Chatbot e Millennials: l’esempio di Facebook Messenger

Un futuro senza robot? Impossibile. Nell’immaginario collettivo il mondo, in un futuro ormai non troppo lontano, sarà governato dai robot e dall’automazione. Zuckerberg ha già iniziato a muoversi in questa direzione introducendo i chatbot all’interno dell’app di messaggistica di Facebook, Messenger.

I chatbot sono dei software che permettono ad un robot di simulare una conversazione reale con noi umani, per capirsi: come Siri di Apple, ma via chat. Questi bot possono essere sfruttati dalle persone per accedere a determinati servizi tramite le conversazioni all’interno di Messenger. Nel video qui di seguito David Marcus, chief di Facebook Messenger, racconta l’introduzione dei primi chatbot:

Secondo alcune ricerche i Millennials sono la fascia d’età più interessata all’uso dei chatbot da parte delle aziende: visto l’uso che facciamo dei social e dei nostri device, l’idea di avere un assistente sempre a disposizione a cui poter chiedere informazioni o grazie al quale effettuare acquisti senza mai dover lasciare Facebook non può che fare gola a molti. Il 60% dei Millennials ha già sfruttato questa tecnologia e il 70% di questi ha trovato l’esperienza positiva.

L’uso di chatbot da parte dei brand è in crescita, una volta sviluppata la tecnologia gli usi possono essere molteplici: dalla gestione del CRM all’assistenza all’acquisto. Ma quali sono i rischi?

È importante che i brand riescano a bilanciare in maniera adeguata l’introduzione e l’uso di questi software, ad esempio se il tool viene utilizzato per la gestione del CRM il rischio è che la conversazione con il brand diventi totalmente impersonale e filtrata solamente dal robot. I brand dunque devono riuscire a dare comunque la possibilità alle persone, qualora il bot non sia in grado di gestire determinate situazioni, di interagire con un rappresentate “umano” dell’azienda. Ancora una volta, i robot non possono prendere il posto dell’uomo in un rapporto del genere. Sicuramente però possono aiutarlo.

Il problema si pone anche quando i chatbot vengono utilizzati per permettere ai clienti di acquistare prodotti direttamente da Messenger senza approdare mai sul sito: c’è ancora diffidenza da parte delle persone a rilasciare i propri dati sensibili, ad esempio quelli della carta di credito, ad un robot. È importante quindi che il brand riesca a rendere affidabile il software e dare comunque la possibilità a chi ancora non ha dimestichezza con il mezzo di acquistare in altro modo.

Un altro campo di sviluppo in cui i bot sono già stati implementati è il giornalismo: alcune testate online hanno realizzato il proprio software che permette ai lettori di ricevere le informazioni direttamente tramite messaggio privato su Facebook. Un esempio illustre è il Guardian che ha lanciato il proprio bot già lo scorso Novembre. Tramite il chatbot è possibile sottoscrivere un abbonamento alle informazioni, scegliere quando le si vuole ricevere, sfogliare le varie sezioni e gli argomenti o visualizzare i titoli del giorno. I segmenti su cui sperimentare sono potenzialmente infiniti, tutto ciò che può semplificare la user experience di un servizio è accolto positivamente dal pubblico.

Quindi alle aziende non resta che testare questo nuovo tool anche sui propri spazi sociali e monitorare i feedback dei propri clienti.

E voi, siete pronti a fare due chiacchiere con un robot?

Snapchat introdurrà nuovi tool di targeting per l’adv

Non manca molto all’introduzione del targeting comportamentale nell’advertising di Snapchat. Stando a Business Insider, il director of revenue operations dell’azienda Clement Xue ha spiegato che il social network sta lavorando a nuovi strumenti di behavioral targeting che saranno messi a disposizione degli inserzionisti nel terzo trimestre del 2016.

Questi nuovi tool consentiranno di affinare l’advertising su Snapchat e targetizzare gli annunci pubblicitari in base al comportamento degli utenti. A quanto pare i dati saranno raccolti all’interno dell’app senza utilizzare altri insight relativi alla navigazione del web. Per fare un esempio, un utente potrebbe venir inserito nelle categorie “sport” o “basketball” se fruisce continuamente i contenuti dell’account Snapchat dell’NBA o del canale Discover dell’ESPN.

