Il 2012 dei social media, fra cinque anni

Anche se tutto sommato è un momento abbastanza arbitrario, la fine di un anno solare è sempre il momento in cui ci si ferma un attimo e si guarda indietro per fare dei bilanci. Per questo, archiviate le grandi notizie di ieri – il 12.12.12 e il debutto di @pontifex – credo sia arrivato il momento anche per questo blog di chiedersi cos’è stato il 2012 per il social media marketing e la comunicazione in generale.

Ho deciso di pormi la domanda in maniera molto semplice, sperando che mi aiutasse nella riflessione: tra cinque anni, per cosa ricorderemo il 2012?

Io credo che fra cinque anni ci ricorderemo del 2012 come dell’anno di Facebook, dell’esplosione delle applicazioni Facebook, che ha raggiunto un miliardo di utenti registrati e si è quotato in borsa. Siamo tutti forse così assuefatti alla cosa, e soprattutto noi che ci abbiamo a che fare continuamente per passione e lavoro, che rischiamo di perdere il senso della meraviglia di fronte a questo fenomeno. Un miliardo di persone collegate tra di loro in questo modo è qualcosa di epocale, di inimmaginabile fino a pochissimo tempo fa. Il 2012 è allora stato l’anno di Facebook perché non c’è niente di paragonabile, soprattutto nell’anno del suo più grande restyling: la parola è timeline.

È un dato di fatto, incontestabile, talmente evidente da nascondere il fatto che in realtà il 2012 dei social media è stato altro. Sembra un paradosso, ma io ho invece la sensazione che le cose siano collegate. Basta guardare un po’ di dati, a cominciare ad esempio dal social media report di Nielsen, per scoprire che Facebook sotto tanti punti di vista è uno dei social network  che percentualmente sono cresciuti di meno. Il 2012 è stato l’anno dell’esplosione di tutte le piattaforme non-Facebook: da Instagram a Pinterest ai tantissimi social network specialistici, per non parlare di Tumblr.

Perché è successo adesso? Ho il sospetto che Facebook c’entri: la sua diffusione capillare e la sua trasversalità hanno permesso la stabilizzazione di un layer di socialità online di base, sulla quale è nato tutto il resto. Non è ovviamente un discorso così semplice, né limitato alla piattaforma: è un sistema complesso in cui la diffusione del mobile ha avuto un grande peso, ma il punto è quello. Non possono esistere i sottogruppi se non c’è un insieme più grande e amorfo che li contiene, non possono esistere le associazioni senza una società globale che gli individui condividono.

Proprio l’anno di Facebook, allora, è l’anno di tutto il resto: è l’anno in cui la socialità online  si è affermata come habit irrinunciabile per una grossa fetta di umanità. Fra cinque anni, io ricorderò questo.

E le marche? Anche in questo caso, voglio partire da Facebook. Il 2012 è stato l’anno della sua quotazione in borsa, passaggio chiave che ha inaugurato una stagione di focalizzazione spinta verso i veri clienti della piattaforma: gli investitori. Questo significa sia strumenti di gestione più avanzati sia possibilità di social advertising più raffinate. Ma significa altro, è un trend che sta coinvolgendo tutti. Io ho sempre pensato che uno dei grandi meriti di Facebook fosse quello di aver istituzionalizzato la presenza delle marche all’interno del suo network: fanno parte della nostra vita, perché non dovrebbero far parte di questo layer di socialità online in cui tutti siamo immersi?

Così, questo habit comprende il rapporto con le marche. Ha le sue regole e le sue potenzialità, ma c’è. E se il 2012 è l’anno dell’esplosione di tutto il resto, vuol dire che proprio quando Facebook ha un miliardo di utenti le marche possono guardare altrove, devono guardare altrove. Trovare le proprie nicchie e i propri linguaggi, diffondere i propri contenuti, costruire relazioni uniche perché frutto di uniche combinazioni di marche, persone, canali, linguaggi.

Il 2013 sarà divertentissimo.

Crisis management: i social media sono tappeti

Quando il mese scorso è stato il momento di celebrare il miliardo di iscritti, Facebook ha scelto un video con un messaggio molto semplice: chairs are like Facebook.

