Live streaming e social distance: una diretta ci salverà

Le live streaming sono state un po’ una benedizione durante l’emergenza sanitaria degli ultimi mesi. Inutile negarlo, ci sono attività che nella fase 2 (ma anche più avanti) sono di difficile realizzazione visto che la distanza sociale rimane una realtà. Come fare se le regole dicono ancora: niente assembramenti e distanza di almeno 1 metro tra le persone?

Che fine fanno tutti gli incontri che prevedono la presenza di 100, 500 o migliaia di persone nel medesimo luogo allo stesso momento? Non parliamo solo del campionato di Serie A, ma anche di manifestazioni culturali, festival o più semplicemente di presentazioni di libri.

Naturalmente è tutto da rivedere, emergenza coronavirus e sicurezza impongono una totale revisione degli spazi e dei modi di fruizione degli incontri fisici, ed è qui che la tecnologia viene in aiuto di artisti e pubblico.

Sì, perché se c’è una cosa che ci hanno insegnato le piattaforme di videoconferenza come Zoom e Skype negli ultimi tre mesi, è che una video call azzera le distanze.

Ma ci sono altri vantaggi dal punto di vista della comunicazione, vediamoli insieme:

  • Una live streaming si può seguire ovunque: o altrimenti detto, se il tuo pubblico non può venire da te, vai tu da lui! In termini di comodità non ci sono paragoni né è possibile pensare a scenari migliori: si evitano file, attese e basta veramente un clic per partecipare a un incontro online.
    Un esempio? Le dirette streaming del Salone del Libro che causa Covid-19 ha posticipato l’evento in fiera a settembre, ma non ha voluto rinunciare a qualche occasione di incontro con gli autori a maggio. (Ad aprire SalToEXTRA è stato Alessandro Barbero, con una lectio inaugurale che ha fatto la gioia dei fan dello storico. 🔥)
  • La live streaming elimina le sovrastrutture: evviva, finalmente un modo per dare ampio spazio alla sostanza! Si eliminano i “rumori” di fondo e i riempitivi per andare dritti al punto, per la gioia di chi ama la concretezza. Un esempio? I tanti webinar (tipo questo di Università Cattolica) che hanno animato la rete in questi mesi particolari o le dirette di Marco Montemagno, personalità del mondo web e tech. 📢
  • La live streaming è perfetta per gli utenti che amano interagire: la diretta si guarda, è vero, ma durante tutta la durata è possibile partecipare attivamente: sarà per questo che Instagram ha dedicato alla modalità diretta una sezione Q&A impostata unicamente alle domande della community a cui i protagonisti della live possono rispondere?

IAKI - Instagram Q&A live streaming

Ecco, se il vostro brand ha qualcosa da dire in questo momento, le live streaming sono la risposta!

Su che canale farle? A questo proposito non avete che l’imbarazzo della scelta: Facebook, Instagram e Youtube sono sicuramente i social più utilizzati, ma anche Twitch e Twitter potrebbero regalarvi grandi soddisfazioni. E no, non dovrete ingaggiare una troupe cinematografica.

Per una live streaming Facebook ad esempio potrete pensare a creare una diretta con regia in modo da:

  • Dare il giusto spazio in video a ogni relatore, regolare il volume dei loro microfoni, ecc
  • Condividere una schermata o inserire un elemento grafico o video
  • Customizzare con grafiche e overlay
  • Far comparire nel video un commento social da parte di un utente
  • Invitare partecipanti del pubblico alla live

Insomma, nulla da invidiare a un’occasione di incontro fisica, ma con un plus non indifferente: un risparmio economico importante. Pensate solo a spostamenti, vitto, alloggio, logistica, attrezzatura, prenotazioni location e tanto altro…

Dite la verità, vi stiamo tentando eh?

Allora date uno sguardo a uno dei nostri lavori in materia di live streaming (qui il lancio di Fifa 20 per Electronic Arts) e poi scriveteci: organizzeremo per voi una live streaming di successo!

Live streaming sui social: perché, dove e come farle

Facebook, Instagram, Twitter, TikTok, Youtube, Twitch: ormai su tutte le piattaforme social abbiamo la possibilità di organizzare una live streaming.

Gli elementi di unicità delle dirette sui social sono: l’idea di vedere qualcosa che sta accadendo in tempo reale, non registrato, e la possibilità di interagire al secondo con il video. Nessun altro strumento offre queste possibilità di connessione tra marca e community.

Bene, ma perché dovremmo fare una diretta sui social? Cosa succederà? Su quale canale è meglio farla? Soprattutto: come si fa?

Dateci solo 5 minuti e risponderemo a tutte le domande a tema “live streaming” che possono venirvi in mente!

Perché inserire nel piano di comunicazione le live streaming?

Il momento della diretta sui social rappresenta un appuntamento privilegiato con la community. Possiamo paragonarlo a un vero e proprio evento in cui diamo la possibilità alla nostra fan base di incontrare virtualmente il nostro brand e, soprattutto, poter parlarci.
Già, perché l’elemento chiave delle dirette social è proprio lo scambio con gli utenti, la possibilità di poter rispondere alle loro domande, raccogliere feedback o studiare meccaniche di gaming che li ingaggino.
Non dimentichiamo un altro punto forte delle live streaming: il fatto di poter amplificare la comunicazione oltre qualsiasi limite geografico. Se, ad esempio, scegliamo di organizzare una dirette durante l’evento di lancio di un prodotto, avremo modo di coinvolgere anche chi non sarà fisicamente presente.
Inoltre su alcuni social le live possono essere salvate, continuare a generare visualizzazioni, e quindi dare visibilità al brand, oltre il loro termine.

