti locali e della loro integrazione sul piano globale, per determinare al meglio i target di riferimento. Il nuovo scenario sarebbe uno spazio perfetto per costruire una strategia di social media marketing internazionale, stando ben attenti agli elementi che hanno bisogno di più cura e attenzione, come ben illustrato da Alessandro su questo blog: attività editoriale, influencer marketing, community management.

Dopo Weibo, insomma, teniamo gli occhi aperti anche su Bebo, pronti a cogliere le opportunità che potrà offrire.

Aggiungi un hashtag a Facebook, avrai opportunità in più

Metti un #hashtag e non ti sbagli. Questo ormai è il trend. Dove metterlo? Non importa. Su una maglietta, un cartellone pubblicitario, nel titolo di un programma TV, in uno spot televisivo e in un Pin di Pinterest. Tu metti un hashtag, la gente capirà. E in effetti “la gente”, complici i media che usano e abusano dello strumento, comincia a prendere confidenza con la parola con il cancelletto davanti, e se fino a qualche mese fa nessuno sapeva a cosa servisse quel simbolo sulle tastiere di computer e telefonini, oggi è tutta un’altra storia. O quasi.

Da qualche giorno lo strumento è arrivato anche su Facebook e la cosa non poteva che ripercuotersi sul lavoro dei social media manager di tutto il mondo. Ma cosa cambia esattamente nel quotidiano degli operatori e nelle comunicazioni dei brand?

Aumenta la visibilità e la vita dei post che possono essere ricercati, ripescati, riletti e rivisti.

I brand possono monitorare conversazioni e trend e inserirsi nel flusso comunicativo proponendo contenuti ad hoc. Un’opportunità in più per allargare piani editoriali.
Gli hashtag possono poi essere utilizzati per catalogare contenuti di uno stesso tipo e creare rubriche, si può scatenare la creatività per cercare parole nuove ricche di significato per il brand e presidiare parole interessanti.
Per ricercare un hashtag e visualizzare quel che si dice intorno ad un determinato argomento è sufficiente utilizzare la stringa https://www.facebook.com/hashtag/nomehashtag.
La ricerca fornisce anche hashtag correlati, in questo modo si ha una visione ancora più ampia delle conversazioni.

Ma non è finita qui. Facebook diventa, o potrebbe diventare, una piattaforma utile per la discussione di eventi live, programmi TV e avvenimenti sportivi aprendo nuovi sbocchi per la social TV anche se su Facebook manca la brevità dei messaggi che rendono Twitter uno strumento migliore per questo tipo di attività.

Insomma, mettete un #hashtag, anche su Facebook, e non vi sbaglierete. #sapevatelo.

Cannes Lions: come sta la creatività Italiana?

Si è da poco conclusa la 60° edizione del Festival della Creatività dei Leoni di Cannes, i riflettori si sono spenti sull’evento internazionale più importante dell’anno che riunisce i professionisti (circa 9.000 l’anno) che lavorano nel settore della pubblicità e nei settori relativi. A qualche giorno di distanza, finito lo champagne di chi ha festeggiato e smaltita la delusione di chi si aspettava di più, è possibile fare un bilancio dei risultati della creatività italiana.

I riconoscimenti ottenuti sono stati 19, il medagliere italiano raccoglie quest’anno 1 leone d’oro, 3 d’argento e 15 di bronzo: 2 riconoscimenti in più rispetto al 2012, ma qualitativamente un risultato peggiore rispetto alla scorsa edizione, dove i leoni furono si complessivamente 17 ma di questi 9 erano d’oro, ai quali si aggiungeva il Grand Prix assegnato nella sezione Press alla campagna Unhate per Benetton.

Il numero 19 è la costante di questa edizione, l’Italia si piazza infatti al 19° posto della classifica mondiale. Gli Usa hanno come sempre il ruolo di protagonista principale, ma la vera novità 2013 sono stati i Brics, ovvero Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, che risultano essere tra i paesi più premiati a Cannes.