Facebook è come le sedie (e poi come ponti, campanelli, aerei) perché, cito, sono “tutte cose che le persone usano per incontrarsi e scambiarsi idee, condividere musica e molte altre cose”. Visto il committente, lo spot è stato ovviamente sezionato, parodiato e stroncato, ma mi è tornato in mente riflettendo sui social media in generale. Ovvero luoghi in cui ci sono anche le marche a incontrare le persone, scambiare idee e condividere molte altre cose, sia quando le cose vanno bene che quando vanno male.

Riflettendo sul crisis management, ho pensato che i social media sono tappeti.

Inizio da questa considerazione: i social media sono tappeti perché sono personalizzabili. Chiunque piazzi un tappeto nel proprio salotto può decidere il colore, la trama e l’ordito, la forma, la grandezza e il materiale. Nello stesso modo i social media, ognuno nel suo modo specifico, consentono alle marche infinite modalità di presenza: da quelle istituzionali alle campagne creative al CRM, ogni marca può e deve scegliere la via di customer engagement più appropriata.

A patto, però, di non dimenticare il secondo punto di contatto tra social media e tappeti, ed è una considerazione ancora più evidente della prima: entrambi esistono perché le persone ci stiano sopra. Altrimenti quella che è una grande opportunità rischia di diventare un bel problema, nell’affrontare una crisi di community management.

Uno dei più grandi errori che si possono fare in questo caso, sia con i social media che con i tappeti, è infatti quello di cedere alla tentazione di coprire e fare finta di niente. Un buco sul pavimento o un prodotto difettoso, una macchia enorme o una crisi aziendale che mette a rischio decine di posti di lavoro: guardate invece quant’è bello questo motivo persiano, quant’è brillante questa campagna, quant’è divertente la nostra app!

Non può funzionare così. Se i social media sono tappeti, vuol dire che riproducono il terreno su cui sono poggiati. Se sotto c’è un buco sarà abbastanza evidente, se si nascondono dei sacchi di spazzatura sembrerà di camminare sulle montagne.

Perché questa è la differenza principale nel crisis management tra social media e media broadcast: le persone ci stanno sopra, tastano il terreno con i piedi e sono tante, se il tappeto è abbastanza invitante e largo per accoglierle. Le persone ci stanno sopra se il padrone di casa ha qualcosa da dire e poco da nascondere, come dovrebbero essere le marche sui social media.

(PS. Anche se quella polvere sembra poca, bisogna essere pronti al fatto che oltre a camminarci sopra le persone possono anche sollevare l’angolo e controllare con gli occhi cosa c’è sotto.)

Radio e social network: incontriamo Frank di Radio Deejay

Francesco Lotta, AKA Frank, è una persona curiosa che si interessa di tecnologia, videogiochi, fotografia, cinema e musica. Sperimenta, crea e si dà da fare. Ha fatto questo e quello quando “questo” ancora non lo faceva nessuno e “quello” sembrava fuori dalla portata di tutti.
In questo momento conduce un programma dalle 7.00 nel week end di Radio Deejay, Megajay, insieme a Sarah Jane. Lo abbiamo incontrato per parlare un po’ di social network e, ovviamente, di radio .

Ciao Frank, sei considerato da molti il deejay più “social” italiano, da quanto utilizzi la rete?

In effetti in radio mi prendono in giro per questa mia attitudine “geek – nerd”, ma a me in fondo fa piacere. Uso la rete da così tanto tempo che non saprei dare una risposta corretta. Da tanto, comunque, dagli albori, da quando è nata. Navigavo con un Nokia che aveva un modem interno. Per visitare un sito, aprire la home page, ci mettevo anche 15 minuti! Guardavo i primi siti ma mi piaceva smanettare anche per ascoltare le anteprime di alcuni brani, ci mettevo un’eternità, ma sai che figata!

Una delle caratteristiche del tuo programma è l’interazione con gli ascoltatori. Quale tra i social network ti sembra più adatto al contatto / confronto con gli ascoltatori?