Scegliere il tema della vostra diretta sui social

Le occasioni per organizzare una live streaming possono essere diverse:

  • Amplificare un evento off line
  • Intervista di approfondimento su temi importanti per la nostra comunicazione
  • Q&A con la community
  • Tutorial
  • Stream di eventi pensati proprio per vivere esclusivamente sul web
  • Sessioni di intrattenimento o gaming

Insomma, tutto dipende dalla marca e dall’obiettivo di comunicazione che vogliamo raggiungere. Sarà questo elemento a determinare il format creativo live più adatto e ingaggiante per il brand.

Per esempio, per la rivista IlLibraio ci siamo occupati di diverse dirette Facebook legate all’uscita di particolari libri del gruppo editoriale GeMS. Durante la live, l’autore risponde a domande, curiosità ma anche semplici complimenti fatti dai lettori.
Tra le dirette ricordiamo quella con la scrittrice Monica Pais, che ha generato più di 20.000 visualizzazioni e oltre 700 interazioni, di cui 233 commenti.

Dove trasmettere la vostra live streaming?

Lo abbiamo detto all’inizio, ormai tutte le piattaforme social ci permetto di organizzare delle live streaming. Attenti però: la scelta del dove è importante tanto quanto il contenuto della diretta.
Già, perché possiamo pensare alla meccanica più coinvolgente, creare un appuntamento imperdibile e ingaggiare testimonial d’eccezione ma se scegliamo di fare la nostra diretta social sul canale sbagliato i risultati non saranno quelli sperati.
Qui la domanda da porci è solo una: “Qual è il canale in cui troviamo il target che volgiamo colpire?”.
Chiaramente questa scelta influenzerà anche le meccaniche della live streaming, quindi è bene scegliere con strategia la piattaforma più adatta alle esigenze.

Come organizzare una diretta sui social?

Abbiamo capito perché fare una live, cosa dire e su quale canale. Ma in pratica: come si fa?
Dalla nostra esperienza di molti anni, abbiamo stilato una to do list che comprende:

  • Fare dei test e settare i canali in maniera adeguata, grazie alla collaborazione tra i nostri team social e team tecnico;
  • Organizzare la produzione, dalle luci alle riprese fino alla regia, scegliendo una soluzione light o più strutturata in base alle esigenze;
  • Preparare nel dettaglio la scaletta di quanto accadrà: diretta sì, ma le gaffe meglio evitarle! Fondamentali in questa fase saranno il team copy e il project manager;
  • Pensare alla gestione della community e delle interazioni: moderare, inoltrare domande e commenti a chi conduce la diretta, animare la conversazione con gli utenti saranno le attività in carico al community manager. Non dimentichiamo infatti che la partecipazione della fan base è fondamentale per la buona riuscita della della live streaming;
  • Studiare e realizzare un piano di comunicazione di teasing per la diretta e un follow-up per dare spazio al contenuto anche quando avremo spento le camere.

Questi sono solo alcuni dei dettagli da affrontare nell’organizzazione di una live. Altri dettagli dipenderanno dal format pensato per l’evento.

Non fatevi quindi ingannare dal temine “diretta”: non c’è nulla di improvvisato in una live streaming!
Ecco perché è meglio non correre rischi ma affidarsi a noi! Volete una prova?
Guardate cosa abbiamo pensato per il lancio di Fifa20, per il quale abbiamo gestito tutta la diretta YouTube: dall’idea creativa alla produzione.

Coronavirus: un nuovo modo di vivere i social

Da Wuhan a Codogno, da semplice virus a pandemia globale: il Coronavirus è diventato in breve tempo una realtà quotidiana su scala mondiale. Non è un fatto insolito, però. La spagnola nel 1918, l’asiatica negli anni ’50, la “spaziale” negli anni ’60.

Cosa rende speciale quindi la pandemia del 2020? L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) non ha dubbi: siamo di fronte alla prima infodemia da social media.

Dalla pandemia all’infodemia

Sgombriamo subito il campo da possibili dubbi: con “infodemia”, termine coniato dal giornalista David J. Rothkpof in seguito all’esplosione della SARS, s’intende la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni su un dato argomento, non sempre vagliata, controllata e trattata adeguatamente, la cui contraddittorietà rende difficile per il pubblico orientarsi tra fonti autorevoli e notizie veritiere.

Un fenomeno, questo, che ha mostrato tutta la sua forza in questi mesi con i social network. La corsa alla notizia più tempestiva, le fughe dalla Lombardia di fronte alle bozze di decreto trapelate, il virus prima isolato e poi no, il Covid-19 che è nato dai pipistrelli oppure dal pangolino, il limone uccide il virus, le bevande calde pure…insomma, gli esempi si sprecano.

Ecco perché il Coronavirus rappresenta il primo caso nella storia di pandemia amplificata dai social media. Una paura globale che viene fomentata, giorno dopo giorno, da post non verificati anche di testate rinomate, millantatori medici pronti a cercare notorietà e sponsorizzazioni di dubbio gusto.

Per questo motivo l’OMS ha chiesto a tutti gli attori del mondo digital e social di fare la loro parte per frenare questo fenomeno pericoloso.

Quali sono state quindi le reazioni?

I big del web in azione

Sono anni che a gran voce si chiedono azioni drastiche contro le fake news, contro ads immorali e contro un certo liberalismo verso gruppi “sopra le righe” (dai complottisti fino a derive più estreme). Dove non arriva il buonsenso, però, ci pensa la crisi.

I social network e i big del web hanno risposto uniti all’emergenza, attrezzandosi con strumenti di vario tipo. Facebook in prima linea tra tutti.

