Telegram: una nuova frontiera per il customer care?

Partiamo dal principio, cos’è Telegram?
Un servizio di messaggistica istantanea simile a WhatsApp, anche se quest’ultimo vanta ancora una maggiore popolarità.

Creato nel 2013 dai fratelli Nikolai e Pavel Durov (i fondatori del social network russo VKontakte), Telegram inizia a farsi spazio, anche se lentamente. Ad oggi l’applicazione multipiattaforma di Instant Messaging raggiunge i 62 milioni di utenti mensili attivi circa, uno tra questi il Papa. Ebbene sì, proprio lui: Papa Bergoglio. Presente su Telegram da poco attraverso il canale @pgpompei,  trasmette messaggi audio quotidiani e lo utilizza per la diffusione del Vangelo per tutta la durata della Quaresima.

Perché la grande novità di Telegram sono proprio i canali, che nascono con l’obiettivo di  diffondere messaggi pubblici a un vasto pubblico. Il numero di membri di ogni canale infatti è illimitato e chi arriva dopo può accedere all’intera cronologia non perdendosi nulla.
La piattaforma potrebbe risultare molto utile alle aziende che vogliono raggiungere la loro community in maniera istantanea e veloce.

I canali di Telegram potrebbero appunto essere utilizzati per inviare agli utenti informazioni dettagliate e personalizzate: avvisi, informazioni di servizio, iniziative, offerte e –  magari – inviti alla newsletter. Si potrebbe quindi pensarlo come un nuovo mezzo di customer care? Perché no! L’importante è diffondere contenuti esclusivi. 

Sì, perché per un buon seguito le aziende dovrebbero condividere sui propri canali Telegram contenuti esclusivi, in modo da dare un valore aggiunto alla chat e un motivo in più agli utenti per farli unire al canale. Devono essere contenuti di approfondimento, non presenti sugli altri canali social. Inoltre i contenuti sono pubblici, tutti possono visualizzare i contenuti (basta semplicemente ricercare il canale, senza essere iscritto): quindi la possibilità di diffondere il proprio messaggio è davvero alta.

Certo al momento Telegram non è ancora molto diffuso, soprattutto qui in Italia. Ma potrebbe diventare una sfida per le aziende che vogliono essere sempre più innovative e al servizio degli utenti, non credete?

Good times for a change. Novità per Twitter, ma la crescita è ancora ferma

“Good times for a change” cantavano gli Smiths. Sembra sia questo negli ultimi mesi il pensiero fisso di Jack Dorsey, CEO di Twitter, da poco tornato a capo dell’azienda. Come già anticipavamo a fine 2015 il nuovo anno non si prospetta affatto roseo per il social network dei cinguettii. L’ultimo trimeste dello scorso anno si è chiuso con perdite per 90,2 milioni di dollari, numeri che non hanno fatto gioire Wall Street e che hanno deluso anche le aspettative di crescita dei titoli per il prossimo periodo.

Ma il ritorno di Jack Dorsey sembra aver mosso le acque spingendo Twitter verso un rinnovamento che in questi anni è sicuramente mancato, soprattutto in confronto al più proficuo Facebook. I cambiamenti però, si sa, non sono facili da digerire, soprattutto se il mezzo è entrato nella quotidianità delle persone con tutte le sue specificità.
Per questo quando il CEO ha annunciato che una delle novità di quest’anno potrebbe essere la rimozione del limite dei 140 caratteri per i singoli tweet, le reazioni della rete non sono state esattamente entusiaste, tanto da coniare l’hashtag #RIPTwitter. In un tweet Dorsey ha spiegato come l’osservazione dei comportamenti degli utenti, che sempre più spesso twittano screenshot di testi più ampi o inseriscono link a siti esterni, ha portato lo stato maggiore di Twitter a credere che questa potesse essere una strada interessante da percorrere: fornire alle persone la possibilità di condividere contenuti con un limite di 10.000 caratteri, producendo così post maggiormente rilevanti e più facilmente ricercabili.
Si tratta di una scelta fortemente contestata dagli utenti che rivendicano il limite di 140 caratteri: il segno distintivo del canale, ciò che lo rende fruibile live, in maniera veloce e sintetica, le qualità principali che ne hanno fatto la fortuna iniziale.
Per le aziende invece si tratterebbe di una nuova possibilità di creare contenuti maggiormente strutturati che potrebbero nascere ed esaurirsi all’interno del canale stesso senza disperdersi su altre piattaforme.
Dorsey ha risposto alle critiche di chi si accaniva contro la scelta cavalcando l’hashtag #RIPTwitter così:

Ma le polemiche non sembrano aver fermato Twitter, che propone, a partire da questi giorni e in maniera opzionale, una nuova feature, che va ad alterare nuovamente l’ordine della Timeline.

Una novità che sembra ricalcare una delle scelte più fortunate di Facebook. Gli utenti potranno attivare a scelta la possibilità (opzionale) di visualizzare all’apertura del Social Network e all’inizio della propria Timeline i contenuti migliori, ovvero i contenuti creati dai propri following che hanno ottenuto maggiori interazioni o provengono da account con cui interagiscono più spesso. Lo scopo di Dorsey è quello di valorizzare i contenuti che circolano su Twitter e che sempre più spesso si perdono nel flusso continuo di tweet che caratterizzano il canale. Da una fase di test preliminare sembra che gli utenti che fanno uso della nuova sezione tendano a twittare e retwittare molto più frequentemente, si tratterebbe quindi di un’ottima notizia per il Social che al momento sta sperimentando una stagnazione del numero di nuovi utenti. Allo stesso tempo questa news si rivela interessante per le aziende: tutto ciò che porta gli utenti più spesso sulla piattaforma riveste sempre un grande valore per chi si occupa di advertising.

Facebook: a qualcuno piace live

“Il tempo è breve; chi insegue l’immenso perde l’attimo presente.” Così diceva Euripide.
Chissà se anche Mark Zukerberg ha pensato questo quando ha deciso di rendere i video live disponibili a tutti.

Lirismi a parte, la realtà è che i dati di Facebook parlano di 500 milioni di utenti che ogni giorno passano complessivamente circa 100 milioni di ore a guardare video sulla piattaforma. Numeri importanti, numeri che avranno fatto scattare la scintilla a Mark Zuckerberg.
Per dare il massimo a Facebook mancava infatti la componente di video live. Se fino a ieri i video live sono stati ad appannaggio dei vip prima e dei profili verificati con spunta blu poi, adesso la funzione è estesa a tutti. Per ora solo ai possessori di dispositivi iOS negli USA, ma in poche settimane promette di essere a disposizione anche degli altri paesi.

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Fonte: facebook.com

Come funziona? Per rendere le cose più semplici la funzione di video live streaming è integrata in Facebook, quindi non ci sono app extra da scaricare e installare sull’iPhone, probabilmente quando arriverà in Italia basterà un aggiornamento dell’applicazione.
A questo punto basterà selezionare “live video”, assicurarsi che l’inquadratura sia quella giusta e dare il via con “go live” allo streaming che sarà condiviso all’interno del news feed.
Gli amici verranno avvisati con una notifica (sì, proprio come quella che ricevete quando Gianni Morandi è in diretta con un video mention) e decideranno se seguire o meno lo streaming. Come interagire con chi ci sta guardando? Un contatore segnalerà quanti spettatori ci sono e i loro nomi, mentre i commenti saranno tutti visibili in real time.

Con questa funzione Facebook affila le lame della tempestività e punta dritto verso i diretti competitor: Periscope e YouTube.

Se prima i video erano una delle forme meno utilizzate su Facebook (e meno premiate dalla piattaforma), ora hanno lo stesso trattamento di immagini e link; addirittura Facebook ha modificato il proprio algoritmo del news feed a favore dei video. Ora, con l’introduzione del live streaming per tutti, siamo di fronte allo sdoganamento totale.

Anche YouTube dà la possibilità di diffondere video in modalità live, ma questa feature non è mai diventata un vero e proprio trend.