Twitter perché più immediato, ma faccio riferimento anche alla pagina Facebook.
Sono due canali diversi, con caratteristiche distinte, forse dico una banalità ma è così.
Secondo il mio punto di vista e la mia esperienza su Facebook c’è più comunicazione, dialogo, tra me e gli utenti e tra gli utenti stessi. Si crea una sorta di community, le persone interagiscono, parlano e si scambiano pareri.
Twitter, invece, ha le caratteristiche di una chat. Per coinvolgere molte persone devi citare tutti. Il canale è più one to one. Alcuni cercano di interagire inserendosi nelle conversazioni, ma è difficile.
Su FB c’è più dialogo, sia tra chi parla e gli utenti sia tra gli utenti stessi che creano una community, intersagiscono, parlano e si scambiano pareri.

Un esempio concreto. Qualche giorno fa sulla mia pagina Facebook  ho pubblicato la notizia della mia intenzione di intraprendere il cammino di Santiago. Subito gli utenti hanno discusso ed inviato consigli.

Qual è invece il canale di comunicazione più utilizzato dagli ascoltatori?

L’SMS resta lo strumento principale di comunicazione utente – deejay. Questo devo dire che mi ha sorpreso, e continua a sorprendermi, moltissimo.
Io attingo molto dal mondo social per quanto riguarda le notizie, le citazioni e i tormentoni da proporre al pubblico e mi aspettavo risposte maggiori da parte del mondo social.
Una cosa interessante, invece è questa, durante i “fuori onda” abbiamo più interazioni social.
Dopo l’SMS, quindi, direi che in questo momento è Twitter a farla da padrone.

Si parla molto di social TV un fenomeno che sfrutta applicazioni come Getglue e Miso e la rete per commentare programmi, film e telefilm. Fai parte dei “social commentatori”?

Se per social TV intendiamo commentare un programma o un film, credo che questa pratica sia già un dato di fatto. È sufficiente pensare a format come X Factor che hanno dimostrato come sia un dovere integrare la rete per ottenere successo. Se invece intendiamo un dibattito tra chi è sui social e chi la TV la sta facendo, la questione si complica. Io la TV non l’ho mai fatta (a Current utilizzavo molto i social, ma era un’altro tipo di Tv). A me non piace guardarla molto, soprattutto perché c’è questa forma di comunicazione unidirezionale: vengono lanciati dei  messaggi dall’alto, non si crea una discussione tra ascoltatori e protagonisti anche per una questione pratica, non ci sono pause, tempi tecnici. Anche dove sono previste le interazioni con Twitter e Facebook poi non c’è il tempo per un botta e risposta, non si possono attendere le risposte degli utenti.

Pensi che si possa avere lo stesso fenomeno in Radio?

No, credo che le caratteristiche dei due media siano diverse e non ci sia la possibilità di replicare il fenomeno. La radio è già social, crea un contatto intimo con l’ascoltatore, un’intimità che gli altri media possono solo sognare. È per questo che la amo.

Prima di salutarti, dove possiamo trovarti in rete?

Qui, qui, qui, qui e qui. Ciao e grazie a tutti.

Capire i social media a un concerto folk

Martedì scorso sono stato a un concerto che aspettavo da mesi e alla fine ho anche capito qualcosa sui social media.

La scena chiave è quella che chiunque abbia familiarità con i concerti ha visto più volte: tantissime mani in alto che tengono saldamente uno smartphone e riprendono quello che sta accadendo sul palco. Non ero in prima fila e non sono molto alto, per cui mi sono trovato a vedere quella scena in una versione moltiplicata e reinterpretata da mille schermi, di forme e altezze diverse, contemporaneamente. Mi ha fatto riflettere, e a distanza di qualche giorno ho capito che questo comportamento nascondeva degli insegnamenti anche per chi si occupa di social media marketing e per le marche che vogliono instaurare un rapporto sincero con le persone.

Ogni persona ha una rete sociale attorno a sé.
Il concerto era sold out, ma a conti fatti stavano assistendo molte più persone di quelle che riuscivo a vedere: foto e video erano condivisi con una minima differita in quei luoghi digitali che hanno valore sociale per chi li frequenta. E se pensiamo che un utente Facebook ha mediamente più di 200 contatti, è evidente in che proporzioni cambi il numero dei destinatari in seguito a una condivisione.