Facebook vs. Covid-19

Il social network di Zuckerberg, infatti, ha in primo luogo creato una pagina aggregratice di informazioni utili e notizie certificate in merito alla crisi, un approdo sicuro per tutti gli utenti. L’attività di Facebook non si limita però solo a una funzione informativa: quest’ultima infatti è accompagnata da una vera e propria tagliola di pagine produttrici di contenuti fake e soprattutto dal blocco delle ads più dannose per la collettività.

Un esempio? Le mascherine. Di fronte all’emergenza sanitaria, alla scarsità di mascherine e all’impennata del loro prezzo, Facebook ha deciso di bloccare gli annunci sponsorizzati in merito, per evitare sia di creare un senso di paura maggiore nel pubblico, sia per impedire di sfruttare l’emergenza per il proprio tornaconto economico.

Una condotta imitata e seguita anche da Amazon ed Ebay, che stanno procedendo quotidianamente all’eliminazione dal proprio Marketplace e dalle proprie liste di venditori di chi crea uno stato di emergenza sanitaria, alzando i prezzi di materiale medico e gel igienizzanti.

Le istituzioni si riscoprono “Pop”

La crisi che stiamo vivendo, però, rappresenta anche un’occasione per migliorare l’approccio con i social media. È importante comprenderli e sfruttarli al massimo, sia per il digital marketing sia per il bene comune.

Infatti, seppur l’emergenza Coronavirus sia fresca e ancora in pieno svolgimento, possiamo già notare nuovi interessanti trend.

Primo fra tutti: un generale “svecchiamento” delle istituzioni. Pensate solo all’incredibile numero di utenti che popolano piattaforme come Instagram e TikTok, e quanti siano gli appartenenti alla Generazione Z al loro interno. Come raggiungerli e come fare della prevenzione su temi notoriamente non di forte appeal?


 

La risposta ce la danno, tra i tanti, proprio l’OMS e il Forum Economico Mondiale (WEF): un approccio pop e accattivante, con creatività studiate per attirare trasversalmente il pubblico, capace di trasmettere la propria missione di prevenzione e guida nella crisi sulle piattaforme più giovani.

Basti guardare le guide dell’OMS su Instagram, con illustrazioni animate che strizzano l’occhio anche agli utenti più giovani, o i video del WEF su TikTok.

Anche le istituzioni si stanno approcciando all’emergenza trovando soluzioni “social” capaci di coinvolgere il pubblico e creare un nuovo rapporto. Mai come in questo momento, infatti, serve superare la proverbiale distanza Governo/popolo.

Ne è un esempio il Ministero della salute francese, con le sue infografiche animate e la sua utile e a tratti comica attività di debunking su Twitter, verso i luoghi comuni che si creano attorno alle cause di contagio e ai “rimedi della nonna” francesi contro il Coronavirus.

La battaglia contro il Coronavirus è solo all’inizio, ma sono proprio i momenti di crisi a rappresentare un’opportunità di riflessione e di studio. L’emergenza Covid-19 è anche questo: un momento in cui essere lucidi. Un momento per ripensare agli interventi e alle azioni necessarie per fornire una corretta e sana informazione, adeguata ai canali e alle piattaforme attraverso cui viene divulgata e adatta al pubblico che ne usufruisce. E i social network, questa volta, ne sono un ottimo esempio.

Fridays For Future: il social listening della green wave

Il Web Listening, come vi abbiamo già raccontato qui, è un importante strumento per tracciare le conversazioni degli utenti sul web e capire cosa dicono su un determinato argomento. Ci è sembrato interessante analizzare un trend attuale come Fridays for Future. Ecco cosa abbiamo scoperto.

Fridays for Future: tutte le numeriche sul movimento

Il movimento Fridays for Future, lo sciopero scolastico per il clima, è apparso online sul Guardian il primo settembre 2018, quando Greta Thunberg era descritta come “a Swedish 15-year-old girl” ( The Swedish 15-year-old who’s cutting class to fight the climate crisis) , articolo ripreso poi da La Repubblica lo stesso giorno. Non è importante se si sposi o meno la causa del climate change, ma è interessante vedere quali sono state la ricadute nel web.
Nel corso di un anno l’interesse sull’argomento su Google ha raggiunto due picchi in concomitanza con le due manifestazioni a marzo e a settembre.

Google Analytics

Il totale delle conversazioni su Twitter, Blog e News con citazioni al Fridays for Future e Climate Strike si aggira nell’ultimo anno intorno ai 26 milioni di mentions pubbliche.
In Italia, in particolare, il valore è salito del 600% solo in 3 giorni (26-27-28 settembre), con un picco alle 12 di venerdì.

Google Analytics

Chi sono le persone interessate al Fridays for Future?

Secondo Google, la maggior parte di ricerche sono arrivate dalla Germania, in particolare dalla regione a nord di Amburgo, Schleswig-Holstein.

Google Analytics

In Italia la regione più interessata è stata il Trentino-Alto Adige: la classifica è tutt’altro che corta, in Molise Google non ha registrato abbastanza ricerche per poter inserire questa regione in classifica.

Incrociando i dati con una analisi di Social Listening si conferma il silenzio anche sui social della regione del Molise e più conversazioni nel nord d’Italia.

Brandwatch

Gli autori di queste conversazioni sono uomini (46%) e donne (54%), risultano abbastanza bilanciati, e, in base agli elementi pubblici all’interno dei profili Twitter, solo il 14% è uno studente, la maggior parte risultano essere giornalisti e artisti (dato fortemente interpretabile). Curioso notare come effettivamente l’aspetto “giovane” emerga parecchio dai contenuti condivisi: i termini “giovane”/“studente” e affini sono molto ricorrenti tra le conversioni, saranno più i media a parlare di movimento giovane più del movimento stesso?

Brandwatch

Effettivamente, chi ha raggiunto più impression, su Twitter, escludendo i politici, sono stati i media stessi: tra i top tweeter ritroviamo il Corriere, Le Iene e la Repubblica.