Degni di nota gli ottimi risultati per il bel paese per ciò che concerne le candidature in shortlist, 51 progetti in gara contro i 41 dell’anno scorso, numero importantissimo considerata la numerosità dei competitor e dei lavori iscritti (35.765 candidature provenienti da 92 paesi). La creatività italiana evidentemente fa strada, totalizzando il 10,5% del totale dei lavori iscritti (487).

In alcune sezioni l’Italia è stata purtroppo fantasma, come ad esempio nelle sezioni Creative Effectiveness, Innovation, Mobile e Press (li dove lo scorso anno venne vinto il Grand Prix!), categorie dove nessun progetto ha superato la prima selezione.

L’Italia resta a bocca asciutta anche nel concorso Young Lions, iniziativa dove negli anni passati erano stati ottenuti diversi riconoscimenti.

Tirando le somme i risultati lasciano comunque ben sperare per le sorti della creatività italiana, vi è infatti stata una ripresa negli ultimi 2 anni rispetto al picco negativo del 2011 (con soli 4 leoni ottenuti, ben 10 in meno rispetto al 2010).

Staremo a vedere. Noi faremo il possibile affinchè i risultati siano sempre migliori.

La comunicazione fotografica e i contest su Instagram

Una delle applicazioni mobile che non può assolutamente mancare sul proprio smartphone è Instagram: un’app gratuita che permette di pubblicare delle istantanee applicando una serie di filtri e condividerle online. La rapidità con la quale si possono pubblicare ed editare foto, la possibilità di inserire delle tag o di menzionare altri utenti, e la possibilità di poter condividere i propri scatti su altri canali social come Facebook e Twitter, sono tutti ingredienti di una ricetta vincente che ha reso Instagram un vero e proprio protagonista nel panorama dei social media.

Qualche giorno fa Instagram ha annunciato un’altra grande novità all’interno della sua piattaforma: i video. Una vera e propria rivoluzione che potrebbe oscurare definitivamente social network come Vine e Cinegram, anche se i contenuti principali condivisi su Instagram al momento rimangono le foto.

Solo qualche mese fa, il co-fondatore e CEO di Instagram Kevin Systrom aveva dichiarato:

“Abbiamo superato i cento milioni di utenti attivi”.

Sapete in quanto tempo? Trenta mesi. Solo per capirci, Twitter ha festeggiato i 200 milioni di utenti dopo oltre sei anni di attività. Mica male per un’applicazione mobile insomma.

Per tutti questi motivi, molti brand hanno già avviato da tempo un proprio account su Instagram e altri ancora lo apriranno presto. Per un brand, la presenza su Instagram sta pian piano diventando tanto importante quanto quella su altre piattaforme social come Facebook, Twitter e YouTube. Il perché? Perché Instagram è il network del photosharing e vista la crescita esponenziale che sta avendo è assolutamente importante esserci. Inoltre la comunicazione fotografica, più di quella video o quella di un tweet, è molto più emotiva e d’impatto. Con una foto un brand può comunicare ad esempio come viene realizzato un prodotto o il dietro le quinte degli addetti ai lavori, oppure può inserire il prodotto in situazioni d’uso o che esprimono quotidianità.

Instagram è proprio questo: condivisione in tempo reale di istantanee a cui si applicano dei filtri grafici. Non serve essere un fotografo professionista per condividere online uno scatto fotografico. Quindi, in un network di photosharing quale sarà il contenuto a maggior valore di engagement? Le foto, naturalmente. Allora è bene metterle in primo piano e attirare gli utenti con un contest fotografico.

Un contest o challenge fotografico è un ottimo modo per un brand per crescere la sua awereness e visibilità: con un contest su Instagram, i Deftones, ad esempio, arrivarono a circa 1.300 foto taggate #deftones e l’account guadagnò ben 20 mila fan in soli due mesi.

