Live streaming e social distance: una diretta ci salverà

Le live streaming sono state un po’ una benedizione durante l’emergenza sanitaria degli ultimi mesi. Inutile negarlo, ci sono attività che nella fase 2 (ma anche più avanti) sono di difficile realizzazione visto che la distanza sociale rimane una realtà. Come fare se le regole dicono ancora: niente assembramenti e distanza di almeno 1 metro tra le persone?

Che fine fanno tutti gli incontri che prevedono la presenza di 100, 500 o migliaia di persone nel medesimo luogo allo stesso momento? Non parliamo solo del campionato di Serie A, ma anche di manifestazioni culturali, festival o più semplicemente di presentazioni di libri.

Naturalmente è tutto da rivedere, emergenza coronavirus e sicurezza impongono una totale revisione degli spazi e dei modi di fruizione degli incontri fisici, ed è qui che la tecnologia viene in aiuto di artisti e pubblico.

Sì, perché se c’è una cosa che ci hanno insegnato le piattaforme di videoconferenza come Zoom e Skype negli ultimi tre mesi, è che una video call azzera le distanze.

Ma ci sono altri vantaggi dal punto di vista della comunicazione, vediamoli insieme:

  • Una live streaming si può seguire ovunque: o altrimenti detto, se il tuo pubblico non può venire da te, vai tu da lui! In termini di comodità non ci sono paragoni né è possibile pensare a scenari migliori: si evitano file, attese e basta veramente un clic per partecipare a un incontro online.
    Un esempio? Le dirette streaming del Salone del Libro che causa Covid-19 ha posticipato l’evento in fiera a settembre, ma non ha voluto rinunciare a qualche occasione di incontro con gli autori a maggio. (Ad aprire SalToEXTRA è stato Alessandro Barbero, con una lectio inaugurale che ha fatto la gioia dei fan dello storico. 🔥)
  • La live streaming elimina le sovrastrutture: evviva, finalmente un modo per dare ampio spazio alla sostanza! Si eliminano i “rumori” di fondo e i riempitivi per andare dritti al punto, per la gioia di chi ama la concretezza. Un esempio? I tanti webinar (tipo questo di Università Cattolica) che hanno animato la rete in questi mesi particolari o le dirette di Marco Montemagno, personalità del mondo web e tech. 📢
  • La live streaming è perfetta per gli utenti che amano interagire: la diretta si guarda, è vero, ma durante tutta la durata è possibile partecipare attivamente: sarà per questo che Instagram ha dedicato alla modalità diretta una sezione Q&A impostata unicamente alle domande della community a cui i protagonisti della live possono rispondere?

IAKI - Instagram Q&A live streaming

Ecco, se il vostro brand ha qualcosa da dire in questo momento, le live streaming sono la risposta!

Su che canale farle? A questo proposito non avete che l’imbarazzo della scelta: Facebook, Instagram e Youtube sono sicuramente i social più utilizzati, ma anche Twitch e Twitter potrebbero regalarvi grandi soddisfazioni. E no, non dovrete ingaggiare una troupe cinematografica.

Per una live streaming Facebook ad esempio potrete pensare a creare una diretta con regia in modo da:

  • Dare il giusto spazio in video a ogni relatore, regolare il volume dei loro microfoni, ecc
  • Condividere una schermata o inserire un elemento grafico o video
  • Customizzare con grafiche e overlay
  • Far comparire nel video un commento social da parte di un utente
  • Invitare partecipanti del pubblico alla live

Insomma, nulla da invidiare a un’occasione di incontro fisica, ma con un plus non indifferente: un risparmio economico importante. Pensate solo a spostamenti, vitto, alloggio, logistica, attrezzatura, prenotazioni location e tanto altro…

Dite la verità, vi stiamo tentando eh?

Allora date uno sguardo a uno dei nostri lavori in materia di live streaming (qui il lancio di Fifa 20 per Electronic Arts) e poi scriveteci: organizzeremo per voi una live streaming di successo!

Il Virtual Office di Lark: stay hungry, stay smart!

Qualche mese fa per alcune aziende sembrava impossibile poter organizzare il lavoro di ogni giorno da casa, eppure l’emergenza virus ha costretto tutti a cambiare prospettiva e mentalità, verso una delle più veloci digital trasformation degli ultimi anni.
E così, in meno di due giorni, gli uffici di tutta Italia si sono attivati con:

  • Smart working
  • Telelavoro
  • Chat
  • Video-conferenze.

Ogni mattina, davanti al primo caffè della giornata, ci siamo ritrovati ad aprire non solo le email e l’agenda di lavoro, ma anche una sfilza infinita di chat e tool differenti per le video call del giorno.

E così, tra colleghi che a ogni ora ci contattavano su una chat diversa o programmavano call sull’ennesima app, ci è apparso davanti come una visione celestiale proprio lui… Lark!

Virtual Office: una feature per smartizzarli…

No, non si tratta del nome del nostro nuovo cane o animale domestico, bensì di una suite office di nuova generazione in cui abbiamo trovato un alleato perfetto per l’organizzazione del nostro lavoro. In realtà già vi avevamo spillolato tutte le best feature, ma per chi se lo fosse perso, con la piattaforma è possibile gestire i flussi interni di lavoro del proprio team da casa, in un unico workspace.

Pronti quindi a ripulire la memoria del vostro smartphone e PC, perché per calendar, documenti, chat e video-call vi basterà (finalmente!) una sola app.

In particolare, tramite la funzionalità di Virtual Office è possibile avviare una chat room audio che può contenere fino a 50 partecipanti contemporaneamente (per la gioia delle vostre orecchie!).

IAKI - Lark Virtual Office 1

Fonte: larksuite.com

All’interno del tuo ufficio virtuale potrai:

  • Visualizzare l’elenco dei partecipanti
  • Disattivare l’audio
  • Invitare nuovi membri a partecipare

E se avessi bisogno di assentarti per qualche “urgente” motivo (come l’arrivo del corriere che suona al citofono per consegnarti l’ennesimo acquisto online)? Potrai tranquillamente disconnetterti dal Virtual Office, lasciando la sessione in funzione per i membri del tuo team, e raggiungerli nuovamente in qualsiasi momento.

My Virtual Office is better than yours!

Le chiamate o le videochiamate presuppongono una pianificazione degli argomenti da discutere, un orario e dei temi prestabiliti. Insomma una vera e propria comunicazione intenzionale e, in un certo senso, in via più ufficiale.

Il Virtual Office si allontana dal concetto di “riunione” e cerca di replicare l’ambiente di lavoro tramite una comunicazione spontanea che fa sentire il team fianco a fianco, come se tutti i colleghi fossero alla stessa scrivania.
Di’ la verità, non ti manca scambiare due battute con il tuo “compagno di banco” mentre discutete delle prossime idee e avanzamenti di progetto? Beh, con Lark sarà un po’ la stessa cosa, ma potrete rimanere tranquillamente in tuta e senza pettinarvi: il bello del Virtual Office è che nessuno lo noterà!