Il sentiment dei contenuti è stato principalmente positivo, ma la crescita di quello negativo è stata quasi del doppio durante i tre giorni presi in esame: in termini relativi, la manifestazione ha acuito la negatività attorno al tema più che sedarla.

Brandwatch

Fridays for Future: dillo con un’emoji!

Eppure, se dovessimo descrivere il Friday for Future Italiano con una emoji, l’emoji cloud parla chiaro: ❤️

Brandwatch

Perché dovrebbe interessarci come interpretano le persone un fenomeno come il Fridays for Future?

Perché, per esempio, Treedom, azienda che mette in vendita alberi da adottare a distanza, con 11 Tweet ha ricevuto quasi 66K impression in 3 giorni.

Certo, Treedom la filosofia green ce l’ha insita nel suo manifesto ed è scontato che partecipi a movimenti di questo tipo, ma la green wave è fonte di ispirazione per molti brand, e conoscerne i numeri ha aiutato molti a capire già anni fa da che parte si stavano muovendo le nuove generazioni (vedi “i giovani” sopra, la Generazione Z).

Come il Web Listening può orientare i brand e i consumatori

L’ascolto delle conversazioni in rete è una delle fonti per conoscere in anticipo cosa arriverà dall’estero e influenzerà il mercato italiano nel futuro, in modo da posizionarsi prima dei competitor su segmenti di comunicazione precisi. 
Arrivare prima degli altri non è solo un fattore puramente di posizionamento, ma è anche battere il ferro prima che diventi troppo caldo.
L’impennata di sensibilità nei confronti di alcuni temi come il green o la privacy influenza le scelte dei consumatori e lo sanno bene i mezzi di comunicazione, che, sopratutto digital, si adeguano molto in fretta: oggi Facebook per trasparenza rende visibile (a chiunque) il budget investito dai brand nei temi “about social issues” e richiede obbligatoriamente di inserire nelle inserzioni che toccano la “pancia” degli utenti il nome dell’azienda o brand che veicola determinati contenuti attraverso investimenti.

Patagonia

L’ascolto della rete è una importante arma in tasca ai brand che incaricano le agenzie di analisi periodiche, misurate e approfondite.

Un brand per amico: come adeguarsi alla nuova privacy di Facebook

Dopo l’ultima F8, Facebook non sarà più lo stesso. O, per dirla alla maniera di Mark Zuckerberg, sarà al 100% sé stesso: una piattaforma per «connettere le persone tra loro», sempre più sicura nel difendere la privacy degli utenti e affidabile nell’utilizzo.

«Il futuro è privato» sarà infatti il motto che guiderà tutto l’universo social che fa capo a Facebook.

Ed è proprio “Privacy” la parola con cui si è aperta la conferenza. Se tutto andrà come annunciato, siamo di fronte ad un momento di passaggio di consegna tra le prime due epoche social: si chiude l’era della condivisione e della sovraesposzione, per lasciare spazio a quella delle conversazioni private tra utenti.

Sono tante le novità annunciate all’F8, ma che effetti avranno sulle strategie social messe in campo dai brand? Ecco le nostre previsioni.

Nuova parola d’ordine su Facebook: privacy, privacy, privacy

Fino a pochi anni fa, il Newsfeed rappresentava “l’esperienza social” per definizione, il sistema principale con cui gli utenti potevano dialogare, scoprire e condividere contenuti o informarsi su ciò che stava succedendo ai loro amici.

Oggi, è evidente invece quale sia il trend dominante nell’uso da parte degli utenti: conversazioni e condivisioni di contenuti in spazi privati. Questa nuova modalità di “stare sui social” si lega a un modo di pubblicare meno strutturato, non pianificato né permanente, ma molto più frequente. Emblematico è il successo che negli ultimi anni ha ottenuto il formato “Storia” (da Snapchat, a Instagram, a WhatsApp). Ma anche la velocissima crescita di TikTok, in cui la condivisione “random” è uno degli elementi distintivi.

La condivisione in spazi privati (gruppi, chat, Storie) sta insomma diventando un comportamento fondamentale a livello social. E sempre più profondo: la direzione finale sarà quella di considerare l’universo Facebook come un ambiente per sviluppare community, tanto quanto oggi lo conosciamo come un luogo per condividere esperienze. E al centro di tutto questo: i gruppi, come un vero principio organizzativo di tutto l’ecosistema social, andando a privilegiare la privacy.

Facebook come “spazio privato”: il tempo della sovraesposizione è finito

Se fino ad ora ha prevalso l’omologazione social, gli utenti si stanno sensibilizzando sempre di più al tema della privacy e alla comunicazione one-to-one, perdendo interesse nel sovraesporre le loro vite. I piccoli gruppi tutelano di più le persone e consentono di creare un ambiente familiare per esprimersi liberamente, senza timore di reazioni negative o flame umilianti. Pensate alla differenza che c’è tra dire la vostra opinione, ad alta voce, in mezzo a una piazza affollata e dirla tra le mura accoglienti di un salotto conosciuto. Bene: è esattamente questa la metafora usata da Zuckerberg stesso.

Questo è ciò che avverrà dal punto di vista degli utenti. Ma per per le pagine aziendali, che  pubblicano i loro post nel Newsfeed, il ridimensionamento di quest’ultimo significherà una tragedia per la loro comunicazione sui social network?

