Gamification sui Social Media

Catturare l’attenzione degli utenti è sempre più difficile dati i numerosi e continui stimoli a cui tutti veniamo sottoposti. Una strategia efficace per migliorare la user experience e aumentare l’engagement è la Gamification sui Social Media, ovvero l’applicazione di elementi tipici dei giochi in contesti non ludici al fine di motivare l’interazione, rendendo le esperienze degli utenti più divertenti e coinvolgenti.

Cos’è la Gamification?

La gamification è un approccio che utilizza principi, meccaniche e dinamiche tipiche dei giochi per coinvolgere le persone e influenzarne i comportamenti in contesti non prettamente ludici. Questo può includere l’assegnazione di punti, badge, classifiche, sfide e premi per incoraggiare determinate azioni o comportamenti.

Come Funziona la Gamifacation sui Social Media?

Sulle piattaforme di social media la gamification può essere implementata in vari modi per incentivare l’interazione e la partecipazione degli utenti:

Badge e Riconoscimenti: si possono utilizzare badge e riconoscimenti per premiare gli utenti che compiono determinate azioni, come ad esempio la frequenza di utilizzo dell’app. Su Facebook attraverso l’uso di badge si possono segnalare gli utenti più attivi all’interno dei gruppi o delle pagine. I badge fungono da incentivo per continuare a utilizzare la piattaforma e per condividere le proprie attività con gli amici.

Punti e Livelli: alcuni social media, come Reddit, utilizzano un sistema di punti e livelli basato sulle interazioni degli utenti con i contenuti. Ad esempio, gli utenti possono guadagnare punti tramite like ai post e salire di livello sulla piattaforma in base alla quantità e alla qualità delle loro interazioni.


Sfide e Concorsi: le sfide e i concorsi sono un modo popolare per coinvolgere gli utenti e stimolare la creatività sui social media. Piattaforme come Instagram e TikTok spesso ospitano hashtag challenge in cui gli utenti sono incoraggiati a creare contenuti correlati a un tema specifico e condividere i loro contributi con la community. Queste sfide possono generare un’enorme partecipazione e coinvolgimento da parte degli utenti, aumentando la visibilità della piattaforma e dei contenuti generati dagli utenti stessi.

Progressi e Obiettivi: molte piattaforme di social media includono funzionalità che consentono agli utenti di impostare e monitorare i propri progressi e obiettivi personali. Ad esempio, su LinkedIn, gli utenti possono completare il proprio profilo, acquisire competenze e connettersi con altre persone per raggiungere determinati traguardi professionali. Questo processo di progressione fornisce un incentivo tangibile per gli utenti motivandoli a rimanere attivi sulla piattaforma.

Brand che hanno utilizzato con successo la Gamification sui Social Media

Ecco un paio di esempi di aziende che utilizzato con successo la gamification all’interno delle loro strategie di comunicazione.

Sony

Ha utilizzato la gamification per il lancio della PS5.

Il pay off della campagna marketing Be the first recitava “Chi sarà il primo a vincere la Console PlayStation 5? Un caveau inespugnabile. Una corsa contro il tempo. E 5 enigmi da risolvere.”

È stato realizzato un sito dedicato a una caccia al tesoro dove inserire le soluzioni ai 5 enigmi proposti. In palio per il primo utente in grado di fornire le soluzioni corrette l’ingresso dentro il caveau che conteneva una Playstation 5 con tutti gli accessori. Per tutti gli altri una lotteria ad estrazione.

Nel sito e negli account Instagram e Facebook Sony e delle società coinvolte (hanno collaborato siti di settore e rivenditori come MediaWorld, UniEuro, EveryEye e Multiplayer) sono stati pubblicati gli enigmi da risolvere durante la caccia al tesoro, rilasciando via via i quesiti nelle settimane antecedenti al lancio della console.

Un campagna che ha ben utilizzato la gamification nei social media attraverso il classico gioco della caccia al tesoro, sfruttando la leva della ricompensa (reward principale la vincita immediata e reward secondario l’estrazione tra tutti i partecipanti.

La scelta di veicolare i contenuti nel tempo attraverso i social media ha fidalizzato gli utenti, che avevano tutto l’interesse a tornare sulle pagine social per procedere nelle tappe del gioco aumentando al contempo la brand awarennes.

Il count down ha tenuto l’attenzione viva sul lancio della nuova PS5.

Sephora

Sephora Beauty Insider è un programma che consente ai clienti di accumulare punti che possono essere riscattati per ottenere una serie di premi, tra cui prodotti esclusivi, campioni ed esperienze di bellezza.

I clienti iniziano con il livello Insider e possono passare allo status VIB (Very Important Beauty Insider) o Rouge in base alla loro spesa annuale. Ogni livello offre vantaggi crescenti.

Il programma Beauty Insider di Sephora incoraggia i clienti a impegnarsi con il marchio, a ripetere gli acquisti e a partecipare attivamente alla comunità di Sephora sui social media, facendo crescere la fidelizzazione e creando un forte legame tra i clienti e il marchio Sephora.

Gamification sui social media
Fonte Sephora.com

Sephora organizza anche sfide online e giochi interattivi su piattaforme come Instagram e TikTok, incoraggiando i clienti a creare i propri contenuti di bellezza per mostrare le proprie abilità nel trucco.

I vantaggi dell’utilizzo della gamification sui social media

La gamification sui social media può essere una strategia vincente per coinvolgere gli utenti. Integrando elementi tipici dei giochi all’interno delle piattaforme, i brand possono:

  • Stimolare l’interazione
  • Aumentare l’engagement
  • Migliorare l’user experience
  • Rendere l’utente protagonista
  • Fidelizzare gli utenti
  • Incrementare la brand awareness

Vuoi implementare la gamification nella tua strategia di marketing? Contattaci!

Nuovi trend SEO 2024: 5 tips per dare la svolta

Il marketing digitale è in continua evoluzione, e anche l’ottimizzazione per motori di ricerca vive continui adattamenti.

Quali saranno i nuovi trend SEO 2024?

  1. L’intelligenza artificiale e la Search Experience Optimization (SXO)
  2. La Search Generative Experience (SGE) di Google
  3. Le ricerche senza clic
  4. La video SEO
  5. Creare valore per l’utente

Trend SEO #1: l’Intelligenza Artificiale e la Search Experience Optimization (SXO)

Il grande successo e la risonanza avuta nell’ultimo anno dall’Intelligenza Artificiale non interessa solo la revisione dei testi, la modifica delle immagini e il rapporto con i clienti. Anche nell’ottimizzazione dei motori di ricerca l’Intelligenza Artificiale ha e avrà sempre più un ruolo centrale, un trend SEO 2024 da seguire.