Il targeting comportamentale non prenderà in considerazione dati di navigazione extra app, a differenza di quanto fa Facebook (che pianifica inoltre di mostrare adv anche ai non iscritti). Lo stesso CEO di Snapchat Evan Siegel ha escluso l’utilizzo del retargeting schierandosi apertamente contro i “creepy ads” che tracciano i comportamenti degli utenti online. Sullo Snapchat’s Privacy Center si legge del resto un caloroso We want you to feel understood. Qualche dubbio però rimane.

Con questa mossa Snapchat è destinato a entrare definitivamente nell’olimpo dei social media. Snapchat ha cominciato a vendere spazi pubblicitari soltanto alla fine del 2014, ma da lì in poi il fantasmino ha continuato ad avanzare minaccioso anche nel campo dell’advertising fino al lancio – un mese fa – di Snapchat Partners, una advertising API che consente agli inserzionisti di comprare, ottimizzare e analizzare le campagne pubblicitarie su Snapchat mediante società terze.

Nel primo semestre di quest’anno, Snapchat è stata la seconda app più scaricata negli Stati Uniti (54,5 milioni di download contro i 59,7 di Messenger, come riporta Survey Monkey). Sulla scorta di questi numeri, eMarketer ha tracciato una crescita impetuosa della user base, dai 150 milioni attuali ai 270 previsti per la fine del 2017. E intanto pare che Apple abbia messo in cantiere la sua versione del fantasmino…

Facebook Adv: l’impero colpisce ancora. Questa volta i non iscritti

Facebook è un autentico colosso della pubblicità. I ricavi provenienti dagli ad hanno raggiunto i 17 miliardi di dollari nel 2015 e nel primo trimestre di quest’anno è già stata toccata la quota di 5 miliardi. È quindi del tutto naturale che il gigante di Menlo Park si concentri sempre più sull’advertising ampliando di continuo il proprio ventaglio di proposte. Se Slideshow (concepito per i mercati emergenti) e Canvas (dedicato unicamente al mobile) puntavano a sfruttare a pieno il bacino interno al social network, l’ultimissima novità conferma che adesso l’impero di Facebook avanza inesorabile anche verso i non iscritti.

Finora Facebook mostrava le inserzioni pubblicitarie agli iscritti che visitavano app e siti esterni ma appartenenti all’Audience Network (la piattaforma pubblicitaria per mobile lanciata un anno e mezzo per “ospitare” l’advertising di Facebook basandosi sui dati raccolti all’interno del social network). L’ultimo annuncio spiega però che d’ora in poi gli ad saranno mostrati anche a chi non ha un account Facebook. Il pubblico viene potenzialmente raddoppiato, passando da 1,65 miliardi di utenti mensili ai 3,17 miliardi di persone che hanno utilizzato Internet nel 2015 (dati dell’International Telecommunication Union).

Lo sviluppo del people-based marketing di Facebook si evolve sempre più nel tentativo di profilare l’utente tramite l’impiego di nuovi strumenti di targeting come il pulsante “Mi piace”, cookie, plugin e altri dati. “Our buttons and plugins – spiega il VP Engeneering di Facebook Andrew Bosworth – send over basic information about users’ browsing sessions. For non-Facebook members, previously we didn’t use it. Now we’ll use it to better understand how to target those people”. Gli inserzionisti potranno contare su una copertura più estesa e una targetizzazione più accurata. Sull’altro fronte, gli iscritti hanno la possibilità di controllare le inserzioni visualizzate mediante le impostazioni, modificando o disattivando la pubblicità basata sugli interessi.

Un articolo del Washington Post (supportato da un altro post di The Drum) spiega che con questa mossa Facebook sta cercando di trasformarsi da social network in una vera online advertising company, entrando direttamente in competizione con Google e con il centinaio di aziende dedicate ai servizi di advertising. Non sappiamo ancora se all’inizio i dati a disposizione degli inserzionisti saranno accurati come quelli raccolti all’interno dell’universo di Facebook; senz’altro andranno pian piano a costruire una nuova user base profondamente segmentata. Quest’ultima iniziativa inciderà sicuramente sull’intero mercato pubblicitario, ma in alcuni paesi europei potrebbe anche creare a Facebook alcuni problemi relativi alla privacy degli utenti. 

Facebook Vs Snapchat: ai posteri l’ardua sentenza

Di lotte tra il vecchio e il nuovo, tra il gigante e il bambino, tra il cattivo e il buono è pieno il mondo, si sa che l’antagonista è ciò che rende il protagonista tale. Quello che ci chiediamo adesso è se si può già considerare Snapchat come antagonista di Facebook o se si tratta ancora di un lontano spauracchio.