Quali sono le carte vincenti del colosso di Zuckerberg? Per dirne una: 1 miliardo di utenti attivi. Ci sembra un ottimo punto di partenza, che ne dite?
Siete pronti al vostro primo live? Ancora qualche settimana di pazienza e poi potrete condividere i vostri streaming.

La pubblicità invoglia

Invoglia a comprare nuovi prodotti, a provarli, a cliccare, a commentare, condividere, a fare passaparola e quant’altro. Wells diceva “La pubblicità è l’arte d’insegnare alla gente a desiderare certe cose”. Ci sono molte teorie di pensiero su quest’asserzione. A me piace credere che sia così.
Al di là dell’elucubrazioni marzulliane, nulla però può prescindere da un dato di fatto. La pubblicità è peccaminosa e assai lungimirante: il serpente iniziò “anni fa” a decantare a Eva le virtù di una mela. Prodotto, persuasione e messaggio subliminale, i k-points di una campagna rotonda. Fate due conti, e non potrete che darmi ragione.

Noi creativi potremmo sostenere con ardente credibilità fino alla fine dei nostri giorni che sono del visual e della copy strategy i meriti assoluti di tale “invogliamento”. E in effetti è così (parola di creativa). Ma c’è anche qualcosa di diverso che cattura l’attenzione di noi attori del mondo. Qualcosa che interferisce con i nostri pensieri. Qualcosa che ci può far divertire, pensare, cantare, o addirittura cambiare. Cambiare canale, però. Sto parlando della musica. Di quella musica che c’è in ogni spot che si rispetti in Radio, TV o sul Digital.

Così come il casting degli attori, la ricerca della location giusta o dello speaker fuori campo, anche la variabile musicale è fattore di efficacia di comunicazione e parte integrante di test, ascolti, e selezioni. Spesso si cerca di creare una sorta di tormentone, altre volte di pensare a jingle originali. Ci sono canzoni che rendono memorabile uno spot, alcune vengono addirittura inserite nelle classifiche, o persino trovano nello spot stesso un trampolino di lancio. La musica non ha una priorità rispetto al messaggio, sicuramente favorisce la reputazione del brand, la sua identificazione con uno scenario di vita (ad esempio questo), la brand awareness rispetto ai competitor (come questo), e l’incoraggiamento verso la prova prodotto.

Ci sono ascoltatori immersi, quelli che si lasciano catturare totalmente dalla musica dello spot e che la tengono a mente per molto tempo. Ci sono quelli chiacchieroni, che ne parlano con gli amici e che direttamente dal divano scrivono subito un post su Yahoo Answer, o che si cimentano in infiniti passaparola chiedendo al mondo intero “ma di chi è quella canzone che c’è in TV nello spot di …”? Questi possiamo definirli anche un po’ esploratori. Ci sono anche i cantanti (eccomi presente): quelli che canticchiano la canzone dello spot per tutta la giornata o per giorni. Questi sono coloro che fanno diventare quel jingle un tormentone.

Oggi il pubblico è cambiato, e per raggiungerlo, la musica pare essere un co-costruttore di valore. Questa è la scoperta chiave del Brand Impact Study, che ha intervistato 4.500 persone in nove paesi chiedendo loro di condividere le proprie abitudini di ascolto così come pensieri e opinioni su circa 200 marchi in cinque settori. Uno studio commissionato da Spotify for Brands, il primo di una serie di studi di impatto volti a definire e quantificare l’esperienza dei consumatori in streaming, ha dimostrato dei numeri interessanti.

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Ora, a voi la parola, quale canzone vi fa pensare subito a uno spot? O quale spot vi fa pensare subito a un marchio?

 

Facebook Audience Optimization, ovvero dritti al punto

Facebook ha annunciato il lancio di Audience Optimization, un nuovo tool che permetterà alle pagine di targettizzare i propri post per interesse raggiungendo così un pubblico in target non solo rispetto alla pagina, ma in relazione al contenuto specifico. 

Perché Audience Optimization è così innovativo?