Cosa occorre per avviare un contest su Instagram?

Servirà tempo, creatività, un topic e un hashtag ben studiato, e un premio.

L’hashtag e il topic del contest sono molto importanti e richiedono quindi molto studio in fase di progettazione. Un brand ad esempio potrebbe legare il proprio prodotto a delle situazioni d’uso, o a dai luoghi in particolare o anche a delle persone come amici e familiari. Un contest può contribuire ad aumentare le conversazioni, il numero di follower e il numero di tag al brand che dalla sua parte acquisirà engagement e visibilità su  Instagram.

Quindi una delle cose da decidere in fase di progettazione sarà sicuramente l’argomento sul quale il brand inviterà i suoi utenti a partecipare al contest su Instagram e l’hashtag dedicato all’iniziativa. La scelta del topic è fondamentale: se di poco interesse per gli utenti, potrebbe compromettere l’intero contest fotografico o addirittura essere controproducente; se invece centra un argomento molto sentito dai follower sarà più facile attirare la loro attenzione e spingere per un loro coinvolgimento attivo.

Oltre al topic, è bene capire quanto tempo voler far durare il contest: bisogna prevedere un tempo minimo per lanciare l’iniziativa e un determinato numero di giorni in cui gli utenti potranno partecipare. Se è il contest è un’iniziativa unica, potrebbe durare anche per diverse settimane; se invece si prevede di avviare una serie, i singoli contest potrebbero durare anche per poche settimane. La scadenza del contest servirà non solo per organizzare al meglio l’iniziativa, ma anche come boost alla partecipazione degli utenti: un concorso senza una data di fine, potrebbe col tempo perdere facilmente appeal. Ad ogni modo decidete la durata del vostro contest soprattutto in base al volume delle interazioni con gli utenti.

Last but not least, ogni contest che si rispetti ha un suo premio!

 

 

Vine: nuove possibilità di content marketing

Una delle mie ultime fissazioni è Vine. Lo testimoniano i video che sto facendo al mio cane Spock (detto #Spauck). Si tratta di una applicazione per iPhone e iPad (se non l’avete ancora scaricata la trovate qui) molto interessante che permette di realizzare video, facendo anche piccoli montaggi, e di raccontare storie nello spazio di pochi secondi, sei per l’esattezza.

Questa app ripropone una delle caratteristiche che hanno fatto la fortuna di Twitter, ovvero fare storytelling con risorse (spazio e tempo) limitate. Quando tempo e mezzi a disposizione sono pochi la creatività può fare la differenza, ecco quindi che spuntano i primi esperimenti, i primi micro film e i primi spot e le prime strategie digitali. Le caratteristiche di Vine permettono di creare contenuti senza preliminari e informazioni superflue mettendo in mostra solo l’essenza di prodotti e contenuti. Se volete farvi un’idea dei video attualmente pubblicati su Vine vi consiglio di dare un’occhiata a Seenive, come recita la sezione about: l’alternativa non ufficiale all’applicazione mobile targata Twitter.

Rispetto a Cinemagram c’è un’evoluzione. Si passa dalla realizzazione di GIF animate, anche se elaborate e creative, a veri e prorpi cortometraggi con audio. Tutto da condividere immediatamente con i propri contatti Twitter e Facebook.

Quali sono le possibilità per i brand? In realtà gli spazi per muoversi con originalità ci sono tutti. Lo strumento è nuovo e chi lo sta utilizzando lo fa in modo molto sperimentale. Su Vine possono essere veicolati messaggi in modo creativo, non invadente e spiritoso. Possono essere realizzati degli spot, clip in stop motion, presentati libri e riviste in anteprima (book trailer) e mostrata la gamma prodotti di una marca. I brand, inoltre, possono sfruttare l’effetto novità del mezzo che rende, di fatto, ogni contenuto, anche se ralizzato con qualità non altissima, notiziabile.