Per schiarirci le idee niente di meglio di un po’ di dati.
Dal white paper di comScore “2016 US Cross-Platform Future in Focus” emerge chiara (negli Stati Uniti, ma il dato si può estendere) la netta supremazia di Snapchat nelle fasce d’età 18-24 e 25-34 rispetto a tutti gli altri social network.

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Fonte: comscore.com

Che Snapchat fosse popolare tra il pubblico più giovane non è certo una novità (ne abbiamo parlato anche qui), certo è che una tale polarizzazione può allo stesso tempo favorire e rallentare la crescita della piattaforma stessa. Il pubblico giovane è quello che si appresta ad entrare nel mondo del lavoro, ad alimentare il mercato con la propria domanda e diventare quindi una fetta particolarmente golosa per gli inserzionisti. Ma Snapchat non può permettersi di esaurire la propria offerta su questo segmento, per questo si aprirà presto una nuova sfida: riuscire a raggiungere anche una fascia d’età più adulta.

Ed è forse proprio questa differenza che tiene ancora Snapchat lontano dalla portata di Facebook. Certo, Facebook non è più una novità, ma ha dimostrato negli anni di essere in grado di rinnovarsi costantemente, sapendo ascoltare le esigenze del proprio pubblico e acquistando altre realtà che hanno reso l’esperienza sulla piattaforma sempre più completa e interessante per le persone e per le aziende. Qui di seguito un dettaglio sulla demografica di Facebook a confronto con quelle delle altre piattaforme: oltre ad essere maggiormente radicata in più segmenti d’età è anche quella che riscuote maggiore engagement da parte delle persone.

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Fonte: comscore.com
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Fonte: comscore.com

Secondo il report di Salesforce sullo “State of Marketing” relativo all’anno 2015, l’82% delle persone che si occupa di marketing sostiene che i Social Media siano oramai una componente fondamentale per il proprio business. Una recente ricerca di Morrison Foerster inoltre ritiene che Facebook sia il Social Network più popolare, tra chi si occupa di marketing a livello B2B e B2C.

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Fonte: salesforce.com

Per questo la crescita di Snapchat, anche se sicuramente da osservare e studiare, non preoccupa il colosso Facebook, che può ancora vantare una netta superiorità in termini di pubblico e di engagement.

L’ultima minaccia di Snapchat a Facebook riguarda invece l’advertising: è di poco tempo fa la notizia che anche Snapchat si sta preparando all’apertura agli inserzionisti, un’occasione che alletta le aziende e intimorisce gli iscritti alla piattaforma. Ma con la promessa da parte delle aziende per il 2016 di investire circa il 70% del budget totale nel digital marketing, Snapchat non poteva sottrarsi a questo ulteriore salto. E mentre testiamo la nuova chat 2.0 di Snapchat aspettiamo fiduciosi di vedere cosa ci riserveranno le prime inserzioni dedicate alla piattaforma.

Più Instant Article per tutti

Per caricare un link esterno a Facebook, da smartphone, ci vogliono mediamente otto secondi. Un’eternità. E infatti più della metà degli utenti rinuncia durante l’attesa e torna indietro. Questo è il principale motivo che ha spinto il team di Zuckerberg a lavorare agli Instant Article.
Fino a oggi, solo un ristretto numero di eletti aveva sperimentato la novità (tra gli altri: The New York Times, National Geographic, BuzzFeed, The Guardian). La buona notizia è che a partire dal 12 Aprile, tutte le pagine Facebook potranno usufruirne (se volete essere tra i primi, compilate questo form. Dopodiché trovate qui una pratica guida all’uso).

Quali sono i principali vantaggi degli Instant Article?

1- Il tempo di attesa per accedere al contenuto è praticamente azzerato. Il vantaggio in questo caso è ovviamente dell’utente.

2- I contenuti potranno ospitare inserzioni pubblicitarie, i cui introiti andranno divisi con Facebook. In questo caso, il vantaggio – puramente economico – è di Zuckerberg.

3- Dove l’esperimento ha funzionato, il numero delle condivisioni e delle interazioni sul contenuto è all’incirca triplicato. E qui invece il vantaggio è delle pagine, che vedranno aumentare la percentuale di crescita dei propri fan.