Come affrontato in questo articolo le applicazioni dell’Intelligenza Artificiale nel campo del marketing sono moltissime. I sistemi basati sull’intelligenza artificiale verranno sempre più impiegati per ottimizzare l’esperienza degli utenti nell’utilizzo dei motori di ricerca.

Certo, l’aggiornamento degli algoritmi dei motori di ricerca o i diversi fattori di ranking sono pane quotidiano per chi lavora nel web da sempre. Quello che ora veramente cambia è il modo il cui gli utenti fanno le loro ricerche su internet.

Il crescente utilizzo degli assistenti digitali e il forte successo dei chatbot (ChatGPT su tutti) influenza il modo di interagire degli utenti.
L’interazione con i motori di ricerca diventa più conversazionale, ognuno di noi, quando usa comandi vocali e linguaggio naturale, conta di avere delle risposte pertinenti e immediate.

Bisogna dunque focalizzarli sulla Search Experience Optimization (SXO), ovvero l’unione tra la SEO (Search Engine Optimisation) e la UX (User Experience).

Una strategia che si concentra non solo sul miglioramento della visibilità nei motori di ricerca, ma anche sull’ottimizzazione dell’esperienza dell’utente.

Come farlo?

Rendendo i siti e i contenuti facilmente accessibili non solo per i motori di ricerca, ma anche per i sistemi di intelligenza artificiale generativa che elaborano una grandissima quantità di informazioni tra quelle disponibili in rete e le trasformano in risposte per gli utenti.

La comunicazione dovrà dunque essere organizzata intorno a contenuti chiari e coerenti, affinché tutti gli argomenti possano essere utilizzati correttamente dagli algoritmi che processano le domande rivolte dagli utenti ai chatbox.

Trend SEO #2: la Search Generative Experience (SGE) di Google

Google ha (per il momento solo in America) introdotto la Search Generative Experience (SGE) un’esperienza di ricerca avanzata che apre nuovi orizzonti nell’ambito dell’informazione digitale.

In cosa consiste?

Per numerose query, Google è in grado di fornire un risultato generato automaticamente dall’Intelligenza Artificiale, fornendo non solo risposte chiare e concise alle domande dell’utente, ma anche immagini esplicative, link utili e suggerimenti di ricerca che favoriscono l’approfondimento dell’argomento.

Attraverso la SGE si possono dunque meglio comprendere le richieste delle persone fornendo risultati di ricerca più pertinenti e personalizzati.
La Search Generative Experience migliora le interazioni dell’utente e fornisce un modello di coinvolgimento conversazionale.

Un sistema che, fornendo informazioni rilevanti e suggerimenti specifici, consente una navigazione più tempestiva e intuitiva, che si traduce per gli utenti in soddisfazione nell’ottenere ciò di cui hanno veramente bisogno con un risparmio di tempo, non dovendo più inserire query lunghe o dovendosi districare tra più risultati prima di trovare ciò che si cerca specificatamente.

Trend SEO #3: le ricerche senza clic

Quest’anno aumenteranno sempre più le ricerche senza clic.

A chi di noi non capita di fare delle ricerche nei motori di ricerca, visualizzare ciò che ci serve direttamente nella SERP (la pagina dei risultati del motore di ricerca) e di non effettuare poi alcun clic?

Secondo uno studio di Semrush, piattaforma per ricerca di parole chiave e dati di ranking online, il 57% delle ricerche effettuate da dispositivi mobile e circa un quarto di quelle fatte da desktop non producono alcun clic sui risultati organici o a pagamento.

Questo capita soprattutto quando si fanno ricerche su attività o servizi locali (ad esempio un ristorante), le informazioni da carpire sono immediate (ad esempio l’indirizzo o gli orari di apertura) e non diventa dunque “necessario” per l’utente cliccare per scoprire di più.

Ottimizzare la SEO per fronteggiare questa tendenza SEO 2024 è fondamentale: riuscendo a conquistare le prime posizioni dei risultati di ricerca, anche qualora non si dovessero avere clic di approfondimento, farà si che aumenti la riconoscibilità del brand aumentando così la brand awareness.

Diventa dunque sempre più importante lavorare per costruirsi una reputazione sul campo, affinché si si possa essere riconosciuti come affidabili e autorevoli agli occhi degli utenti.

Trend SEO #4: la video SEO

Quando si parla di ottimizzazione non si parla solo di contenuti testuali o del modo di strutturare la navigazione dei propri siti. È fondamentale, in questo nuovo anno più che mai, focalizzarsi anche nella “Video SEO” affinché vengano mostrati tra i primi risultati come risposta alle ricerche degli utenti.

I contenuti video, strumento che è e che rimane un formato chiave nelle strategie di comunicazioni digitale, continueranno ad aumentare, facendo così crescere la concorrenza.

Secondo Semrush più di una persona su due è più propensa a ricondividere un video rispetto ad altri tipi di contenuti.

Inoltre, il rapporto Video Marketing Statistics 2023 di Wyzowl conferma la rilevanza dei contenuti video nel futuro della SEO:

L‘89% delle persone afferma che nel 2023 la visione di un video le ha convinte ad acquistare un prodotto o un servizio e che nel 2024 vuole vedere più video da parte dei brand.

Trend Seo
Fonte wyzowl.com
Trend SEO
Fonte wyzowl.com

L’attenzione nel modo in cui vengono realizzati e pubblicati i video diventa dunque sempre più importante per garantire il successo del proprio brand: un trend SEO 2024 da seguire e cavalcare.

Trend SEO #5: creare valore per l’utente

Porre l’utente al centro delle proprie strategie digitali sarà un trend SEO imprescindibile nel 2024.

Per sviluppare strategie digitali successo, anche nell’ottimizzazione dei motori di ricerca, bisognerà guardare a 360° gradi, concentrandosi non solo su specifici contenuti di interesse ma realizzando in toto siti e presenze digitali che rispondano all richieste degli utenti, fornendo contenuti utili e di valore capaci di soddisfare le esigenze.

