Instagram nasconde i like: più contenuti e meno pressioni

Il 17 luglio 2019, con un tweet dal canale ufficiale, Instagram ha annunciato il lancio dei test per la rimozione del numero dei like. Tra i paesi inizialmente coinvolti è presente anche l’Italia, uno dei paesi maggiormente attivi sul social. Se la feature venisse rilasciata ufficialmente, non sarebbe più possibile visualizzare il conteggio totale dei like ricevuti da una pagina/utente.


A cambiare sarà l’approccio verso il contenuto e l’interazione, sia per gli utenti che per i content creator. Tutti coloro che utilizzano Instagram per la diffusione di propri contenuti, soprattutto i numerosi Brand attivi sul canale, si troveranno costretti a rivalutare la propria strategia di comunicazione. Vediamo quindi che cosa cambia e perché, forse, non è ancora il momento di entrare nel panico.

Le ragioni della scelta di Instagram

Il Private Like Count, come definito dall’Head of Instagram Adam Mosseri durante l’ultima Facebook Conference for Developers, rappresenta una modifica essenziale considerando le dinamiche d’interazione di Instagram, in grado di limitare l’acceso dibattito sull’influenza negativa del social sulla sfera psicologica dell’individuo in cerca di approvazione.
Questa modifica avrebbe un risvolto positivo, sia per gli utenti che l’ambiente social in merito a pratiche poco trasparenti.Già lo scorso novembre Instagram delineava il percorso da seguire per garantire l’autenticità dell’ambiente: porre un freno alle interazioni non autentiche. Il botting, pratica che prevede l’acquisto di veri e propri pacchetti di like, commenti o follower, perderà esponenzialmente valore favorendo la centralità del contenuto e dell’originalità.

Valorizzare le modalità di fruizione dei contenuti e l’esperienza dell’utente, concentrandosi sulla pubblicazione e meno sul numero di like, le motivazioni che hanno spinto Instagram ad implementare la feature.

Diminuirà il numero di contenuti prodotti dagli utenti?

Con la rimozione del numero di like, in grado di quantificare il grado di apprezzamento di un contenuto, l’utente potrebbe essere indotto a NON lasciare un like, trovandosi privato di quell’input in grado di far la differenza. Robert Cialdini, massimo esponente degli studi sulla persuasione, commenterebbe questa feature partendo dal concetto di riprova sociale. A livello inconscio l’utente valuterebbe in maniera differente un contenuto se potesse conoscere quantitativamente l’apprezzamento degli altri.
Potrebbero, quindi, essere due gli scenari che riguardano la quantità di contenuti pubblicati:

  • un incremento del tasso di pubblicazione, soprattutto da parte degli utenti con pochi follower o media-like
  • una riduzione del tasso di pubblicazione, penalizzando chi invece pubblica contenuti per ottenere consensi e scalare la vetta. Gli influencer, soprattutto nano e micro potrebbero essere penalizzati dalla rimozione del numero di like

Brand e Influencer: maggior peso alle Stories?

Questa feature potrebbe dar luogo ad un incremento di fruizione del numero di stories: è Instagram stesso che individua nelle stories quel format in grado di garantire un’interazione maggiormente fruibile e godibile. Con la continua introduzione di stickers e personalizzazioni, interessanti per il perseguimento di customer engagement, il maggior peso assunto dalle stories valorizzerà ulteriormente determinate metrics (screenshot e condivisione delle stories, partecipazione a sondaggi, messaggi ricevuti, numero di clic al link o di swipe) evitando dunque di concentrarci troppo sulle vanity metrics. La mancata visualizzazione del contatore agirà, sotto questo punto di vista, sfavorendo l’individuazione dell’engagement rate. Non sarà più immediatamente verificabile, ad esempio tramite i numerosi tool reperibili online, richiedendo analisi più accurate per capire quali contenuti performano più di altri.
I contenuti presenti sul feed, considerando la centralità che verrà sempre più attribuita alle stories, richiederanno un livello di diversificazione maggiore rispetto a prima.