Sappiate poi che Facebook ha deciso di sviluppare un plugin gratuito per WordPress, in modo da adattare le esigenze grafiche ed editoriali dei contenuti al formato Instant Article. E dato che circa il 25% dei siti internet viene sviluppato con WordPress, Facebook spera così di convincere ancora più publisher ad aderire.

Se la mossa avrà successo, il processo di costruzione da parte di Facebook di una ‘rete dentro la rete’ con contenuti propri – paralleli a quelli dei siti che li ospitano – avrà fatto un passo da gigante (a proposito, avevamo già parlato di Canvas, il servizio per creare contenuti pubblicitari all’interno di Facebook). Resta solo da capire se i magazine, gli editori e i brand che producono contenuti allo scopo di generare un ritorno in pubblicità accetteranno la sfida.
Come ha segnalato Il Fatto Quotidiano di recente, uno dei maggiori problemi è connesso alla difficoltà di analizzare le numeriche relative al traffico generato dagli Instant Article. Una tematica a proposito della quale il presidente di Audiweb riflette: “I lettori dei contenuti editoriali distribuiti via Facebook Instant Article al momento non sono ancora assegnati da Audiweb alla rispettiva testata in quanto i consumi sono attribuiti al titolare dell’applicazione (…) Il nostro compito resta quello di offrire al mercato un sistema di rilevazione adeguato”.

In poche parole, siamo ancora in fase di sperimentazione. E se state leggendo questo articolo su Facebook invece che sul sito di IAKI, potremmo dire che l’esperimento è andato a buon fine.

Ecco Canvas: Facebook cala il nuovo asso del mobile advertising?

Quasi un miliardo di persone accede tutti i giorni a Facebook da mobile. Ovvero il 90% degli iscritti al social network. Ecco perché il colosso di Menlo Park si concentra sempre più sulla mobile experience, e di riflesso sul mobile advertising: qualche mese fa con il rilascio di Facebook Slideshow (il servizio di video advertising concepito per i mercati emergenti) e ora con il lancio della nuova piattaforma pubblicitaria: Canvas.

Disponibile per iOS e Android, Canvas consente agli inserzionisti di creare – all’interno di Facebook – esperienze immersive e full screen, comunicando con le persone in maniera nuova, più immediata e coinvolgente. Basta fare un tap, all’interno del proprio News Feed, sugli ads contrassegnati da una piccola freccia verso l’alto per ritrovarsi dentro una nuova esperienza interattiva, navigabile in senso orizzontale o verticale. L’utente può interagire con gallerie, testi, animazioni, video e “tilt-to-view images” (ovvero immagini da esplorare inclinando il proprio smartphone, “lette” tramite giroscopio).

Le possibilità per gli inserzionisti sono davvero moltissime. “The only thing they can’t make, really, is excuses,” scherza Mark D’Arcy (chief creative office di Facebook), che spiega come Canvas sia nato proprio come risposta a un’esigenza condivisa delle agenzie creative (“it was designed, invented and inspired by Facebook’s relationship with the creative community”).

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Fonte: facebook.com

L’altra caratteristica distintiva di Canvas è rappresentata dai tempi di caricamento eccezionali, fino a 10 volte più veloci rispetto agli standard in ambito mobile (l’obiettivo dichiarato di Facebook è arrivare sotto il secondo). Ciò perché piuttosto che rimandare a siti esterni, i nuovi contenuti pubblicitari sono inseriti all’interno di Facebook, esattamente come avviene per gli Instant Articles (a proposito, qualcuno ha parlato di Instant Ads).
Non sorprende quindi che i primi test di brand come Citroen, Burberry e Allegro, abbiano dato risultati molto positivi. Paresh Rajwat (product manager di Canvas) spiega che metà delle persone hanno visto metà dei contenuti, con un tempo di permanenza medio che si attesta intorno ai 31 secondi, e picchi di 70 secondi.

Canvas sembra a tutti gli effetti un servizio di mobile advertising realmente innovativo, che spinge gli utenti a passare sempre più tempo su Facebook, fruendo di nuovi contenuti senza abbandonare il social network. Resta però ancora da capire come i brand definiranno la propria comunicazione su Canvas, sviluppando contenuti ad hoc che rimangono, sempre più, chiusi nel recinto di Facebook.