Nel 2024 la SEO si orienterà verso un approccio più centrato sull’utente, etico e tecnicamente avanzato.

Conoscere, analizzare e comprendere il proprio target sarà ora più che mai fondamentale: noi sappiamo come farlo, contattaci o vieni a trovarci in Via Panzeri 10 a Milano.

Intelligenza Artificiale: un grande e continuo successo

Il 2023 è stato l’anno dell’Intelligenza Artificiale.

L’AI (Artificial Intelligence) è stata anche nominata come la parola dell’anno 2023 dal Collins Dictionary, l’autorevole dizionario inglese pubblicato dall’omonima casa editrice britannica.

Ma cos’è realmente l’Intelligenza Artificiale?

L’Intelligenza Artificiale (AI) nasce con l’avvento dei computer e la sua data di nascita viene fissata nel 1956.

È un ramo dell’informatica che consente la programmazione e la progettazione di sistemi (hardware e software) che permettono di dotare le macchine di caratteristiche che vengono considerate tipicamente umane. Non solo quindi intelligenza intesa come capacità di calcolo o di conoscenza di dati astratti, ma anche e soprattutto forme di intelligenza come l’intelligenza spaziale, sociale, cinestetica e introspettiva.

I sistemi di Intelligenza Artificiale prendono le decisioni attraverso degli algoritmi che consentono di definire una conoscenza di base e una conoscenza allargata, ossia creata tramite l’esperienza. Algoritmi sempre più precisi e complessi sono realizzati da uno specifico settore, denominato rappresentazione della conoscenza, che studia tutte le possibilità di ragionamento dell’uomo e il modo per rendere tale conoscenza comprensibile alle macchine tramite un linguaggio e dei comandi sempre più precisi e dettagliati.

L’intelligenza artificiale fa parte della quotidianità di ognuno di noi: dal riconoscimento vocale degli smartphone ai sistemi di sicurezza al settore automobilistico, tutti questi sistemi si basano su algoritmi tipici dell’Intelligenza Artificiale.

Il grande successo dell’app di intelligenza artificiale ChatGPT

ChatGPT è l’acronimo di Chat Generative Pre-trained Transformer (letteralmente “trasformatore generativo pre-addestrato”), un chatbot basato su intelligenza artificiale e apprendimento automatico, sviluppato da OpenAI, un laboratorio di ricerca sull’intelligenza artificiale.

Secondo uno studio di Writerbuddy, ChatGPT in soli dieci mesi dalla sua creazione ha guadagnato 14 miliardi di visite, posizionandola in classifica come l’app di intelligenza artificiale più usata al mondo nel 2023.

Intelligenza Artificiale
Fonte: writerbuddy.ai

Grazie a ChatGPT è possibile generare immagini, redigere e tradurre testi, creare linee di codice.

Da pochissimo OpenAI ha inoltre reso disponibile al pubblico GPT Store, la piattaforma che consente agli utenti di condividere le proprie creazioni, come le chat AI create tramite GPT e non solo. In programma anche un sistema che garantisca una remunerazione agli sviluppatori GPT entro il primo trimestre dell’anno.

ChatGPT è una grande invenzione che lascia aperti tanti dibattiti, tra i quali le implicazioni nel mondo del lavoro e la mancata privacy dei cittadini.

Le intelligenze artificiali infatti, data anche la grande notorietà riscossa da ChatGPT, sono diventate anche qualcosa da regolamentare come si è visto in Usa, con l’ordine esecutivo firmato dal preseidente Joe Biden il 30 ottobre. Anche l’Europa si è mossa verso questa direzione, con la nascita di Ai Act, il regolamento europeo che dovrebbe entrare in vigore nel 2026 con l’obiettivo di proteggere i cittadini dell’Unione dai rischi delle nuove tecnologie, garantendo un bilanciamento tra innovazione e protezione e tutelando l’integrità dei diritti delle persone.

L’intelligenza artificiale e la generazione di immagini

Tra gli strumenti di AI, la categoria “Generatore di immagini” è quella che secondo lo studio di Writerbuddy sta crescendo maggiormente, con un totale di 14 tool.

Intelligenza Artificiale
Fonte: writerbuddy.ai

Negli ultimi mesi si è parlato spesso delle immagini generate con Midjourney, un programma di intelligenza artificiale che crea immagini da descrizioni testuali: molte hanno suscitato scandalo, come quella di Papa Francesco raffigurato con un vistoso e costoso piumino Balenciaga.

Attraverso la generazione di immagini sta prendendo piede anche la presenza degli AI Influencer, ovvero influencer virtuali creati e gestiti da algoritmi di intelligenza artificiale. Ne parliamo qui.

Come sfruttare al meglio l’AI nelle strategie di comunicazione?

L’era digitale è sempre in continua evoluzione. L’Intelligenza Artificiale è uno strumento che, se ben utilizzato (e noi in IAKI lo sappiamo bene!), può aiutare nella costruzione di strategie efficaci e innovative per i brand.

L’utilizzo delle tecnologie AI può permettere la creazione di piani di comunicazione più competitivi, offrendo soluzioni sempre più personalizzate e adattabili alle mutevoli esigenze del mercato.

La sinergia tra la creatività umana e le capacità analitiche dell’Intelligenza Artificiale rappresenta un connubio potente.

La collaborazione tra l’ingegno umano e le competenze dell’IA apre nuove prospettive e offre vantaggi distintivi:

  • Potenziamento della Creatività: l’AI può essere utilizzata per generare idee creative, suggerire approcci innovativi e persino partecipare al processo creativo attraverso l’analisi di trend e la creazione di modelli predittivi. L’AI offre un grande serbatoio di ispirazioni e concetti, incentivando la generazione di contenuti originali e accattivanti.
  • Analisi Predittiva dei Trend: l’AI può analizzare enormi quantità di dati per identificare tendenze emergenti nei comportamenti dei consumatori. Attraverso una corretta lettura e interpretazione dei dati si possono realizzare strategie che si adattano alle mutevoli preferenze del pubblico.
  • Personalizzazione su Ampia Scala: l’AI consente la personalizzazione delle strategie di comunicazione su scala più ampia e con maggiore precisione. Analizzando i dati relativi al comportamento degli utenti, l’AI può suggerire personalizzazioni specifiche per gruppi di pubblico, affinchè ogni messaggio sia rilevante e coinvolgente.