Sperimentare nuovi format

Contenuti dinamici come video, Question & Answer e caroselli, potrebbero generare un tasso di coinvolgimento maggiore rispetto a contenuti statici. La cura del layout grafico, la scelta delle immagini, dei soggetti del video, degli effetti di transizione ed ancora delle captions indicate per post, i key factors da tenere sotto osservazione per il coinvolgimento del proprio target.
Il numero di like potrà anche non essere più visibile ma Instagram offre una vasta gamma di feature che potranno assolvere al compito di ingaggio degli utenti, di traffico e di awareness forse anche meglio di un “like”.

La nostra opinione è che: riuscire a prevedere i trend, analizzare profondamente la risposta del proprio pubblico, imprimere valore ai contenuti, diventerà vitale per evitare di essere colti di sorpresa e sfruttare questo “nuovo” scenario a proprio vantaggio.

Social network e influencer: come viene regolamentata la pubblicità online?

L’influencer marketing, si sa, è ormai all’ordine del giorno sui social, specialmente su Instagram. In questo modo i brand possono dar voce al proprio marchio tramite un ambassador che possiede una community (più o meno larga), la quale – aspetto più importante – si fida di lui.

Un mondo sempre più in estensione a quanto pare, basti notare che per il mercato dell’influencer marketing nel 2019 è stato previsto un investimento di circa 1 miliardo – il 7% degli investimenti totali del digital marketing -, mentre nel 2020 si aggirerà dai 5 ai 10 miliardi (fonte: Mediakix).

Credibilità social: a cosa gli influencer (e i brand) devono fare attenzione

La parola chiave per un influencer è credibilità, ma fino a dove si possono spingere i suoi contenuti per evitare di sfociare nella pubblicità occulta?

Come nella pubblicità offline, anche per gli influencer è necessario fare attenzione a questa fondamentale distinzione, nel momento in cui citano un marchio:

  • Quando fa parte di un’esigenza narrativa e la presenza di un brand ne caratterizza quindi il personaggio
  • Quando dietro c’è un compenso al fine di un product placement

In questo caso specifico potrebbe non essere chiaro se il contenuto di Beyoncé abbia finalità commerciali o meno, tuttavia basta analizzare il suo profilo Instagram e conoscere il personaggio per capire che probabilmente il marchio è un elemento che rappresenta l’essere del personaggio.

Il problema è chiaro: l’influencer marketing spesso non segue le regole della professionalità e della trasparenza, ma è bene mantenere un riferimento chiaro sulle collaborazioni tra influencer e aziende, soprattutto per non incappare in possibili sanzioni.

D’altra parte è anche vero che esprimere la commercialità all’interno di un post inquina la naturalezza del contenuto e la sua spontaneità, ma non è proprio questa la base dell’influencer marketing?

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Beyoncé (@beyonce)

Come distinguere sui social natura commerciale e riconoscibilità pubblicitaria

Ad oggi non esiste una legge specifica per gli influencer: ciò significa che ogni eventuale segnalazione per pubblicità occulta e non dichiarata viene valutata singolarmente.

Tuttavia, per distinguere la natura della comunicazione è ormai accettato prendere in considerazione alcuni elementi informativi come:

  • Presenza di mention o hashtag che segnalino la natura della collaborazione (es. #adv #ad #partner…)
  • Tag partnership: possibilità di taggare i partner commerciali nei contenuti brandizzati tramite il feed e le storie su Instagram
  • Marchio in evidenza nella foto: dovrà essere ben visibile e non celato
  • Qualità della foto: una foto professionale presuppone più facilmente che ci sia dietro una collaborazione
  • Prodotti donati all’influencer: scambio non monetario


In Italia, un primo “vero” intervento è avvenuto solo nel 2017, quando l’AGCM ha inviato alcune lettere di moral suasion ai principali influencer e ai titolari dei marchi utilizzati dagli stessi, in cui ha ricordato che la pubblicità deve essere chiaramente riconoscibile in quanto tale.

L’Autorità ha sollecitato quindi l’inserimento di apposite avvertenze come ad esempio gli hashtag di tipo #ad e #adv, che hanno subito avuto un incremento dell’utilizzo.
Non sono quindi presenti regolamenti o modalità obbligatorie ufficiali, ma solo precauzioni e accorgimenti, che è bene seguire per non incorrere in segnalazioni o provvedimenti per pubblicità occulta.