  • Perché è un tool organico. Niente più bisogno di sponsorizzazioni per targettizzare in base agli interessi, questo significa massimizzare i risultati di reach non solo per i contenuti di punta, ma per tutto ciò che viene pubblicato dalla pagina.
  • Perché combina le funzioni di targeting generico e specifico, in modo da essere sempre più rilevanti nei contenuti (Facebook ci ricorda la regola delle 5W tanto amata dai giornalisti).
  • Perché comprende anche dati di insight approfonditi sul singolo post (reach, click rate, like e share per ciascun tag).
  • Perché, a differenza dell’Interest Targeting attualmente presente sulle pagine, non esclude a priori le persone che non corrispondono agli interessi segnalati, ampliando di fatto la base di persone raggiunte anziché restringerla.

Per chi è importante?

Ovviamente per chiunque abbia contenuti eterogenei e un’audience ampia e diversificata. Le testate, dunque, ma in generale tutto ciò che rappresenta un contenitore (come ad esempio i canali di ecommerce).

Cosa dice chi l’ha già provato?

Il Bleacher Report ha osservato un “considerevole aumento dell’engagement” in tutte le sue componenti. Nello specifico ai tag più generali corrispondeva la più alta percentuale di visualizzazioni, mentre a quelli più specifici le azioni sul post (a conferma dell’ingaggio effettivo del target).

Il New York Times, che già dispone di una vasta audience, ha sperimentato come alcune notizie possano letteralmente decollare nonostante siano rilevanti soprattutto per community “di nicchia” di Facebook.

Soddisfatta da Audience Optimization anche MTV, che con la sperimentazione ha potuto osservare quali segmenti di pubblico sono più reattivi alle diverse tipologie di contenuto.

Il rischio è che questa nuova feature allarghi sempre di più la forbice tra gli interessi che si hanno e quelli che si potrebbero avere, diventando di fatto il regno del già fatto e già sentito a discapito della scoperta.

Lo stadio più grande del mondo si chiama Facebook Sports Stadium

Potrebbe cambiare il modo di vivere lo sport. Del resto è questo l’auspicio con cui nasce Facebook Sports Stadium, il nuovo spazio virtuale che il colosso di Menlo Park dedica agli eventi sportivi. La novità, annunciata da una manciata di giorni, costituisce un’ulteriore conferma dell’interesse di Facebook per il real-time, territorio tradizionalmente presidiato da Twitter che ora, trovandosi in cattive acque, rischia sempre più di lasciare il fianco scoperto alle Live Stories di Snapchat. Nello scorso novembre, il lancio di Notify rispondeva proprio all’esigenza di informazione in tempo reale su Facebook, con il tentativo di incanalare in un unico spazio flussi distinti e variegati di notizie.
Parallelamente, Facebook vuole convincere gli inserzionisti che investire dove si parla di live tv è redditizio – almeno – quanto fare pubblicità in televisione.

Facebook Sports Stadium è di fatto la nuova sezione del social network che consente alle persone di seguire e commentare un evento sportivo in diretta in modo approfondito e partecipato. Nel dettaglio, ci saranno quattro schede: conversazioni degli amici (in sostanza, il Bar Sport con le sue discussioni appassionanti e interminabili), post e commenti degli esperti, risultati e statistiche, informazioni generali (per esempio, su quale canale seguire un certo evento in tv).

Nel post di lancio sul blog ufficiale, il Product Manager Steve Kafka spiega che Facebook Sports Stadium è il più grande stadio al mondo, e stima che tra il miliardo e mezzo di utenti mensilmente attivi si trovino ben 650 milioni di appassionati e tifosi.

Gli accessi al nuovo stadio virtuale sono per il momento limitati alle partite di football americano (la mitica Nfl), da vedersi negli USA ed esclusivamente su iOS. Ma il supporto verrà presto esteso per quanto riguarda paesi e sport (speriamo anche per quelli minori, di cui è più difficile trovare notizie e aggiornamenti).

È ancora piuttosto difficile capire a fondo la portata di questa nuova second screen experience, ma sembra certo che potrebbe rappresentare una svolta decisiva per gli amanti dello sport con il telecomando in una mano (e lo smartphone nell’altra). Del resto, “there’s nothing better than watching sports with your friends” recita il video introduttivo al Facebook Sports Stadium. Facciamo un solo esempio, e proiettiamoci ad agosto: con questo nuovo stadio virtuale, come potrebbe cambiare il nostro modo di vivere le Olimpiadi di Rio de Janeiro?