Utilizzo dell’AI nell’advertising social e all’interno dei siti web

Diversi software basati sull’Intelligenza Artificiale sono ampiamente utilizzati nel social advertising e nella realizzazione di siti web così da migliorare l’esperienza utente e l’automatizzazione di processi complessi.

Grazie all’AI si possono infatti ottimizzare le campagne adv, utilizzando targeting avanzati basati sui dati demografici e comportamentali e mediante l’analisi dati si possono migliorare le prestazioni delle campagne media.

Nei siti web si possono inserire Chatbots che forniscono assistenza automatica agli utenti, rispondendo a domande frequenti, guidando gli utenti attraverso il sito e raccogliendo informazioni utili per l’analisi.

Vi sono software che utilizzano l’apprendimento automatico per testare varianti di pagine web e determinare quali sono più efficaci nel raggiungere gli obiettivi desiderati, come conversioni o interazioni o che offrono personalizzazioni dei contenuti basate sui dati comportamentali degli utenti, migliorandone l’esperienza di navigazione e aumentandone il coinvolgimento.

In conclusione, l’unione tra la creatività umana e le capacità analitiche dell’IA rappresenta una forte forza trainante per l’evoluzione della comunicazione. Mentre l’Intelligenza Artificiale offre analisi approfondite e previsioni basate sui dati, la creatività umana continua a portare un tocco unico, emozionale e intuitivo che consente di offrire soluzioni di comunicazione sempre più efficaci, pertinenti e in sintonia con i pubblici di riferimento.

Vieni a trovarci in Via Panzeri 10 a Milano o contattaci per costruire insieme la strategia migliore per il tuo brand.

Strategia omnichannel: che cos’è e come funziona?

Abbiamo parlato spesso nel nostro blog di strategia omnichannel  (perché siamo un’agenzia omnichannel 😉 e questo è quello che ci viene meglio). Ma sei sicur* di sapere di che cosa si tratta?

Prenditi 3 minuti, siamo pronti a fare chiarezza!

Che cosa si intende con “omnichannel”?

Innanzitutto chiariamo il dubbio: un approccio omnichannel (o omnicanale) è ben diverso da uno multichannel o crosschannel.

  • Omnichannel definisce una serie di canali che lavorano in sinergia e creano un sistema di interconnessioni tra loro. Questo per fornire all’utente un’esperienza fluida attraverso tutti i touchpoint
  • Multichannel tratta diversi canali che funzionano singolarmente e non vengono gestiti in maniera sinergica. Sono di fatto dei mondi a sé stanti
  • Crosschannel collega invece i canali della strategia multichannel rendendoli complementari, guidando così l’utente nel customer journey. Questo però non crea una vera e propria sinergia tra questi, rimanendo a un approccio limitato

In parole povere se il tuo sito web è ben fatto, la tua strategia di mobile marketing è perfetta e le tue DEM hanno un tasso di apertura altissimo ma non lavorano insieme… Allora stai attuando una buona strategia multicanale, ma non una strategia omnichannel.

omnichannel

 

Quindi come possiamo creare una strategia omnichannel?

Iniziamo con l’analisi dell’infrastruttura aziendale, per capire quali forze mettere in campo. Il come utilizzarle è proprio il cuore della strategia omnichannel. Ogni singolo canale deve lavorare in sinergia con gli altri per consentire ai consumatori la migliore esperienza a livello di customer journey.

Naturalmente non stiamo parlando solo di fluidità tra comunicazione online/offline. Una strategia omnichannel prevede che tutti i canali comunichino in modo sinergico, accompagnando l’utente da un canale all’altro in modo semplice e naturale, rendendo l’esperienza memorabile.
Che cosa contribuisce a costruire una strategia omnichannel? Sicuramente a rendere memorabile il messaggio e a indicare coerenza nella sua comunicazione, in secondo luogo consente di approcciare tutti i canali in modo semplice ed efficace, integrandoli tra loro.

Qualche esempio di strategia omnichannel

Come detto all’inizio, la strategia omnichannel è un must per i nostri clienti. Ogni giorno siamo al lavoro per rendere sempre più fluido il customer journey dei brand che si affidano a noi.

Un esempio è la comunicazione di epìLate, brand beauty specializzato in epilazione definitiva. Per il clinete abbiamo studiato una strategia omnichannel che ha visto il riposizionamento del brand e l’aumento di acquisizione contatti.
Al servizio di questa strategia omnichannel sono scesi in campo i social media, campagne advertising social e digital, ma anche un sito più chiaro e semplice da navigare, affissioni, volantini, materiali per i punti vendita (brochure e video), il tutto corredato dalla realizzazione di un brandbook che ha dettato le nuove linee guida del brand e definendone chiaramente l’identity e rendendolo più riconoscibile e distintivo.

Per Wopta abbiamo gestito i social media, le campagne social e l’ATL per far conoscere al pubblico un nuovo prodotto assicurativo che offre una personalizzazione completa sulle esigenze del cliente. Per fare questo abbiamo costruito una stategia omnichannel e una campagna che ha visto i vari canali (online e offline) lavorare in perfetta sinergia, aumentando l’awareness del brand e portando gli utenti sul sito a conoscere i dettagli delle diverse offerte.
Tutto questo in continuità con quanto fatto l’anno precedente per il lancio del brand, integrando online e offline grazie alla gestione social e campagne advertising con le affissioni e la partecipazione al progetto “Natale degli alberi“ nel centro di Milano.

L’omnichannel è proprio nel DNA di IAKI, se sei curios* di sapere che cosa possiamo fare per il tuo brand contattaci qui!

Meta e Facebook, cosa sta succedendo?

Febbraio nero per Meta e Facebook, dopo il crollo del titolo al Nasdaq (dove ha bruciato in un giorno 230 miliardi di dollari e ridotto oltre al valore azionario anche il patrimonio personale di Zuckerberg che è sceso da 120,6 a 97 miliardi di $) e il fermo nella crescita degli utenti attivi.

Ma proviamo ad analizzare meglio che cosa è successo e quale potrebbe prospettarsi il futuro in casa Meta.