È invece attualmente in corso il procedimento per indagare e cercare di regolarizzare la promozione di prodotti tramite gruppi segreti Facebook, che per loro natura hanno una visibilità privata e quindi diventano spesso luogo dove l’”etichetta” sulla pubblicità online non è rispettata.

GDPR: come influisce la normativa sui dati personali sull’influencer marketing?

Una precauzione da prendere quando si intraprende una collaborazione con un influencer è anche il trattamento dei suoi dati personali, che dovranno essere trattati nel pieno rispetto del GDPR.

L’azienda ha il dovere di disciplinare contrattualmente il rapporto con l’influencer, tutelandolo/a dal punto di vista della privacy. Questo vuol dire che il Sistema di Gestione Privacy implementato dalle aziende deve tenere in considerazione anche il trattamento dei dati dell’influencer stesso, comprese le sue immagini.

E i follower che ruolo hanno in tutto questo? Sono interessati nel momento in cui manifestano la propria volontà, ma soprattutto se sono profili reali.

Se sono interessati, come stabilito dal GDPR, devono essere informati sul trattamento che viene effettuato con i loro dati personali, e possono quindi esercitare i diritti riconosciuti dalla normativa.

In ogni caso il dato pubblico non può essere usato per ogni finalità: i followers acconsentono al trattamento dei dati personali solo per finalità espressamente indicate dal social network sul quale hanno caricato i propri dati.

Influencer marketing: il futuro è dei nano influencer!

Influencer marketing: c’è a chi piace… nano.

L’influencer marketing, ormai da qualche anno (ne avevamo parlato qui in relazione all’introduzione delle Instagram Stories), è uno dei trend più affermati nel campo del social advertising, soprattutto per quanto riguarda Instagram.

Brand e agenzie, finora, hanno fatto la fila per assicurarsi gli influencer con più follower per le proprie strategie pubblicitarie, conosciuti come mega influencer (profili con oltre 500mila follower). Ma l’alto costo di investimento (si parla di centinaia di migliaia di dollari a pubblicazione) e la saturazione che si inizia a percepire a questi “piani alti” fanno pensare che il 2019 sarà finalmente l’anno di uno shift di attenzione. A beneficiarne potrebbe essere un’altra tipologia di account: quella dei cosiddetti nano influencer, utenti con un numero di follower variabile tra i 1.000 (ma anche meno) e i 10 mila, ultimo gradino nella gerarchia social, alle spalle dei micro influencer  (da 10 a 100 mila follower).

Quali sono i vantaggi di questa strategia?

Innanzitutto, questi (ex?) anti-eroi di Instagram fanno della credibilità e della persuasione la loro forza. Pur non essendo famosi e non avendo mai lavorato in modo professionale con i social media, sono “naturalmente” molto bravi nella creazione di contenuti. Inoltre, sono abilissimi a coinvolgere il pubblico che li segue (secondo una stima, arriverebbero a toccare attivamente fino all’8,7% dei loro seguaci, rispetto a circa il 1,7% di quelli delle super celebrità). I loro follower, proprio perché li percepiscono come persone “comuni”, hanno verso di loro una fiducia vera e genuina. Ne ascoltano i consigli perché realmente interessati a quella nicchia di contenuti (e di mercato) in cui i nano influencer sono posizionati. E si sentono più vicini a loro che al lifestyle ostentato dagli influencer a sei zeri. Infatti, come ha raccontato una nano influencer al New York Times: “È come se uno dei tuoi amici ti parlasse di quanto funziona un nuovo shampoo o un nuovo prodotto per la cura della pelle. Solo che invece di dirlo durante l’aperitivo, lo diciamo su Instagram.”

In secondo luogo, le persone “normali” sono più facili da gestire rispetto ai vip. Il loro coinvolgimento non prevede costi folli (spesso può bastare una micro-fee o anche un kit di prodotti omaggio) . E generalmente questi utenti, inorgogliti dall’essere presi in considerazione da un brand che li sceglie come propri ambassador, si sentono coinvolti con sincerità nel promuoverne i prodotti.