E quando proprio non riesci a fare a meno delle videochiamate…

Il Virtual Office è fantastico, ma quando il tuo responsabile chiede di mostrargli il progetto a cui stai lavorando è inevitabile fissare un video meeting.
E allora perché utilizzare Lark anche in questi casi?
Semplice, oltre alla normale condivisione dello schermo, il tool permette ai partecipanti del meeting di condividere e modificare allo stesso tempo i propri documenti con diverse modalità di visualizzazione:

  • Modalità Free: i partecipanti possono scorrere il documento individualmente
  • Modalità Follow: i partecipanti seguono l’avanzamento della persona che sta condividendo il file

È inoltre possibile modificare le autorizzazioni del documento permettendo a tutti di apportare direttamente le modifiche su di esso in modalità “live”, in poche parole potrai lavorare sullo stesso file insieme ai tuoi colleghi. Fantastico, no?

IAKI - Lark Virtual Office 2

Fonte: larksuite.com

Pronti a farvi catapultare in un’esperienza di lavoro da remoto a 360°?

HOW TO: la digitalizzazione nel post lockdown

Questo non è uno dei soliti articoli in cui leggerete analisi su quanto è stato difficile vivere in quarantena o previsioni pessimistiche sul futuro o sulla digitalizzazione: in 👏🏻 questo 👏🏻 articolo 👏🏻 vi 👏🏻 diciamo 👏🏻 come 👏🏻 rispondere 👏🏻 alla 👏🏻 nuova 👏🏻 fase 👏🏻 di 👏🏻 post-lockdown👏🏻.

Quindi mettetevi comodi e prendete appunti.

Uno degli impatti più rilevanti del del Covid-19 nell’ambito lavorativo è stato, e sarà, legato alla sfera tecnologica e organizzativa: aziende, scuole e professionisti sono stati costretti a operare una vera e propria trasformazione delle loro attività. La pandemia sta rivoluzionando gli aspetti legati alla digitalizzazione delle imprese, i metodi di lavoro, le modalità di comunicazione e di relazione, mostrando la forte presenza di analfabetismo digitale in molte aziende italiane.

La digitalizzazione della Cina: verso il futuro… e oltre!

La Cina sembra essere già entrata già nella fase di ripresa, rispondendo positivamente ai digital needs che sono emersi durante il lockdown. Nel Paese da cui è partito il virus, oggi si guarda avanti verso la realtà aumentata e la trasformazione di servizi che prevedono la riduzione di contatti personali per favorire le nuove tecnologie e l’automazione.

In Italia che cambiamento avverrà? Riusciremo a tenere il passo della Cina?

Prima fase: il digital attraverso lo specchio

Un po’ come l’Alice di Lewis Carrol, facciamo un salto attraverso lo specchio per vedere le cose da un’altra prospettiva. Il primo passo in Italia è stato fatto concedendo ai lavoratori la possibilità di eseguire le proprie attività da remoto, direttamente dal proprio domicilio. La velocità con cui molte persone si sono trovate a dover dare questa risposta è stata estrema, tanto che all’inizio del lockdown circa 11 milioni di italiani (secondo i dati forniti dalla giornalista Milena Gabanelli) si trovavano a lavorare da casa in assenza di connessione: oggi, dopo due mesi, solo pane e smart working.

E chi sono i Montgomery Burn della situazione, se non le piattaforme di video conferenza come Zoom, Google Meet, Microsoft Teams? Appunto.

Tra l’altro, per dovere di cronaca, vi segnaliamo anche Lark, una suite office di nuova generazione arrivata dalla Cina. Ne parliamo qui più approfonditamente.

Seconda fase: cambiare, adattarsi, evolversi!

Il secondo step della fase di digitalizzazione prevede necessariamente un riposizionamento delle aziende nei mercati per rispettare le normative vigenti e continuare le attività. Fin dalla scuola abbiamo studiato che solo le specie in grado di evolversi e seguire i cambiamenti potevano sopravvivere. Proprio questo, oggi, viene chiesto alle imprese: evoluzione e trasformazione, una richiesta che strizzi l’occhio alla digitalizzazione dei servizi.

L’esempio più immediato lo si ha avuto nel settore della ristorazione in cui il servizio di delivery è diventato da un giorno all’altro la principale e unica fonte di reddito: per citare alcuni dati, Deliveroo e Supermercato24 solo nel mese di marzo avevano ottenuto una crescita del 30-40%. Alzi la mano chi non ne ha mai usufruito durante la quarantena!

Il contatto è stato ridotto al minimo grazie a facilities digitali che hanno permesso il distanziamento sociale, rispondendo comunque ai bisogni degli utenti. Nella ristorazione, solo chi già utilizzava app di delivery e sfruttava servizi digital per mostrarsi al pubblico è riuscito a sopravvivere. Come? Comunicando agli utenti le nuove modalità di ordinazione e mostrandosi attivi sul territorio.

Con la riapertura delle aziende manifatturiere e, presto, dei negozi quali saranno i nuovi cambiamenti? In che modo, soprattutto le piccole e medie imprese, decideranno di offrire i loro servizi e prodotti sfruttando gli strumenti digitali?

Terza fase: let’s get digital!

Il terzo step della fase di digitalizzazione è ottenere la presenza online di aziende provenienti da tutti i settori. Nonostante il web faccia parte della nostra vita, professionale e privata, non tutti hanno ancora capito l’importanza per la propria attività di avere una presenza sul web e sui social. Secondo i dati ISTAT, nel 2019:

  • Solo 4 aziende su 10 avevano una connessione fissa o ultra veloce
  • I social media venivano utilizzati dal 45,6% delle imprese tra i 10 e i 49 dipendenti e dal 70,9% dalle imprese con più di 250 dipendenti
  • Queste ultime hanno effettuato vendite online solo per il 35,6% mentre nelle aziende con 10-49 addetti solamente il 12,8%

Sembra essere proprio questo il momento giusto per cambiare mentalità. È importantediventare più smart e completare la trasformazione digitale in tutto il Paese, assolvendo alla principale necessità del prossimo futuro: comunicare e lavorare con il pubblico limitando al minimo i contatti fisici.

Durante il lockdown le piattaforme social hanno sviluppato per i brand nuovi format e servizi per stimolarne l’attività e aiutarle in questa fase di digitalizzazione.
Facebook, ad esempio, si è attivato creando una sezione ad hoc di Facebook for Business con diversi consigli per le aziende, gli strumenti per sfruttare al meglio il mondo dei social non mancano!

Digitalizzazione: le nostre conclusioni

Iniziamo quindi questa nuova normalità digitale a step e progressivi aggiornamenti. Prendendo spunto dalle imprese più tecnologiche e dai servizi più innovativi che ci circondano è arrivato il momento di spingere sull’acceleratore della digital transformation ed iniziare un nuovo percorso.

La creatività nella ricerca di nuovi metodi di lavoro e lo spirito di adattamento saranno probabilmente le armi vincenti per intraprendere la strada giusta. L’obiettivo per tutte le aziende sarà quello di riposizionarsi in un mercato che ormai pretende una presenza digitale e una rivoluzione nei metodi di lavoro.