I motivi della crisi

Utenti attivi in calo

Sì, è vero che per la prima volta la crescita di nuovi utenti si è arrestata per Facebook, ma parliamo di numeri altissimi e di un calo che, visto nell’intero ecosistema, possiamo definire minimo. Si è passati infatti da 1,93 miliardi di utenti giornalieri a 1,929 (sembra che quel milione di utenti in meno sia concentrato tra USA e Canada, questa defaillance così vicina a “casa” pare abbia destabilizzato gli investitori, causando la perdita in borsa). Numeri che sarebbero la rovina per ogni altro social network ma che per Meta risultano sì una batosta ma da cui ci si potrebbe riprendere in fretta e brillantemente. Del resto il meccanismo del mondo della finanza è semplice: senza crescita il trading in borsa non è profittevole e per questo gli investitori temono un calo delle azioni nei prossimi mesi.

 

iOs e pubblicità 

Un altro fattore responsabile della crisi di Meta è la modifica della privacy per iOs di Apple. Avete notato, aggiornando il software del vostro iPhone un messaggio che, all’apertura di ogni app, vi chiede se consentite o negate di tracciare il vostro comportamento da parte di società di terze parti (come Meta)? Ecco, proprio il tracciamento negato alle abitudini di consumo ha limitato molto Facebook e il suo raggio di azione nella targetizzazione del pubblico. Diversi brand hanno rispolverato l’opzione Google che, sebbene limitato nello stesso modo di Meta per il tracciamento su iOs, ha dalla sua il motore di ricerca più utilizzato al mondo da cui ricavare informazioni utili sui target.

 

I Reels e la sfida a TikTok

Reels croce e delizia di Instagram: movimentati, impattanti, di breve durata… Già, peccato che questa feature che strizza così tanto l’occhio al nemico giurato TikTok (l’app più scaricata del 2021) e che avrebbe grandi potenzialità ha ancora molta strada da fare per poter monetizzare come gli altri formati disponibili su Facebook e Instagram. 

Per il momento sappiamo che possono essere utilizzati solo per campagne conversione, traffico, copertura, views e notorietà del brand, non possono essere più lunghi di 30 secondi e lo spazio per il copy è super ridotto. 

Riusciranno i nostri eroi di Menlo Park a renderlo più competitivo?

 

La scommessa sul Metaverso

Vero è che Zuckerberg con Meta sta puntando moltissimo sul Metaverso (di che cosa si tratta? Se ancora non lo conoscete leggetevi questo articolo), ma la batosta subita riuscirà comunque a trattenere gli investitori dall’abbandonare la nave Meta? La strada potrebbe essere in salita, ma sappiamo che Facebook & co. hanno la corazza dura. 

Se il futuro è incerto siamo comunque sicuri che Facebook e Instagram (come anche WhatsApp) siano ben lontani dallo scomparire, e continuano a rappresentare un ottimo investimento per molti brand che intendono raggiungere target specifici. 

La nostra esperienza come agenzia specializzata nel multi-generation marketing ci porta sempre a non perdere di vista l’importanza del contenuto e la sua realizzazione in ottica del target a cui è rivolto: per questo, oggi più che mai, sappiamo quanto è fondamentale lavorare a contenuti perfettamente costruiti sulle esigenze della marca e “confezionati” ad hoc per il pubblico che vogliamo andare a coinvolgere (date un’occhiata alla nostra case di FIFA22, con contenuti dedicati a Gen Z e Millennial o a quella di Wacko’s dedicata ai teenager e spinta su Instagram e TikTok). 

Quindi niente panico, siamo qui per suggerirvi la strategia migliore per arrivare al vostro target in modo efficace (e ora rilassatevi e smettete di seguire le quotazioni di Meta al Nasdaq!).

Continuate a seguirci, siamo pronti a supportarvi con una strategia mirata (e naturalmente a raccontarvi i prossimi sviluppi in casa Meta)!

 

La comunicazione dopo il lockdown: un “grazie” non basterà più

Spoiler su questo articolo! Chiunque sostenga di avere la ricetta segreta per comunicare correttamente dopo la fine del lockdown o è un visionario o è Marty McFly tornato dal futuro a bordo della DeLorean.

Pausa pubblicitaria. Una musica di pianoforte accompagna le immagini di un drone che sorvola aziende, supermercati, piazze vuote. Stacco. Ritratti di impiegati, commessi, magazzinieri, trasportatori e, un po’ come le virgole nella punteggiatura di un discorso, medici e infermieri con guanti e mascherine. Una voce impostata e melliflua, di un doppiatore famoso o, magari, di una star del cinema italiano, recita un testo in cui spiccano parole come: orgoglio, forza, insieme, uniti, resistere e, infine, l’immancabile GRAZIE.

Ed ora, piccolo quiz! Di quale brand è lo spot che abbiamo appena descritto? Impossibile scoprirlo, perché manca la presenza proprio di quell’elemento che lo renderebbe distinguibile dagli altri: il prodotto o la marca.

La comunicazione al tempo della pandemia

Quella che vi abbiamo appena descritto è, più o meno, la sintesi di ciò che è stato messo on air in tv, pubblicato online e stampato sui giornali dai primi giorni di marzo a oggi, un’accalorata serie di messaggi di ringraziamento, di incitamento, di “stringiamoci insieme” che ha costituito la linea di comunicazione dei principali brand italiani (per non parlare dei brand all’estero: vedi questo link).

Per chi fa il “mestiere della comunicazione” tutto questo non avrebbe avuto senso fino a qualche mese fa. La sfida che ha sempre accompagnato brand e agenzie (talvolta riuscita, altre no) è quella di distinguersi nel messaggio e nel racconto visivo. Trovare la chiave per rendere rilevante un prodotto, per rendere memorabile la marca nella mente del consumatore è dai tempi di Madison Avenue l’obiettivo principale della comunicazione.

Abbiamo però specificato che questo modus operandi sarebbe stata la norma “fino a qualche mese fa”, quando lo tsunami della pandemia e del lockdown ha investito e sconvolto il mercato dei consumi, le abitudini delle persone, la vita in generale. Trasportati da un giorno all’altro in una “bolla”, tutti abbiamo dovuto fare i conti con una nuova realtà, anche le aziende e le agenzie di comunicazione.