La risposta è NO, almeno per i brand che saranno pronti a superare gli schemi già rodati e ad adeguarsi alla nuova situazione. Sviluppare contenuti specifici ed esperienze pensati per nicchie e piccoli gruppi di interesse è un passo fondamentale, che può avvenire solo grazie a uno studio delle community di riferimento, dei loro interessi e dei canali che utilizzano. Il risultato vale però lo sforzo: questi spazi di condivisone di interessi e passioni assicurano un grado decisamente maggiore di engagement per i contenuti che vi circolano. E dunque più ritorno in termini di coinvolgimento e conversione per i brand che sanno veicolarli.
Una volta in più, ecco la prova dell’importanza di presidiare questi spazi e sviluppare contenuti e strategie ad hoc per essi  (ne abbiamo parlato qui).

Ma cosa cambia per le aziende? 

Per i brand, questi cambiamenti dovranno spronare un’evoluzione sui modi di sviluppare una relazione con le persone. Prima di tutto, a cambiare dovrà essere l’approccio: soprattutto nei gruppi più piccoli: è importante che ciò che viene proposto sia di valore per le persone, sia a livello personale che di community.

La grande sfida per le aziende sarà, da un lato, quella di creare beni, prodotti e contenuti sempre più personalizzati in base alle caratteristiche del destinatario, individuato da criteri di profilazione più sofisticati.
Dall’altro, ancora meglio se la comunicazione del brand riuscirà a catturare l’attenzione di tutto il gruppo, andando a toccare interessi comuni. Fornire un contenuto in esclusiva (o in anteprima) o permettere di vivere una versione diversa di un’esperienza comune possono essere soluzioni vincenti, spingendo gli utenti a considerare l’iscrizione al gruppo un valore aggiunto all’esperienza offerta dal brand.

È fondamentale infine evidenziare che il “ripiegamento” di Facebook sulla privacy non significa affatto che questi spazi privati rimaranno chiusi a comunicazioni aziendali e inserzioni pubblicitarie, anzi. Gli strumenti di WhatsApp per le aziende presentati alla F8, nonché le recenti modalità di acquisto su Instagram e le sperimentazioni sul trasferimento di denaro via chat, rivelano come Zuckerberg voglia permettere alla pubblicità e al commercio di entrare nella sfera privata degli utenti. Una decisone che dovrà spronare aziende e marketers a trovare nuove e creative soluzioni per un contatto continuo e sempre più personalizzato con gli utenti, simile a quello che abbiamo ogni giorno con i nostri amici.

Buyer personas, preziosi alleati delle social media strategy

È davvero fondamentale tenere in considerazione le buyer personas del brand di cui ci occupiamo quando delineamo una social media strategy?
Certo, se vogliamo che la nostra strategia digitale sia davvero efficace e porti dei risultati in termini di reach, engagement e non solo.

Cosa sono le buyer personas

Ma andiamo con ordine e definiamo il concetto di buyer personas. Le personas o buyer personas sono dei clienti ideali che rispecchiano i consumatori reali del prodotto o servizio che andremo a comunicare. Per costruire questi profili si procede in maniera scientifica. Si strutturano infatti interviste, sondaggi e questionari, sia offline che online, così da raccogliere tutti i dati utili a compilare la “carta d’identità” dei nostri consumatori tipo.
Oltre alle informazioni socio-demografiche, è utile conoscere i loro hobby e interessi, sapere come si informano e come arrivano alle decisioni d’acquisto, qual è il loro livello di digitalizzazione e quali device prediligono, individuare non solo le loro necessità e bisogni ma anche quali ostacoli e problemi affrontano cercando di soddisfarli e ultimo, ma non meno importante, quali critiche muovono al brand che stiamo comunicando.

Veniamo ora al punto chiave di questo articolo: come le buyer personas aiutano l’efficacia di una social media strategy.

Ecco qualche spunto:

Decidere cosa comunicare

Conoscere le necessità del target delle nostre pagine social e come il nostro prodotto o servizio risponde a queste ci permetterà di focalizzare i contenuti su aspetti davvero rilevanti per gli utenti, andando così a colpire il loro interesse.

Decidere come comunicare

I nostri post dovranno attirare l’attenzione non solo per il contenuto ma dovranno anche avere visual e formati adatti alle nostre buyer personas di riferimento. Per questo è importante valutare sia le specifiche socio-demografiche sia il livello di digitalizzazione della nostra community.

Andare oltre il beneficio funzionale

Individuare le aspettative che le buyer personas hanno sul nostro brand ci permetterà di poter guardare al prodotto in maniera più ampia, individuando nuovi punti di vista. Immaginiamo per esempio di gestire la social media strategy di un brand che commercializza tappi per le orecchie. Sappiamo bene che la necessità a cui questi rispondono è ottenere silenzio, isolamento acustico. Quali benefit derivano dal loro utilizzo al lavoro per esempio? Non avendo distrazioni, riusciamo a concentrarci meglio, ad essere più produttivi i quindi uscire in tempo dall’ufficio per goderci un aperitivo in compagnia! Abbiamo parlato del prodotto, ma andando oltre il prodotto stesso.

Scegliere le collaborazioni giuste

Conoscere cosa e chi influisce sulle decisioni d’acquisto sarà fondamentale per la nostra social strategy. Sapere quali sono le voci che il target ritiene autorevole ci permetterà di scegliere le collaborazioni giuste per i nostri progetti di digital PR, in modo che colpiscano realmente gli utenti e risultino quindi efficaci.

Ottimizzare le occasioni di engagement

Indagare hobby e interessi delle buyer personas ci permetterà di sfruttare al meglio occasioni da calendario ed eventi di real time marketing. Creare contenuti sfruttando questi avvenimenti potrà sicuramente portare vantaggi in termini di engagement di pagina, a patto però che questi siano davvero in linea con il nostro target. Se così non dovesse essere infatti, il social flop sarebbe dietro l’angolo!