Ma se, dopo aver letto le nostre istruzioni sui tre step della digitalizzazione, vi state chiedendo da dove iniziare con questa trasformazione, noi abbiamo gli ingredienti giusti per voi:

  • 120gr di social media marketing
  • qb di community management
  • 200 ml di advertising

Inoltre, fondamentale la consapevolezza di conoscere tutte le novità in real time per rendervi i più competitivi del mercato.

Lark: 5 motivi per scaricare l’office suite di nuova generazione

Se avete iniziato a leggere questo articolo, siete di quelli a cui non basta un Google Calendar, odiate Zoom e le chat di Skype vi rallentano. 
Whatsapp? “Mi distrae”.
 Mail? “Fa così 2003”.

E se, come me, soffrite di sdoppiamenti di piattaforme di organizzazione e reperibilità, potete risolvere–alcuni–vostri problemi scaricando Lark.
Cosa è Lark? Segnatevi la risposta che ripeterete ai vostri congiunti quando vi chiederanno come siete sopravvissuti allo smart working: Lark è una cosa che puoi installare nel tuo PC/MAC che, attraverso un sistema di chat, ti permette di:

  • Comunicare con il tuo team
  • Organizzare riunioni
  • Settare reminder
  • Creare riunioni
  • Fare chiamate
  • Archiviare documenti

“Vabbe’’’ – direte scettici – “conosco almeno altri 3 tool che fanno la stessa cosa”. Vero, ma non come la fa Lark.

Ecco perché oggi dedicherò del tempo a convincervi che Lark è diverso dai vostri altri 3 tool elencandovi i 5 motivi per cui, finito questo articolo, scaricherete Lark. 
E se io vi dedico del tempo, potete farlo anche voi arrivando alla fine di questo articolo.

1) Lark save the chat

Il sistema delle chat domina Lark, tutto passa attraverso un sistema di messaggistica.
All’interno della vostra “Organizzazione” avete la sotto-organizzazione che è il vostro “Dipartimento” e dentro ancora, i gruppi di conversazione e le chat con le singole persone. Per esempio: IAKI è una organizzazione che al suo interno ha i diversi dipartimenti, uno di questi è il Social Media.
Noi social abbiamo trovato il nostro hype nelle chat di gruppo, dove potete per esempio
fare annunci, che sono dei testi che rimarranno fissati in alto nel titolo della chat e che tutte le persone avranno sempre in primo piano. 
Gli annunci sono editabili da tutti i membri delle chat e possono essere aggiornati nel tempo. Ogni volta che lo aggiornate, in chat compare un messaggio. Questo è un po’ la legge di Lark: qualsiasi azione facciate, si crea un messaggio al gruppo, un po’ come il vostro like su Facebook a quella tipa che avete conosciuto e che poi è visibile alla vostra ragazza nel feed, per intenderci.

IAKI - Annunci Lark

Cosa altro potete fare? Pinnare i messaggi che ritenete importanti, tutti i Pin verranno archiviati a destra della chat per rimanere a portata di mano e essere un-pinnati quando non più importanti, anche dagli altri utenti delle chat.

IAKI - Pinnare Lark

E ancora: creare sondaggi passivo aggressivi nei confronti del resto del team: i sondaggi, come tutto quello che succede, finiscono nella chat e gli utenti possono votare. Addio Google Doodle Poll.
Vedete quell’icona rossa Buzzed? Se qualcuno del vostro team si fosse, involontariamente–si capisce–dimenticato una scadenza, o di rispondervi o mandarvi quel file o avesse fatto orecchie da mercante ai vostri tentativi di connessione, potete lasciare un simpatico Buzz, che emetterà un suono celestiale (anzi, no) nei suoi confronti.
L’abbiamo già detto che Lark è avanti?

IAKI - Sondaggi Lark

2) Lark: Real People in a Virtual Office

Se le feature delle chat non vi hanno ancora convinto tiriamo fuori il pezzone: il Virtual Office, l’eroe che non ci meritiamo.
Avete mai avuto bisogno di rimanere collegati con qualcuno per mantenere uno stream di conversazione sempre aperto? Mentre fate altro o mentre lavorate allo stesso progetto, ma su due documenti diversi, e dovete confrontarvi continuamente lavorando in parallelo. “Come una riunione”? No, come essere compagni di scrivania, ma meglio, perché potete mutare il vostro microfono se vostra madre passa l’aspirapolvere in “ufficio”. 
Il virtual office serve a questo: è una porta aperta nel vostro office con le persone all’interno della chat di gruppo. Fico, no?

3) Non c’è niente di male a parlare con i Reminder

Anche i reminder sono gestiti attraverso le chat, li troverete nell’elenco a sinistra di tutte le vostre conversazioni aperte e potrete “parlarci”: basta dirgli l’oggetto del reminder vi risponderà chiedendovi i dettagli.

IAKI - Reminder Lark

4) Siamo fatti della stessa sostanza delle emoji

Parliamoci chiaro, le emoji sono fondamentali. Quelli di Lark sono di un altro pianeta: potete permettervi di esprimere qualsiasi sfumatura di “OK” in stile Ranma 1/2.

IAKI - Emoji Lark 1

Questo è solo un assaggio delle possibilità a disposizione. La mia preferita? Attualmente oscillo tra “Ciabatta in faccia-slap” e “Fidanzata di Mark Caltagirone”. E buona primavera.

IAKI - Emoji Lark 2

5 – Le estensioni de p*tamadre

Se oltre a chat, video chiamate, calendario, virtual office, reminder, documenti condivisi, poll, avete bisogno anche di una fettina di c*lo, Lark ce l’ha: potete aggiungere estensioni alla app:

  • Assistente vocale
  • BOT
  • Traduzioni automatiche
  • Sistemi di approvazione automatizzati da regole, tutto accessibile dal modulo Workspace nel menù a sinistra

Non vi ho convinto a migliorare la vostra vita in smart working e a scaricare Lark? Your loss, ma non fatevi ingannare dalla mia faccia d’angelo… 👇

La comunicazione dopo il lockdown: un “grazie” non basterà più

Spoiler su questo articolo! Chiunque sostenga di avere la ricetta segreta per comunicare correttamente dopo la fine del lockdown o è un visionario o è Marty McFly tornato dal futuro a bordo della DeLorean.

Pausa pubblicitaria. Una musica di pianoforte accompagna le immagini di un drone che sorvola aziende, supermercati, piazze vuote. Stacco. Ritratti di impiegati, commessi, magazzinieri, trasportatori e, un po’ come le virgole nella punteggiatura di un discorso, medici e infermieri con guanti e mascherine. Una voce impostata e melliflua, di un doppiatore famoso o, magari, di una star del cinema italiano, recita un testo in cui spiccano parole come: orgoglio, forza, insieme, uniti, resistere e, infine, l’immancabile GRAZIE.

Ed ora, piccolo quiz! Di quale brand è lo spot che abbiamo appena descritto? Impossibile scoprirlo, perché manca la presenza proprio di quell’elemento che lo renderebbe distinguibile dagli altri: il prodotto o la marca.