Snapchat, il fantasmino continua a farsi vedere (e sentire)

Dopo il Wall Street Journal anche la Casa Bianca, in occasione del discorso sullo Stato dell’Unione, è sbarcata su Snapchat. Sì, proprio Snapchat. L’app dai contenuti usa e getta, popolarissima tra i più giovani, vive una frenetica evoluzione.

Raggiungendo ormai oltre 6 miliardi di visualizzazioni al giorno, da quando è stata lanciata nel 2011, Snapchat ha fatto numerosi passi in avanti provando ad espandersi anche oltre l’audience di riferimento da cui era partita. Negli ultimi mesi infatti, grandi aziende l’hanno integrata alla loro strategia di digital marketing.

Dopo aver proposto selfie sponsorizzati e lanciato nuovi strumenti di targeting, adesso sembra che Snapchat stia lavorando alla possibilità di inserire ads.

Nello specifico sta mettendo a punto lo sviluppo di una API (Application Programming Interface) attraverso cui potrà offrire ai media buyers sia basic ads che versioni customizzate per mezzo della propria interfaccia e, di fatto, aprirà anche ad enti terzi, come partner advertising e siti e-commerce, che potranno comprare spazi sulla piattaforma.

A differenza di Facebook, Twitter e Instagram – che rilasciano inserzioni all’interno del proprio feed – Snapchat non permette ad oggi di proporre i contenuti in una modalità così friendly e non troppo invasiva per gli utenti. Dunque c’è da chiedersi quale “campionario” renderà disponibile perché è difficile immaginare che Snapchat offrirà lo spazio per gli ads sui messaggi, temporanei, che si scambiano gli utenti. Le sezioni Live e Discover, piuttosto, potranno essere adibite a tale scopo perché offrono un’opportunità per gli advertisers di interagire con gli utenti in modo non invasivo. C’è da riflettere poi anche su quale tipo di advertising Snapchat offrirà, se modalità immagini o video ad esempio.

Facebook e Twitter, dal canto loro, insegnano che, se eseguite correttamente, le sponsorizzazioni posso incidere alquanto nella crescita del fatturato. Dunque quali saranno le scelte future di Snapchat?  Occhi puntati sull’app!

9 Magazine da seguire su Instagram

Sembra che, in Italia, giornali e riviste non abbiano ancora ben capito come utilizzare Instagram. Ci sono ormai quasi tutti (aprire un account è facile) ma basta dare un occhio al numero di follower per capire che i magazine più importanti in edicola non sono altrettanto bravi ad arrivare al pubblico tramite foto e immagini. In realtà, ammettiamolo: non è semplice servirsi di Instagram se il proprio lavoro consiste nel produrre contenuti scritti. Che cosa bisogna postare? A quale target fare riferimento? E come la mettiamo con l’assenza di link, che impedisce di portare traffico al proprio sito?

Per trovare qualche risposta, abbiamo selezionato 9 magazine internazionali che hanno trovato una chiave per gestire al meglio i propri account. Eccoli, in ordine casuale:

New York Magazine

Preview dei contenuti in uscita, call to action fotografiche, consigli su dove mangiare, ballare e divertirsi. Ma anche piccoli gioielli video creati ad hoc per presentare ricerche e inchieste, importanti foto d’archivio e mini interviste usate come teasing di contenuti su carta. Alta qualità e tono informale.

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Fonte: New York Magazine

Vogue

Solo un paio di contenuti al giorno e più di 8 milioni di follower. La rivista di moda più prestigiosa del Pianeta utilizza Instagram con molta attenzione, controllando la qualità dei contenuti e centellinando le iniziative speciali. Un pizzico di senso dell’umorismo fa il resto.