Decidere cosa non dire

Non dimentichiamo che le buyer personas ci rivelano anche le barriere di acquisto al prodotto, cioè quelle caratteristiche che frenano il nostro target. Questo ci aiuterà a capire quali sono i nostri punti deboli e ci preparerà anche ad affrontare in maniera efficiente la gestione del CRM.

Compilare la carta d’identità dei nostri utenti tipo, dando loro un nome, una storia e descrivendo il loro modo di vivere, ci permette quindi di produrre contenuti davvero interessanti, che li porteranno prima a conoscere e poi interagire con la pagina fino a fidelizzarli al brand. Attenzione però, la nostra community è in continuo cambiamento ed evoluzione. Teniamo quindi sempre presente la social media strategy che abbiamo delineato e non perdiamo di vista l’obiettivo senza però dimenticarci dei principi fondamentali del community marketing.

Social Advertising: i pubblici di Facebook

Chi come me lavora con la pubblicità su Facebook e/o social advertising sa bene quanto le Custom Audience (pubblici personalizzati) possano essere efficaci per trovare nuovi utenti interessati ai nostri prodotti o servizi, anche se spesso sono inutilizzati o sconosciuti.

Facebook ha una vasta quantità di informazioni sui 2 miliardi di utenti che popolano questo social network, e questo permette a chi svolge pianificazione media nel suo marketplace di selezionare il target più adatto ad ottimizzare le proprie campagne di social advertising.
Oltre al targeting per interesse, Facebook ci consente di creare gruppi di destinatari in base a condizioni specifiche che vanno oltre il semplice interesse e permettono di veicolare il messaggio pubblicitario ad un pubblico potenzialmente più propenso alla conversione.

Questi sono i pubblici di Facebook, vediamo come crearli e come usarli.

Cos’è il pubblico simile (looklike)? Simile a cosa?



Il pubblico simile si costruisce sulla base di caratteristiche affini alla tua base fan o ad un pubblico precedentemente utilizzato e consente tramite requisiti comuni di raggiungere nuove persone che potrebbero essere interessati alla tua azienda.
Il pubblico che selezioni come punto di partenza per creare la somiglianza (deve contenere almeno 100 persone per paese e idealmente tra le 1000 e 50.000) permette a Facebook di capire quali caratteristiche prendere in considerazione e in base a questo la piattaforma trova persone con requisiti affini. Possiamo scegliere fino a 6 gruppi di pubblico differenti che variano dal 1% al 10% (per singolo paese).
Più la variabile % di somiglianza è bassa più il pubblico che creerai sarà affine al tuo pubblico di partenza.

TIPS: Puoi usare diversi gruppi di pubblico simile contemporaneamente per uno stesso set di inserzioni e selezionare ugualmente gli interessi.

Cos’è il pubblico personalizzato e come funziona?

Avanziamo ora con lo step più difficile della tua attività di social advertising, ma anche più interessante.
Esistono svariati modi per creare e utilizzare un pubblico personalizzato, ma possiamo dire che solo tre sono veramente utili.

  • File clienti: è possibile caricare delle liste/file di email dei nostri cliente (es. iscritti alla tua newsletter). Facebook verificherà la corrispondenza con le email degli iscritti al network, creando il tuo pubblico.
  • Traffico verso sito web (solo con INSTALLAZIONE DEL PIXEL FACEBOOK COMPLETATA): è possibile creare un pubblico in base agli utenti che hanno visitato il nostro sito web o delle pagine specifiche di questo. Questi utenti conoscono già i tuoi prodotti o servizi e su di essi puoi così attivare campagne che ne mantengano vivo il ricordo, stimolando la conversione, il famosissimo retargeting.
  • Interazione: è possibile creare un pubblico di utenti che hanno interagito alternativamente con contenuti come video, modulo di acquisizione contatti, canvas, pagina Facebook, profilo aziendale di Instagram o un evento.

Abbiamo quindi visto una panoramica dei pubblici che possiamo creare attraverso il nostro Business Manager di Facebook Advertising.

Quale il più utile per i nostri obiettivi? Non c’è una risposta esatta, l’unico consiglio che vi posso dare è quello che Pia diede a Mario nel bellissimo film “Non ci resta che piangere” .

“Bisogna esercitarsi, bisogna provare, provare, provare, provare, provare, provare e poi ci si riesce bene”.

Facebook advertising: alcuni consigli per iniziare

Ormai è palese: il calo della Facebook reach è un dato di fatto, una triste realtà sotto gli occhi di tutti i social media manager.
E quindi? Quindi è il momento di agire in modo strategico.
Sì ma come?
Una delle carte da giocare si chiama Facebook Advertising.

Sì perché anche se Facebook, come Mark Zuckerberg ci ricorda a ogni accesso, “è gratis e lo sarà sempre”, le aziende si vedono costrette a investire per avere visibilità. E se fino a un paio di anni fa bastava un piccolo budget per aumentare la reach dei propri contenuti, ora che la presenza di brand su Facebook è sempre più massiccia i post si trovano a “sgomitare” per accaparrarsi un posto nel feed degli utenti.

Quindi oggi più che mai in ogni social media strategy che si rispetti una voce del progetto deve recitare: social advertising (di cui Business manager, che controlla e gestisce ADV su Facebook e Instagram, è il principale player).

Ma non basta avere budget (intendiamoci, le dimensioni in questo caso contano eccome), bisogna anche (e soprattutto) sapere come usarlo.

Ecco 5 punti fondamentali da tenere sotto controllo quando si pianifica una campagna di Facebook Advertising.

L’obiettivo

Che lo si scriva con una o due “b” (la Crusca qui non ha niente da obiettare – o da obbiettare?) il risultato non cambia: bisogna avere chiaro il fine della propria campagna. Puntiamo ad aumentare le interazioni con i nostri contenuti di pagina? O siamo interessati al traffico verso il nostro sito? Vogliamo far scaricare la nostra app? Oppure farla utilizzare di più?
Chiariamoci le idee prima di iniziare (consapevoli che non si può avere tutto come frutto di una sola campagna), poi sarà tutto più semplice.