La comunicazione al tempo della pandemia

Quella che vi abbiamo appena descritto è, più o meno, la sintesi di ciò che è stato messo on air in tv, pubblicato online e stampato sui giornali dai primi giorni di marzo a oggi, un’accalorata serie di messaggi di ringraziamento, di incitamento, di “stringiamoci insieme” che ha costituito la linea di comunicazione dei principali brand italiani (per non parlare dei brand all’estero: vedi questo link).

Per chi fa il “mestiere della comunicazione” tutto questo non avrebbe avuto senso fino a qualche mese fa. La sfida che ha sempre accompagnato brand e agenzie (talvolta riuscita, altre no) è quella di distinguersi nel messaggio e nel racconto visivo. Trovare la chiave per rendere rilevante un prodotto, per rendere memorabile la marca nella mente del consumatore è dai tempi di Madison Avenue l’obiettivo principale della comunicazione.

Abbiamo però specificato che questo modus operandi sarebbe stata la norma “fino a qualche mese fa”, quando lo tsunami della pandemia e del lockdown ha investito e sconvolto il mercato dei consumi, le abitudini delle persone, la vita in generale. Trasportati da un giorno all’altro in una “bolla”, tutti abbiamo dovuto fare i conti con una nuova realtà, anche le aziende e le agenzie di comunicazione.

Ma, sul risultato degli sforzi fatti in questo periodo, per continuare a restare connessi con i consumatori, francamente, non ce la sentiamo di puntare il dito contro. Certamente c’è chi è riuscito a distinguersi anche in questo contesto – guardate il bellissimo spot Honda, quello di Budweiser o di Heineken. Ci sono però fattori oggettivi che hanno spinto molti di loro a convergere spontaneamente verso una “generic communication of gratitude”:

    • Elevato rischio di comunicare un messaggio fuori contesto: in una situazione nebulosa, in cui non ci sono orizzonti definiti, senza la certezza di cosa cambierà domani o la settimana prossima, cercare di essere originali, fuori dagli schemi, assertivi, rischia di non trovare terreno fertile e di dire “la cosa sbagliata nel momento sbagliato”. La possibilità di offendere qualcuno, risultare insensibili, magari ridicoli è proprio dietro l’angolo.
    • Impossibilità di realizzare shooting: è vero che esistono i droni. E infatti si sono realizzati più scenari aerei delle città vuote in due mesi di quelli che hanno visto i piloti alleati durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. È vero che ormai basta un buon smartphone per girare un video, ma senza troupe, luci, trucco e parrucca, props e tutto il resto… dov’è la magia della comunicazione? È vero anche che esistono materiali d’archivio o banche video/foto online, ma è anche vero che spesso sono la fiera del generico.
    • Impossibilità di mantenere la promessa di marca: se sei un brand che produce auto o moto o che promette esperienze di libertà, se il tuo prodotto eccelle quando consumato in compagnia di amici o è necessario per viaggiare… o stai zitto o dici qualcos’altro. Come Honda.
    • Un insight poco originale ma molto condiviso: è oggettivo che questa situazione abbia diffuso una forte empatia nazional popolare, che abbia resuscitato sentimenti fino a qualche tempo fa considerati buonisti, ora semplicemente buoni.
IAKI - Comunicazione
Fonte: Ricerca Nextplora

Accanto a chi si è uniformato al trend di comunicazione che dice “grazie”, c’è anche chi ha agito in un senso completamente opposto: facendo finta di niente. Non è raro vedere in tv o sui social la stessa comunicazione pre virus che racconta contesti o messaggi adesso irrealizzabili o che esprime emozioni poco condivisibili dalla maggior parte del pubblico.

La comunicazione nell’immediato futuro

La questione, adesso, non è capire chi ha fatto bene o chi ha fatto male. Il vero nodo da sciogliere è come andremo a fare comunicazione domani, tra qualche settimana, tra qualche mese. Insomma quando a poco a poco rientrerà la normalità. O, meglio, una nuova normalità in un continuo e fluido divenire. Dovremo semplicemente fare un rewind e tornare ai linguaggi e messaggi pre-virus o dovremo affrontare un nuovo modo di fare comunicazione?

Sicuramente non fare quello che stiamo facendo oggi. Tra poco riaccenderemo la luce su una società diversa, che non avrà più voglia né bisogno di sentirsi dire “grazie” o di un ottimismo troppo ottimista. Non vorrà neppure sentirsi dire che “non è successo niente” e che “tutto è come prima”. Per una ragione molto semplice: non è vero.

Troppe cose sono cambiate e cambieranno ancora. E saranno proprio quelle che dovranno studiare e analizzare aziende e agenzie per evolvere:

  • Cambierà il concetto di spazio: siamo passati da un mondo con orizzonti infiniti a una costrizione in pochi metri quadri. Per due mesi siamo stati collegati al resto del mondo in forma digitale. C’è voglia di libertà ma sarà una libertà limitata a spazi e modalità in sicurezza. Si tornerà a vivere situazioni di comunità ma quegli spazi verranno vissuti in modo differente.
  • Cambierà il concetto di tecnologia: l’isolamento forzato ha accelerato la digitalizzazione (qui una nostra riflessione riguardo proprio la Digital Transformation) di persone e famiglie (pensiamo solamente alla scuola a distanza) e ha permesso di comprendere il valore di quegli strumenti e servizi davvero necessari e di quelli, invece, superflui.
  • Cambierà il concetto di tempo: se prima il tempo era atomizzato in mille micro attività e impegni, oggi e forse domani le nostre giornate avranno una dimensione più dilatata. Per alcuni sarà un problema incastrare tutto in slot temporali più a “blocchi”, per altri la vera paura sarà la noia.
  • Cambierà il concetto di responsabilità: chi più chi meno, l’emergenza ci ha costretto a fare i conti con le nostre responsabilità, di persone ma anche di cittadini. Da un lato, per la prima volta abbiamo seguito regole non solo per etica ma per obbligo, dall’altro è cresciuta spontaneamente la sensibilità e l’attenzione verso i comportamenti virtuosi. Anche delle aziende.
  • Cambierà il concetto di persona: l’isolamento ha portato a rivedere il concetto di individuo e di socialità. Lo “stare insieme” non presume più necessariamente il contatto fisico. È caduta la barriera tra immagine pubblica e privata (molto banalmente tutti hanno visto in call l’interno delle case degli altri). La famiglia ha assunto un ruolo ancora più fondamentale di quello che aveva prima. Le relazioni con gli altri sono e saranno sempre più selezionate: se posso vedere meno persone, devono essere di valore.

Ecco, le persone, i pubblici, i consumatori insomma. Dovranno essere loro il vero oggetto di analisi: in che direzione andranno, cosa pensano, che bisogni avranno?
Perché è ovvio che le emozioni e le preoccupazioni di questa primavera avranno un impatto forte sui bisogni nei prossimi mesi e, di conseguenza, sulla definizione di nuovi insight di comunicazione.