Ecco due dei brand che stanno utilizzando questo canale in modo interessante:

Ritz Crackers

Red Vines

Social: parlare alle community, facendone parte

Questa è una riflessione che parte dal real time marketing per cercare di capire una volta di più cosa vuol dire per una marca essere presente sugli spazi sociali online, parlare con le persone attraverso Facebook, Twitter o la prossima next big thing. Parto dall’inizio e ve la racconto così come l’ho pensata io, dopo avere letto tanti commenti sul tema.

Il caso di Oreo durante il blackout del Super Bowl è ormai una pietra miliare per chiunque faccia questo lavoro (e non solo). Ve lo dico come l’hanno detto tutti, perché il punto è quello: è stata una commistione di prontezza, creatività, scelta degli strumenti, che ha permesso a dei biscotti di diventare protagonisti delle conversazioni di milioni di persone, proprio durante l’evento che tutto l’advertising aspetta per un anno intero e in cui investe milioni di dollari.

L’exploit di Oreo è utile a questa riflessione per inquadrare subito il problema, ma ovviamente non si tratta di un caso isolato. Nel bene e nel male il real time marketing sui social media sta cominciando a diffondersi e la collezione di esempi rilevanti – anche durante lo stesso blackout al Super Bowl – potrebbe continuare. A partire da questo, si tratta però di capire se ci sia una lezione dietro: perché ha funzionato così tanto?

La risposta può iniziare dalla constatazione che c’è chi ha fatto produzione real time di contenuti ben prima di Oreo e probabilmente con un engagement maggiore. Mi riferisco alle persone, che lo fanno continuamente. Per fare un esempio recente, la velocità con cui il mio newsfeed si è riempita di fotomontaggi di Papa Francesco Totti dopo la fumata bianca è degna del più efficiente team di creativi. I meme nascono così. Ma, allargando il discorso, la produzione di contenuti real time è davvero continua: sono così gli status update, i tweet di commento alle trasmissioni televisive, ecc.

Le esecuzioni forse lasciano a desiderare, ma forse no. Non erano esecuzioni perfette per la brand equity dello studente 18enne che le ha realizzate? Non erano esecuzioni ottime per il mezzo di destinazione? Per quanto ci piaccia prendere in giro il TG1 quando parla di “popolo di Facebook/Twitter/Web”, è innegabile che con il tempo i diversi spazi sociali abbiano sviluppato dei linguaggi tutti loro e particolari, che in alcune forme estreme sono totalmente incomprensibili a chi ne sta fuori. Vale sia per la forma che per il contenuto, dal low fi ai calembour.

Rimettendo il marketing al centro del discorso, è il momento di aggiungere delle spiegazioni al successo del real time marketing di Oreo e simili. Io credo che la chiave sia nella decisione di parlare alle community facendone parte, essere presenti negli spazi sociali online accettandone i meccanismi e partecipando al gioco. Che non significa sostituirsi alle presenze amatoriali: anche in questi spazi le marche devono continuare a essere se stesse, portare avanti la propria identità, con la qualità della loro comunicazione. Quel tipo di real time marketing è prima di tutto un approccio, e allo stesso modo è possibile pianificare altri contenuti –  d’altronde sono sicuro che ci sono anche persone che stanno già preparando delle immagini con gli auguri di Pasqua per stupire i propri amici.

Quello che è fondamentale è vivere completamente gli spazi sociali, monitorarli, avere con le community un rapporto paritario. Lo ripeto: farne parte. E non pensare di ripetere su questi canali schemi che qui sono estranei o, peggio, nascondersi dietro una conversazione artificiale.

Tornate all’header di questo post. Ecco, io penso che Hans l’Uomo Talpa sia un gran figo, ma se fa finta di essere Bart non ci casca nessuno (e fa pure un po’ ridere).