Per questo le marche non devono mai dimenticare che non stanno parlando soltanto ai loro interlocutori diretti (siano essi fan, follower, subscriber), ma a community allargate, che includono le rispettive reti sociali.

Non tutti i contenuti sono uguali.
C’erano dei momenti ben precisi in cui tutte queste mani si alzavano a cambiarmi la visuale. La cosa strana è che non erano sempre i momenti più belli o i ritornelli più famosi: erano i momenti più condivisibili. Nel caso di un concerto può essere una questione di luci, atmosfera, interazioni estemporanee, elementi di tutto quello che in altre sedi (come questa) può chiamarsi viralità. Detto in altri termini, la forma del contenuto incide in maniera decisiva sulla reazione delle persone.

Per questo le marche devono adeguare la forma dei contenuti che offrono alle proprie community allargate ai luoghi in cui li diffondono, per favorire uno dei comportamenti più naturali: rendere partecipi gli altri di ciò che si ama.

Online e offline non sono più separabili.
Questi primi due punti, uniti alla familiarità della scena da cui sono partito, rendono l’idea di quanto sia pervasivo e importante per le persone internet su mobile. Se non bastasse, ci sono i dati sulla penetrazione degli smartphone, il numero di utenti mobile dichiarato da Facebook, o il recente report su adv e mobile. Ma l’aspetto su cui riflettere è la circolarità di questi processi. Nella forma più semplice possibile: molte persone hanno saputo online di un concerto che hanno visto offline e aveva una forma adatta alla condivisione online. Se quello show avesse fatto parte di una social media strategy, sarebbe stato perfetto.

Per questo le marche devono coordinare tra di loro i luoghi e i modi in cui diffondono adeguati contenuti. La comunicazione deve essere integrata, non la somma di presenze incoerenti, e ogni canale può essere coinvolto a questo scopo: online o offline.

Nel mio piccolo, anch’io ho condiviso quel concerto attraverso questo post.
Era un contenuto di valore, in una forma che mi ha coinvolto e fatto riflettere, che ho vissuto offline e di cui adesso state leggendo su un blog. Era Bon Iver, e se non c’eravate questo è quello che vi siete persi.

Twitter e le rivoluzioni, al Festival di Internazionale

Quest’anno abbiamo partecipato attivamente alla sesta edizione del Festival di Internazionale a Ferrara, e se avete seguito i nostri account Twitter e Instagram, avrete avuto modo di partecipare con noi alle discussioni e agli incontri più interessanti.
Eravamo lì in particolar modo per il grande peso che i nuovi media stanno acquistando anche e soprattutto nel settore del giornalismo. Da una parte, abbiamo il piacere di curare con i nostri clienti diversi progetti editoriali di Facebook e Twitter marketing (e non solo); dall’altra, sono gli stessi confini del giornalismo a essere messi in discussione e ridefiniti come effetto dell’uso che le persone fanno dei social media: capire questo e le sue conseguenze è fondamentale per costruire le giuste social media strategy.

A distanza di qualche giorno vogliamo riflettere su quello che è emerso dalle nostre chiacchierate con Shawn Carrié – attivista newyorkese di Occupy Wall Street con un passato da Social Media Analyst presso EMI – e con Sultan Al Qassemi – giornalista e commentatore della Primavera Araba che scrive anche per The Huffington Post – a proposito di Twitter marketing, Social Media e citizen journalism.

Ecco cosa ci ha detto Shawn.

I social media hanno una funzione molto importante per i movimenti e le rivoluzioni degli ultimi anni. Come li avete usati durante l’occupazione di Zuccotti Park e come usate Twitter ora?

Il giorno dello sgombero da Zuccotti Park abbiamo potuto avvisare migliaia di persone grazie alle nuove tecnologie. E migliaia di persone ci hanno raggiunto guidando da altre città in piena notte. I social media, se combinati con qualcosa di reale e concreto nelle strade, hanno la capacità di far muovere le persone, di farle uscire di casa per andare in strada. La comunicazione può essere sia interpersonale che digitale, ma la cosa importante è che sia sfruttata per condividere informazioni.