Potremmo riassumere il mood attuale in tre emozioni/preoccupazioni:

  • Salute: siamo tutti preoccupati per la nostra salute e per quella della nostra famiglia
  • Soldi: meno soldi da spendere in modo più oculato e selezionato e spesso poche certezze lavorative
  • Futuro: non ci sono certezze né sul quando né sul come potremo tornare ad avere una quotidianità “normale”
IAKI - Mappa delle emozioni
Fonte: Il Sole 24 Ore

I nuovi bisogni

Con un piccolo sforzo possiamo proiettarci tra qualche settimana, immaginando l’evoluzione di questo mood in nuove necessità:

  • Bisogno di protezione: cercheremo luoghi, servizi e prodotti che garantiscano a noi e alla nostra famiglia esperienze “safe”.
  • Bisogno di esorcizzare la paura: non potremo vivere focalizzati solamente sulla paura. Avremo voglia e bisogno di “staccare” ma in modo leggero e intelligente.
  • Bisogno di recuperare il tempo perduto: due mesi non sono una vita, ma la sensazione di essere stati in letargo c’è. Vorremo goderci ogni singolo istante della libertà ritrovata, soddisfacendo desideri (accessibili) di cui siamo stati privati durante il lockdown.
  • Bisogno di normalità: abitudini, quotidianità, socialità, spazi ed esperienze condivise. Cose che prima di marzo davamo per scontate saranno vissute come preziose.

La comunicazione ha sempre lavorato sui bisogni e sui desideri, traendone insight efficaci e originali. Ed è da qui che, probabilmente, dovrà ripartire la comunicazione per elaborare messaggi che vadano a toccare corde nuove.

Aziende e agenzie sono davanti a uno scenario inedito, a un episodio zero della comunicazione che non può avvalersi del classico “nelle puntate precedenti…”. La definizione della comunicazione di domani è un percorso che dovrà necessariamente unire brand e agenzie a partire da analisi sui pubblici, sulle abitudini, su canali e touchpoint. E non potrà essere gioco-forza una ricetta universale, ma una riflessione fluida e costante che si adatti velocemente ai cambiamenti sociali.
Un po’ come nella cucina moderna.

Noi, nella nostra agenzia, crediamo che in questo momento sia più importante avere ingredienti di qualità, tecniche affidabili e l’esperienza di professionisti piuttosto che affidarsi a “dogmi e teorie” che rischiano di non rappresentare il “vero” pubblico. È possibile che nel prossimo futuro il menu della comunicazione debba essere costruito con ingredienti inediti (i nuovi social, le nuove piattaforme di live streaming) o considerati fino ad ora meno rilevanti o superati (il face to face nell’on field, i micro tour territoriali, i blog tematici, etc.)

Spunterà “dal mucchio” chi si comporterà come viene chiesto oggi agli italiani: mettere da parte le vecchie abitudini e trovare nuove certezze.

Ad-blocking: pubblicitari, non mi avrete mai… forse!

Qualcuno ha detto “Ad-blocking”? Sì, ma partiamo dall’inizio.

Rilasciato il nuovo trailer del film dell’anno. Apri Youtube per vederlo e SBAM, eccolo lì, il video pubblicitario di 10 secondi di cui avresti fatto volentieri a meno. E ti lascia un attimo interdetto (ma come, ho appena comprato delle scarpe, WTF). 
E poi apri il sito per le news sul Fantacalcio, e SBAM ecco pure il popup delle nuove Air Max (di nuovo?!).

Si sprecano ormai gli studi condotti sui comportamenti degli utenti sulle varie piattaforme online e i vari canali social, dai più recenti (sì esatto, ci riferiamo proprio a TikTok) fino a quelli a prova di boomer (qualcuno ha detto “Buongiornissimo kafèeee”?). Ma quanto sappiamo veramente sul “fastidio” causato dagli annunci che popolano le suddette piattaforme?
Riuscite a pensare ad uno qualsiasi di quei canali usati da milioni di persone, totalmente privi di inserzioni o annunci pubblicitari?
Noi, che siamo sempre sul pezzo, vogliamo parlarvi del fenomeno di Ad-blocking e, nel dettaglio, dei Brand Blockers.

Ad-blocking e Brand-Blockers Crew

Il termine brand block e Ad-block condividono le stesse logiche.
 In un caso, quest’ultimo, parliamo di un tool diffusissimo e usato per stoppare la visione di inserzioni mentre navighiamo sui vari siti web. Il brand blocking, invece, è un comportamento ancora poco diffuso che consiste nella segnalazione dei post promossi da parte degli utenti, e a seconda delle possibilità dei vari canali social, dunque nascondere le inserzioni visualizzate nel girovagare per il webbe (inizialmente solo Twitter, sì anche lì ci sono tanti meme da salvare).

Bella la pubblicità, ma non ci vivrei

Gli utenti non usano ad-blocker solo per sospendere la visione di inserzioni sulla maggior parte dei siti che visitano. In molti stanno anche meditando di agire in prima persona dove Ad-block non riesce (Mark protect, Mark defend).

Alcuni temerari utenti, utilizzatori del Twitter, hanno per mesi nascosto e bloccato tutti gli account che promuovevano dei tweet, quasi sfidando le logiche stesse della maggior parte dei social networks (spazi gratuiti che prevedono la visibilità di post/annunci sponsorizzati). Gli stessi utenti hanno poi cercato di replicare questi comportamenti sugli altri canali (semplice quanto archiviare una chat Whatsapp, in effetti).

Ad-blocking vs. brand: endgame?

Esiste addirittura un comitato internazionale che raccoglie tutte le azioni utili per “non” infastidire gli utenti e romper loro le scatole, soprattutto quando i brand vogliono esser diretti con loro.
 Se è vero che molti utilizzino l’ad-blocking e, per adesso opzione remota, questa tendenza dovesse estendersi, si troverebbero quasi costretti a rivedere l’efficacia delle proprie inserzioni (Influencer? Banner? #Ad #Cool #Error404).
L’autenticità del contenuto diventerebbe fondamentale, più che mai.
Così come la capacità di capire dove un messaggio, pubblicitario o meno, debba essere lanciato. I canali scelti da presidiare non sono scontati. Tutto dipende da cosa vogliamo dire agli utenti e del come pensiamo di poterli portare dalla nostra parte.

Chi possiede una pagina social o si attiva in qualche modo con dei canali branded, non può assolutamente prescindere da quanto gli utenti siano diventati attivi a manifestare il proprio gradimento. Creare dei contenuti che non siano freddi come l’ultimo inverno di Winterfell, ma siano sufficientemente sul pezzo (quindi, Drakarys) è il primissimo passo da cui partire per avvicinarsi veramente alle persone.
Il resto? Beh solo un vero drago della comunicazione può essere in grado di capire e reagire a questi scenari!

Digital Transformation per la ripresa post Covid-19

Giorno 52 di isolamento sociale: esco solo per fare la spesa nel pomeriggio. Qualche volta vado sul mio piccolo balcone, per qualche minuto di sole, che prendo in faccia, rigorosamente senza protezione solare. Sono proprio questi minuti di libertà che mi hanno fatto pensare a quanto tutto questo sia davvero incredibile.

Incredibile come sia cambiata la vita di tutti in queste settimane, le nostre piccole e importanti abitudini, manie, attenzioni. Tutto è stato capovolto, inglobato in sentimenti misti di dubbi, speranze, paura e fiducia in noi stessi e negli altri. Eppure, mi rendo conto di come siamo stati in grado di attutire il colpo. Le nostre solide ginocchia si sono piegate, compresse, strette dopo la velocissima caduta, ma non si sono rotte. Ci hanno tenuto in piedi.