Il pubblico

Facebook è uno dei social che permette una di segmentare il pubblico in modo più capillare e definito. Età, sesso, posizione geografica in primis, ma anche interessi e sottogruppi di interessi, oltre alla possibilità di escludere alcune variabili o di restringere il pubblico: c’è solo l’imbarazzo della scelta!
Quindi attenzione uomo 30enne di Milano, interessato al tennis E ai motori ma NON al calcio: sappiamo che ci sei e come intercettarti!
Naturalmente per catturare l’attenzione di uno specifico target con Facebook Advertising la creatività e i testi giocano un ruolo di prim’ordine: tutto deve comunicare in modo univoco.

Tempi e costi

Il budget di Facebook Advertising può essere stanziato in modo totale, e quindi sarà la piattaforma a gestirlo autonomamente all’interno delle date di inizio e fine selezionate, o in modalità giornaliera, quindi Facebook spenderà i vostri 10/20/30€ impostati ogni 24 ore.
Da qualche tempo, selezionando il budget come “totale”, è possibile impostare anche ADV su diverse fasce orarie. Quindi ad esempio potrò evitare di mostrare la mia inserzione dalle 20.45 alle 22.45 mentre il mio target è certamente sintonizzato sulla sulla Champions League, o viceversa, potrò concentrare la mia sponsorizzazione in orari particolarmente strategici.

I formati

Le vie di Facebook sono (quasi) infinite. Tra gli “oggetti” migliori da sponsorizzare troviamo:

  • Video (standard o 360°, con link o senza)
  • Immagini (page post o post link, con immagini standard, panoramiche o 360°)
  • Carosello: fino a 10 immagini o video a scorrimento orizzontale, a ogni contenuto è possibile associare un link
  • Canvas: foto e video che creano un contenuto navigabile permettendo all’utente di immergersi in un’esperienza coinvolgente
  • Slideshow: simile al video, non necessita di montaggio quindi risulta più facile da creare

Il limite di testo

Facebook consente che il testo sia presente in grafica solo nel 20% dello spazio. Se non si rispettano queste regole la visibilità del post viene penalizzata.
Quindi facciamo attenzione, sarebbe proprio un peccato rovinare tutto nel finale.

Unite a queste promesse un ottimo copy, agitate (non mescolate, James Bond insegna!) e metterete online una campagna Facebook efficace.

L’influencer marketing ai tempi delle Stories

L’influencer marketing riflette i movimenti continui della galassia social, dove Instagram e Snapchat sono stelle variabili. Il loro destino è intrecciato: il “fantasmino” sta attraversando un momento di incertezza data la crescita esponenziale dell’app di Facebook, che – è noto – fa proprio quanto di buono trova in giro. E nell’ultimo anno a Menlo Park piace soprattutto Snapchat: in un recente articolo del Guardian si contano ad oggi 18 “prestiti”, tra cui le Instagram Stories, che rappresentano la minaccia maggiore per Evan Spiegel. Dopo la loro introduzione nell’agosto 2016, la crescita di Snapchat ha registrato un notevole rallentamento, che non sembra fermasi nonostante lo sbarco a Wall Street di due mesi fa (con una quotazione di 24 miliardi di dollari).

Bisognerà comunque aspettare per vedere la reazione del mercato all’introduzione dello Snapchat Ad Manager, il nuovo strumento per l’advertising annunciato ieri, che sarà lanciato il prossimo mese. Ma è certo che Instagram vive un’autentica età dell’oro e ha appena annunciato di aver toccato la quota di 700 milioni di utenti mensili attivi, registrando un incremento formidabile (saldo attivo di oltre 200 milioni da giugno). E nell’ultimo mese le Instagram Stories hanno raggiunto 200 milioni di utenti mensili attivi, sorpassando ufficialmente Snapchat a soli otto mesi dal loro lancio.

influencer marketing - instagram monthly active user
Fonte: TechCrunch

La crescita vertiginosa di Instagram pone una questione cruciale in chiave influencer marketing: cosa stanno facendo gli influencer di Snapchat, anche loro si stanno riversando in massa nelle Instagram Stories?
Uno studio recente di Mediakix cerca di fare chiarezza, prende in analisi il comportamento dei 12 top social media influencer negli ultimi 30 giorni e vaglia la loro attività di posting sulle rispettive app. Ne viene fuori che, in media, ogni giorno gli influencer utilizzano le Instagram Stories il 25% in più rispetto alle Snapchat Stories (6.6 vs. 5.3). Il risultato è estremamente significativo, considerando che si parla di un mercato – quello dell’influencer marketing su Instagram – stimato 1 miliardo di dollari nel 2017, con previsioni che parlano di 2 miliardi di valore complessivo entro il 2019.

A conti fatti, ci sono diverse ragioni che possono spiegare il cambio di rotta dell’influencer marketing e l’utilizzo crescente delle Instagram Stories. La prima è la più ovvia: l’audience con cui interagire è maggiore (come dicevamo, Instagram ha appena sfondato la soglia di 700 utenti mensili attivi, mentre Snapchat è fermo a quota 300). Instagram ha “giocato sporco” copiando le Snapchat Stories, ma garantisce un bacino di utenti più grande e una maggiore varietà di contenuti: le “classiche” foto statiche sul profilo, le Instagram Stories e le Instagram Live Stories (i video in live streaming che scompaiono immediatamente, senza nemmeno aspettare le ormai canoniche 24 ore).

influencer marketing stories
Fonte: TechCrunch

Instagram appare insomma uno strumento più versatile e più facile da usare anche per gli utenti. La sezione Explore consente di scovare contenuti in linea con i propri interessi (suggeriti in base alle interazioni e ai profili seguiti). Un altro punto a favore se si parla di influencer marketing: gli influencer hanno maggiori possibilità di venire scoperti in modo “organico” e possono inoltre linkare – tramite il proprio profilo – contenuti esterni alla piattaforma. Mentre la natura “intimista” di Snapchat paradossalmente pone un limite al valore degli influencer al di fuori dell’app (l’unica vera capacità di link è delegata agli editori e agli inserzionisti). Di fatto, Snapchat tratta – apparentemente – celebrities e influencer come tutti gli altri, ragion per cui non si può misurarne la popolarità.