Ma, sul risultato degli sforzi fatti in questo periodo, per continuare a restare connessi con i consumatori, francamente, non ce la sentiamo di puntare il dito contro. Certamente c’è chi è riuscito a distinguersi anche in questo contesto – guardate il bellissimo spot Honda, quello di Budweiser o di Heineken. Ci sono però fattori oggettivi che hanno spinto molti di loro a convergere spontaneamente verso una “generic communication of gratitude”:

    • Elevato rischio di comunicare un messaggio fuori contesto: in una situazione nebulosa, in cui non ci sono orizzonti definiti, senza la certezza di cosa cambierà domani o la settimana prossima, cercare di essere originali, fuori dagli schemi, assertivi, rischia di non trovare terreno fertile e di dire “la cosa sbagliata nel momento sbagliato”. La possibilità di offendere qualcuno, risultare insensibili, magari ridicoli è proprio dietro l’angolo.
    • Impossibilità di realizzare shooting: è vero che esistono i droni. E infatti si sono realizzati più scenari aerei delle città vuote in due mesi di quelli che hanno visto i piloti alleati durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. È vero che ormai basta un buon smartphone per girare un video, ma senza troupe, luci, trucco e parrucca, props e tutto il resto… dov’è la magia della comunicazione? È vero anche che esistono materiali d’archivio o banche video/foto online, ma è anche vero che spesso sono la fiera del generico.
    • Impossibilità di mantenere la promessa di marca: se sei un brand che produce auto o moto o che promette esperienze di libertà, se il tuo prodotto eccelle quando consumato in compagnia di amici o è necessario per viaggiare… o stai zitto o dici qualcos’altro. Come Honda.
    • Un insight poco originale ma molto condiviso: è oggettivo che questa situazione abbia diffuso una forte empatia nazional popolare, che abbia resuscitato sentimenti fino a qualche tempo fa considerati buonisti, ora semplicemente buoni.
IAKI - Comunicazione
Fonte: Ricerca Nextplora

Accanto a chi si è uniformato al trend di comunicazione che dice “grazie”, c’è anche chi ha agito in un senso completamente opposto: facendo finta di niente. Non è raro vedere in tv o sui social la stessa comunicazione pre virus che racconta contesti o messaggi adesso irrealizzabili o che esprime emozioni poco condivisibili dalla maggior parte del pubblico.

La comunicazione nell’immediato futuro

La questione, adesso, non è capire chi ha fatto bene o chi ha fatto male. Il vero nodo da sciogliere è come andremo a fare comunicazione domani, tra qualche settimana, tra qualche mese. Insomma quando a poco a poco rientrerà la normalità. O, meglio, una nuova normalità in un continuo e fluido divenire. Dovremo semplicemente fare un rewind e tornare ai linguaggi e messaggi pre-virus o dovremo affrontare un nuovo modo di fare comunicazione?

Sicuramente non fare quello che stiamo facendo oggi. Tra poco riaccenderemo la luce su una società diversa, che non avrà più voglia né bisogno di sentirsi dire “grazie” o di un ottimismo troppo ottimista. Non vorrà neppure sentirsi dire che “non è successo niente” e che “tutto è come prima”. Per una ragione molto semplice: non è vero.

Troppe cose sono cambiate e cambieranno ancora. E saranno proprio quelle che dovranno studiare e analizzare aziende e agenzie per evolvere:

  • Cambierà il concetto di spazio: siamo passati da un mondo con orizzonti infiniti a una costrizione in pochi metri quadri. Per due mesi siamo stati collegati al resto del mondo in forma digitale. C’è voglia di libertà ma sarà una libertà limitata a spazi e modalità in sicurezza. Si tornerà a vivere situazioni di comunità ma quegli spazi verranno vissuti in modo differente.
  • Cambierà il concetto di tecnologia: l’isolamento forzato ha accelerato la digitalizzazione (qui una nostra riflessione riguardo proprio la Digital Transformation) di persone e famiglie (pensiamo solamente alla scuola a distanza) e ha permesso di comprendere il valore di quegli strumenti e servizi davvero necessari e di quelli, invece, superflui.
  • Cambierà il concetto di tempo: se prima il tempo era atomizzato in mille micro attività e impegni, oggi e forse domani le nostre giornate avranno una dimensione più dilatata. Per alcuni sarà un problema incastrare tutto in slot temporali più a “blocchi”, per altri la vera paura sarà la noia.
  • Cambierà il concetto di responsabilità: chi più chi meno, l’emergenza ci ha costretto a fare i conti con le nostre responsabilità, di persone ma anche di cittadini. Da un lato, per la prima volta abbiamo seguito regole non solo per etica ma per obbligo, dall’altro è cresciuta spontaneamente la sensibilità e l’attenzione verso i comportamenti virtuosi. Anche delle aziende.
  • Cambierà il concetto di persona: l’isolamento ha portato a rivedere il concetto di individuo e di socialità. Lo “stare insieme” non presume più necessariamente il contatto fisico. È caduta la barriera tra immagine pubblica e privata (molto banalmente tutti hanno visto in call l’interno delle case degli altri). La famiglia ha assunto un ruolo ancora più fondamentale di quello che aveva prima. Le relazioni con gli altri sono e saranno sempre più selezionate: se posso vedere meno persone, devono essere di valore.

Ecco, le persone, i pubblici, i consumatori insomma. Dovranno essere loro il vero oggetto di analisi: in che direzione andranno, cosa pensano, che bisogni avranno?
Perché è ovvio che le emozioni e le preoccupazioni di questa primavera avranno un impatto forte sui bisogni nei prossimi mesi e, di conseguenza, sulla definizione di nuovi insight di comunicazione.

Potremmo riassumere il mood attuale in tre emozioni/preoccupazioni:

  • Salute: siamo tutti preoccupati per la nostra salute e per quella della nostra famiglia
  • Soldi: meno soldi da spendere in modo più oculato e selezionato e spesso poche certezze lavorative
  • Futuro: non ci sono certezze né sul quando né sul come potremo tornare ad avere una quotidianità “normale”
IAKI - Mappa delle emozioni
Fonte: Il Sole 24 Ore

I nuovi bisogni

Con un piccolo sforzo possiamo proiettarci tra qualche settimana, immaginando l’evoluzione di questo mood in nuove necessità:

  • Bisogno di protezione: cercheremo luoghi, servizi e prodotti che garantiscano a noi e alla nostra famiglia esperienze “safe”.
  • Bisogno di esorcizzare la paura: non potremo vivere focalizzati solamente sulla paura. Avremo voglia e bisogno di “staccare” ma in modo leggero e intelligente.
  • Bisogno di recuperare il tempo perduto: due mesi non sono una vita, ma la sensazione di essere stati in letargo c’è. Vorremo goderci ogni singolo istante della libertà ritrovata, soddisfacendo desideri (accessibili) di cui siamo stati privati durante il lockdown.
  • Bisogno di normalità: abitudini, quotidianità, socialità, spazi ed esperienze condivise. Cose che prima di marzo davamo per scontate saranno vissute come preziose.