Abbiamo portato avanti tutte le attività in corsa, senza fermarci un giorno, un’ora, dando continuità ai servizi, assistenza ai clienti. Ci siamo supportati (e sopportati) l’un l’altro tra colleghi, abbiamo accettato compromessi e lavorato verso l’ottimizzazione di tutte le attività lontano dall’ufficio, con l’unico grande e condiviso fine di non mollare o abbandonare nessuna delle promesse fatte.

In questo difficile momento, in cui l’evoluzione della pandemia da Covid-19 ci ha costretti ognuno nella propria casa a guardare il futuro dalla propria finestra, ci si deve rendere conto di come il digitale ci stia permettendo di andare avanti e di come la Digital Transformation sia ormai diventata imprescindibile per tutti.

E forse, proprio in questo periodo, abbiamo tutti un’opportunità.

Digital transformation: cos’è e perché

La Digital Transformation è un modo di fare business, alternativo al tradizionale. Non significa , come si legge spesso in rete, digitalizzare le aziende più tradizionali, ma sfruttare le potenzialità offerte dal digitale per innovare davvero e crescere.

Digitalizzarsi significa infatti adottare un nuovo approccio. Basato sì sulle tecnologie e sistemi informativi di cui dotare l’azienda, ma soprattutto su una serie di cambiamenti organizzativi, culturali e sociali che incidono sull’organizzazione nel suo insieme. Che si tratti di una società che fornisce servizi oppure produca beni di consumo, la digitalizzazione renderà possibile creare, là dove non esistevano, nuovi punti di contatto tra persone e luoghi, facendo vivere esperienze di accessibilità a contenuti, indipendentemente dalle reali disponibilità materiali, umane o economiche.

Questa accessibilità e semplicità di reperimento di informazione e nozione, se veicolata in modo corretto e coerente con le persone che rientrano tra i destinatari del business, avrà la potenza di creare un legame di fiducia, pazienza, affetto e affidamento verso il brand, facilitatore di tutto questo, e una fidelizzazione senza pari.

Guardando all’Italia, sappiamo bene che moltissime realtà non sono veramente pronte per un processo di digitalizzazione. Molti dei requisiti fondamentali dovranno essere prima consolidati o concepiti da zero. Il problema più grave, dal mio punto di vista, è sicuramente la mancanza di una conoscenza profonda e precisa degli interlocutori del brand e non riuscire, pertanto, a disegnare una corretta digital strategy.

Digital Transformation: i 4 pillar user centered

Le aziende dovrebbero quindi attivarsi immediatamente per andare sempre più a fondo nella conoscenza dei propri interlocutori e costruire una nuova strategia digitale adatta a loro. Questo focus permetterà alle aziende di porre il consumatore sempre più al centro, rendendolo complice dell’evoluzione digitale interna e permettendogli un’esperienza digitale a 360° senza uguali, sui diversi canali e con impatto migliorativo alla propria vita.

Questo paradigma presuppone 4 pillar di riferimento.

1) Potenziamento della user experience

L’utente al centro dei pensieri del brand, nella sua specificità e unicità. 
Le persone oggi vogliono sentirsi considerate, guidate, accompagnate. Il web deve essere un’esperienza semplice e piacevole, bella alla vista e intuitiva nei passaggi. Deve essere capace di elevare la percezione di sé, prima ancora che del brand. Una buona User Experience può influire sull’acquisizione di nuovi utenti (come vi avevamo già raccontato qui), sull’aumento di persone che usano il prodotto o servizio, sulla capacità di coinvolgimento a lungo termine e quindi sui ricavi generati dal prodotto o servizio proprio del business che si ha a cuore.
Si deve intervenire subito! Rivedere i flussi di ingaggio e conversione, rinnovare le interfacce di siti e app, potenziare le infrastrutture. Questo per migliorare le performance e, conseguentemente, il posizionamento per migliorare il traffico

2) Approccio digitale omni-channel

L’omnicanalità al centro della strategia di ogni Digital Transformation. 
Questo concetto si differenzia da quello di multi-canalità. Quest’ultima indica lo sviluppo da parte dell’azienda di più punti di contatto offerti ai clienti. Alcuni esempi sono i social, le PWA, i chatbot, che si vanno ad aggiungere agli altri già esistenti vedi il sito, il negozio fisico, la TV.
L’omnicanalità fa un passo avanti: mette il consumatore al centro e prevede un sistema interconnesso tra tutti i punti di contatto. Vi è, quindi, un trasferimento di dati tra i diversi canali e strategie di contenuto coerenti. In questo modo l’utente può vivere le esperienze su tutti i touchpoint senza avere interruzioni nel percorso dall’uno all’altro. Per l’utente è possibile iniziare un’attività su un canale e proseguirla su un altro, senza dover ricominciare da capo. Si pensi ad esempio al retargeting o alle automation generate dal comportamento di un utente all’interno di un canale.
Non basta più, dunque, garantire la migliore esperienza del consumatore ad esempio su un sito o su un’app a sé. È fondamentale lavorare al fine di assicurare continuità all’esperienza dell’utente, che utilizza contemporaneamente, in modo intercambiabile e complementare, tutti i canali a sua disposizione, per recuperare informazioni, esprimere valutazioni, fare comparazioni, acquisti o reperire aggiornamenti o assistenza.

3) Analytics based

Basare ogni azione sui dati. Cercare conferma in essi di tutte le informazioni che si percepiscono o intuiscono è indispensabile per reagire nei modi corretti con le persone. Oggi è possibile raccogliere una grandissima quantità di dati, in misura sempre maggiore come conseguenza dell’Internet of Things, che consente di rendere disponibili dati che servono a comprendere meglio il mondo reale, estrarre informazioni utili ai processi decisionali, aiutare le imprese a intraprendere percorsi d’innovazione digitale dei business. 
I dati che vengono prodotti sono diversi e molteplici. Sono preziosissimi, ma anche pericolosamente inutili se non si comprende il loro valore o non lo si sa maneggiare per un’efficiente analisi del web e per l’ottimizzazione dell’impianto di marketing aziendale. Questi aspetti devono essere attivati subito, per non rischiare di restare troppo indietro rispetto ai competitor e al mercato, sempre più digitale e preparato.

4) Flessibilità di prodotti e sevizi

Avere la flessibilità per adattare i propri prodotti e servizi alle informazioni provenienti dai dati sul comportamento delle persone. Non il contrario.
La società evolve, e con essa cambiano i trend, gli usi, le preferenze. I primi 3 punti sono importanti, ma devono avere margine di manovra. Devono ricevere autorità nell’indirizzare il business o nel far cambiare rotta qualora il prodotto o il servizio non risponda più alle esigenze o ai desideri delle persone, oggi e nel futuro prevedibile.
Mai come in questo momento di incertezza è importante rendersi flessibili nel capire cosa ci è richiesto, per riuscire a dare le risposte giuste.