 

Info-grafica: content marketing da vedere

L’informazione diventa grafica. Per affascinare, catalizzare, sedurre, per farsi ricordare, questo l’end benefit. Nei telegiornali, sui libri, in politica, in pubblicità, pare che la tendenza sia il ritorno all’università. Non avete mai fatto schemini per riassumere gli argomenti più ostici delle lezioni ad esempio? Possiamo anche prendere esempi dalla vita quotidiana per trovare formidabili case history. Sabato pomeriggio, IKEA. Acquistate un mobile, tornate a casa, aprite la scatola, prendete il foglio informativo e vi trovate davanti a quella bambina. La bambina che, con le sue istruzioni info-grafiche, rende il montaggio estremamente semplice. Evviva la brugola, vi direte ad un certo punto. La comunicazione visiva invade e pervade la nostra vita. Dai fogli illustrativi di sicurezza sull’aereo, i segnali stradali, alle indicazioni all’interno dei centri commerciali. I gesti sono diventati dizionario linguistico universale.

Anche per i bambini vale lo stesso discorso: le loro prime espessioni grafiche sono fantasiose, spontanee, originali e non sempre logiche. Diventano poi “stereotipi” della realtà, e sono proprio questi stereotipi che oggi consentono ai media e alle agenzie di comunicare attraverso un linguaggio universale, riconosciuto tout court.

La grafica pubblicitaria in questo senso ci aiuta perché si presta molto bene alla sperimentazione e alla creatività infografica per giungere a immagini semplici e facilmente comprensibili. L’obiettivo è attrarre attraverso invenzioni bizzarre. Ogni immagine diventa un modello della realtà. E il suo scopo è quello di fornire concetti e strumenti di lettura, di dialogare con l’interlocutore su uno specifico tema.

E il content marketing cosa c’entra?

Anche il content marketing viene “infograficizzato”. Il testo prende una forma nuova, diventa disegno, inserisce quel pizzico di empatia e di emotività al segno grafico. Il content marketing esiste per creare legami d’amore, il suo obiettivo è instaurare familiarità, simpatia, fiducia attraverso il contenuto, la parola, il dialogo. E quando la parola diventa disegno, diventa ancora più simpatica, condivisibile, appetibile. E noi copywriter diventiamo più malleabili e contenti. E il messaggio più “toccabile”.

Grafica e parola si uniscono in un connubio fatto d’amore e complicità, in una delle più belle storie d’amore. Insieme fanno dell’amore un’opera d’arte. Insieme diventano Infografica, o in altri modi chiamata: Data Visualization, Information Design o Visual Content.

Obiettivo? Rendere interessanti e accessibili ad un pubblico variegato una serie di dati che nella loro consuetudine apparirebbero soporiferi. Istruzioni d’uso? Non ce ne sono. Solo conoscere molto bene il contesto e il messaggio che si vuol dare. Perché? Per creare un messaggio chiaro e universale, per fare engagement.

Trionfa il ritorno ad un linguaggio dalla forma molto semplice, che ritroviamo nel web design, su Linkedin e nelle social media strategy, e anche nella vita reale tra elezioni politiche e  agenzie che festeggiano anniversari. E tutto diventa più invitante, più comprensibile, più vitale.
A proposito, volete sapere come vivere più a lungo? Ecco i 22 modi per farlo. Ve lo dice, appunto, un’infografica:

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Via graphicspedia.net

Il 2013 è l’anno del Social media marketing per il B2B?

Negli USA i visitatori unici dei blog aziendali sommati a quelli di Linkedin sono ormai la metà di quelli della sconfinata popolazione di Facebook. I 2 spazi, blog e Linkedin, contraddistinguono la gran parte della presenza social di un’azienda B2B.