La comunicazione ha sempre lavorato sui bisogni e sui desideri, traendone insight efficaci e originali. Ed è da qui che, probabilmente, dovrà ripartire la comunicazione per elaborare messaggi che vadano a toccare corde nuove.

Aziende e agenzie sono davanti a uno scenario inedito, a un episodio zero della comunicazione che non può avvalersi del classico “nelle puntate precedenti…”. La definizione della comunicazione di domani è un percorso che dovrà necessariamente unire brand e agenzie a partire da analisi sui pubblici, sulle abitudini, su canali e touchpoint. E non potrà essere gioco-forza una ricetta universale, ma una riflessione fluida e costante che si adatti velocemente ai cambiamenti sociali.
Un po’ come nella cucina moderna.

Noi, nella nostra agenzia, crediamo che in questo momento sia più importante avere ingredienti di qualità, tecniche affidabili e l’esperienza di professionisti piuttosto che affidarsi a “dogmi e teorie” che rischiano di non rappresentare il “vero” pubblico. È possibile che nel prossimo futuro il menu della comunicazione debba essere costruito con ingredienti inediti (i nuovi social, le nuove piattaforme di live streaming) o considerati fino ad ora meno rilevanti o superati (il face to face nell’on field, i micro tour territoriali, i blog tematici, etc.)

Spunterà “dal mucchio” chi si comporterà come viene chiesto oggi agli italiani: mettere da parte le vecchie abitudini e trovare nuove certezze.

Festa della Donna: fra strategie di comunicazione e brand positioning

Se ti sei fatto la domanda “Dobbiamo ancora festeggiare la giornata della donna?” forse non hai mai aperto i social negli ultimi anni.
La Festa della Donna è nata agli inizi del ‘900 per ricordare sia le conquiste sociali, economiche e politiche, sia le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto.

I numeri contano: l’impatto globale dell’#InternationalWomensDay

La Festa della Donna è una giornata importante anche per i brand nazionali e internazionali, che vogliono essere presenti per onorare al meglio la causa. Le pagine di tutto il mondo, infatti, si uniranno sotto un hashtag universale: #InternationalWomensDay.
Questo, nel 2018, ha fatto registrare su Instagram più di 100 mila post e una reach di 2.6 miliardi.
Anche in Italia i numeri evidenziano una viralità potente: su Twitter l’hashtag #8marzo ha raccolto oltre 70.000 menzioni ed è stato quello che ha coinvolto maggiormente gli utenti, seguito da #FestaDellaDonna, con oltre 13.500 menzioni.

L’8 Marzo è sicuramente uno degli avvenimenti più importanti nel mondo digital, sia per il potere dei numeri, sia per l’impatto che le campagne possono avere a livello globale, essendo un tematica sempre attuale ed essenziale. È quindi necessario essere davvero presenti, mettendo in campo il proprio sostegno alla causa e passando da una strategia di comunicazione ad un impegno concreto.

Brand positioning improntato al valore: le social campaign durante la Festa della Donna

Infatti in questi anni, le offese dei leoni da tastiera hanno preso di di mira soprattutto le donne. Lo dimostra il dato riportato da Vox Diritti: nel 2018 su Twitter in Italia, la categoria che ha ricevuto più insulti è proprio quella della donna, seguita da insulti legati a temi quali omofobia e immigrazione.
Per un totale allarmante: 743mila tweet riguardo le donne, di cui 326mila le offese e gli insulti che si sono susseguiti in quest’ultimo anno.

Anche per questo motivo, sono molte le pubblicità e le social campaign che in questi anni hanno cercato di “esserci” per la festa della donna e per le donne, veicolando un messaggio educativo, emozionale nel tentativo di abbattere gli stereotipi più comuni. Scegliere di esporsi in questa giornata può essere sicuramente rischioso per un brand, considerando il possibile esito negativo dell’iniziativa.

Strategie di comunicazione a confronto

Come è successo a Gillette, che ha deciso di spingersi contro la “toxic masculinity” e sostenere il movimento #MeToo con un video diventato subito virale che, insieme a diversi apprezzamenti, ha registrato un sentiment prevalentemente negativo proprio da parte del pubblico maschile di riferimento del brand. Ha ricevuto infatti quasi 1 milione e mezzo di Dislike su YouTube (a fronte della metà di Like) e si stima che, nella prima settimana dopo il lancio, si sia verificato un significativo calo di vendite.
Nella pubblicità non vediamo creme o rasoi, ma immagini di una mascolinità tossica, scene di molestie e abusi nei confronti delle donne. Uno spot pro-umanità che ha avuto il coraggio di parlare al proprio pubblico, quasi totalmente maschile, in modo femminista, per rinnovare la propria immagine ed esortare gli uomini ad avere atteggiamenti più positivi e meno sessisti nei confronti delle donne, con l’obiettivo di puntare ad un futuro auspicabile e a dare un modello positivo agli occhi dei bambini di oggi, gli uomini del futuro.

Un riscontro totalmente positivo e inaspettato, di cui si parla ancora tanto, è invece la statua della Fearless Girl presente davanti ai palazzi di Wall Street. A oggi, la bambina senza paura è diventata una vera e propria attrazione turistica a New York, mentre sui social network i post dedicati hanno raggiunto cifre impressionanti. Su Twitter, dopo 12 settimane dalla sua comparsa, per la festa della donna del 2017, i tweet a riguardo hanno toccato i quattro miliardi di visualizzazioni, mentre le foto su Instagram i 700 milioni. L’obiettivo era quello di ricordare quanto ancora sia ostacolata, la presenza femminile nel settore della finanza e nelle posizioni dirigenziali.

È fondamentale infatti essere dediti a questa “causa”, avere qualcosa da raccontare e insegnare: una campagna priva di questi obiettivi non potrà che trasformarsi in un buco nell’acqua, o in un RTM da calendario qualsiasi.