Infine, i nano influencer sono anche più facili da contattare. Quasi sempre è sufficiente un Direct su Instagram o una email, senza passare attraverso intermediari o trattative contrattuali. E nel giro di poco tempo la collaborazione è pronta a partire.

In conclusione, per l’influencer marketing il 2019 potrebbe essere l’anno in cui si concretizzerà la profezia di Andy Warhol sui “15 minuti di celebrità”. Ma, forse, declinati all’opposto: con il successo dei nano influencer, “tutti saremo anonimi per 15 minuti” (o, almeno, per il tempo di una foto su Instagram).

L’influencer marketing ai tempi delle Stories

L’influencer marketing riflette i movimenti continui della galassia social, dove Instagram e Snapchat sono stelle variabili. Il loro destino è intrecciato: il “fantasmino” sta attraversando un momento di incertezza data la crescita esponenziale dell’app di Facebook, che – è noto – fa proprio quanto di buono trova in giro. E nell’ultimo anno a Menlo Park piace soprattutto Snapchat: in un recente articolo del Guardian si contano ad oggi 18 “prestiti”, tra cui le Instagram Stories, che rappresentano la minaccia maggiore per Evan Spiegel. Dopo la loro introduzione nell’agosto 2016, la crescita di Snapchat ha registrato un notevole rallentamento, che non sembra fermasi nonostante lo sbarco a Wall Street di due mesi fa (con una quotazione di 24 miliardi di dollari).

Bisognerà comunque aspettare per vedere la reazione del mercato all’introduzione dello Snapchat Ad Manager, il nuovo strumento per l’advertising annunciato ieri, che sarà lanciato il prossimo mese. Ma è certo che Instagram vive un’autentica età dell’oro e ha appena annunciato di aver toccato la quota di 700 milioni di utenti mensili attivi, registrando un incremento formidabile (saldo attivo di oltre 200 milioni da giugno). E nell’ultimo mese le Instagram Stories hanno raggiunto 200 milioni di utenti mensili attivi, sorpassando ufficialmente Snapchat a soli otto mesi dal loro lancio.

influencer marketing - instagram monthly active user
Fonte: TechCrunch

La crescita vertiginosa di Instagram pone una questione cruciale in chiave influencer marketing: cosa stanno facendo gli influencer di Snapchat, anche loro si stanno riversando in massa nelle Instagram Stories?
Uno studio recente di Mediakix cerca di fare chiarezza, prende in analisi il comportamento dei 12 top social media influencer negli ultimi 30 giorni e vaglia la loro attività di posting sulle rispettive app. Ne viene fuori che, in media, ogni giorno gli influencer utilizzano le Instagram Stories il 25% in più rispetto alle Snapchat Stories (6.6 vs. 5.3). Il risultato è estremamente significativo, considerando che si parla di un mercato – quello dell’influencer marketing su Instagram – stimato 1 miliardo di dollari nel 2017, con previsioni che parlano di 2 miliardi di valore complessivo entro il 2019.

A conti fatti, ci sono diverse ragioni che possono spiegare il cambio di rotta dell’influencer marketing e l’utilizzo crescente delle Instagram Stories. La prima è la più ovvia: l’audience con cui interagire è maggiore (come dicevamo, Instagram ha appena sfondato la soglia di 700 utenti mensili attivi, mentre Snapchat è fermo a quota 300). Instagram ha “giocato sporco” copiando le Snapchat Stories, ma garantisce un bacino di utenti più grande e una maggiore varietà di contenuti: le “classiche” foto statiche sul profilo, le Instagram Stories e le Instagram Live Stories (i video in live streaming che scompaiono immediatamente, senza nemmeno aspettare le ormai canoniche 24 ore).

influencer marketing stories
Fonte: TechCrunch

Instagram appare insomma uno strumento più versatile e più facile da usare anche per gli utenti. La sezione Explore consente di scovare contenuti in linea con i propri interessi (suggeriti in base alle interazioni e ai profili seguiti). Un altro punto a favore se si parla di influencer marketing: gli influencer hanno maggiori possibilità di venire scoperti in modo “organico” e possono inoltre linkare – tramite il proprio profilo – contenuti esterni alla piattaforma. Mentre la natura “intimista” di Snapchat paradossalmente pone un limite al valore degli influencer al di fuori dell’app (l’unica vera capacità di link è delegata agli editori e agli inserzionisti). Di fatto, Snapchat tratta – apparentemente – celebrities e influencer come tutti gli altri, ragion per cui non si può misurarne la popolarità.