Ti consideri un Twitter-addicted?

Uso moltissimo Twitter, è molto utile, anche se è importante ricordare che non si sostituisce la comunicazione “reale” e interpersonale. Non è tutto digitale, la rivoluzione è anche nelle strade. Queste due cose però possono interagire molto bene. I social media sono sempre stati molto importanti per creare una narrazione alternativa a quella dei media tradizionali: le narrazioni provengono da noi e raccontano le nostre storie, a differenza di quanto succede con i media “mainstream”.

Aggiungiamo a questi spunti quello che ci ha detto Sultan Al Qassemi, che abbiamo incontrato a margine del panel “Me l’ha detto l’uccellino”. Con lui abbiamo approfondito il discorso sull’utilizzo di Twitter e del Twitter marketing nel dettaglio, nel periodo attuale, post-primavera araba, sulla libertà di informazione e il citizen journalism. Che effetti ha avuto Twitter sulle dinamiche offline e sulle interazioni tra le persone? E ancora: Twitter ha destabilizzato il mondo del giornalismo a tal punto da sostituire le agenzie di stampa?

Quale pensi che sia la funzione più importante dei social media, ora, a più di un anno di distanza dalla primavera araba? E qual è la differenza maggiore tra “citizen journalism” e giornalismo tradizionale?

Twitter è uno strumento ancora molto importante e utile, ma allo stesso tempo è diventato anche uno strumento di oppressione. I governi ora sanno quanto questo media sia importante: ci sono agenti di polizia su Twitter che si occupano di controllare messaggi e “cinguettii” degli attivisti. Anche se c’è in corso una rivoluzione, infatti, è bene ricordare che la libertà di informazione non è aumentata poi così tanto in Egitto. Nel Golfo, credo che abbia fatto dei passi indietro. Il ruolo del “citizen journalist” diventa allora molto più importante oggi di quanto non fosse prima delle rivoluzioni. In passato i regimi talvolta ammettevano pubblicazioni critiche, ma oggi i governi post-rivoluzionari si sentono minacciati dalle rivendicazioni del popolo. I media di stato sono usati soltanto come strumenti di propaganda. I social media, Twitter e i blog sono invece utilizzati per contrastare la propaganda del governo.

Durante la panel discussion “Me l’ha detto l’uccellino”, Luca Sofri ha detto che talvolta Twitter è meglio delle agenzie di stampa. Cosa ne pensi? 

Talvolta c’è bisogno della stampa tradizionale e dei giornali, perché c’è bisogno che qualcuno verifichi le fonti editoriali. Spesso sui social ci sono account fake o che diffondono “chiacchiere”. Non si può dire questo è meglio o quell’altro è peggio. I nuovi media hanno però messo sotto pressione i vecchi media: gli utenti ora vogliono informazioni autentiche e accurate. Su Twitter si hanno pochi secondi di tempo e un minuto o due di ritardo rispetto ad un altro canale possono fare la differenza. Di certo questi media stanno cambiando il nostro modo di comunicare e di parlare. Magari tra 5 o 10 anni, potremo guardarci indietro e capire davvero se i social media hanno prodotto un’informazione migliore rispetto a quella dei vecchi media.

Dalle conversazioni con Shawn e Sultan abbiamo avuto conferme, trovato spunti di riflessione e imparato qualcosa. Twitter e gli altri social media sono strettamente intrecciati con le rivoluzioni, sia che si parli di movimenti di cittadini, sia che si parli del modo di produrre e far circolare l’informazioni, sia che si parli di social media marketing (in questo caso Twitter marketing).

Dal punto di vista del giornalismo online, ed è la cosa bella, questo è soprattutto una sfida e un arricchimento.

Da una parte fornire dei contenuti sempre più curati, pertinenti e tempestivi agli utenti. Dall’altra, coinvolgerli, farli partecipare in maniera attiva alla conversazione, accettare i loro contributi e integrarli correttamente in un quadro narrativo più ampio. Non due mondi in contrapposizione, quindi, ma due ambienti che devono incontrarsi per costruire contenuti che abbiano valore per entrambi: una social media strategy che parte dall’ascolto e dall’osservazione dell’uso che le persone fanno dei media sociali, il motivo per cui siamo andati a Ferrara, e per cui probabilmente ci torneremo.