In questo mese abbiamo visto l’Italia intera collassare a causa di un digital scadente e di una frequente incapacità di reagire alle nuove necessità comuni.

La Digital Transformation è ormai un elemento critico per realizzare obiettivi strategici, quali fornire supporto a una società che oggi annaspa e vuole rinascere in fretta una volta superata la pandemia di questi giorni, e che in futuro dovrà farsi trovare pronta a lottare, sempre, per innumerevoli cause o emergenze, come ad esempio i cambiamenti climatici, i consumi energetici, l’efficienza dei trasporti e la mobilità, la consapevolezza dei pazienti e l’inclusione dei disabili, per lo sviluppo e la crescita della nostra società e per una migliore vivibilità.

Rientro in casa, dal mio piccolo balcone.
Forse questo stop è davvero un’occasione per tutti, per rifletterci e attivarsi ad essere pronti, un giorno.

E se quel giorno fosse domani?

Certe storie fanno giri immensi… e poi arrivano su LinkedIn!

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando LinkedIn era solo una piattaforma per le offerte di lavoro. Adesso con i suoi 14 milioni di utenti attivi, si è trasformato a tutti gli effetti in un vero e proprio social network in cui condividere contenuti corporate (e non). Prima gli hashtag, poi le reaction… adesso sembra sia finalmente arrivato il momento delle Linkedin Stories. Come funzionano e quale ruolo svolgeranno all’interno del canale? Mettetevi comodi, ve lo raccontiamo.

Linkedin Stories: la genesi

Nel lontano 2018 Linkedin aveva testato uno strumento simile alle storie dal nome “Student Voice”, per tutti gli studenti dei college americani.
Questa funzione permetteva agli studenti di pubblicare esclusivamente dei brevi video (non immagini), che restavano online nella piattaforma sopra il feed di ogni utente, per una settimana intera. Lo scopo principale di queste Stories era quello di arricchire il proprio profilo Linkedin personale con le esperienze accademiche svolte, i progetti seguiti durante un percorso di studi o durante un lavoro, gli stage a cui si aveva preso parte e tutte le attività che normalmente vengono inserite all’interno del curriculum vitae. Insomma un vero e proprio biglietto da visita! Per quanto ogni ingranaggio fosse oliato alla perfezione, Linkedin alla fine decise di non lanciare l’aggiornamento… fino ad ora!

Linkedin Stories: feel old yet?

Stando alle ultime indiscrezioni, la piattaforma sarebbe finalmente pronta a far debuttare le sue personalissime LinkedIn Stories!

Dopo una prima fase di test interna, il social ha reso ufficiale che dai prossimi mesi le LinkedIn Stories saranno disponibili (per un primo periodo in una versione beta) per i singoli utenti.

L’utilizzo delle LinkedIn Stories

Il Senior Director of Product Management di Linkedin, Pete Davies dice:
“Abbiamo scoperto che questo formato è perfetto per condividere i momenti chiave degli eventi di lavoro e che il formato full-screen rende facile condividere consigli e trucchi per aiutarci a lavorare in modo più intelligente”.
Le Stories dunque potrebbero contribuire a intrattenere gli utenti sulla piattaforma; contemporaneamente, offrirebbero nuove opportunità di crescita professionale attraverso la condivisione di diversi temi, argomenti o momenti di vita professionale. Inoltre, è fondamentale ricordare che la scelta di introdurre le storie è anche dettata dall’esistenza di un’intera generazione abituata a usare questo sistema comunicativo per interagire.

Storie di business

Ma parliamo di business. In tutta onestà, a cosa potrebbe servire l’introduzione, su una piattaforma professionale, di una feature come le storie nata invece per intrattenere? Possiamo raccontarcela un po’ come vogliamo, ovvero che il tutto possa servire ad incentivare l’engagement, l’interazione e la volontà di offrire nuove opportunità di crescita professionale attraverso contenuti di facile fruizione. Lasciateci però credere che, visto il successo monetario delle storie sulle altre piattaforme (dove per “Altre piattaforme” intendiamo “Instagram”) LinkedIn voglia piano piano trasformare le storie in uno strumento di placement ADV per i professionisti. Alla fine non ci suonerebbe così strana l’ideati poter vedere in futuro sponsorizzati corsi di master professionali. Quale canale migliore per farlo?!

Non sarà una sfida semplice l’introduzione di un format come questo su una piattaforma come LinkedIn. C’è da dire che, al netto delle informazioni, sembra tutto molto sensato e studiato, anche perché è innegabile quanto il format delle stories abbia coinvolto veramente tutti (qui se vi siete persi il nostro articolo a riguardo), dimostrandosi un format vincente su tutti i canali social. Pronti a rilanciare i vostri business su LinkedIn Stories?

Live streaming sui social: perché, dove e come farle

Facebook, Instagram, Twitter, TikTok, Youtube, Twitch: ormai su tutte le piattaforme social abbiamo la possibilità di organizzare una live streaming.

Gli elementi di unicità delle dirette sui social sono: l’idea di vedere qualcosa che sta accadendo in tempo reale, non registrato, e la possibilità di interagire al secondo con il video. Nessun altro strumento offre queste possibilità di connessione tra marca e community.

Bene, ma perché dovremmo fare una diretta sui social? Cosa succederà? Su quale canale è meglio farla? Soprattutto: come si fa?

Dateci solo 5 minuti e risponderemo a tutte le domande a tema “live streaming” che possono venirvi in mente!

Perché inserire nel piano di comunicazione le live streaming?

Il momento della diretta sui social rappresenta un appuntamento privilegiato con la community. Possiamo paragonarlo a un vero e proprio evento in cui diamo la possibilità alla nostra fan base di incontrare virtualmente il nostro brand e, soprattutto, poter parlarci.
Già, perché l’elemento chiave delle dirette social è proprio lo scambio con gli utenti, la possibilità di poter rispondere alle loro domande, raccogliere feedback o studiare meccaniche di gaming che li ingaggino.
Non dimentichiamo un altro punto forte delle live streaming: il fatto di poter amplificare la comunicazione oltre qualsiasi limite geografico. Se, ad esempio, scegliamo di organizzare una dirette durante l’evento di lancio di un prodotto, avremo modo di coinvolgere anche chi non sarà fisicamente presente.
Inoltre su alcuni social le live possono essere salvate, continuare a generare visualizzazioni, e quindi dare visibilità al brand, oltre il loro termine.

Scegliere il tema della vostra diretta sui social

Le occasioni per organizzare una live streaming possono essere diverse:

  • Amplificare un evento off line
  • Intervista di approfondimento su temi importanti per la nostra comunicazione
  • Q&A con la community
  • Tutorial
  • Stream di eventi pensati proprio per vivere esclusivamente sul web
  • Sessioni di intrattenimento o gaming

Insomma, tutto dipende dalla marca e dall’obiettivo di comunicazione che vogliamo raggiungere. Sarà questo elemento a determinare il format creativo live più adatto e ingaggiante per il brand.

Per esempio, per la rivista IlLibraio ci siamo occupati di diverse dirette Facebook legate all’uscita di particolari libri del gruppo editoriale GeMS. Durante la live, l’autore risponde a domande, curiosità ma anche semplici complimenti fatti dai lettori.
Tra le dirette ricordiamo quella con la scrittrice Monica Pais, che ha generato più di 20.000 visualizzazioni e oltre 700 interazioni, di cui 233 commenti.