Per capire che aria tira, basta prendere l’esempio del campione del mondo di Formula 1 Lewis Hamilton, che nell’ultima delle sue Snapchat Stories annuncia l’approdo definitivo su Instagram (dove conta 4,2 milioni di follower).

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Detto ciò, sembrerebbe che per l’app di Evan Spiegel le cose non si mettano troppo bene. Ma c’è una cosa che Instagram non è riuscito a copiare, e che può rappresentare un’ancora di salvezza per Snapchat: una userbase fedelissima di “duri e puri”, preziosissima per gli influencer. Stando alle analisi di App Annie, i 60 milioni di utenti attivi ogni giorno su Snapchat offrono una possibilità straordinaria per chi vuole raggiungere un’audience che non frequenta altre piattaforme: il 35% degli utenti non va su Facebook nello stesso giorno in cui va su Snapchat, mentre addirittura il 46% non avrebbe un profilo Instagram. Ecco il tesoro nascosto per chi si occupa di influencer marketing.

Una stanza tutta per sé, la #BlueRoom di Twitter

Da alcune settimane anche in Italia Twitter ha inaugurato la #BlueRoom, uno spazio esclusivo allestito dal colosso dei 140 caratteri, un luogo in cui celebrità italiane e internazionali possono interagire con il proprio pubblico in modo nuovo.

Uno spazio intimo, una stanza tutta per sé, un divano per sentirsi a casa che accoglie gli ospiti con deliziosi cupcake personalizzati (e rigorosamente brandizzati). Ma anche schermi, Periscope e Twitter Mirror per catturare ogni momento e diffondere urbi et orbi questi contenuti esclusivi in tempo reale.

Gli strumenti privilegiati sono due nuove app Twitter, Twitter Q&A, che permette di realizzare (un po’ come la sessione di “Domande e risposte” di Facebook, attiva solo per i profili verificati) video in tempo reale per rispondere alle domande dei fan, e la Twitter Challenger app che consente ai fan di coinvolgere i personaggi in divertenti sfide.

Il primo ospite è stato Marco Mengoni, che ha scelto la #BlueRoom per svelare le date del suo tour.

Poi Fred De Palma, Costantino Della Gherardesca, Il Volo, i finalisti di Pechino Express, Gianna Nannini, Laura Pausini e da ultima Emma Marrone, che proprio nella Blue Room ha lanciato il suo prossimo disco con una grande festa dedicata (anche) ai fan e alla rete.

Ma non è finita qui. Alla serata dei Twitter Awards Antonella di Lazzaro, direttore di Twitter Italia Media, ha parlato della #BlueRoom come di un luogo dedicato sì alle celebrità, ma anche a politici, personaggi televisivi e, perché no, ai brand. Se Twitter confermasse questa direzione, la #BlueRoom rappresenterebbe uno strumento formidabile di amplificazione del messaggio che potrebbe riposizionare più di un brand su un target giovane e dinamico. E sicuramente le aziende non tarderanno a sfruttare le potenzialità di una piattaforma che può arrivare a raggiungere 18 milioni di utenti.

Quale sarà il primo brand a farsi avanti?

Social Media Marketing Internazionale

Un’azienda che opera in un contesto internazionale, esportando prodotti o servizi, ha la necessità di dotarsi di una strategia di marketing e di comunicazione che parli più lingue. Ma un “interprete” può essere sufficiente allo scopo? Secondo noi no. Questo significa che non è sufficiente tradurre i contenuti in un’altra lingua per fare in modo che siano efficaci e rilevanti per gli utenti, almeno in una strategia di Social Media Marketing Internazionale.