Facebook: feedback negativi VS customer engagement

In un modo probabilmente impossibile fino a qualche anno fa, Facebook permette oggi alle marche di aggregare le persone in un unico luogo, instaurare un rapporto diretto con loro e intrattenere conversazioni rilevanti. Un’opportunità enorme sia per i love brand con pagine da milioni di fan, sia per le piccole aziende radicate nel territorio che si fermano tre zeri prima, le organizzazioni o i personaggi pubblici. È il classico caso in cui le dimensioni non contano, ma a contare è il tipo di relazione, e la sua coerenza con i propri obiettivi di comunicazione.

Un’opportunità che va colta nel modo giusto. Un recente articolo di Ekaterina Walter su Fast Company indaga la questione da una prospettiva interessante: quanti feedback negativi ricevono le pagine? Ovvero, in altri termini: quante relazioni rischiano di interrompersi, e perché questo avviene?

Secondo uno studio di PageLever, il 2% delle visualizzazioni dei post genera dei feedback negativi. In questi casi, due volte su tre l’utente decide di nascondere tutti i successivi aggiornamenti della pagina dal proprio newsfeed, mentre gli altri comportamenti negativi, in ordine di frequenza, sono l’hide al singolo post, la segnalazione della pagina come spam e l’unlike.

Perché succede questo? Riprendo in negativo le soluzioni che individua la Walter:

  • Topic: i contenuti sono inaspettati (in senso negativo) e non rispettano le aspettative degli iscritti alla pagina.
  • Voice: il tono di voce è disorientante, è cambiato troppo spesso e non è riconoscibile.
  • Frequency: non è bello trovarsi in timeline cinque post dello stesso brand nel giro di un’ora, no?

La combinazione di questi tre fattori può spiegare ad esempio perché le persone segnalano una pagina come spam più volentieri di quanto tolgano il like:  in quel caso non è il brand ad essere sbagliato, ma i contenuti che propone. Non bisogna dimenticare, infatti, che Facebook è sì un’opportunità per le marche, ma lo è soprattutto per le persone: se si accorgono di aver sbagliato posto, semplicemente lo lasciano.

A volte il problema può anche essere il modo in cui in quel posto ci si è arrivati. Un altro motivo per cui le dimensioni non contano è proprio questo: l’ampiezza della fanbase non è un valore se non è accompagnata dalla sua qualità, e quando invece è semplicemente il risultato di strategie di acquisizione (anche adv) non coerenti, la possibilità che i feedback siano negativi aumenta.È invece normale e giusto che ci siano livelli di engagement diversi tra i fan. A un nucleo di persone attive e estremamente coinvolte (la vera e propria community) si aggiungono tutti coloro che sono in qualche modo interessati al mondo del brand.

La sfida del social media marketing che ha come obiettivo il customer engagement è proprio questa: instaurare relazioni con le persone partendo dall’ascolto, dando loro i contenuti a cui tengono davvero, con l’ampiezza e l’approfondimento giusti a tenere insieme coerentemente tutta la fanbase. Limitare così i feedback negativi, e creare le condizioni per il passaparola positivo. La conversazione e il customer engagement sono i veri valori: per le marche e per le persone.

Fare del bene attraverso Foursquare? Sì, è possibile.

Foursquare non è solo un celebre social network basato sull’incrocio tra localizzazione e interessi, ma anche una splendida opportunità per i brand di poter effettuare operazioni di charity.

Molti sono infatti i grandi brand che sono riusciti ad intraprendere iniziative benefiche grazie al popolo dei check-in. Una modalità di coinvolgimento che prevede, per sua natura, un’azione fisica e reale si sta dimostrando perfetta per spingere le persone a supportare una causa, mentre il ruolo dei brand coinvolti è spesso quello di amplificatori ed endorser del messaggio.