Una social campaign per diffondere messaggi positivi: ecco perchè scegliere di rischiare, soprattutto alla Festa della Donna

Se parlare di donne sui social è così delicato perché quindi rischiare? Perché abbiamo in mano il potere di utilizzare gli strumenti di comunicazione e possiamo sfruttarli per diffondere messaggi positivi, assumersi il rischio di diventare virali, anche se inizialmente può essere visto in modo negativo, con idee che educhino l’ignoranza e combattano il sentimento di hate speech, di sessismo e bullismo, ormai diventato una “moda” senza senso e sempre più difficile da contenere. E se la Festa della Donna è un momento dove la sensibilità generale è più alta su questi temi, è giusto sfruttarlo per definire il brand positioning su valori e posizioni ben chiari. Non si tratta di genere, ma semplicemente di essere umani.

Commodity branding: dal “comune” allo straordinario

L’arte del branding: la forza motrice che potrebbe trasformare persino i prodotti più comuni in qualcosa di straordinario. Concetto particolarmente vero quando si tratta di “commodity branding”, una strategia di mercato che ha come obiettivo quello di dare nuova vita e valore ai beni di consumo che, per natura, possono sembrare del tutto ordinari.

Cos’è il commodity branding?

Le commodities o beni di consumo di base sono quei prodotti che spesso vengono considerati come sostituibili o intercambiabili tra loro. Riso, farina, olio e acqua “si vendono da soli” in quanto parte della quotidianità di ognuno di noi. In un mondo in cui la concorrenza sembra essere spietata e i consumatori sempre alla ricerca della miglior offerta, il commodity branding diventa cruciale per differenziare un prodotto da un altro.

Il commodity branding, infatti, cerca di dissociare il prodotto dai propri concorrenti con strategie pensate per creare un posizionamento unico. Come? Partendo prima da un design nuovo, fresco e accattivante per poi passare da una strategia marketing efficace, meglio se affiancata da un sito web con e-commerce perfettamente funzionante.

Come funziona?

Quali sono gli step che un’azienda decisa a posizionare il proprio prodotto rispetto alla concorrenza dovrebbe seguire?

Partiamo!

1. Creazione di una ben definita identità di brand

Questo primo step potrebbe includere la creazione di un logo memorabile o una palette di colori che aiutino a rendere il prodotto riconoscibile per i consumatori

2. Comunicazione dei valori di marca

Molte aziende utilizzano il commodity branding come mezzo per comunicare i valori del brand. Non esiste miglior esempio di Gastona, produttori di carta igienica interamente realizzata in bamboo.

 

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In questo caso il fattore ecologico diventa centrale nel dare valore aggiunto a una commodity. Molto importante notare come, anche in questo caso, sia il branding a trasmettere forte e chiaro il messaggio e a far spiccare il prodotto.

3. Raccontare una storia

…che connetta i consumatori al prodotto. Queste storie possono riguardare l’origine del prodotto, le persone coinvolte nella sua produzione o addirittura le esperienze dei consumatori che lo utilizzano, in modo da creare un forte legame emotivo.

4. Innovazione continua

Preservare l’interesse e la rilevanza di un prodotto è un pilastro fondamentale di questa pratica. L’obiettivo viene raggiunto con un costante processo di innovazione che comprende l’introduzione di nuove varianti di prodotto, confezioni eco-sostenibili o il miglioramento della qualità del bene stesso.

5. Strategie di prezzo e promozione

Anche le strategie legate al prezzo del prodotto possono giocare un ruolo chiave. Offrire sconti o promozioni speciali può attirare, prima, e trattenere, poi, i consumatori.

Gli esempi più efficaci di commodity branding

Per ottenere una comprensione accurata di questo modello di business, niente supera l’approfondimento tramite casi studio che emergono come esempi particolarmente rappresentativi e creativi.

Liquid Death: l’acqua per “veri duri”

 

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Di cosa si tratta? Semplicemente di acqua… con un packaging accattivante che sembra disegnato da un adolescente ribelle e un claim che restituisce perfettamente il messaggio: “Murder your thirst” (uccidi la tua sete).
Grazie a un po’ di fortuna e a una strategia killer (per rimanere in tema) Mike Cessario, l’inventore della Liquid Death, ha fatto centro: oggi la sua azienda vale 700.000.000 di dollari.

Gaza: l’unico olio d’oliva “squeezable”

Se siete abituati alla “cultura dell’olio d’oliva mediterranea” passate direttamente alla prossima case. Qui parliamo di un olio d’oliva che rompe la monotonia della bottiglia di vetro verde scuro per adottare un design in plastica, caratterizzato dalle distintive grafiche del brand e da un pratico beccuccio.

 

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Il brand si propone come un olio fresco, sano e buono, ma a un prezzo onesto, capace di rendere questa categoria merceologica vicino ai giovani, seppur da sempre legata alla tradizione. Questa scelta deriva dalla volontà di rivolgersi a un pubblico specifico: giovani adulti che hanno da poco scelto di vivere soli e che si trovano di fronte alla necessità di effettuare acquisti che in passato erano soliti gestire attraverso i propri genitori.

EspressOh: no, non stiamo parlando di caffè

Navighiamo in un mare in cui i pesci sono i brand di prodotti beauty, un mare in cui distinguersi sembra, ad oggi, davvero difficile. EspressOh dal 2018 ci riesce molto bene, ponendosi come qualcosa di totalmente innovativo ma indispensabile (proprio come il caffè espresso).

 

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Potremmo definire Dewy Latte una semplice crema idratante, nel nostro immaginario confezionata in una (altrettanto) semplice scatola quadrata, quelle a cui tutti siamo abituati. Invece no, EspressOh ha optato per metterla in commercio proponendola in una confezione simile a quella “del latte”, proprio come quella che nonna comprava all’alimentari sotto casa.
Un’estetica semplice e confondibile, ad oggi sicuramente uno dei punti di forza del brand.

In sintesi, il commodity branding è una strategia di mercato che ha la capacità di trasformare prodotti apparentemente comuni in marchi di successo. Questa pratica non solo aiuta a differenziare un prodotto da quello dei competitor, ma crea anche un legame emotivo con i consumatori, aumentando il valore percepito e la loyalty dei clienti.

Il commodity branding rappresenta un’arma essenziale nel kit di strumenti di qualsiasi brand che desideri distinguersi. In un panorama così competitivo, è fondamentale affidarsi a chi ha gli strumenti per far emergere nel modo migliore le specificità di marca. Se l’argomento vi incuriosisce, la nostra agenzia è pronta ad aiutarvi. Prendiamoci un caffè oppure parliamone qui!