Dove trasmettere la vostra live streaming?

Lo abbiamo detto all’inizio, ormai tutte le piattaforme social ci permetto di organizzare delle live streaming. Attenti però: la scelta del dove è importante tanto quanto il contenuto della diretta.
Già, perché possiamo pensare alla meccanica più coinvolgente, creare un appuntamento imperdibile e ingaggiare testimonial d’eccezione ma se scegliamo di fare la nostra diretta social sul canale sbagliato i risultati non saranno quelli sperati.
Qui la domanda da porci è solo una: “Qual è il canale in cui troviamo il target che volgiamo colpire?”.
Chiaramente questa scelta influenzerà anche le meccaniche della live streaming, quindi è bene scegliere con strategia la piattaforma più adatta alle esigenze.

Come organizzare una diretta sui social?

Abbiamo capito perché fare una live, cosa dire e su quale canale. Ma in pratica: come si fa?
Dalla nostra esperienza di molti anni, abbiamo stilato una to do list che comprende:

  • Fare dei test e settare i canali in maniera adeguata, grazie alla collaborazione tra i nostri team social e team tecnico;
  • Organizzare la produzione, dalle luci alle riprese fino alla regia, scegliendo una soluzione light o più strutturata in base alle esigenze;
  • Preparare nel dettaglio la scaletta di quanto accadrà: diretta sì, ma le gaffe meglio evitarle! Fondamentali in questa fase saranno il team copy e il project manager;
  • Pensare alla gestione della community e delle interazioni: moderare, inoltrare domande e commenti a chi conduce la diretta, animare la conversazione con gli utenti saranno le attività in carico al community manager. Non dimentichiamo infatti che la partecipazione della fan base è fondamentale per la buona riuscita della della live streaming;
  • Studiare e realizzare un piano di comunicazione di teasing per la diretta e un follow-up per dare spazio al contenuto anche quando avremo spento le camere.

Questi sono solo alcuni dei dettagli da affrontare nell’organizzazione di una live. Altri dettagli dipenderanno dal format pensato per l’evento.

Non fatevi quindi ingannare dal temine “diretta”: non c’è nulla di improvvisato in una live streaming!
Ecco perché è meglio non correre rischi ma affidarsi a noi! Volete una prova?
Guardate cosa abbiamo pensato per il lancio di Fifa20, per il quale abbiamo gestito tutta la diretta YouTube: dall’idea creativa alla produzione.

Follower building, per una community di veri affezionati!

Ve la ricordate quella canzoncina che diceva: “Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero […]”? Ecco! Anche il mondo dei social media funziona nello stesso modo: per costruire una community forte e affezionata la chiave è avere gli elementi giusti e tanta costanza. Scopriamo perché l’attività di follower building è cruciale nella crescita della comunità digitale.

Parola d’ordine: community!

Il cuore pulsante dei nostri amati social networks è la community, un gruppo di persone che si ritrovano su una stessa pagina, gruppo o a seguire lo stesso hashtag perché interessate a quel determinato tema. Il mondo digitale ci permette di comunicare attraverso gli schermi, alimentando i nostri interessi e le nostre passioni. Anche in un periodo come questo, nel quale non possiamo incontrarci, se non virtualmente, il digital è venuto in nostro soccorso, come vi abbiamo raccontato in questo articolo.

Follower building: uno su mille ce la fa!

L’audience virtuale di una pagina cresce gradualmente se accompagnata da una corretta strategia di comunicazione. La community si sviluppa nel tempo grazie alla fiducia che l’utente ha verso il brand. Quest’ultima si può sviluppare giorno dopo giorno anche attraverso l’animazione di pagina, ma non solo.
Alcuni conoscono già i nostri prodotti o servizi e il nostro lavoro è quello di far capire quanto siamo affidabili e quanto la nostra pagina sia il luogo giusto dove riunirsi davanti a un caffè per parlarne.
Ma cosa succede quando il pubblico non ci conosce in profondità o ci vede solo come uno fra mille?
È semplice: dobbiamo farci notare! Scopriamo come.

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Come dice il termine stesso follower building, l’obiettivo di questa attività è quello di costruire un gruppo di follower (possibilmente affezionati) sui nostri profili. La chiave di volta sta nel dialogare con gli utenti, mostrando loro le nostre qualità e i nostri punti di forza.
Per rendere tutto più semplice proviamo a dividere questa attività in due categorie.

Sponsorizzazioni

Attraverso le attività di sponsorizzazione possiamo scegliere il pubblico con cui ci interessa comunicare. Immaginatevi un arciere con l’arco e le sue frecce, che sceglie con calma il bersaglio e colpisce chi vuole, in modo mirato e preciso. Sponsorizzando i post e i contenuti possiamo arrivare a comunicare agli utenti i nostri valori, i nostri prodotti e i temi intorno ai quali vogliamo instaurare una relazione con loro.

Crescita organica

La crescita dei follower è diversa quando non ci si affida alle sponsorizzazioni. Ci vuole un lavoro di ricerca più accurato che parta da una conoscenza del brand e degli elementi che possono far brillare gli occhi ai nuovi utenti. Qualità, customer service, messaggio condiviso dal brand, etc. Il follower building organico richiede sicuramente qualche abilità degna di Sherlock Holmes, per decifrare gli indizi e capire chi sono gli utenti che più facilmente potranno diventare dei follower affezionati. Come fare?

  1. Rispondere sempre ai commenti: all’ utente che pone una domanda o a colui che inciampa in uno dei nostri post per pura casualità, bisogna riservare il trattamento da star. Cerchiamo di essere sempre disponibili e rispondere ai commenti più svariati;
  2. Osservare chi interagisce con il nostro profilo anche in maniera più “discreta”, per esempio mettendo like o taggandoci in un post dove vengono citati i nostri prodotti o servizi. Sarà felicissimo di essere stato notato e di ricevere degli apprezzamenti o domande da parte nostra;
  3. Se usa il vostro hashtag è da sposare: non esitiamo a commentare e a mettere like. Infatti, usando il nostro hashtag, soprattutto se molto specifico, dimostrerà di seguirci o al contrario sarà un buon metodo per il brand per scoprire chi potrebbe diventare un follower più affezionato;
  4. Abbiamo sentito dire condivisione? Ebbene sì! Tutti i contest o le challenge che richiedono agli utenti di re-condividere un proprio contenuto, sono un ottimo modo per farsi conoscere da chi non seguiva la nostra pagina.

Il consiglio che fa la differenza: al follower piace essere ascoltato, coccolato e notato. Per queste ragioni quando atterra sul nostro profilo, dovrebbe trovare facilmente le informazioni che cerca. Noterà subito come sono le risposte agli altri utenti, il linguaggio che utilizziamo e la nostra disponibilità. Per questa ragione un buon Customer Relationship Management (CRM) è sempre un’ottima strategia per costruire le relazioni con i follower.

E voi, applicate già il follower building sui vostri profili?

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