Marchi come Kraft, Paypal (in collaborazione con Microsoft) o Starbucks, hanno avviato delle vere e proprie campagne di donazione grazie ai singoli check-in delle persone, anche in occasione di grandi manifestazioni internazionali come il The South by Southwest® (SXSW®) Conference che si tiene ad Austin, in Texas, ogni anno.

In questo modo l’onnipresente componente ludica che da sempre alberga in Foursquare (check-in, badge e punti per scalare la classifica della propria rete) si unisce alla capacità di raccogliere denaro per cause nobili, ma soprattutto veramente utili.

Questa partnership tra solidarietà e geolocalizzazione ha portato i suoi buoni frutti con risultati spesso da record come nel caso della “Check-in for Charity throughout Austin” che è riuscita a raccogliere ben $15.000 in donazioni in pochissimo tempo.

Meccanismo benefico in tutti i sensi, pronto a stimolare una sana competizione fra gli utenti e a dimostrare – ancora una volta – il volto buono dei media sociali, che sempre più rispecchiano le interazioni del mondo reale e le portano in un luogo dove è molto più facile rendere il messaggio globale.

Avete sentito di altre iniziative simili legate alla geolocalizzazione, o all’utilizzo del social web per rendere il mondo un posto migliore? Credete anche voi che il fatto di spingere le persone ad avvicinare offline ed online sia il vero motivo per cui Foursquare è stato scelto da molti brand per portare avanti operazioni di questo genere?

Dove sta andando Pinterest: 7 domande a Pinterestitaly

Pinterest è uno dei fenomeni sociali più seguiti del momento, ne abbiamo parlato anche qui. I ragazzi di Pinterestitaly, il primo blog italiano interamente dedicato all’argomento, erano a Milano per il Pinstreet Market, che si svolge in questi giorni in concomitanza con la Settimana della Comunicazione. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda sul social pinnabile.

Ciao, come è nata l’idea di Pinstreet Market e di portare le board Pinterest nella vita reale?
Il nostro obiettivo quando abbiamo deciso di organizzare Pinstreet era diffondere la conoscenza di Pinterest anche tra coloro che non si sono mai iscritti ad un social network e non ne conoscono le dinamiche: portare Pinterest nei negozi ci è sembrato il modo più immediato per creare curiosità e dimostrare che quello che succede nella rete non segue dinamiche differenti da quelle che si svolgono nella realtà.

Per alcuni Pinterest è un social “in rosa”: è così o c’è spazio anche per il pubblico maschile?
Fino a poco tempo fa Pinterest era ancora un social maschile dove si parlava di nuove tecnologie e linguaggi di programmazione! Oggi, con gli ultimi dati del Global Web Index, la situazione è cambiata e i pinner sono per il 54% delle donne: quindi tutto sommato c’è un equilibrio. Noi pensiamo che Pinterest sia uno spazio dove poter condividere tutti i propri interessi e, in quanto tale, assolutamente asessuato!

Quali sono i settori merceologici che possono trarre i maggiori benefici dall’utilizzo di Pinterest? Potete menzionare qualche case positiva e una negativa?
Per la predominanza delle immagini, Pinterest si adatta sicuramente al food e al fashion, ma in realtà sta alla capacità del brand di adattare la propria comunicazione allo strumento che sta utilizzando. Ad esempio Honda, che conta 4mila followers, ha ingaggiato 5 top pinners invitandoli ad abbandonare il pc per 24 ore e a realizzare un desiderio in cambio di 500$ (salvo poi provvedere a raccontarlo su Pinterest una volta passate le 24 ore!). Un esempio di case negativa è quella di Uniqlo che, attraverso un vero e proprio attacco alla piattaforma, ha invaso lo stream degli utenti con lunghissimi pin dedicati ai suoi prodotti. Sono entrambi casi che hanno avuto visibilità a livello mondiale, ma, secondo noi, due perfetti esempi di buona e cattiva comunicazione.

Quali sono i brand internazionali che hanno colto lo spirito di questo social in modo corretto e che lo stanno utilizzando al meglio?
Sicuramente Etsy con i suoi 158mila followers è un ottimo esempio. Le board ospitano immagini accattivanti; i pin non sono dedicati solo alla vendita, ma collegati anche a blog, articoli, siti esterni; le descrizioni dei pin sono accurate. Inoltre Etsy, tramite le Guest Pinners board, offre spazio e visibilità ad alcuni utenti per raccontare le loro storie attraverso le immagini.