Questa affermazione non è sempre vera, perché per esempio nel campo pubblicitario spesso si procede proprio in questo modo, traducendo i testi e montandoli sull’impianto grafico di campagna.

coca-cola social media marketing internazionale

Il paradigma si prospetta come traduzione versus localizzazione, ovvero: conviene tradurre i testi e adattarli a quello che si ha, oppure localizzare la strategia secondo il contesto culturale e linguistico della regione dove si andrà a operare? Nel campo del Social Media Marketing Internazionale è senza dubbio più efficace la seconda ipotesi. Soprattutto perché in questo modo si riescono a valorizzare le peculiarità dei mercati esteri dove il brand va a operare.

Il contesto culturale è un aspetto importante sotto diversi punti di vista, tutti quelli che compongono la strategia che andremo ad approntare, ovvero:
Attività editoriale: tradurre i contenuti nella lingua di destinazione è un approccio limitato, occorre scriverne ex novo, affidandosi a professionisti del mestiere, non a semplici traduttori.
Influencer marketing: affidarsi ai blogger e alle persone più influenti nell’area di azione, disegnando l’evento o i materiali da recapitare secondo gli aspetti più rilevanti in base all’attività prevista.
Community management: è l’aspetto più delicato. Gestire le interazioni scaturite da una strategia di Social Media Marketing Internazionale senza comprendere appieno le sfumature di una lingua che non si padroneggia può condurre a fail memorabili.
Oltre a quanto appena visto, c’è un aspetto basilare ancora: il fuso orario. Come possiamo monitorare tempestivamente le interazioni se di default siamo destinati a visualizzarle ore dopo?

Le complessità e la variabilità dei differenti contesti culturali può condurre a esiti imprevisti. Infatti talvolta è necessario stravolgere l’impianto strategico definito, prevedendo un approccio completamente diverso per una determinata area.

IAKI ha seguito la campagna Tommy Hilfiger Eyewear, con l’ambizioso obiettivo di divulgare lo stile “preppy” in Italia, Spagna, Germania e Francia. Una combinazione di Social Media Marketing, Influencer Marketing, online advertising e consumer promotion hanno costituito il Marketing mix vincente per questo progetto.

La decisione strategica più importante è stata quella di rimanere focalizzati sui valori preppy legati al brand Tommy Hilfiger: “il preppy è la combinazione di accessori, non è un nuovo modo di vestire”, questo è stato per noi complicato da interpretare, proprio perché un po’ fuori dalla cultura italiana legata alla moda. Abbiamo dovuto leggere tantissimo su questo tema, passare ore e ore a prendere le misure tra le informazioni online e quelle on the road.

Gestire in modo integrato i Social Media all’estero comporta la padronanza delle complessità del contesto culturale di riferimento, oltre a un team di professionisti specializzati e una spiccata sensibilità strategica.

Contenuti Virali, scoprirli e rappresentarli, ViralSearch

Individuare e analizzare i contenuti virali, l’app “laboratorio” di Microsoft

Durante l’ultimo TechConf, Microsoft Research ha presentato ViralSearch, un software che permette di dare una rappresentazione grafica al termine viralità e non solo.

L’applicativo permette di indicizzare i social media, per ora si è visto a lavoro su Twitter, e analizzare i fenomeni virali, il loro livello di diffusione, da dove sono partiti, e tutta la catena della condivisione, fornendo analisi dettagliate degli internet meme.

httpvh://youtu.be/wSwOszoHuoI

ViralSearch potremmo definirlo una versione evoluta di Google Ripples (in italiano Google Eco), la web app che mostra la diffusione di un link su Google+, ma con il vantaggio di fornire una maggiore profondita di analisi e di non essere legato a un singolo social networks

Google+ Ripples - Diffusioni virali dei contenuti condivisi su Google+
Fonte: Google
Schermata di Google+ Ripples, il tool che permette di vedere la diffusione virale dei contenuti pubblicati sul social network di Google

Il software non è pubblico e non è dato sapere se mai lo diventerà, uno dei possibili scenario è che il suo algoritmo una volta uscito dalla fase di sviluppo venga “integrato” in Bing, potenziandone la social search. In ogni caso, visto il crescente e giustificato interesse dei marketing manager per termini come social network, follower, influencer e reputation, ViralSearch sembra avere le potenzialità per essere un ottimo strumento per le agenzie di Marketing digitale, di PR e per i grandi publisher di contenuti, permettendo con le sue funzionalità un’analisi dettagliata dei flussi di condivisione e l’individuazione certa degli influencer.