Facebook, i Live video e il News Feed

Il mese scorso vi abbiamo parlato dei Live video e torniamo a farlo in seguito a una notizia uscita sulle pagine di Facebook. Prima di proseguire però facciamo un breve excursus temporale sull’argomento:

  • Dicembre 2015: Facebook Live su iOS.
  • Febbraio 2016: Facebook Live su Android negli Stati Uniti.
  • Ultimi tre mesi: incremento del volume di produzioni live e apprezzamento delle persone.

Facebook racconta nella notizia pubblicata come da un paio di anni a questa parte abbia monitorato alcune metriche meno evidenti al fine di mostrare alle persone i video per loro rilevanti, a prescindere dal dato delle interazioni come like, commenti e condivisioni. Il risultato di questo studio ha portato all’introduzione di metriche come le visualizzazioni e la percentuale di completezza nella visualizzazione del contenuto. Successivamente anche altre variabili sono state aggiunte, come l’attivazione dell’audio durante la visione e l’espansione a tutto schermo.

A un certo punto è arrivata la rivelazione:
” People spend more than 3x more time watching a Facebook Live video on average compared to a video that’s no longer live.” Le persone trascorrono in media un tempo tre volte maggiore su un video Live quando è in diretta, rispetto a quando non lo è più.

via GIPHY

Il risultato è stato la promozione dei Live video a contenuto specifico a sé stante rispetto ai video normali, così da potergli conferire un valore di ranking tutto suo. Quindi nei giorni a venire quando un Live video sarà in diretta, lo vedremo più in alto nel News Feed rispetto a quando non sarà più live.

via GIPHY

 

Questo cambiamento cosa comporterà per le pagine?
Facebook risponde in maniera molto chiara: “We do not expect Pages to see significant changes as a result of this update.” Questo perché i Live video sono disponibili per le pagine verificate e i personaggi pubblici.

Severo ma giusto.

Facebook: a qualcuno piace live

“Il tempo è breve; chi insegue l’immenso perde l’attimo presente.” Così diceva Euripide.
Chissà se anche Mark Zukerberg ha pensato questo quando ha deciso di rendere i video live disponibili a tutti.

Lirismi a parte, la realtà è che i dati di Facebook parlano di 500 milioni di utenti che ogni giorno passano complessivamente circa 100 milioni di ore a guardare video sulla piattaforma. Numeri importanti, numeri che avranno fatto scattare la scintilla a Mark Zuckerberg.
Per dare il massimo a Facebook mancava infatti la componente di video live. Se fino a ieri i video live sono stati ad appannaggio dei vip prima e dei profili verificati con spunta blu poi, adesso la funzione è estesa a tutti. Per ora solo ai possessori di dispositivi iOS negli USA, ma in poche settimane promette di essere a disposizione anche degli altri paesi.

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Fonte: facebook.com

Come funziona? Per rendere le cose più semplici la funzione di video live streaming è integrata in Facebook, quindi non ci sono app extra da scaricare e installare sull’iPhone, probabilmente quando arriverà in Italia basterà un aggiornamento dell’applicazione.
A questo punto basterà selezionare “live video”, assicurarsi che l’inquadratura sia quella giusta e dare il via con “go live” allo streaming che sarà condiviso all’interno del news feed.
Gli amici verranno avvisati con una notifica (sì, proprio come quella che ricevete quando Gianni Morandi è in diretta con un video mention) e decideranno se seguire o meno lo streaming. Come interagire con chi ci sta guardando? Un contatore segnalerà quanti spettatori ci sono e i loro nomi, mentre i commenti saranno tutti visibili in real time.

Con questa funzione Facebook affila le lame della tempestività e punta dritto verso i diretti competitor: Periscope e YouTube.

Se prima i video erano una delle forme meno utilizzate su Facebook (e meno premiate dalla piattaforma), ora hanno lo stesso trattamento di immagini e link; addirittura Facebook ha modificato il proprio algoritmo del news feed a favore dei video. Ora, con l’introduzione del live streaming per tutti, siamo di fronte allo sdoganamento totale.

Anche YouTube dà la possibilità di diffondere video in modalità live, ma questa feature non è mai diventata un vero e proprio trend.

Quali sono le carte vincenti del colosso di Zuckerberg? Per dirne una: 1 miliardo di utenti attivi. Ci sembra un ottimo punto di partenza, che ne dite?
Siete pronti al vostro primo live? Ancora qualche settimana di pazienza e poi potrete condividere i vostri streaming.