National Geographic

L’account IG più seguito in assoluto non appartenente a una celebrità del mondo dello spettacolo. Ogni immagine, una storia. Ogni storia, un pezzo di mondo di sfavillante bellezza. Ok, stiamo parlando della rivista che gestisce un archivio fotografico incredibile dal 1910. Ma il bello è che l’account è utilizzato in modo collettivo da più fotografi.

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Fonte: National Geographic

VICE 

Da rivista underground a vera e propria istituzione di news e lifestyle, seguire VICE su Instagram significa avere un assaggio dei servizi fotografici, guardare in anteprima servizi video, e trovare foto che altrimenti non trovereste da nessuna altra parte. Must follow.

Wired 

Se abbiamo messo Wired nella lista non è perché i suoi social media manager siano particolarmente produttivi (al contrario, i post arrivano con una frequenza di 2, 3 alla settimana). Ma dove altro potreste vedere un bonsai sparato nello spazio, un’anteprima del genere, o scoprire esperimenti sui cyborg come questo?

Mashable 

Ogni mese, il sito fondato da Pete Cashmore lancia un contest tra i suoi follower chiamato MashableReads attraverso cui chiede di postare foto sulla base di un tema proposto dalla redazione. E l’iniziativa funziona davvero bene. Tanto che la maggioranza dei loro contenuti arriva da altri account.

Business Insider

Difficile trovare qualcuno così bravo a condensare in un’infografica semplice e comprensibile gli approfondimenti e le inchieste più complesse. Business Insider su Instagram fa prima di tutto questo e lo fa alla grande. Aggiungeteci consigli per professionisti, notizie dal mondo digitale e video da far vedere agli amici.

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Fonte: Insider Buisness

The Verge 

Possiamo dire che quello che faceva Wired negli anni ’90 lo fa oggi The Verge? Forse esageriamo, ma sembra che per restare al passo con i trend tecnologici sia necessario seguire loro, prima di tutti. Dove altro si parla con altrettanta semplicità di realtà virtuale, scooter ecologici e droni?

ESPN

E dato che nella nostra lista non poteva non esserci lo sport, ecco la rivista di sport (ma è anche un canale televisivo, un’emittente radio e una rete di siti internet) più importante del mondo. Su Instagram trovate le loro foto migliori, le citazioni giuste al momento giusto, e qualche video da guardare almeno 3 volte di seguito.

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Fonte: espn

Il 2016 per Twitter

Ormai da tempo Twitter non naviga in buone acque, sia per quanto riguarda la crescita della base utenti ferma a poco più di 300 milioni, sia rispetto alla quotazione in borsa che ha raggiunto i minimi storici.

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Anche per il 2016 le previsioni per la piattaforma di microblogging non sono delle migliori, anzi si direbbero proprio senza prospettive di crescita: per stessa ammissione dell’attuale CEO Jack Dorsey e del CFO Anthony Noto infatti non si attende una crescita significativa della base utenti. Tra le ragioni ci sarebbe l’esperienza d’uso del canale, che fidelizza in maniera meno rilevante le persone, a differenza di Facebook che si è radicato in maniera consistente nella vita e nelle abitudini delle persone.

Tra gli scenari peggiori che possiamo immaginare riguardo il prossimo anno di Twitter c’è anche lo spauracchio di un’acquisizione. L’ipotesi più rumoreggiata in rete sembra essere quella di Alphabet, che per rimettersi sul mercato dei social dopo il fallimento di Google+ potrebbe vedere una nuova prospettiva nei cinguettii.

Twitter dal canto suo ha in serbo qualche carta da giocare nel 2016, vediamo quali.

Nuove emoji
Con un annuncio di qualche settimana addietro è stato introdotto il supporto del sistema alle nuove emoji, avvicinando ulteriormente le possibilità di espressione a quanto le persone sono abituate nella vita quotidiana attraverso smartphone e tablet. Sì, anche il taco e il dito medio.

Immagini più grandi
Ma soprattutto non tagliate. Attualmente infatti viene effettuato un crop delle grafiche caricate insieme al tweet, riducendo l’impatto delle foto, peggiorandone la qualità oppure nel caso di grafiche amputandone porzioni significative che compromettono la corretta e immediata comprensione. In un annuncio risalente all’inizio del mese è stata introdotta la novità.