PR digitali in evoluzione

Raccontiamo le PR digitali partendo da ieri. I personaggi pubblici passavano davanti agli occhi e ai volti delle persone, con una frequenza tale da dargli riconoscibilità anche al di fuori delle ‘quattro mura’ e fuori dal piccolo schermo. Erano loro a fare chiacchiera, a fare PR, a promuovere un prodotto, un servizio. E il pubblico li ascoltava, seguiva i consigli, si fidava. Basta guardare al Carosello. Loro, le star della TV, influenzavano gli acquisti e i consumi. Le PR digitali cominciavano a farsi spazio. Le attività di comunicazione venivano gestite esclusivamente tramite i mass media generalisti, pronti a ottimizzare il rapporto tra costi e visibilità, aumentando così il numero delle vendite. Schema che, rimane accettabile fino a quando il principio “dell’uno-a-molti” crolla, passando a paradigmi di conversazione sociale, basati su veri e propri network di condivisione delle informazioni tra utenti e, successivamente, tra brand. Anche sulle reti sociali come nella vita vera, cominciano a definirsi i profili di persone più conosciute di altre, persone che diventano star. Non perché presenti in qualche film, non perché testimonial di campagne pubblicitarie on air da tempo, ma per un numero alto di followers nei loro messaggi, e per essersi costruiti una personalità molto “influenzante” all’interno dei social network. La capacità di attirare la massa varia in base al tema di riferimento, della piattaforma, del contesto, dal device che usa il lettore per fruire dei contenuti.

Ma facciamo un passo indietro. Prima di parlare di tweet e ‘status update’, la socialità sul web sociale prima veniva espressa attraverso i blog e/o i domini a carattere personale e i forum.
Lì venivano trovate le penne migliori, le persone che avessero quella capacità, tra un capoverso e l’altro, di tenere incollate migliaia (all’epoca) di persone che non aspettavano altro che l’uscita del prossimo articolo; ops, post, del loro ‘blogger’ preferito.
Ma l’evoluzione è continua e costante, e dallo scrivere per se stessi o per pochi altri, si passa al condividere, con frequenze sempre più maggiori, attimi della propria esistenza, istantanee del proprio quotidiano, interagendo in tempo reale con tanta altra gente, spesso contemporaneamente. Facebook, Youtube, Flickr, Twitter, adesso Pinterest tra i primi nomi da poter citare.
Nominati in molte discussioni, presenti in altrettante, gli Opinion Leader (appellativo tra i tanti), cominciano ad essere notati dalle prime agenzie ‘digital’ sulla scena nazionale, per iniziare a proporre i primissimi momenti di partecipazione nei confronti di lancio di prodotti o di singole operazioni commerciali.
“Ma perché tutto questo?”, si chiedevano i primi utenti italiani coinvolti in invio di plichi presso il proprio domicilio. La risposta: perché “il tuo parere potrebbe avere ‘influenza’ nella scelta di un marchio.