E’ un segnale che si sta avvertendo sempre più anche in Italia dove si moltiplicano le aziende B2B oriented che si avvicinano al social media marketing, che non significa solo Facebook, e che stanno capendo che i social media non impattano solo sui media di comunicazione, ma sulle relazioni con la clientela, i prospect, gli stakeholder e i potenziali collaboratori. Allora quali sono le funzioni e le strategie del social media marketing nel B2B e come si possono applicare? Quale ruolo può rivestire una social media strategy nel concerto di un piano industriale?

Esistono alcuni key factor di marketing e comunicazione peculiari che un’azienda B2B non può più ormai non considerare.

Innanzitutto il mercato si presenta quasi sempre molto segmentato per cui servono attività e risposte mirate. La “vendita” poi è sempre basata su relazioni personali e strette per cui diventa fondamentale costruire e rinsaldare il bond coi propri clienti e attirare i prospect. La necessità del lead è spesso l’approfondimento della sua industry, è pertanto raccomandabile costruire e popolare spazi dove trovare aggiornamenti e approfondimenti. Infine gli investimenti di marketing a disposizione sono quasi sempre più contenuti di quelli delle aziende B2C e quindi il social media marketing viene in aiuto consentendo l’ottimizzazione delle risorse.

Ecco che allora una corretta social media strategy può raggiungere importanti risultati come: ottenere awareness efficace per l’Azienda e i suoi prodotti verso pubblici specifici. Rinforzare il posizionamento e la reputazione aziendale diventando una voce autorevole e un hub di informazioni utili. Garantire una Lead generation efficiente. Fare sinergia e cross-fertilization tra le diverse componenti aziendali. Trasformare più velocemente conoscenza e risultati in reputazione per l’azienda. Accrescere le relazioni con il mondo della ricerca, che fa uso intenso dei social media e infine anche poter attrarre le risorse umane miglior.

Quali sono le leve principali di social media strategy sulle quali agire? Un’efficace social media strategy per le aziende B2B non può prescindere dalla “contaminazione” innanzitutto del sito che deve trasformarsi gradualmente in un social website.

E’ poi fondamentale la costruzione di un blog con una gestione e un content marketing in grado di segmentare i pubblici di riferimento: clienti, prospect, collaboratori per essere un’autorevole voce della propria industry. Il canale Youtube può diventare un repository efficace per fornire soluzioni in modo impattante e veicolare eventi aziendali , mentre Linkedin si trasforma e segmenta i pubblici veicolando traffico al sito aziendale.

Un aspetto non trascurabile per l’azienda B2B che approccia il social media marketing è l‘impatto della social media strategy e della sua corretta implementazione sull’organizzazione aziendale. Richiede il commitment del management e di sponsor interni e non può prescindere dal coinvolgimento di importanti asset come ad esempio i ricercatori e il front-line commerciale. Si rende quindi necessaria una formazione specifica alle divisioni aziendali e una definizione di regole di comportamento e di azione anche per contenere i rischi di dispersione, entropia e inconsistenza.

Talvolta può essere anche un bene che la gestione operativa dei social media rimanga all’interno dell’azienda. E’ infatti una leva di gestione del business e dell’organizzazione e consente inoltre di capitalizzare gli investimenti che sono prevalentemente in know-how e procedure. Un partner esterno competente in social media strategy per il B2B e in community marketing, può fornire invece consulenza strategica su quali canali attivare e come dare supporto nella progettazione operativa di ciascun canale: piani, linee guida, procedure di gestione, procedure di reporting, tono e linguaggio.

Può incaricarsi di fare formazione alle persone dell’azienda su ciascun canale, affiancarsi nella gestione nel primo periodo, eseguendo compiti specifici, per i quali l’internalizzazione non è giustificata o possibile. Ci sono insomma mille buonissimi motivi affinché anche in Italia le aziende B2B inizino ad interpellarsi circa l’opportunità di inserire la voce di community marketing nei loro piani e di concepire l’allocazione di risorse interne per interloquire con gli specialisti delle agenzie di social strategy e content marketing.