Facebook Audience Optimization, ovvero dritti al punto

Facebook ha annunciato il lancio di Audience Optimization, un nuovo tool che permetterà alle pagine di targettizzare i propri post per interesse raggiungendo così un pubblico in target non solo rispetto alla pagina, ma in relazione al contenuto specifico. 

Perché Audience Optimization è così innovativo?

  • Perché è un tool organico. Niente più bisogno di sponsorizzazioni per targettizzare in base agli interessi, questo significa massimizzare i risultati di reach non solo per i contenuti di punta, ma per tutto ciò che viene pubblicato dalla pagina.
  • Perché combina le funzioni di targeting generico e specifico, in modo da essere sempre più rilevanti nei contenuti (Facebook ci ricorda la regola delle 5W tanto amata dai giornalisti).
  • Perché comprende anche dati di insight approfonditi sul singolo post (reach, click rate, like e share per ciascun tag).
  • Perché, a differenza dell’Interest Targeting attualmente presente sulle pagine, non esclude a priori le persone che non corrispondono agli interessi segnalati, ampliando di fatto la base di persone raggiunte anziché restringerla.

Per chi è importante?

Ovviamente per chiunque abbia contenuti eterogenei e un’audience ampia e diversificata. Le testate, dunque, ma in generale tutto ciò che rappresenta un contenitore (come ad esempio i canali di ecommerce).

Cosa dice chi l’ha già provato?

Il Bleacher Report ha osservato un “considerevole aumento dell’engagement” in tutte le sue componenti. Nello specifico ai tag più generali corrispondeva la più alta percentuale di visualizzazioni, mentre a quelli più specifici le azioni sul post (a conferma dell’ingaggio effettivo del target).

Il New York Times, che già dispone di una vasta audience, ha sperimentato come alcune notizie possano letteralmente decollare nonostante siano rilevanti soprattutto per community “di nicchia” di Facebook.

Soddisfatta da Audience Optimization anche MTV, che con la sperimentazione ha potuto osservare quali segmenti di pubblico sono più reattivi alle diverse tipologie di contenuto.

Il rischio è che questa nuova feature allarghi sempre di più la forbice tra gli interessi che si hanno e quelli che si potrebbero avere, diventando di fatto il regno del già fatto e già sentito a discapito della scoperta.

Snapchat, il fantasmino continua a farsi vedere (e sentire)

Dopo il Wall Street Journal anche la Casa Bianca, in occasione del discorso sullo Stato dell’Unione, è sbarcata su Snapchat. Sì, proprio Snapchat. L’app dai contenuti usa e getta, popolarissima tra i più giovani, vive una frenetica evoluzione.

Raggiungendo ormai oltre 6 miliardi di visualizzazioni al giorno, da quando è stata lanciata nel 2011, Snapchat ha fatto numerosi passi in avanti provando ad espandersi anche oltre l’audience di riferimento da cui era partita. Negli ultimi mesi infatti, grandi aziende l’hanno integrata alla loro strategia di digital marketing.

Dopo aver proposto selfie sponsorizzati e lanciato nuovi strumenti di targeting, adesso sembra che Snapchat stia lavorando alla possibilità di inserire ads.

Nello specifico sta mettendo a punto lo sviluppo di una API (Application Programming Interface) attraverso cui potrà offrire ai media buyers sia basic ads che versioni customizzate per mezzo della propria interfaccia e, di fatto, aprirà anche ad enti terzi, come partner advertising e siti e-commerce, che potranno comprare spazi sulla piattaforma.

A differenza di Facebook, Twitter e Instagram – che rilasciano inserzioni all’interno del proprio feed – Snapchat non permette ad oggi di proporre i contenuti in una modalità così friendly e non troppo invasiva per gli utenti. Dunque c’è da chiedersi quale “campionario” renderà disponibile perché è difficile immaginare che Snapchat offrirà lo spazio per gli ads sui messaggi, temporanei, che si scambiano gli utenti. Le sezioni Live e Discover, piuttosto, potranno essere adibite a tale scopo perché offrono un’opportunità per gli advertisers di interagire con gli utenti in modo non invasivo. C’è da riflettere poi anche su quale tipo di advertising Snapchat offrirà, se modalità immagini o video ad esempio.

Facebook e Twitter, dal canto loro, insegnano che, se eseguite correttamente, le sponsorizzazioni posso incidere alquanto nella crescita del fatturato. Dunque quali saranno le scelte future di Snapchat?  Occhi puntati sull’app!