PR digitali: one more step

La rete sociale impazza, i numeri galoppano e subito dopo intere comunità, ognuna con le proprie regole di interazione, si formano. Ognuna con i suoi amici su Facebook, i suoi follower su Twitter, i suoi ‘mi seguono’ su Instagram. Gli influencer, vengono così definiti portatori sani di informazione, diffusori di contenuti in quella che è stata definita la versione 2.0 della rete, dove passioni o interessi comuni agiscono come collante per la creazione di comunità virtuali. In principio era un comunicato stampa ‘classico’ quello affidato alle mani di chi già dialogava con la comunicazione tradizionale, poi le prime mail di gruppo, fino ad arrivare alle comunicazioni personalizzate.
Poco si sapeva all’epoca, se non che, far provare l’esperienza di un prodotto a un ‘blogger’ fosse cosa “buona e giusta”, e che condividere con lui il lancio sui canali ‘alternativi’, avrebbe fatto bene alla brand reputation. In tutto ciò l’originalità e la creatività non stanno certo con le mani in mano! E dai plichi rudi e grezzi con all’interno istruzioni per la prova prodotto, si passa a buzz-kit più seducenti stuzzicanti recapitati direttamente sulla scrivania dell’incallito comunicatore virtuale. Un linguaggio sempre meno ingessato e agile veniva utilizzato già fin dal primo ‘contatto’ via mail.
Un’evoluzione percepita anche nel modo di affrontare i primi eventi che nell’off-line si mescolavano con tempistiche e regole dell’online.
“Influencer Marketing” ovvero quella capacità di muoversi nei territori del marketing sotto forme più svariate, insieme al ‘popolo della rete’, guidati proprio dagli influencer.

Proprio loro cominciavano ad essere presi di mira da aziende interessate a coinvolgerli in operazioni commerciali, realizzando un’interazione anche in forme numericamente interessanti e su ‘larga scala’ attraverso veri e propri ‘blog-tour’, dove l’esperienza veniva offerta in modalità aggregata, pronta chiaramente ad alimentarne in maniera esponenziale il suo potere comunicativo.
Tanti i settori interessati, delle più disparate aree merceologiche. Fashion, auto, profumi, food, accessori, techno-gadget, telefonia, hotel, viaggi, turismo e sport. Universi così eterogenei, che devono però essere localizzati in base alle aree di attività del singolo comunicatore.
Non tutti parlano di tutto, e importante, fin da sempre, è avere la capacità di definire con una certa precisione di informazioni il ‘target’ a cui può essere indirizzato il singolo coinvolgimento.
Profilare nella maniera più attenta possibile i vari cluster di riferimento era ed è, uno dei comportamenti base da dover rispettare per poter solamente partire ad avere un dialogo con il singolo influencer. Ma non basta. Dietro ogni singolo “nickname” c’è sempre una persona (o gruppi di) che corrispondono a differenti profili caratteriali, atteggiamenti, capacità percettive che vanno comprese, e che vanno trattate con la massima capacità di analisi.

Pr digitali: non solo prove prodotto

L’influencer è diventato un ‘testimonial’, affidando alla propria immagine pubblica sulla rete il compito di lanciare, su vasta scala, quel singolo prodotto.
Non solo: le collaborazioni e il dialogo con il brand, spesso si traducono in occasioni di sinergia editoriale, e momenti di guest-blogging, dove è la firma dell’influencer a raggiungere l’obiettivo desiderato. 
Scelte che, a livello comunicazionale, sono molto importanti, e per le quali i settori di marketing di agenzie e aziende affrontano sessioni di riunione dal ritmo spesso estenuante.
Al volto degli influencer, al numero di utenti che li segue, ai loro canali, viene affidato il compito di far passare messaggi che, avvolti in involucri tradizionali, non avrebbero la benché minima speranza di approdare a bacini di utenti tanto desiderati. L’influencer ha la facoltà talvolta di riuscire a trasferire curiosità per quel singolo prodotto e di tradurre la propria esperienza in qualcosa di positivo facendoli identificare anche “cine attivatori” di comportamenti latenti o potenziali.
Fan e follower che sono pronti a ricondividere decine e decine di volte, l’ultimo scatto della loro fashion-beniamina con la borsa di grido dello stilista noto.
Un mondo intorno al quale ruotano interessi, budget e attività di comunicazione digitale e non, spesso molto strutturate.

PR digitali: a che punto siamo

Il mercato dell’Influencer marketing, sembra essere arrivato ad una sua fase di prima maturazione, con il definirsi di comportamenti consolidati o meccaniche riconosciute.
Per qualcuno è il segnale di un cambiamento radicale e necessario, per altri solo il normale assestamento di scelte già fatte. Quello che è certo e comune per tutti, è che la continua evoluzione del settore della comunicazione online, anche grazie al differente assetto economico del pianeta, modificherà con profondità la capacità dei brand di relazionarsi con il proprio audience percepito e non.