Secondo voi le dinamiche di Pinterest possono essere sfruttate nel giornalismo? In quale modo? Ci sono dei casi significativi?
Moltissimi sono i giornali americani che hanno aperto un account su Pinterest e da giugno anche il New York Times ha finalmente cominciato a costruire le sue boards. Il profilo che ad oggi troviamo più interessante è quello dell’Huffington Post: per loro natura le notizie finiscono in archivio non appena pubblicate, invece il profilo dell’HP, pubblicando i pin collegati agli articoli e dividendoli per board, riesce a tracciare la storia per immagini dei momenti più emozionanti della campagna elettorale negli USA o una selezione delle notizie più importanti in tema di tecnologia e scienza.

Pinterest non ha ancora un sistema di messaggistica tra gli utenti, lo sviluppo di questa funzionalità potrebbe aiutare i brand nelle digital PR?
Pinterest nasce da alcuni maniaci del collezionismo che decidono di condividere online le proprie collezioni e creare un motore di ricerca per le immagini: secondo noi non era nei loro piani diventare il terzo social network negli USA nel giro di 2 anni! Probabilmente devono ancora comprendere che direzione prendere. Sicuramente il livello di interazione tra gli utenti è ancora troppo basso e non permette di sfruttare tutte le potenzialità della piattaforma.

Una delle mancanze di Pinterest è l’impossibilità di acquistare prodotti in modo diretto. Questo fattore potrà penalizzare questo social in favore di altre piattaforme come ad esempio Garage?
In un sondaggio che abbiamo fatto su Pinterestitaly, il 13,6% dei nostri lettori vorrebbe acquistare su Pinterest. Anche se, secondo noi, Pinterest è molto diverso da Garage e Fancy in quanto la vendita può essere un “effetto collaterale”, ma non deve diventare obiettivo primario della piattaforma. Se si trasformasse in un luogo dedicato prettamente al comprare/vendere rischierebbe di trasformarsi soltanto nell’ennesimo spazio dedicato al social commerce.

Ringraziamo i ragazzi di Pinterestitaly per la disponibilità. Siete d’accordo con quello che ci hanno detto? Il modo migliore per esprimerlo è pinnare questo post. In caso contrario, i commenti sono il posto migliore per iniziare una conversazione.

Twitter marketing e la comunicazione creativa

Questo non è un post che vi insegnerà ad utilizzare Twitter. Non è una lista dei 10 migliori tool per usare al meglio il social dell’uccellino né un elenco di errori da evitare. Questo post parla di Twitter marketing, creatività e profili non convenzionali.
Sempre più spesso capita infatti di trovare account curiosi, intriganti e geniali. Finti profili di personaggi dei fumetti e cartoni animati, di oggetti, di dei, semidei e semifreddi.
Ogni profilo ha una strategia ben precisa, un modo di comunicare particolare che ne determina il successo. Individuare il “personaggio” e il tono di voce non è semplice. Soprattutto quando si devono usare solo 140 caratteri. Quando però si riesce a trovare la chiave corretta il successo è assicurato.

Ecco alcuni dei profili che hanno trovato il modo di far parlare di sé:

@TheMime … –  Il mimo più famoso del web si esibisce.
@Big_ben_clock – L’orologio di Londra twitta i suoi rintocchi.
@SFSiren – La sirena d’allarme di San Francisco

I brand possono trarre beneficio dall’impiego di profili creativi per la propria comunciazione. Inserire in una strategia social integrata anche un account Twitter “particolare”, costruito ad hoc per uno dei prodotti del marchio, consentirebbe di aumentare l’awareness e far parlare del prodotto senza comunicarlo direttamente.
Una azienda di elettrodomestici, ad esempio, potrebbe creare il profilo del proprio aspirapolvere di punta e far twittare il “bzzzz” del dispositivo in azione.

Cosa ne pensate? @TheMime direbbe “…”.