Per capire che aria tira, basta prendere l’esempio del campione del mondo di Formula 1 Lewis Hamilton, che nell’ultima delle sue Snapchat Stories annuncia l’approdo definitivo su Instagram (dove conta 4,2 milioni di follower).

snapchat-influencer-marketing

Detto ciò, sembrerebbe che per l’app di Evan Spiegel le cose non si mettano troppo bene. Ma c’è una cosa che Instagram non è riuscito a copiare, e che può rappresentare un’ancora di salvezza per Snapchat: una userbase fedelissima di “duri e puri”, preziosissima per gli influencer. Stando alle analisi di App Annie, i 60 milioni di utenti attivi ogni giorno su Snapchat offrono una possibilità straordinaria per chi vuole raggiungere un’audience che non frequenta altre piattaforme: il 35% degli utenti non va su Facebook nello stesso giorno in cui va su Snapchat, mentre addirittura il 46% non avrebbe un profilo Instagram. Ecco il tesoro nascosto per chi si occupa di influencer marketing.

Il decalogo Facebook contro le Fake News

Quali sono i segnali per individuare una fake news?

Sarà capitato anche a voi di trovare un articolo condiviso su Facebook con un titolo urlato e sensazionalistico o con una formattazione strana o errori di battitura, o con una url che assomiglia a quella di un sito conosciuto e autorevole. Sono tutti segnali che ci indicano che quella notizia in realtà è un falso: è una fake news.

Nonostante la notizia contenga uno di questi segnali non sempre le persone riescono a distinguerla e a evitarla cedendo alle bufale. Ne avevamo parlato QUI.

Le fake news sono dannose per tre motivi:

  • Generano ricchezza ai proprietari dei siti che lanciano notizie false con logiche acchiappa click.
  • Assenza di controlli per chi si crea fake news.
  • Nessuno è immune alle fake news: nonostante tutti gli strumenti in possesso per smascherare una falsa notizia, la nostra guardia non è sempre alta e i titoli accattivanti finiscono per farci cliccare.

Le ripercussioni sociali, economiche e politiche della circolazione di queste notizie sono molteplici e meritano un discorso molto approfondito. Mi limiterò solo a spiegare cosa Facebook sta facendo per contrastare la diffusione di questo fenomeno.

Il primo passo avanti è stato di Mark Zuckerberg, che ha annunciato che a partire da venerdì 7 aprile per alcuni giorni agli utenti di 14 Paesi sarà disponibile un nuovo strumento educativo contro la disinformazione per aiutare gli utenti ad identificare le notizie false. Una sezione del Centro Assistenza Facebook che contiene informazioni, consigli e un decalogo su come individuare meglio notizie false. Non è quindi uno strumento per segnalare le bufale ma per educare gli utenti a riconoscerle.

https://www.facebook.com/zuck/posts/10103623502743251
Oltre a questo spazio Facebook, collaborando con alcuni organismi esterni di verifica delle notizie, negli Stati Uniti (e presto anche in alcuni paesi europei) ha introdotto il bollino rosso da affiancare alle notizie ritenute false. Decidere quali notizie sono vere e quali sono false è un tema rischioso e delicato perché ogni intervento potrebbe essere soggetto a critiche e sollevare anche questioni etiche.

Quello che i brand possono e devono fare, specie quando vogliono cavalcare un trend, è di verificare il topic e osservare con disciplina il decalogo Facebook.
Può capitare infatti che un brand voglia creare un contenuto di real time marketing per mostrarsi, il consiglio è di essere sempre prudenti: se la notizia è nota, vera ed è in linea con la strategia del brand allora si può pensare a un contenuto per seguire la tendenza.

 

IL DECALOGO

  1. Occhio ai TITOLI!!!! Spesso le fake news utilizzano titoli con parole altisonanti, urlate in caps lock e accompagnate da molti punti esclamativi.
  2. Un secondo aspetto sono gli url: per sembrare vere e attendibili, le fake news sono ospitate su url molto simili ai siti di informazione autorevoli.
  3. Scopri qual è la fonte della notizia. Basta fare un check sulla sua attendibilità per scoprire se la notizia è vera o meno.
  4. Errare è umano, ma spesso le fake news hanno molti errori di battitura (troppi), l’impaginazione è sbagliata.
  5. Non credere alle foto. Molte volte anche le foto che accompagnano le fake news sono finte.
  6. Nelle fake news le date spesso sono riportate male o non hanno un senso cronologico con altri avvenimenti.
  7. Simile al terzo punto, ma riguarda le fonti di chi riporta la notizia. Le vere notizie riportano studi, ricerche, esperti del settore, etc.
  8. Se la notizia non è riportata anche da giornali autorevoli non c’è alcuna prova che quella notizia sia vera.
  9. Cerca di capire il tono della notizia. Può darsi che si tratti solo di uno scherzo.
  10. Alcune volte la fake news è dichiaratamente una notizia finta per stimolare l’ironia delle persone. In questi casi la fonte di questa notizia usa un tono sempre ironico e scherzoso.