Logged out user base e advertising
In seguito all’introduzione, o meglio la sottolineatura, di un nuovo concetto relativo alla base di utenti Twitter non registrata o non loggata, si tenta di propagare un’idea diversa riguardo alla costituzione numerica dei fruitori di questo canale. Per dirla in parole povere: secondo Twitter le persone che consultano il sito sono molte di più di quanto viene registrato. Basti pensare ai tweet embeddati su siti terzi (come per esempio in questo articolo). Per questa ragione l’azienda californiana vuole introdurre una nuova tipologia di contenuti sponsorizzati, indirizzata in particolare a quanti non siano loggati.

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Questo insieme di soluzioni sarà in grado di risollevare le sorti del sistema di microblogging?
È difficile dirlo con certezza, voi che ne pensate?

Noi sicuramente non possiamo che augurare un buon 2016 a Twitter e a tutti voi!

La moda è comunicazione Core Gender

Identità di genere. O identità e basta. Oppure solo genere. A me piace di più il termine neutralità. Il termine Core Gender, o identità di genere, indica “il genere in cui una persona si identifica (cioè, se si percepisce uomo, donna, o in qualcosa di diverso da queste due polarità)”. Essa non deriva dall’identità biologica della persona e non riguarda l’orientamento sessuale. Il focus è “si percepisce”. Paradigma secondo il quale, attraverso la contaminazione, l’integrazione, l’unione di mondi, la sovrapposizione di realtà, le identità sfumate e non nettamente divise, i codici di genere vengono completamente ribaltati. La moda oggi è questo. E la comunicazione ne è supporto, amplificando le potenzialità di corpi che dialogano e narrano storie che non hanno bisogno di etichette. Sono solo corpi. Così come gli abiti, sono solo tessuti che diffondono status, e non status symbol.

Le parole contengono altre parole, così come l’arte contiene altre forme d’arte, la fotografia, il cinema e molte altre forme di comunicazione. Andare in un luogo e fermarsi in altri mille luoghi. Guardare, scoprire, lasciarsi toccare da tutto ciò che ci circonda per disegnare una nostra idea di “cose”, è inquinamento comunicazionale. Questo è ciò che cercano le persone nella moda, un frullato di spunti. In questo contesto calza a pennello l’idea di moda di Alessandro Michele, il nuovo stilista di Gucci. Per lui gli accessori sono reliquie, macchine del tempo, e in passerella non pensa ad una collezione donna e una uomo, ma ad abiti che significano qualcosa solo in relazione alla linea, al corpo che li indossa. Tutto è libero da codici imposti. Qualcuno parla di “genderless” o di “gender free”, altri di “poli-gender“, altri ancora di “agender”. Il concetto è sempre lo stesso. Non sono gli oggetti che usiamo ad imporre un’identità, ma come vengono portati in giro, indossati, che vita loro viene data. Per fare un altro esempio a supporto: da Selfridges in Oxford Street a Londra, una catena britannica di grandi magazzini, viene azzerato il genere. Ci si sbarazza persino dei vecchi manichini che ricalcano l’anatomia femminile e maschile.

A chi non è capito di indossare la camicia del fidanzato? Oppure il maglione del papà? O di vedere un amico con la sciarpa dell’amica? Non è un paletto, è un’apertura mentale. Non ci sarebbero le community social se non ci fosse la multi-canalità, la combinazione di canali di comunicazione. Anche questo rientra nell’ambito “core gender”. Durante l’ultima edizione di Pitti Immagine Uomo 88 del 16 giugno, abbiamo assistito a molti esperimenti in questa direzione provenienti da marchi emergenti, italiani e non solo. Il fenomeno “core gender” indica sperimentazione. Io la penso così. Capi che diventano opzioni da combinare tra loro per creare qualcosa di nuovo. Opzioni neutre valide per tutti. In fondo lo stile à la garçonne esiste fin dagli anni ’40-’50. Evviva le sfumature. Evviva l’azzeramento delle etichette e la libertà di contaminazione.